Affetti/Effetti di Reale

 Sigmund Freud ha lasciato un’immensa eredità alle generazioni successive, all’interno della quale brillano anche alcuni grandi interrogativi, il cui valore non è minore delle tante affermazioni che la sua opera ci ha donato. Per esempio: come finisce un’analisi? Oppure: come si trasmette il sapere analitico?

A queste questioni – secondo il mio parere, ovviamente di parte – Jacques Lacan ha cercato di dare una risposta, inventando un dispositivo istituzionale atto a riscontrare quel che passa e ce qui se passe, quel che accade alla fine dell’analisi. Questa procedura – che si chiama naturalmente passe – concerne, però strettamente la teoria psicoanalitica, ed è quindi di limitato interesse all’interno di questa road map multidisciplinare. Di più vasta portata è invece un’altra grande questione che il sapere psicoanalitico ci impone, e cioè: come funziona un’analisi? È una domanda che l’epistemologia della clinica ci obbliga a porci, oggi, e che individua nel nostro ambito quello spazio di indagine che la logica della valutazione definisce come quello dei “fattori terapeutici”. Quali sono i fattori dell’analisi? Che cos’è che funziona davvero, che è efficace, che opera in una psicoanalisi – giacché essa, anche laddove non la si voglia definire “terapia”, è comunque un’operazione, un’opera, un lavoro supposto cambiare, modificare, trasformare qualcosa in chi vi si sottopone (altrimenti sarebbe, come la caricatura della filosofia, “quella cosa con la quale o senza la quale tutto rimane tale e quale”).

Io lavoro come psichiatra in un servizio pubblico, oltre ad avere la mia pratica, e spesso i congiunti di un paziente problematico, quando hanno l’opportunità di parlare con me, mi dicono: “Dottore, glie lo spieghi lei, glie lo faccia capire …”. Ecco, l’efficacia della psicoanalisi consisterebbe nello spiegare, nel capire, nel comprendere? Dico “della psicoanalisi”, parlando di un intervento sicuramente fuori da un setting classico, quale quello che può essere effettuato in un pubblico servizio, perché faccio mia l’affermazione di Lacan, secondo cui “una psicoanalisi è la cura che ci si aspetta da uno psicoanalista” (1955). Definizione non tautologica, bensì estensionale della psicoanalisi, che la trasforma da un castello ideale fatto da idee iperuranie in un insieme di pratiche agite da quegli individui riconosciuti come psicoanalisti all’interno delle situazioni in cui si trovano a operare.

E allora, che cosa fa l’analista, quando opera? Lavora con le parole. L’invenzione di Freud – l’invenzione del “nostro inconscio”, ben diverso, come ci dice nel capitolo VII dell’Interpretazione dei sogni, dall’inconscio dei filosofi – è stata il legame forte – anche in questo caso operativo, operazionale – che egli ha posto tra “apparato psichico” e “parola”. Mi pare che lo mostri già con chiarezza un suo articolo “preanalitico”, uno scritto del 1890 che si intitola Psychische Behandlung (Seelenbehandlung) e di cui cito l’incipit:

«Psiche è una parola greca e significa, tradotta, “anima”. Trattamento psichico vuol quindi dire “trattamento dell’anima”, e si potrebbe dunque pensare che con esso s’intenda: trattamento dei fenomeni patologici della vita dell’anima. Ma non è questo il significato dell’espressione. Trattamento psichico indica piuttosto: trattamento a partire dall’anima, trattamento – di disturbi psichici o somatici – con mezzi che agiscono in primo luogo e immediatamente sulla psiche dell’uomo. Un tale mezzo è soprattutto la parola, e le parole sono anche lo strumento essenziale del trattamento psichico ».

Trattamento, dunque, non della o sulla “cosa psichica”, bensì con mezzi psichici. E un tale mezzo, ci dice Freud, è innanzitutto la parola.

Talking cure, quindi, come Anna O., la paziente di Breuer, avrebbe battezzato questo nuovo metodo di cura (nuovo alla fine del XIX secolo, ovviamente), aggiungendovi un’altra definizione, giocosa e meno celebre, ma più problematica, che è quella di chimney sweeping: spazzare il camino. Come fa l’analista a “spazzare il camino” dei suoi pazienti? La prima risposta che a tutti viene in mente è, ovviamente: attraverso l’interpretazione. Ma come fa un’interpretazione ad avere quegli effetti che Strachey definirebbe “mutativi”, ossia capaci di rompere il circolo vizioso in cui si trova preso l’analizzante? È possibile leggere molti articoli psicoanalitici che rendono conto degli effetti della parola in termini di “consapevolezza”, un render conscio l’inconscio che, a mio avviso, non è troppo distante da quello “spiegare” o “far capire” che mi chiedono i parenti dei miei pazienti.

Ecco, Lacan ha cercato di rispondere a quest’altra grande questione lasciataci da Freud riabilitando innanzitutto, e poi ripensando, “funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi”, come recita il titolo di quello scritto che è il manifesto del suo “ritorno a Freud”. Ritorno al linguaggio di Freud, un linguaggio che è molto più problematico di quello di tanti suoi interpreti. Ce lo testimonia già il titolo del suo primo grande testo psicoanalitico, quella Traumdeutung che i primi traduttori francesi avevano tradotto con Science des rêves, la scienza dei sogni. In realtà la Deutung, l’interpretazione, è la soluzione che Freud ha proposto per risolvere la querelle metodologica che, alla fine del XIX secolo, opponeva le Naturwissenschaften, le scienze della natura, alle Geisteswissenschaften, le scienze umane. La natura la spieghiamo, anche senza comprenderla. Quando mi presentano un farmaco, e mi dicono che funziona come antidepressivo perché agisce sui recettori x, y e z, per me va benissimo, e andrà benissimo anche se domani mi diranno che agisce invece sui recettori j o k: sono leggi chimiche, che posso calcolare senza comprenderne intimamente il meccanismo di azione. E se do il farmaco, e il tono dell’umore del paziente non si modifica, dirò che non funziona, anche se mi dimostrano che agisce davvero su quei recettori. Questa è la spiegazione.

Al contrario, il nostro prossimo lo comprendiamo, anche senza spiegarlo. Se lo stesso paziente mi dice che è felice perché è innamorato, io lo comprendo immediatamente, anche se non dispongo di alcuna legge che mi spieghi che cos’è che accade a livello recettoriale. E se mi dicesse che è felice perché gli è morta la persona che più amava, allora non lo comprenderei più, anche se mi spiegasse matematicamente tutti i vantaggi che gli possono derivare da questa morte. Questa è la comprensione. Ai difensori dell’Erklären, la spiegazione, e a quelli del Verstehen, la comprensione, Freud ha risposto non prendendo parte né per l’uno né per l’altro di questi due metodi, bensì aggiungendo un terzo elemento alla serie: la Deutung, appunto. Come nota Bruno Bettelheim – in un prezioso libretto sui malintesi della traduzione inglese dell’opera freudiana da parte di Alix e James Strachey – Freud ha scelto di chiamare Traumdeutung il suo testo inaugurale della psicoanalisi, utilizzando un termine che non è né Interpretation, né Auslegung, né Erklärung, ma fabbricando una parola composta che ai parlanti di lingua tedesca ne ricordava un’altra, molto comune e nota : Sterndeutung, l’astrologia. Questo riferimento alle stelle, rappresentazioni di un Altro che misteriosamente ci determina, mi pare importante per ritrovare il senso e la direzione di ciò che si fa in analisi.

Lacan – il Lacan psicoanalista, critico di quel giovane psichiatra che era stato lui stesso – parlerà di “causalità psichica” e polemizzerà duramente con chi spiega o comprende troppo in fretta, riducendo l’Altra scena – che è la grande scoperta della psicoanalisi – riducendo l’Altro che noi siamo al medesimo, l’ignoto al già noto. Faccio alcuni esempi, tratti dai classici della letteratura psicoanalitica. Quando Melanie Klein, nella prima seduta con Dick, vedendolo giocare con due trenini, uno più grande e uno più piccolo, gli dice: “La stazione è la mamma; Dick è entrato nella mamma” – ella interpreta la relazione analitica come unreal reality, dominata fin dall’inizio, fin dalle prime parole, dai fantasmi inconsci, e pensa che l’atto analitico consista nell’inscrivere questi fantasmi nel simbolismo edipico. Quando Kris fa una “interpretazione di superficie” a quel paziente che Lacan poi chiamerà “l’uomo delle cervella fresche”, smentendo le autoaccuse di plagio del suo analizzante, Kris si crede autorizzato – in nome dell’analisi delle difese – a intervenire sul piano del mondo esterno, considerando che questo faccia parte dell’analisi. Quand Winnicott, giocando con la piccola Piggle, le dice che “L’uomo … [d]eruba la donna dei suoi seni. Poi usa il seno rubato come … un pipì, che … mette nel buco … della ragazza, e lì dentro pianta bambini”, le offre la sua propria originale versione della coppia sessuale, che prende il posto della metafora paterna.

Lacan ha cercato di dare un’altra direzione all’uso del linguaggio in psicoanalisi. Faccia parole crociate: non è solo il suggerimento che dobbiamo dare a quei pazienti che vengono a cercare da noi qualche rimedio per gli inevitabili disturbi della memoria dell’età, ma è anche il consiglio al giovane psicoanalista che Lacan pone come epigrafe della seconda parte di “Funzione e campo”. Le parole crociate, infatti, esemplificano perfettamente quella letteralità dell’Altra scena che Lacan rendeva con la sua celebre affermazione “l’inconscio è strutturato come un linguaggio”. Lacan, è noto, ha utilizzato lo strutturalismo di de Saussure, di Lévi-Strauss e di Jakobson per rileggere come saggi di linguistica alcuni testi che hanno fondato la psicoanalisi : L’interpretazione dei sogni, La psicopatologia della vita quotidiana, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio. La distinzione tra significante e significato, la traduzione delle caratteristiche particolari del sistema inconscio in termini di metafora e metonimia, il concetto stesso di struttura hanno permesso di fondare su basi scientifiche più ampie la teoria psicoanalitica.

Per esemplificare ciò che dico, presento un frammento della mia clinica, relativo a una mia analizzante, una donna di circa quarant’anni che fa molti silenzi, e spesso salta la sua seduta. Un giorno mi racconta un sogno: è sul punto di entrare nel palazzo dove c’è il mio studio, e sente una conversazione al citofono tra me e un uomo. Comprende – benché le parole non lo dicano chiaramente – che si tratta di un discorso d’amore. Poi entra nel mio studio, e vede che sono in preda a una crisi epilettica. Allora dice: «Bisogna dargli qualcosa di dolce». È il racconto del sogno, dopo il quale lei fa due associazioni. La cosa dolce l’associa a un quiz televisivo che aveva visto qualche tempo prima, dove c’era una domanda: “che cosa bisogna dare a Cerbero per calmarlo?” Risposta: “un dolce al miele”. La crisi epilettica le ricorda un film di fantascienza, “The Butterfly Effect”, l’effetto farfalla, in cui il protagonista e il padre avevano delle crisi epilettiche, e potevano modificare il passato. Io qui ricordo che il padre della mia analizzante è morto di una sindrome neurologica, insorta improvvisamente. Dopo aver fatto queste due associazioni, lei tace. Dopo un po’, le chiedo se ha delle associazioni anche sulla prima parte del sogno, la conversazione che ha ascoltato al citofono. Lei mi risponde, semplicemente: «Ho pensato che fosse il mio desiderio di sapere qualcosa sulla sua vita». Tace ancora, e ancora io le dico: «È la prima volta che fa un sogno simile». Lei replica, dopo qualche secondo: «No. Ho sognato, qualche tempo fa, di essere nella sala di attesa del suo studio, con la mia famiglia, a tavola, e stavamo mangiando. Mia madre mi chiedeva di darle qualcosa. Io non volevo dargliela: però non so che cosa fosse».

Ora, vediamo qui una rete significante in cui i significati dei singoli termini sono molto meno importanti delle loro posizioni reciproche e delle sostituzioni a cui vanno incontro. Abbiamo due scene, di cui una metaforizza l’altra ed entrambe sovradeterminano il sintomo. Due scene, apparentemente duali ma in realtà costituite da 3 soggetti + un oggetto: nella prima l’analizzante, l’analista, l’altro uomo (di cui lei sente la voce) + la cosa dolce; nella seconda l’analizzante, la madre, l’analista (nel cui studio si svolge la scena) + qualcosa che lei non vuol dare. In entrambi i sogni è in gioco il desiderio dell’Altro. Nel primo il desiderio dell’analista (identificato al padre, via la malattia neurologica) viene neutralizzato (è un desiderio omosessuale) e rabbonito, attraverso la cosa dolce (lei raddolcisce l’analista dandogli qualcosa, pagandolo). Nel secondo, la dimensione orale viene apparecchiata sul piano materno (la tavola imbandita) ed elevata dal livello del bisogno a quello della domanda: una domanda stavolta non da soddisfare, ma da frustrare. Insomma, l’oggetto rifiutato alla madre è il significato dell’oggetto dolce dato all’analista. In questo modo, la mia analizzante dice no al desiderio supposto all’analista, relativo all’implicita domanda di un altro oggetto orale: la sua parola. Lei tace, non volendo soddisfare la domanda che io, come analista, sono supposto farle, e cioè che lei parli.

Vi ho offerto la mia illustrazione dell’inconscio lacaniano, strutturato come un linguaggio, in cui il soggetto è ciò che è rappresentato da un significante per un altro significante: ciò che la mia analizzante è, come soggetto, è determinato dalla posizione dei significanti che la rappresentano all’interno della catena significante. Lei è colei che gode insoddisfacendo l’Altro, negandosi come oggetto di soddisfazione dell’Altro. Ma questo sapere inconscio, che viene fuori in analisi, come lo utilizziamo? E come produce degli effetti? L’interpretazione non è una versione in prosa della poesia dell’inconscio. Il linguaggio, in analisi, non serve a spiegare, né a far comprendere, bensì a produrre proprio ciò di cui la mia analizzante si preoccupa tanto, e cioè del godimento. C’è un celebre testo di Lacan, dal titolo praticamente intraducibile, L’Étourdit, che inizia con una frase, anch’essa celebre: «Che si dica resta dimenticato dietro ciò che si dice in ciò che si intende». Qui, Lacan distingue accuratamente i suoi tre registri: c’è “ciò che si dice”, ossia il significante, e “ciò che si intende”, il significato. E poi c’è un “che si dica”, un registro del dire che si distingue sia dal simbolico che dall’immaginario, ed è il registro del reale. Che l’uomo sia ζ?ον λ?γον ?χων, animale che ha la parola, non significa semplicemente che sia un animale che comunica, perché questo lo fanno tanti altri animali. Il linguaggio non è un attributo, ma fa parte dell’essere dell’uomo, un essere che si realizza, che si fa reale parlando. Il linguaggio è ciò che provoca un’altra soddisfazione nel parlante, altra rispetto a quella del bisogno, ed è con questa soddisfazione che l’analisi deve lavorare, facendola emergere, estraendola, lavorandola, moderandola, limitandola. È per questo che Lacan parlerà di linguisteria, più che di linguistica, nell’ultima parte del suo insegnamento: una linguistica sui generis, al cui interno spicca la questione isterica, ossia quella squisitamente psicoanalitica.

“Lalingua”, scritto in una sola parola, è un neologismo che Lacan ha inventato a partire da un fenomeno che testimonia in maniera evidente della sua sostanza di godimento: la lallazione. La lallazione è il balbettio del bambino, ancora incapace di far passare i fonemi attraverso i défilés del significante. Che cosa fa il bambino quando dice: “Ma, ma, pa, pa …”. Lì non c’è un intento comunicativo: c’è innanzitutto un godimento che passa attraverso questa funzione particolarissima che caratterizza l’essere umano, e che è il fatto di parlare. Questi fonemi rappresentano le tracce del primo incontro tra il soggetto reale, che è godimento, vita, energia libera, e l’Altro, che è limite, legge, energia legata. Lalingua si deposita così in un primo strato dell’inconscio, in un inconscio non ancora strutturato che potremmo definire, con Lacan, inconscio reale. È la dimensione dell’oralità primaria, che non è l’oralità del cibo, ma è l’oralità del dire, del dire qualcosa che è inizialmente incomprensibile e apparentemente indicibile. I fonemi del bambino verranno poi catturati, chiusi in una gabbia dagli adulti che diranno: “Sta dicendo mamma, sta dicendo papà”, e via di seguito. Essi vengono irreggimentati a partire da qualcosa che invece è una “x” iniziale, un grido fuori dal senso. L’Altro materno prende il grido e lo interpreta linguisticamente: “mamma”, “papà”, oppure “ho fame”, “ho sete”, “ho sonno”, “mi fa male qui”. Il grido del bambino riceve dalla madre un’interpretazione linguistica, che trasforma retroattivamente il soggetto reale, il grido del piccolo – che non significa niente, perché sta fuori dal linguaggio – trasforma l’infans, l’esserino che dice “nguee”, in un soggetto del linguaggio. Lo trasforma retroattivamente: al posto del grido, che assume successivamente per la madre il significato di “ho fame, ho sete, ho sonno”, viene ad essere un soggetto che ha già detto alla madre “ho fame, ho sete, ho sonno”, laddove in realtà questo è solo l’effetto retroattivo della competenza linguistica materna, del suo sapere, sul grido del bambino. Da una parte vediamo quindi un’operazione di inscrizione de lalingua in ciò che viene poi strutturato come un linguaggio, un linguaggio che, come dirà Lacan in Encore, non è altro che elucubrazione di sapere su lalingua; dall’altra, c’è un godimento indicibile, che resta fuori dal linguaggio anche se resta scritto nelle tracce de lalingua.

Questo esempio serve a dare un’idea della differenza tra l’inconscio strutturato, che è quello che s’impone attraverso l’Altro rappresentato dalla madre, e l’inconscio della lallazione, de “lalingua”, cioè quei tratti dell’inconscio che sono al di fuori del linguaggio strutturato, che non hanno una diretta esprimibilità linguistica, e che rappresentano egualmente il soggetto, ma in una maniera diversa dal linguaggio strutturato, il quale rappresenta il soggetto attraverso l’articolazione tra due significanti. Lacan faceva due esempi: “sei la mia donna” e “sei il mio maestro”. Riconoscere l’altro come “la mia donna” o “il mio maestro” significa implicitamente e di ritorno riconoscere se stessi come “il tuo uomo” o “il tuo allievo”, dunque essere riconosciuti dall’Altro simbolico, all’interno del quale il soggetto è rappresentato da un significante presso un altro significante, che rinvia a tutta la catena significante. Se io sono allievo, è perché c’è un mio maestro che è a sua volta riconosciuto da un’istituzione, e dunque da tutto l’ordine simbolico in cui io e lui siamo situati. Altrimenti saremmo nella psicosi, laddove ci si può rappresentare come Napoleone, anche se non c’è nessuno che ci riconosca come tale. La modalità dell’inconscio reale, però, è diversa: qui, c’è un significante che è impresso nella carne del soggetto, un godimento che è sempre segnato dal linguaggio, ma non necessita di nessuna articolazione linguistica per esistere, per darsi. “Lalingua” rappresenta il godimento del soggetto assolutamente, senza la mediazione del senso, piuttosto che attraverso un altro significante.

Voglio esemplificare ancora quel che dico attraverso la mia clinica, mettendo a confronto due ragazze che ho visto per lungo tempo e la cui sofferenza ruotava attorno ad alcuni dei cosiddetti “nuovi sintomi”, quelli che vengono detti “disturbi del comportamento alimentare”. L’una si è molto istorizzata, ed ha inanellato una catena significante che è passata dagli attacchi di panico per cui è venuta da me, all’impossibilità di raggiungere l’orgasmo se non in determinate posizioni (che lei chiamava “posizioni di dominio”); poi dalla rivelazione di comportamenti bulimici, attraverso la descrizione vergognosa e reticente di un rigido rituale attraverso cui si induceva il vomito, alla autodiagnosi di “bulimia sessuale” e al racconto di rituali masturbatori egualmente immodificabili e quasi identici a quelli attraverso cui si procurava il vomito; per terminare in un romanzo familiare molto complesso, e in un “fantasma delle origini” in cui lei, gettata in una cesta del pane, diventava oggetto di scambio tra due famiglie, quella di un macellaio e quella di un panettiere, il quale – per chiudere il nostro cerchio – da piccola le aveva dato da mangiare dei pezzi di pane a forma di bambina. L’altra analizzante – ragazza molto colta, impegnata, che porta al femminile il nome del fratello della madre, morto giovanissimo, poco prima della nascita di lei – si presentava come una vomitatrice: di cibo, che non riusciva assolutamente a ritenere (anche se mi ha sempre detto che il suo vomito era spontaneo, e non procurato); ma anche di terapeuti, che aveva ingurgitato in quantità impressionante, e vomitava in forma di oggetti immondi e disgustosi. Era magrissima, quasi scheletrica, come le donne rappresentate nei manifesti che – mi ha detto una volta – lei aveva appeso nella sua camera: interrogata al riguardo, non sapeva darmene – e darsene – una ragione. Fidanzata con un ragazzo obeso, le loro uscite avevano un’unica meta: il ristorante. Lui “si abboffava”, e lei gli faceva compagnia, ingurgitando piatti grassi e indigesti, che descriveva con contagioso disgusto: spesso era costretta a ringoiare i conati di vomito che le salivano alla gola, per continuare a mangiare. Le loro serate si concludevano sempre allo stesso modo: lei stava male, vomitava tutto, sveniva, era costretta a fare flebo con antiemetici, antispastici e sedativi. Ma quei momenti notturni – con gli infermieri, le amiche, i genitori, il ragazzo, che facevano a gara per prendersi cura del suo corpicino sofferente – me li descriveva in tono vivace ed allegro. Protagonista assoluto del suo dire, in ogni caso, dall’inizio alla fine è stato solo e soltanto il corpo, malato e sofferente: nausea, cefalea, vomito, emorragie. Non mi ha mai davvero detto altro. Ma ciò non vuol dire che questa, per me, non sia stata “analisi”. È piuttosto segno che lì c’era un sapere nel reale che si era appiccicato al suo corpo e che continuava a non fare senso: un sapere nel reale fatto di fonemi che incollano il parlessere all’altro reale, quell’altro che gli serve come cassa di risonanza affinché possa godere, neppure tanto autisticamente. C’era, in lei, un godi-mento – diciamo, giocando un po’ – una menzogna reale su di un affetto che, per quanto legato al significante, era sempre collocato “fuori-senso”. L’importante, però, è che, nonostante ciò, il suo dire in analisi abbia avuto effetti di reale, abbia cambiato qualcosa del suo rapporto con il suo corpo e con l’Altro.

Si afferma spesso che il risultato terapeutico di un’analisi consisterebbe nel conseguimento, da parte del paziente, della capacità di amare e di lavorare. Freud – a cui spesso questa affermazione viene attribuita – non l’ha mai detto. Ha parlato invece più volte di Genuß- und Leistungsfähigkeit, capacità di godere e di fare, come scrivono esattamente tutte le traduzioni dell’opera freudiana. È su questo obiettivo “reale”, molto meno legato all’American way of life e più calibrato sulle possibilità e sui limiti di ciascuno, che si valuta l’impatto della talking cure.

Ma come lavora, allora, il linguaggio dell’analista, per determinare i suoi effetti? Lacan ha parlato di “interpretazione poetica”, che non mira a dire ciò che è, o come è, ma a far apparire quel che è. Vorrei alludervi con una citazione un po’ lunga di Lacan, che conclude il già citato articolo del ‘53 “Funzione e campo” e che riprende un’altra chiusa celebre, quella del poema di T. S. Eliot “The Waste Land”, e che rende perfettamente quel che dev’essere la portata della parola in analisi, e gli effetti del suo impatto: Quando gli dei, gli uomini e demoni, leggiamo nelle Upanishad, terminarono il loro noviziato con Prajapâti, gli rivolsero questa preghiera : « Parlaci. »

« Da, disse Prajapâti, il dio del tuono. Mi avete inteso? » E gli dei risposero : « Ci hai detto : Damyata, dominatevi », – il testo sacro volendo dire che le potenze in alto si sottomettono alle leggi della parola».

« Da, disse Prajapâti, il dio del tuono. Mi avete inteso? » E gli uomini risposero: « Ci hai detto : Datta, date », – il testo sacro volendo dire che gli uomini si riconoscono attraverso il dono della parola ».

« Da, disse Prajapâti, il dio del tuono. Mi avete inteso? » E i demoni risposero: « Ci hai detto : Dayadhvam, fate grazia », – il testo sacro volendo dire che le potenze del profondo risuonano all’invocazione della parola ».

È questo, riprende il testo, ciò che la voce divina fa intendere nel tuono : Sottomissione, dono, grazia. Da da da.

Giacché Prajapâti a tutti risponde: « Mi avete inteso. »

______________

VIII Convegno Nazionale FPL, Milano 1-2 giugno 2013

“Affetti/Effetti in psicoanalisi”

Testo letto postumo da Francesca Tarallo

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059