Aspetti della perversione
Colloquio su “La società perversa”

 

 

Napoli 8 ottobre, 2010
Per quanto si risalga lontano nel tempo, la nozione di perversione si presenta
sempre in stretto rapporto con la norma e la devianza, la legge e la sua trasgressione.
Perciò questa parola – benché appaia solo alla metà del XIX° secolo per designare
degli atti che esistevano già, ma che non erano qualificati come tali – porta in sé la
traccia della sua origine latina:
pervertere.
Questo termine vuol dire dapprima
“mettere sottosopra”, “abbattere” (una costruzione), poi, con una nuova
connotazione, significa sovvertire, corrompere i costumi. Da qui viene
perversitas
,
che designa stravaganza, sovvertimento, assurdità, poi corruzione, corrosione,
sregolatezza, depravazione. Un cambiamento che col tempo fa passare qualcosa da
uno stato detto “normale” o “sano” a uno stato “anormale”. Da quel momento il
termine è usato in modo differente secondo le diverse culture. Beninteso la perversità
è legata sempre al male (in opposizione al bene), alla crudeltà (in opposizione alla
compassione), e infine a una generale deregolazione dell’ordine normativo. Pervertire
qualcuno è corromperlo, insegnandogli a rovesciare le norme. Questo significato si
estende alla questione sessuale: visibile o rimossa, la sessualità è sempre in gioco,
come se in ogni forma di perversità – e dunque di perversione – fosse presente da una
parte l’idea di un soggetto dominante in rapporto a un dominato (la forma più
significativa e reale della lotta di classe), e dall’altra l’idea di uno sviamento
dell’ordine procreativo. In altre parole, la sessualità si troverebbe nel cuore di
qualsiasi atto perverso, anche quando non si tratti di una perversione sessuale in
senso proprio.
La sessualità sarebbe in gioco perché la sua forma originaria poggia sull’uso
deviato
– detto anche pervertito – degli organi della riproduzione. D’altronde si
potrebbe dire
a contrario
che, dal giorno in cui si è separata la sessualità dalla
riproduzione – atto di nascita della moderna libertà sessuale per le donne, per i
ragazzi, per gli omosessuali –, invano si è tentato di abolire la nozione stessa di
perversione, senza accorgersi che si ricostituiva sui margini di ciò che si era preteso
di negare. Freud prenderà un’altra strada, mostrando che ogni soggetto, fin dalla
prima infanzia, è abitato da una perversione polimorfa, da pulsioni che solo la
civilizzazione permette di controllare. Solo alla metà dell’Ottocento, con l’avvento
della medicina moderna il termine si separa dalla nozione di sregolamento, e si
inventa la parola “perversione”, che è la stessa in tutte le lingue. Si passa allora dalla
perversità alla perversione, cioè dalla designazione di un vizio alla nomenclatura di
una patologia il cui contenuto sarà sempre sessuale.
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L’apparizione della parola presa in senso clinico significa che si riuniscono in
un discorso della scienza e della ragione due modi di abbordare il fenomeno: l’uno
medico, poiché la perversione non qualifica più un vizio, ma una malattia dell’anima;
l’altro non medico, perché il termine “perverso” in senso psichico continua a
designare la perversità. Questo vuol dire che, nel grande movimento che
nell’Ottocento dà origine alla psicopatologia e alla psichiatria, il termine
“perversione” costituisce un problema. Non è una nevrosi (o malattia dei nervi), non
è una psicosi (che rientra nel campo della follia), è quasi una cultura, un modo
d’essere patologico, ma senza che si possa individuare un substrato organico a tale
patologia. La perversione si definisce allora per quello che non è: né una nevrosi, né
una psicosi. Il perverso non è né folle, né malato di nervi, ma in un certo senso le due
cose insieme, per metà folle e per due terzi nevrotico.
Si esce dunque dalla medicina anatomo-patologica, per rientrarvi. Non è un
caso se proprio a quell’epoca il crimine perverso viene definito, sulla linea di
Philippe Pinel e di Etienne Esquirol, con la promulgazione del codice napoleonico.
Infatti nella perversione il problema è di sapere se il criminale è passibile o no
dell’art. 64, vale a dire se è o no responsabile dei suoi atti.
In altre parole: da che specie di follia è colpito un soggetto perverso per
commettere degli atti in piena coscienza (al contrario del folle), ma senza provare il
minimo affetto, il minimo rimorso o il minimo senso di colpa, come il nevrotico, dato
che il perverso passa dall’abietto al sublime senza provare senso di colpa in senso
stretto?
Faccio
en passant
una digressione: c’è sempre l’idea di cercare l’origine della
perversità nel mondo animale o in un substrato organico. La perversione sembra tanto
più insopportabile in quanto è umana, e per questo si tenta di situarla dalla parte
dell’animalità. Proiettare sull’animale – e quindi sull’animalità che è in noi – tutti i
fantasmi perversi, è essenzialmente questo che fa il dibattito in cui si prende in
ostaggio l’animale. Da qui l’idea di parlare della perversità come qualcosa di
inumano e dunque di animale, mentre niente è più umano di ciò che caratterizza tale
perversità: l’odio di sé e degli altri. Del resto gli uomini possono essere zoofili,
mentre gli animali non possono essere umanofili. La perversione è assente dal mondo
animale.
Il termine di
bestialità
è assai interessante. Una volta si designava con questo
termine il commercio sessuale con gli animali di cui sono pieni i miti antichi, a
partire dal culto divino di cui era oggetto il capro. La bestialità era punita con la
morte, mentre d’altra parte il culto di Dioniso poggiava sull’immagine della
bestialità. Il demonio era rappresentato a sua volta sotto forma di un animale. E ogni
proiezione sessuale fa dell’animale il luogo delle pulsioni più primitive [
plus
primaires
]. È l’uomo che lo dota di una sessualità trasgressiva. Di conseguenza il
divieto di commercio sessuale con l’animale è quasi altrettanto generalizzato del
divieto dell’incesto. Il darwinismo ha dato nuovo corso a tutti i miti sull’origine
bestiale dell’uomo colpito da perversità. Ma se l’animale è fonte di terrore, poiché si
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