Commenti italiani al conflitto

Commento al testo “La psicoanalisi nella guerra”,

http://www.journal-psychoanalysis.eu/la-psicoanalisi-nella-guerra-una-conversazione-con-colleghi-russi/

Caro Sergio, cari tutti

Non mi siete piaciuti per niente, ma soprattutto l’idea che lo psicoanalista possa dettare legge invece di cercare di comprendere su quale reale si appoggiano punti di vista contrapposti  non mi convince. Anzi mi preoccupa.

Sono stravaccinata e credo che il vaccino abbia salvato la vita di moltissimi me inclusa ma ho molto imparato dai  no vax  che sono in analisi con me. Parliamone.

 

Che dire? Mi dispiace davvero che interrompiate la collaborazione, in questo modo della cosiddetta  via Putin non sapremo altro che ciò che ci propinano i mezzi di informazione sia “nostri” che russi.

Quando ero ancora in analisi l’analista – ben al corrente del mio orientamento politico e a sua volta un uomo di libero pensiero – mi inviò un fascista picchiatore. Ciò che ho appreso nel corso di quell’analisi mi ha resa più attenta ai punti deboli del “nemico”, al fatto che trovarmi all’opposizione non bastava per comprendere la natura inconscia del mio “odio”  messo al sicuro nel mio antifascismo. Per questo sono da considerare filofascista? Ma per favore, o filo Putin? O mi devo sentire davvero rappresentata dalle democrazie occidentali?  Devo dunque non dubitare del punto di vista da cui osservo la guerra tra ucraini e russi? Se così è devo rivedere a fondo cosa vuol dire e quale costo paga chi occupa la posizione dello psicoanalista.

Grazie come sempre per il coraggio con cui fai circolare il pensiero libero perché dubita.

 

Manuela Fraire

psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana

 

01/03/2022
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Qohelet pare che significhi uno che parla in assemblea (che dunque, se posso inferire, rivolgendosi a quelli che già si riconoscono per qualche motivo ‘assemblati’, intenda nel suo prendere la parola trovare se non un consenso almeno una ricezione  sufficientemente ‘consona’ con la comune ‘ragione assembleare’).  Qohelet è allora anche chi, dicendo la  sua in questi ultimi scambi fra noi (persone in qualche modo ‘assemblate’, anche se fortunatamente in modo libero da vincoli formalizzati di appartenenza associativa), lo fa nel presupposto implicito che la propria posizione sia tutta riconducibile alla comune ‘ragione assembleare’, ancorché ovviamente declinata nella propria soggettiva interpretazione.  Perciò l’incipit di Manuela “Non mi siete piaciuti per niente” è di per sé un ‘giudizio’ che merita un’attenzione perfino ulteriore rispetto alla già imponente quetione che lo ha motivato.
Questa premessa ha lo scopo di porre una questione forse scontata, che tuttavia nella particolarissima eccezionale congiuntura che ha attivato questi scambi a partire dal messaggio di Sergio Benvenuto sul suo ‘disssenso’ con i colleghi russi mi è sembrata fin troppo sbrigativamente risolta (in verità da una parte e dall’altra); e che inoltre credo possa essere generalizzata, indipendentemente dal casus belli che l’ha attivata: una qualsiasi ‘ragione asembleare’, compresa dunque la nostra che è quella ‘psicoanalitica’, può avere sempre e comunque la pretesa di ricondurre al suo ‘dominio’ di competenza, per quanto ampio e comprensivo lo si voglia intendere (il che equivarrebbe a dire a una propria Weltanschauung)  non soltanto ogni criterio di spiegazione/comprensione/interpretazione, ma perfino ogni ‘atto’, soprattutto se ‘agito’ da un rappresentante del proprio ‘assemblamento’?  Poiché credo che una risposta sana non possa che essere “no”, allora vorrei dire a Sergio che posso capire la sua reazione ‘personale’, ma che essa ‘eccede’ un qualsiasi corretto ‘setting’ psicoanalitico e che dunque non dovrebbe eseere ri(con)dotta a esso; ho scritto ‘eccede’, non che lo tradisce o non lo rispetta, perché appunto quella posizione concerne Sergio non tanto nella sua personale interpretazione di che cosa sia ‘psicoanalitico’, ma di là (o magari meglio: di qua) da quella.  E vorrrei dire a Manuela che non a caso gli esempi che lei porta sui novax e sui fascisti riguardano situazione interne al ‘dominio’ del lavoro analitico.  Non si  tratta soltanto di rispetto tecnico del ‘setting’, per la semplice ovvietà che quei novax o quel fascista erano andati (anche se magari mandati) da Manuela e dunque erano, con tutte le loro ‘resistenze’ e ‘difese’ disposti al rischio di esporsi almeno all’ascolto dell’A/altro(a).  Come Manuela sa bene, fuori da quella condizione riuscire a confrontarsi adeguatamente non dico con novax e fascisti, ma con stimabili colleghi su questioni relative a livelli di ‘politica’ angustamente ‘istituzionale’ è cosa molto poco probabile.

Porto anch’io un esempio: ho in analisi una persona che a mano a mano, proprio attraverso il lavoro faticosamente compiuto finora, ha ‘scoperto’ che in verità lui non è ‘semplicemente’ omosessuale, ma cerca degli ‘schiavi’ su cui esercitare la sua posizione di ‘padrone’: vorrebbe far soffrire fisicamente e psicologicamente lo schiavo di turno, sottoponendolo alle più brutali umiliazioni: costringerlo a mangiare come un cane nella scodella, versargli urina e feci sul volto e anche in bocca, colpirlo fino a farlo sanguinare con fruste o torturarlo con scosse elettriche…ecc..  Non posso negare che il racconto delle sue fantasie, cui riesce a dare realizzazioni del tutto ‘insufficienti’ rispetto alle sue aspettative (non a caso: è persona intelligente, colta e perfino ‘sensibile’, ma non ha alcuna credibilità, non dico come padrone, ma neppure come maître), mi procura qualche imbarazzo; ma il fatto che lui venga in analisi mi ‘contiene’ in una posizione analitica che giustifica il mio rispetto del  ‘nolite iudicare’.  E non posso negare che ‘fuori’ da questa ‘protetta’ condizione analitica, se mi trovassi a confrontarmi con quelle stesse posizioni la mia reazione sarebbe diversa, senza alcuna ‘preclusione’ connessa alla mia ‘identità’ psicoanalitica.

Ma ovviamente nessuna di queste esperienze analitiche può servire come motivo di confronto con i problemi di lungo periodo, incubati da tempo, complessi, inquietanti e terribili, che hanno raggiunto in questi giorni un livello drammatico di esasperazione. Resta che l’atto (non acting) di Sergio ha chiuso un canale di comunicazione che invece a me, come ha detto già nella mia prima reazione al suo messaggio, sarebbe sembrato giusto provare a mantenere aperto e perciò ora provare a riaprire,

Gianni De Renzis

psicoanalisi della Società Psicoanalitica Italiana

 

02/03/2022

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Cari amici,

ho scelto di scrivere a mente un po’ più fredda, se possibile, rispetto all’inizio di questo dibattito per vedere cosa restava di pensieri incandescenti e affastellati. Resta questo: non credo che la “sacralità” del cosiddetto setting psicoanalitico e della posizione stessa dell’analista sia così sacrale da viaggiare inalterata (mummificata) tra gli accadimenti della storia soprattutto se si tratta di accadimenti come quelli a cui assistiamo. E che, certo a posteriori, sono terribilmente ricostruibili. Il dittatore Putin si era già presentato da molto tempo al mondo, eppure siamo arrivati a questo. Adesso si tratta di fermarlo in qualsiasi modo, anche prendendo le distanze, come ha fatto Sergio, da chi lo sostiene. Non è la stessa cosa stare nelle “nostre comode case” o comodi studi e decidere o meno di analizzare uno psicopatico/sadico/fascista in condizioni, per così dire, normali. Siamo in condizioni eccezionali, e anche se (per ora) continuiamo a lavorare nei nostri comodi studi, siamo già in guerra, piaccia o non piaccia. Non quella (per ora) che vivono gli amici ucraini (a loro tutti i miei pensieri più solidali e affettuosi) ma quella di chi sceglie di essere contro il dittatore Putin e tutto ciò che rappresenta. Non che io sia particolarmente favorevole alle politiche occidentali, anzi, ma adesso è il momento di prendere posizione. Poi possiamo continuare a interrogarci, a riflettere sull’insegnamento di Freud, su Thanatos sempre al lavoro, e così via. Ma non è il momento dell’astensione che rischia di diventare indifferenza.

Un saluto a tutti.

Cristiana Cimino

psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana

03/03/2022
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Sgomenti di fronte ai drammatici avvenimenti dell’Ucraina, dobbiamo anche constatare che l’intera umanità sta attraversando un momento in cui sembra essersi persa una visione del mondo che non sia ispirata solo a obiettivi di dominio dell’uomo sull’uomo, a diseguaglianze atroci, a ingiustizie quotidiane, a diffusi atteggiamenti antiumani, che la civiltà non riesce a rielaborare e superare.

Mi sembra che la minaccia incombente sull’umanità, e che si esprime con tutte le possibili varietà dell’orrore,  sia rappresentata profeticamente dalla poesia di William Butler Yeats che qui di seguito riporto:

 

 

 

 

THE SECOND COMING

Turning and turning in the widening gyre

The falcon cannot hear the falconer;

Things fall apart; the centre cannot hold;

Mere anarchy is loosed upon the world,

The blood-dimmed tide is loosed, and everywhere

The ceremony of innocence is drowned;

The best lack all conviction, while the worst

Are full of passionate intensity.

Surely some revelation is at hand;

Surely the Second Coming is at hand.

The Second Coming! Hardly are those words out

When a vast image out of Spiritus Mundi

Troubles my sight: somewhere in sands of the desert

A shape with lion body and the head of a man,

A gaze blank and pitiless as the sun,

Is moving its slow thighs, while all about it

Reel shadows of the indignant desert birds.

The darkness drops again; but now I know

That twenty centuries of stony sleep

Were vexed to nightmare by a rocking cradle,

And what rough beast, its hour come round at last,

Slouches towards Bethlehem to be born?

(William Butler Yeats, 1919)

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IL SECONDO AVVENTO
Girando e girando nella spirale che si allarga
il falco non può udire il falconiere;
le cose cadono a pezzi; il centro non regge più;
sul mondo dilaga mera anarchia,
l’onda fosca di sangue dilaga, e in ogni luogo
sommerge il rito dell’innocenza;
i migliori difettano d’ogni convinzione, i peggiori
sono colmi d’appassionata intensità.
Di sicuro è vicina qualche rivelazione;
di sicuro è vicino il Secondo Avvento.
Il Secondo Avvento! Appena pronunciate le parole
un’immagine possente affiorata dallo Spiritus Mundi
mi turba la vista: in qualche luogo tra le sabbie del deserto
una forma con corpo di leone e testa d’uomo,
lo sguardo vuoto e impietoso come il sole,
muove lenta le cosce, e tutto intorno roteano le ombre
degli indignati uccelli del deserto.
Il buio scende nuovamente; ma ora io so
che venti secoli di sonno di pietra furono
ridotti a un incubo dal dondolio d’una culla,
e quale mai rozza bestia, giunta alla fine la sua ora,
arranca verso Betlemme per venire alla luce?
(in W.B. Yeats,  La Torre, trad. it. di Ariodante Marianni, 1984,  Milano, BUR).
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Se pensiamo che ci sia qualcosa che non va nel mondo, se crediamo con Yeats che si stia affacciando sul mondo qualcosa di alieno, inumano e sinistramente mortifero per i corpi e lo spirito, per il mondo intero che, così avvelenato dal male, diventa im-mondo, allora dovremmo uscire dalla retorica della guerra, dalle parole che la costituiscono, dai concetti logori e distorti che la governano. È stata colpita una scelta di libertà. In risposta potrebbe attuarsi una svolta che ci rende consapevoli anche di tutti gli altri orrori perpetrati a carico dell’umanità più povera e indifesa, ci unisce e ci motiva a un aiuto concreto contro ogni ingiustizia e la violenza. Che sia il momento di partenza di una rivolta universale contro il negativo che ci sovrasta.
Non è forse il timore di restare senza gas o di altri sacrifici materiali ad averci resi fin qui pavidi o incerti o distratti. Le cose non sono semplici. Mi pare che vi sia stato finora, fra l’altro, il disamore dalla politica e un senso diffuso di inutilità e di impotenza di ciascuno, con l’idea di non poter influire positivamente sulle sorti del mondo: spesso ci siamo sentiti di essere monadi isolate in microcosmi asfittici. Si tratta di questioni che vanno affrontate come parte del male che ci opprime.
Peggio fanno le assolutizzazioni identitarie. Noi in un certo qual modo anche siamo e non siamo ucraini, siamo e non siamo russi o americani, siamo e non siamo italiani ed europei. In quanto esseri umani non dovremmo cadere nella trappola etnonazionalista.
Quanto alla parola nemici, che designa una polarità di contrapposizione binaria, se è vero che l’attacco contro l’Ucraina ci riguarda,  da questo tuttavia non credo discenda che allora i russi sono automaticamente i nostri nemici. Certo senza dubbio ne deploriamo gli atti distruttivi e dobbiamo far sì che essi cessino al più presto. In quanto colpevoli di un’azione esecrabile dobbiamo considerarli intanto subito avversari o nemici della giustizia, della libertà, e quindi soggetti da contrastare e da cui difendersi. Ma considerarli ipso facto nemici ci colloca non sul piano delle legittimità e della civiltà, della possibile ricerca di un terreno di negoziazione, ma della reattività per automatismi in escalation e della ritorsione, di una specie di mistica di guerra, in un’irrazionalità che non ho visto né sentito  come reazione da chi direttamente rischia la vita nei rifugi e nelle città assediate, persone che mi sembrano porsi invece come esempio di lucidità e di lungimiranza, di un visione di pace, pur nella drammaticità della loro situazione. Mi sembra che questo debba spingerci a cercare la pace con la pace e non con le ostilità e gli schieramenti nel loro segno. Non credo nelle formule e nelle frasi fatte, nei giochi di parole che variamente associano e mescolano guerra e politica, e riecheggiano anche non volendo, inerzialmente, un’aneddotica militarista e obsoleta, propria di un mondo passato incline a risolvere le questioni con la guerra, ovvero richiamandosi al suo alone semantico, anche quando si tratta di contrastare una pandemia.
Siamo sull’orlo di un baratro, ma ancor di più siamo perciò nella necessità di far riferimento non a semplificazioni da realpolitik, ma a principi e valori socio-politici, morali, spirituali, culturali, religiosi, democratici, ispirati alla pace e all’eguaglianza, alla prosperità per tutto il genere umano. Siamo invitati a contemplare con semplicità la complessità.
Certo dobbiamo schierarci con decisione e con forza al fianco delle vittime di questa aggressione inaccettabile, ma questo non vuol dire revoca dei nostri principi di civiltà, abbrutimento e appiattimento sulla logica della guerra.
E infine, l’etica della psicoanalisi, che mantiene comunque un suo campo di applicazione, non può risolversi a mio avviso in forme di condanna preliminare rispetto a scelte personali, rispetto alle quali la sospensione del giudizio e la ricerca di comprensione, anche se non di condivisione, mi paiono base del necessario dialogo che porti a un “noi futuro” migliore. Possiamo ancora interrogarci sui motivi per cui Freud, pur senza perdere di vista la dimensione morale, ha sempre rifiutato fermamente di esprimersi come psicoanalista a livello etico, accettando di restare immerso in aporie e contraddizioni ineliminabili, e di affrontarle.
Pietro Pascarelli
psicoanalista
03/03/2022
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Cari tutti,

trovo questo dibattito caratterizzato da una profonda e drammatica verità dettata in parte  dalla nostra miopia di fondo in quanto essere umani e solo in parte per quello che concerne la nostra identità di pensatori. Siamo attratti e sconvolti quando l’angoscia dell’impotenza si fa innanzi senza troppi orpelli e quando i nostri sistemi teorici-difensivi, che  giustificano il nostro sguardo clinico, diventano meno impermeabili al dolore. Non solo siamo impotenti alle prese con Pz inguaribili ( non mi escludo tra questi , che considero i miei migliori collaboratori) e  concordo con tutti voi nel desiderio di restare ancorati, non sommessamente, ai fatti della cronaca attuale,  ma di poter esprimere un nostro motivato parere a riguardo. Il nostro setting interno resta al di là se siamo in studio, in ospedale, o sul Territorio della vita. Non solo con i nostri Pz fanatici che curiamo siamo tenuti ad uno sguardo clinico e intuitivo, ma ritengo che da almeno da un ventennio il mondo psy abbia letteralmente preferito girare le spalle altrove. Già dal 2001 con il crollo delle Twin Towers di Manhattan in World Trade Center  e poi gli eventi folli sostenuti contro gli stati canaglia, a cui ha fatto eco il triste fenomeno terroristico dell’Isis, la crisi economica del 2008, fino all’imbarazzante quanto misconosciuto fenomeno della fuga dei cervelli dai dipartimenti delle scienze naturali ed umane, hanno lasciato Il Vuoto.
> Il pensiero Vuoto lo riconosco come un processo di espoliazione profondo, come perdita di parti scisse e primitive della nostra soggettualità. Su questo terreno la mappa non è il territorio, ed è in questo ambito che si assiste alle più cruenti tragedie umane, non solo della post-modernità ma un triste retaggio che nasce con il gruppo umano.
> Innanzi a ciò pochi di noi hanno proferito parola sulle tragiche scene mondiali prodotte dalle sindromi Psicosociali. Qui in Italia ho travato in Di Chiara , Barale, altri, che si sono occupati delle problematiche del potere in tutte le sue forme, a partire  dal’ emporwment del Leader come feticcio fanatico e come fatto scelto nella  loro collocazione ai vertici di un sociale, espressione di assunti di base di lotta e fuga  nel  gruppo. Questo come coacervo di una socialità sincretica e psicotica, produttore dello svuotamento di senso e di appartenenza delle istituzioni psichiatriche, lasciate nella più totale incuria dei commissariamenti legati alla Spending reew. Un sociale che intercetta la politica e quest’ultima che la plasma per un bene personale autarchico e solitario, ben lontano dalle logiche del Principe di Machiavellica memoria.
> Ritengo che la risposta di Sergio verso la comunità psicoanalitica russa sia una risposta umana che si può comprendere rispetto all’escalation di Putin, che da quel che posso intuire da anni sogna la rinascita dell’URSS. La guerra in diretta e mi riferisco al bellissimo saggio della Prof.ssa Signorelli, Federico II Napoli, relativamente all’invasione dell’Iraq, e la recente guerra informatica sono i genitori putativi di nuove forme di atrocità il cui sviluppo è affidato all’occhio della telecamera e all’hardware del PC. Qui alla sincreticità umana subentra un fattore nuovo, l’intelligenza artificiale deresponsabilizzante il nostro apparato per pensare. Non c’è il mito, la passione o la conoscenza a fare da “raggio d’intensa oscurità” ma l’ombra della nostra distruttività trova una modalità inedita, non pensata nemmeno da Freud in Totem e Tabù e/o nel Disagio della civiltà e ne da Bion, ne da Franco Fornari che sulla guerra ha scritto migliaia di pagine. Non è più la colpa originaria, e ne la sua proiezione paranoica a prendere il sopravvento ma la nostra incapcità di formulare un pensiero assunto come atto di responsabilità.
Pertanto non solo siamo russi, fascisti, comunisti, ma siamo purtroppo fragili e come tali perdiamo il senso del nostro sentire profondo che rispecchi creatività e solidarietà per tutti noi.
Un saluto e un atto di vicinanza ai popoli dei sofferenti.

 

Ciriello Armando

 

Psichiatra e Psicoterapeuta
Ordinario Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo

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Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
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