Come nasce l’ideologia?

Summary.

Si correlano due temi: la nascita delle ideologie, contrapposte alle scienze, e la genesi probabilistica del principio di ragion sufficiente.

Per quanto riguarda il primo tema si presuppone l’esistenza di una macroscopica simmetria tra scienze e ideologie. Le scienze sviluppano congetture da confutare, le ideologie dogmi da verificare. Le scienze si muovono all’insegna del falso e dell’incertezza, le ideologie della verità e della certezza. Il testo tratta le affinità tra ideologie e deliri, le prime prevalenti nel soggetto collettivo, le seconde nell’individuale; inoltre rileva l’attaccamento affettivo del soggetto paranoico alla propria ideologia o al proprio delirio.

Per spiegare il principio di ragion sufficiente, che a ogni effetto attribuisce una causa, l’autore propone il modello probabilistico delle concordanze, che sembra funzionale alle ideologie e ai deliri. Il modello utilizza materialmente le carte da gioco. Si dispongano le tredici carte di picche e le tredici carte di cuori su due file parallele e si contino le concordanze, cioè le ricorrenze nella stessa posizione di una carta di picche e di una di cuori con lo stesso valore. Il modello simula la relazione di causa ed effetto come relazione di identità. Per il calcolo delle probabilità la media delle concordanze è 1; inoltre una o più concordanze si verificano in poco meno dei due terzi dei casi, pur in regime casuale.

In conclusione, la probabilità che una causa produca l’effetto è a priori in gran parte effetto del caso. È una buona ragione per dubitare del valore scientifico del principio di ragion sufficiente, che invece ideologie e deliri apprezzano e giustificano grazie al modello di conoscenza dello scire per causas, esposto da Aristotele nel I libro della Fisica.

 

Tutta la conoscenza scientifica è incerta; gli scienziati sono abituati a convivere con il dubbio e l’incertezza.

Richard Feynman

La miseria dottrinaria

Alla domanda del titolo rispondo: l’ideologia nasce come delirio collettivo.

Non rispondono con altrettanta improntitudine gli epistemologi, che con più serietà e prudenza di me si dedicano alla questione simmetrica: come nasce la scienza? Eppure rispondere a una domanda dovrebbe essere tanto facile (o difficile) come rispondere all’altra. Per simmetria, direi, tra vero e falso. Infatti, esiste una contrapposizione netta, benché schematica: l’ideologia sorge come il delirio da presupposti dati per veri, eventualmente da verificare; per contro la scienza parte da congetture, poste come false, quindi incerte, eventualmente da confutare. L’apparato matematico, che in parte riveste la scienza, non serve a conferirle certezza – anche la matematica è incerta, partendo da assiomi indimostrati[1] – ma ad ampliare il campo delle conseguenze da confutare. Più ampio è lo spettro delle congetture confutabili, più scientifica è la teoria. Il cosiddetto progresso scientifico procede correggendo il falso.

Questo in teoria, perché in pratica l’asimmetria tra ideologia e scienza si ristabilisce da subito. Essendo assunta come certa, l’ideologia, non meno del delirio, non chiede di essere verificata: nulla la confuta, tutto la conferma, perciò non decade mai. Muoiono prima gli ideologi dell’ideologia. Analogamente i paranoici non guariscono, anzi si rinforzano nella loro convinzione, se lo psichiatra ingenuo tenta di dimostrare che la loro idea delirante è irrealistica. Succede come con le fake news: resistono a qualsiasi debunking, che paradossalmente le rinforza. A un paranoico, che per sbaglio si era rivolto allo psicanalista, chiesi se fosse disposto ad abbandonare la convinzione delirante che la moglie lo tradiva. Mi sorrise con sufficienza, scuotendo la testa, come per dire: “Dottore, non mi faccia domande stupide!”

Concludendo la Minuta H, Freud scrisse: “I paranoici amano il proprio delirio come sé stessi”.[2] Giusto, perché l’Io delira; più è forte, più delira. Deliri e ideologie sono fratelli gemelli; la loro madre è la volontà di ignoranza, che si nutre di un imperativo bisogno di certezze, poco importa se fasulle. Chiudere gli occhi è una passione più forte dell’odio e dell’amore, più potente della volontà di potenza. Deliri e ideologie sono forme patologiche di amore per la verità – più individuale il delirio, più collettivo l’ideologia. Difendono entrambi la verità dell’essere; sono ontologismi narcisistici, basati su stereotipi, magari con riferimenti autoriali. “Come ha detto lui”, è spesso la premessa maggiore del sillogismo paranoico, che stabilisce la connessione tra soggetto individuale e collettivo. Il buon Lacan sdogana tuttora molti deliri psicanalitici.[3]

Viceversa la scienza opera con il falso. Chiedete a un fisico quantistico – poteva essere Richard Feynman – se crede alla sua meccanica. Vi risponderà che la fisica quantistica fa previsioni corrette fino alla sesta cifra decimale, ma non scommetterebbe un dollaro sulla sua verità. La meccanica quantistica è la sua astrologia: produce oroscopi esatti, ma non per questo è scientifica. È scientifica per quello che ancora non spiega. Passando dalla fisica alla biologia, la situazione non cambia molto. La differenza è che in biologia non esistono teorie in grado di fare previsioni credibili. Chi previde la Covid-19? Ciò non toglie che la meccanica quantistica e la teoria evoluzionistica siano deliri eleganti.[4] Ne avessimo di così belli in psicanalisi!

In realtà non mi voglio occupare dei massimi sistemi. Sto con i piedi sul terra terra della clinica, dove si osservano quotidianamente cause che producono effetti. Come negarli? Eppure risulta stranamente difficile farne una teoria “bella”, con un po’ di matematica. Le teorie psicanalitiche sono per lo più antropomorfe: presuppongono un piccolo uomo dentro l’uomo; raccontano l’uomo in modo tautologico. Non spiegano ma comprendono.

Recentemente ho riletto il saggio di Freud “Un bambino viene battuto” del 1919. Sono andato sul tedesco[5] perché la versione ufficiale italiana non esiste.[6] Anche il testo freudiano non brilla per chiarezza. È una lunga e farraginosa elaborazione della mitologia edipica, oscillante dal conscio all’inconscio, per altro empiricamente documentate, che non spiega il fenomeno. Freud non spiega ma comprende,[7] secondo l’eterno cliché delle scienze umane, particolarmente inadatto a spiegare le vicende del soggetto collettivo. Il suo allievo prediletto, Theodor Reik, lo correggerà scrivendo “Il coraggio di non comprendere”.[8] Non comprendere ma spiegare è il primo passo per uscire dalla paranoia.

Ho provato ad aiutarmi con Lacan, che commenta il saggio di Freud nel Seminario IV del 16 gennaio 1957 sulla relazione d’oggetto.[9] Non ne ho tratto altro che un “teorema” numerologico: l’immaginario si regge sul numero due – è cioè luogo della relazione immaginaria-narcisistica tra l’io e l’altro – il simbolico sul numero tre, con innesto del quattro come istanza di morte: la trimurti simbolica è Legge-Verità-Morte, vorticante intorno al Nome del Padre.

Un po’ poco, scientificamente parlando. È, però, il poco che le scuole offrono. Cambi scuola, non cambia molto. È sempre la stessa zuppa; al più cambia la scodella: “Quel che ti dico io è vero; gli altri sbagliano”. Ecco allora una prima risposta alla domanda di partenza, limitata alla psicanalisi: “Come nascono le ideologie psicanalitiche?” Nascono dai maestri, che pretendono insegnare la verità, e dagli allievi che la bevono. La mia risposta è di traverso; dice il dove, non il come, ma non è inutile.

Il maestro dice la verità, dicevo. Questo è il presupposto che accomuna l’insegnamento magistrale all’ideologia. Immersi nel delirio, che si configura da subito come collettivo, nel senso freudiano di individui identificati al Führer, gli allievi non pensano a confutare il verbo magistrale ma solo a confermarlo, benché teoricamente non ce ne sia bisogno. La conferma scolastica, però, non è estrinseca, cioè non ricorre a dati empirici, ma è intrinseca sotto forma di commento infinito dell’ortodossia. A tutti gli effetti, la scolastica sguazza nella tautologia; usa la stessa teoria per confermare la teoria, quindi pesta acqua nel mortaio. Nelle scuole lacaniane da me attraversate ferveva il lavoro dei “cartelli”, gruppi di studio più o meno spontanei che masticavano la dottrina impartita dall’alto. Anch’io ho masticato sodo, forse imparando qualcosa che il maestro non ha lasciato scritto.[10]

Sodo è l’essere. L’essere è duro: o è o non è; non prevede forme intermedie di esistenza con variabilità più ampia di quella tra tutto e nulla. La dottrina ontologica nacque con Parmenide di Elea, nell’odierna Lucania. C’è una ragione linguistica alla base dell’assetto filosofico greco, giunto fino a noi. La lingua greca antica non ebbe la parola per dire “variabile”. Non sapeva dire, quindi non concepiva, la variabilità. L’essere era costante. Da qui l’approccio metafisico alla realtà, alla perenne ricerca dell’essenza ideale (ousia) che non varia e fa sì che le cose siano quel che sono, non potendo essere altro. Platone fu in gran parte un artefatto linguistico del greco antico: il suo idealismo fu il portato collettivo della lingua greca prima che intuizione individuale; il suo successo fu certo propiziato dallo spirito della lingua, che distingueva tra duale e plurale, ma non sapeva pelare la variabilità. Pretendendo bagnarsi due volte nello stesso fiume, Eraclito fece un buco nell’acqua. Dai Greci in poi la ragione porge l’invarianza dell’essere. Il logos è il principio di ragion sufficiente dell’ontologia; a ogni effetto il logocentrismo assegna una causa ben determinata come ragion d’essere. Il tramonto dell’occidente cominciò dall’alba, ben prima di quanto profetizzò Spengler; la miseria filosofica occidentale cominciò con il “divino Platone” di Freud.[11] Meno divino, ma più convincente è David Hume che decostruì il principio di ragion sufficiente.[12]

Se la mia premessa è attendibile, si spiega perché la sophia classica non tematizzò il sapere. Bisognò aspettare l’avvento della scienza galileiana, che indebolì il legame tirannico con la verità, affinché Cartesio enunciasse l’assioma[13] che fa dipendere l’essere dal sapere: cogito ergo sum, con qualche dubbio di contorno. Sulla transizione epistemica dalla scienza antica alla moderna Freud restò ambiguo e incerto, per non dire contraddittorio. Restò fisso allo scire per causas della scienza antica. Esordì come pensatore epistemico, inventando l’inconscio come sapere che non si sa di sapere; ma costruì una metapsicologia eziologica, quindi ontologica, delle cause psichiche, dette pulsioni. A mio parere, versò vino nuovo (cartesiano) in otri vecchi (aristotelici). Si può scusarlo perché non aveva Galilei e Cartesio in biblioteca.

Nell’ambiguità pullulano i maestri; ognuno di loro dice la verità dell’essere, che nell’inconscio non può essere categorica. Jung fonda la sua costruzione sugli archetipi, Lacan sui significanti che rappresentano il soggetto per altri significanti. Insomma, l’ontologia, cacciata dalla finestra, torna dalla porta, irrigidendo il sistema in cui rifluisce. Allora bisogna masticar sodo.

Cosa significa “masticar sodo l’essere”?

Freud capì che la sua psicologia delle masse, fortemente binaria – identificazione sì, massa sì; identificazione no, massa no – era troppo semplicistica per essere realistica. Non avendo la nozione di variabile, Freud ricorse al trucco del narcisismo delle piccole differenze. Nella massa maggiore si creano sottomasse minori in base a piccole differenze dell’io collettivo. Ciò introduce delle eterogeneità, che possono non essere del tutto negative, perché stimolano la competizione sociale (un concetto che mancava a Freud).

Nelle scuole le piccole differenze creano correnti che in parte cooperano e in parte confliggono. La dinamica è sempre la stessa: la piccola differenza si impone nella misura in cui la corrente che la sostiene ritiene sé stessa la migliore e la più autentica interprete del pensiero del maestro. Ogni allievo cerca di confermare la propria interpretazione del pensiero magistrale, regolarmente oscuro e criptico, e di confutare le versioni altrui. Siamo agli antipodi dell’approccio scientifico, dove la confutazione mira a demolire le proprie congetture.

Allora masticar sodo l’essere significa confrontarsi con l’essere dell’altro, poco differente da noi, per annientarlo in nome di qualche autore, ritenuto più autorevole. Nel nome del maestro si ripropone da sempre e sempre uguale la lotta hegeliana tra servo e padrone. L’intersoggettività non suona altra musica. Alla lunga il risultato è scontato: la scuola si scinde o si dissolve. Sciolta la scuola, rimane la dottrina a memoria dell’insegnamento magistrale, che le accademie si incaricano di tramandare ai posteri, sotto l’etichetta del rispettivo autore. I freudiani diventano freudisti, i lacaniani lacanisti. Si sistema tutto nei cassetti giusti. Di ricerca e di innovazione non se ne parla nelle scuole, votate sin dalla loro fondazione a fare accademia, cioè a diventare lettera morta.

 

Il paradosso non è paradossale

A questo punto in psicanalisi emerge un apparente paradosso: si pretende curare le malattie mentali – è la cosiddetta psicoterapia – con impostazioni teoriche obsolete… che tuttavia per lo più funzionano, professionalmente parlando! Allora tutti vogliono diventare psicoterapeuti di formazione psicanalitica. È rigoglioso e redditizio il commercio delle “formazioni psicanalitiche” in psicoterapia.

Come si spiega? Vuol dire che anche la dottrina più stramba ha qualche ragione per funzionare? Zur Hilfe! anch’io sto ragionando in termini di ragion sufficiente? Sì e no. Il fatto, che in seguito voglio analizzare, è che il principio di ragion sufficiente ha alle spalle una ragione probabilistica più che sufficiente, che in molti casi gli consente di individuare la causa vera dell’effetto, magari per caso. Lo dimostro ricorrendo a un modello indeterministico ultra-semplice, che a molti sembrerà addirittura semplicistico. Il suo merito è di aprire una via d’uscita dal rigido determinismo freudiano, mostrando il funzionamento del registro simbolico secondo Lacan. Il tema è quello delle concordanze tra cause ed effetti, interpretate dal modello come “libere associazioni”.[14]

Fate questo piccolo esperimento con un mazzo di carte da gioco. Si chiama gioco delle concordanze, o jeu de rencontre, ideato da Pierre Rémond de Montmort (1678-1719). Scegliete le tredici carte di picche e disponetele in fila, non importa l’ordine: è la fila delle cause. Scegliete poi le tredici carte di cuori, mescolatele bene e disponetele in fila sotto le carte di picche, una carta di cuori e solo una sotto ogni carta di picche: è la fila degli effetti. Può accadere che nella stessa posizione delle due file si presenti in alto una carta di picche e in basso una carta di cuori con lo stesso valore: due sette in terza posizione, o due re in decima o quel che capita.

La relazione di concordanza locale è un modello formale della relazione di causalità: il sette di picche “causa” il sette di cuori, il re di picche “causa” il re di cuori, ecc. Nel modello il principio di identità simula il principio di ragion sufficiente. In questo modo il modello dà una rappresentazione forte, addirittura ippocratica, del principio eziologico: se c’è il sette di picche sopra, c’è il sette di cuori sotto; se non c’è il sette di picche sopra, non c’è il sette di cuori sotto. Ippocrate diceva che se c’è l’agente morboso, c’è il morbo; se non c’è l’agente morboso, c’è la guarigione.[15] I risultati della simulazione sono semplici ma danno da pensare.

Il calcolo delle probabilità prevede che in media avvenga esattamente una concordanza tra picche e cuori. Infatti, se i posti sono 13 e la probabilità di concordanza in ogni posto è 1/13, il prodotto è 13/13, cioè 1. In pratica, l’evento di almeno una concordanza avviene nel 63,2% dei casi.[16] Ripetendo il gioco un numero sufficiente di volte, è facile verificare che almeno una concordanza è più frequente dell’evento Testa lanciando una moneta.

Basta poco per riconoscere che, anche se fasullo, basato su un’ontologia arbitraria, regolarmente imposta dal potere, in pratica il principio di ragion sufficiente il più delle volte ci azzecca, anche suo malgrado. In realtà, il principio di ragion sufficiente non è mai del tutto fasullo, perché ragiona per analogia, cioè per prossimità topologica tra l’essenza della causa (il “sette” nella serie delle picche) e l’essenza dell’effetto (il “sette” delle cuori); quindi non può sbagliare né sempre né molto, ammesso che nel reale esista qualcosa di simile alle essenze. Non stupisce che l’ontologia funzioni tanto bene e si ponga addirittura a fondamento dello scire per causas, costituendo quel che Lacan chiamava “sapere nel reale”.[17] Certo, poi ci sono clamorose e poco auspicabili conferme empiriche del principio di causa ed effetto: in questi giorni il virus Sars-cov-2 sta causando una pandemia.

Leggo sul “Corriere della Sera” del 20 marzo 2020 una notizia che non mi stupisce. Otto anni fa il governo tedesco commissionò uno studio di simulazione al Robert Koch Institut. Gli esperti elaborarono un modello di virus asiatico, nato da zoonosi, che contagia per goccioline o per contatto e produce la malattia dopo 3-5 giorni di incubazione, prevalentemente negli anziani. Era il mio “sette di picche” che causa il “sette di cuori”.

Non stupisce neppure che per il filosofo la verità dell’evento si configuri in modo narrativo. “Succede così, perché prima era cosà”. Per dire “causa” i tedeschi dicono Ursache, la “cosa originaria”. I politici seguono a ruota i filosofi. Le ideologie politiche usano a tutto gas il principio di ragion sufficiente. Quante volte in campagna elettorale non abbiamo sentito discorsi zeppi di espressioni come “non a caso” o “a monte”?

Sulla scorta della propria lingua madre, Freud aderì toto corde all’impostazione eziologica, offertagli dalla formazione medica (ippocratica). Dichiarò le sue carte nell’affascinante romanzo storico L’uomo Mosè e la religione monoteistica. Confessando di essere animato da un “imperativo bisogno di causalità”,[18] distinse tra due verità: materiale (la verità di fatto) e storica o narrativa (la ricostruzione storica). Non sapeva quanto la causalità sia prossima alla casualità. A superare la propria ignoranza Freud non fu molto aiutato dalla lingua tedesca che non distingue tra “probabilità” (probability o chance) e “verosimiglianza” (likelihood), usando per entrambe lo stesso termine Wahrscheinlichkeit. Molto prima di Freud non lo sapeva neppure Aristotele. Gli antichi ignoravano la teoria delle probabilità; assegnavano gli eventi casuali alla dea Fortuna, in sostanza una dea dell’ignoranza (agnosia). Ci vollero Galilei,[19] Pascal e Fermat[20] per formalizzare la nozione di probabilità, all’interno di modelli meccanici che prescindono dalla nozione di causa, come il lancio dei dadi, il gioco delle concordanze o la vita improbabile e precaria del vivente, che basta appena a riprodurre sé stessa e poi muore.

Allora, tornando alle ideologie e ai deliri, non c’è da essere troppo severi con chi li propone e li applica. Pretendono di asserire la verità. Il gioco delle concordanze dimostra che non è una pretesa del tutto infondata. Lasciamo che la dicano, la loro verità, perché spesso, due volte su tre, la dicono per davvero, con buona pace dei maestri che pretendono di insegnare la verità in esclusiva, perché hanno la vera. Ma si sappia che il più delle volte un’ideologia o un delirio – diciamola tutta: una filosofia – sono costrutti veri per caso.[21] Il delirio, che il presidente Schreber codificò nelle sue memorie, disse la verità sulla femminilizzazione del soggetto, un evento regolare, addirittura normativo, dell’evoluzione soggettiva. Il simbolico è fatto così: è inattendibile ma, grazie all’indeterminismo, non è tanto inverosimile da essere silenziato per sempre. L’ontologia, qualunque sia, non potrà mai essere messa dalla parte del torto. Ciò non vuol dire subirla acriticamente come Freud. Hume, che Freud conosceva,[22] può darci una mano contro il principio di ragione ontologica.

L’epistemologo prudente sopporta le ontologie come inevitabile rumore di fondo del suo lavoro. Quando interpreta i risultati, l’ermeneutica ricade di necessità in qualche ontologia, generalmente di tipo insiemistico, dove “essere” si traduce “appartenere”.[23] “Non a caso” (!) il simbolo Î, proposto da Peano per l’appartenenza di un elemento a un insieme, è la prima lettera del greco estì. Il programma insiemistico si svolge all’insegna del motto: “Tu sei, se appartieni a un collettivo”, come l’individuo appartiene alla specie e la specie al genere; l’individuo è all’origine senza qualità,[24] ma “eredita” la qualità (la proprietà caratteristica) dell’insieme di appartenenza. Il credo dell’ontologia insiemistica è: insum ergo sum, quasi una tautologia.

La sirena dell’ontologia insiemistica ispirò anche il lavoro di rifondazione matematica, condotto per quasi mezzo secolo (1935-1983) sulla scia del formalismo hilbertiano dal collettivo di pensiero, prevalentemente francese, intitolato a Nicolas Bourbaki.[25] La ragione della forza dell’approccio ontologico-insiemistico sta in un fattore quantitativo che regola le qualità. Infatti, il numero di qualità cresce esponenzialmente rispetto al numero degli elementi: se gli elementi sono 3, le loro proprietà sono 8; se 4, sono 16, e via duplicando.[26]

C’è una morale, precisamente un’etica, nella teoria indeterministica degli effetti e delle cause sopra abbozzata, che in tempi di pandemia da covid-19 non sembra irragionevole. In proposito ricordo che basta un solo quanto iperenergetico – ripeto, uno solo fotone ad alta frequenza – proveniente da chi sa dove (irgendwoher): dal sole o da qualche lontano cataclisma distante miliardi di anni luce, perché si produca una mutazione in una catena di acidi nucleici e un virus si trasformi da innocuo saprofita in pesante patogeno in grado di effettuare lo spillover dall’animale all’uomo e produrre una pandemia.[27]

Voglio dire che non è bene accapigliarsi per verità ideologiche, in verità le uniche di cui disponiamo. Non vale la pena di sforzarsi a masticare l’insegnamento magistrale per superare i concorrenti della stessa scuola, dimostrando che noi siamo più bravi di loro, o per tappare la bocca agli avversari di altre scuole, dimostrando che loro sono stupidi e noi intelligenti. La scienza non è presuntuosa; non presume di essere nel vero. Il pensiero scientifico è un “pensiero debole”, forse più debole del pensiero secondo Vattimo e Rovatti.[28] Tanto meno pretende convincere gli altri sulla verità della propria verità. Sopporta di essere declassata a tecnica.[29] Galilei fu processato dall’Inquisizione, non processò l’Inquisizione, ma sbeffeggiò fino al sarcasmo l’aristotelismo di Simplicio.[30] La scienza si fa cooperando in collettivi di pensiero, dove, se vogliono, tutti possono riconoscere come falsa la congettura di partenza, per esempio, che esiste l’inconscio, giusto per svilupparla e renderla meno falsa in direzioni che il singolo ricercatore non sa prevedere.

 

 

 

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[1] La matematica è un’opinione. È l’opinione espressa dai suoi assiomi.

[2] Freud (1887-1904, p. 110).

[3] La paranoia post-analitica è uno degli esiti della cosiddetta analisi didattica. La paranoia non è un fenomeno limitato alla psicanalisi. Sin dai primi giorni di pandemia da Sars-cov-2 (presa per banale influenza) circolano teorie complottiste “biopolitiche”, secondo cui il virus (o il panico da virus) sarebbe messo in circolazione dal potere per mantenere sotto controllo la popolazione.

[4] È la matematica a conferire eleganza a una teoria. La teoria di Lacan, pur zeppa di formule, non è elegante, perché non è matematica. Le formule di Lacan non hanno variabili; sono formule magiche o ricette mediche.

[5] Freud (1919, p. 195).

[7] Tout comprendre c’est tout pardonner in Freud (1901, p. 25). Freud precisa che basta la prima parte del proverbio. V. anche Freud (1905, p.112).

[8] “The Courage Not to Understand” in Reik (1945, p. 503). V. anche Reik (1935, p. 279)

[9] Lacan, (1956-57, p. 117 sg.).

[10] Il mio lacanismo ha radici nel transfert che ebbi con la persona di Lacan, le quali vanno più a fondo dei suoi scritti. Si veda il caso di un autorevole allievo di Lacan, Moustapha Safouan, che scrive quel che Lacan non ha scritto.

[11] Freud (1920, p. 32).

[12] Hume (1748).

[13] Aitema, “richiesta”, scrisse Euclide nel I libro degli Elementi (cit. p. 780); Euclide 2007, p. 777.

[14] Proposi l’argomento delle concordanze, che allora chiamavo coincidenze, in Sciacchitano (1980, pp. 301-329).

[15] “Dobbiamo in verità ritenere che la causa di ogni singola malattia consista in quei fattori che, se presenti, ne determinano l’insorgere necessariamente e in modo ben preciso, se invece trasmutano in un’altra combinazione, ne

consentono la cessazione”. (Ippocrate, p. 153; Ippocrate 1965, p. 121).

[16] È una buona approssimazione al finito di un processo con infinite carte.

[17]C’è un sapere nel reale, benché non lo localizzi lo scienziato ma l’analista”. Lacan (1974, p. 307). V. anche Seminario RSI del 18 febbraio 1975.

[18] Freud (1938, p. 214; 1956, p. 156).

[19] In Sulle scoperte dei dadi (1612) Galilei spiegò perché con tre dadi sia più facile fare dieci che nove, benché le rispettive somme (o “triplicità”) siano sei per entrambe le “scoperte”.

[20] Pascal (1654, p. 142 sg.).

[21] Gli statistici parlano di ipotesi zero, come nel gioco delle concordanze.

[22] Freud aveva in biblioteca le opere di Hume sin dal 1879.

[23] Per la connessione tra ontologia e insiemistica v. A. Badiou (1988).

[24] Fu l’intuizione di Musil, romanziere ma anche matematico.

[25] La scelta spiritosa dell’eteronimo di gruppo allude al cognome del generale napoleonico di origine greca Charles Denis Bourbaki, dietro al quale ci starebbe Euclide. Il trattato bourbakista ha un titolo euclideo: Eléments des mathématiques.

[26] La moderna teoria matematica delle categorie di Eilenberg e Mac Lane va oltre l’ontologia dell’appartenenza. Sviluppa l’insiemistica attraverso le corrispondenze (applicazioni) tra insiemi; non ricorre all’appartenenza di un elemento all’insieme. V. Mac Lane (1971).

[27] Lo spiega bene Quammen (2012).

[28] AA.VV. 1983.

[29] Il luogo comune fenomenologico parla di “tecnoscienza”. Si dimentica che la tecnica fu inventata almeno un milione di anni fa da ominidi pre-sapiens, che usavano il fuoco e scheggiavano le asce acheuleane. La scienza moderna ha solo quattro secoli di vita.

[30] Prima di Galilei, Giordano Bruno, per esempio, in De l’infinito, universo e mondi (Bruno, 1584). L’accademico Simplicio riduceva la filosofia al pensiero di un autore. Personalizzare è una tecnica efficiente per prevenire le innovazioni.

 

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24 marzo 2020

 

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