Intervista a Paolo Fabbri. Che cosa è la semiotica

Stralcio di conversazione a cura di Sergio Benvenuto,

per l’Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, curata da Renato Parascandolo

Parigi, Istituto Culturale Italiano, 1994

 

Professor Fabbri, di che cosa si occupa la semiotica o semiologia?

La differenza fra i due nomi è di carattere storico. Il termine semiotica è prevalente in area angloamericana e russa, mentre in Europa, è stato maggiormente utilizzato il termine semiologia. Comunque, la sinonimia di semiotica e semiologia è generalmente accolta in conformità alla decisione della International Association for Semiotics Studies dal gennaio del 1969.

La semiologia studia il funzionamento dei segni e del loro significato nella vita culturale e sociale. Essa è la scienza dei segni, nel cui ambito rientra anche la linguistica. Tuttavia, possiamo individuare, dal punto di vista applicativo e da quello metodologico, una differenza tra le discipline semiotiche che studiano soprattutto il funzionamento della significazione, e la semiologia più orientata verso lo studio dei linguaggi, delle categorizzazioni segniche, per individuare, per esempio, la differenza tra un segno verbale, un segno visivo, un gesto o uno spezzone di film.

La riflessione sulla problematica del segno, e specialmente del segno linguistico, è una problematica che accompagna tutta la cultura e tutta la filosofia dell’Occidente. Tuttavia, dal punto di vista della costituzione di una disciplina autonoma, con intenti scientifici di classificazione e di conoscenza metalinguistica, la semiotica si costituisce insieme alla linguistica moderna intorno alla fine della Prima Guerra Mondiale. È l’epoca in cui si conclude l’insegnamento di Ferdinand de Saussure. Nello stesso tempo, tuttavia, il successo delle discipline semiotiche, cioè il tentativo iniziale di estendere i metodi con cui la linguistica studia il linguaggio ad altri sistemi segnici, risveglia l’interesse per gli studi filosofici e linguistici precedenti alla scoperta saussuriana. C’è oggi una corrente molto feconda di studi nell’ambito delle ricerche semiotiche e filosofico-linguistiche che risalgono fino alla cultura greca.

Oltre a Ferdinand de Saussure una figura centrale è quella di Charles Sanders Peirce, fondatore della semiotica negli Stati Uniti. Peirce è forse il più grande filosofo pragmatista americano, fondatore di una tradizione filosofica che continua fino ad oggi.

Peirce, oltre ad essere un grande epistemologo, un grande teorico della scienza e della conoscenza, è stato, infatti, anche un semiologo.

 

Quali sono le caratteristiche fondamentali della semiotica elaborata da Ch. S. Peirce?

 

Peirce è interessato anzitutto ai problemi della conoscenza e quindi concentra la propria attenzione su questioni di tipo classificatorio, ma anche su modalità epistemologiche e gnoseologiche.

A differenza di Saussure, Peirce, in quanto filosofo, è maggiormente consapevole della possibilità di un approfondimento delle implicazioni filosofiche della semiotica. In accordo con la sua gnoseologia, infatti, elabora il concetto di segno sulla base della nozione di trasferimento e di inferenza. Per Peirce un segno è una cosa che sta al posto di un’altra sotto qualche rispetto o qualche altra proprietà. In altri termini, il segno è sempre relazionale, poiché rimandando a qualcosa d’altro, dà vita a una relazione triadica tra l’interpretante, l’oggetto referente e il segno stesso. Per passare da un segno ad un altro segno sono necessarie delle operazioni cognitive, delle inferenze. Emerge da qui il parallelo con la gnoseologia: secondo Peirce, infatti ogni dato della nostra conoscenza è frutto di un’inferenza, vale a dire non viene acquisito in modo intuitivo, immediato, ma è il prodotto di un ragionamento.

Così, per quanto riguarda l’esperienza sensibile, Peirce afferma che noi possiamo percepire qualcosa solo se possediamo il termine corrispondente e se compiamo un’opera di classificazione, ipotizzando che il dato in questione sia simile agli oggetti classificati in passato con le stesse caratteristiche. I dati dei sensi, quindi, secondo Peirce, hanno senso per noi solo in quanto frutto della nostra attività inferenziale. La teoria peirciana è una teoria della trasposizione tra segno e segno: il significato non è intrinseco, ma soltanto traspositivo. Attraverso un ripensamento delle modalità aristoteliche dell’inferenza, come la deduzione e l’induzione, Peirce arriva a definire come specificamente semiotiche le operazioni del pensiero di tipo «abduttivo», in cui, senza partire né da leggi generali per arrivare a fenomeni particolari, né da fenomeni particolari per inferire leggi generali, con un meccanismo combinatorio a carattere ipotetico-deduttivo, si cerca di passare da un segno all’altro, anticipando a volte delle leggi generali ipotetiche e poi verificandole.

Per Peirce, quindi, il ragionamento abduttivo, costituisce una forma di inferenza distinta dalla deduzione e dall’induzione. L’abduzione dall’effetto deriva la causa probabile. È una sorta di ragionamento ipotetico che muovendo dalle conseguenze formula l’ipotesi in grado di spiegarle. È importante per la sua utilità euristica, poiché produce conoscenze nuove. La logica abduttiva è, quindi, una modalità conoscitiva valida nell’esperienza quotidiana, ma è anche la base del lavoro scientifico e di conseguenza rientra in ogni processo di semiosi o processo segnico. Ogni inferenza è infatti un processo di interpretazione.

Un esempio di induzione classica è il seguente: “tutti i corvi che abbiamo incontrato fino ad oggi sono neri”. Sfortunatamente se qualcuno ci porta un corvo bianco, magari per ragioni di inquinamento, la legge cade immediatamente. Quindi la pretesa di verità dell’induzione è limitata a una smentita a cui ci conduce anche un unico contro-esempio.

Un tipo di ragionamento abduttivo può essere, invece, il seguente: “se qui vi è della cenere, vi deve essere stato anche del fuoco.” Da una proposizione particolare, attraverso un principio generale implicito (il fuoco produce calore), si arriva alla causa probabile dell’effetto constatato.

Si tratta di un modo di giungere alla verità non per via gradualmente induttiva, ma partendo da alcuni dati ancora insufficienti, per fare l’ipotesi di una legge generale tornando poi nuovamente, con essa, a provare i dati.

 

 

Mentre la semiotica, nell’area angloamericana trova in Peirce un punto di riferimento fondamentale, quale è l’orizzonte culturale da cui si è sviluppata la semiologia?

 

La semiologia si sviluppa da un contesto culturale differente rispetto a quello della semiotica peirciana e la convergenza tra i due modi di studiare il mondo dei segni costituisce un vero problema. La semiologia, infatti, parte da una base linguistica e si definisce, almeno nelle prime applicazioni, quelle, ad esempio, di Roland Barthes, come una translinguistica, cioè come un modo di applicazione di categorie del linguaggio ad altri sistemi di segni, per renderli intelligibili. Secondo Barthes la semiologia è parte della linguistica e non viceversa, sicché ogni sistema semiologico ha a che fare con il linguaggio.

Si parla, quindi, di una sintassi dell’immagine per definire i modi di relazione che le immagini intrattengono fra loro e si adotta la nozione di metafora, elaborata all’interno di una teoria linguistica allargata, per estenderla alla gestualità.

Il primo movimento semiologico è dunque un movimento di estrapolazione e di estensione delle conoscenze linguistiche a diversi sistemi di segni. Si tenta, in maniera molto forzata, di applicare, analogicamente, a sistemi di espressione diversi dal linguaggio, categorie elaborate dal linguaggio. Per esempio, in questa prospettiva, è lecito chiedersi se esistono dei «cinemi», come esistono dei «fonemi»: è possibile domandarsi se esistono, cioè, delle unità visuali del cinema identiche alle unità sonore del linguaggio. Evidentemente si tratta di operazioni speculative ipotetiche che vanno sottoposte a smentita e a verifica.

Per un lungo periodo questo tipo di ipotesi di verifica translinguistica ha avuto un ruolo centrale. Questo significava che, in questo ambito semiologico, ogni segno veniva trattato più o meno come una parola, anzi, per essere più precisi, come un elemento del lessico, perché la semiologia intendeva essere una lessicologia di segni e, quindi, applicava prevalentemente alla lingua nozioni di tipo lessicale.

Uno sviluppo radicale della semiologia è costituito dalle teorie narrative. Non si tratta soltanto di una ipotesi letteraria: si può sostenere che nella relazione linguaggio-realtà, segni-realtà, il problema fondamentale non sia quello della relazione tra un segno, una parola, e il reale, ma che l’atto di riferimento, che coi segni e col linguaggio noi compiamo rispetto alla realtà, è un atto che viene compiuto eminentemente a livello di atto segnico o di atto linguistico. La referenza passa attraverso azioni linguistiche di riferimento, che sono molto diverse dalle parole.

 

 

Può parlarci dell’analisi narrativa?

 

L’analisi narrativa è cominciata in semiotica con l’opera di Ajuraguerra Greimas, un semiologo lituano che viveva in Francia. Greimas ha applicato una tecnica di ricostruzione logica che sviluppava le riflessioni di Vladimir Propp, un folklorista russo. Vladimir Propp, in una serie di fiabe incentrate sul tema «persecuzione della figliastra», aveva rilevato che il personaggio incontra nel bosco, in diversi racconti, prima Gelo, poi il genio dei boschi e infine l’orso. Egli si accorse che si trattava, in fondo della stessa favola, perché «Gelo, il genio del bosco e l’orso» compiono in forma diversa una identica azione. Da qui la scoperta del concetto di funzione, ossia, secondo Propp, «l’azione del personaggio dal punto di vista del suo significato per l’andamento della narrazione». Propp intendeva stabilire che, nelle fiabe di magia, le funzioni sono gli elementi stabili e costanti, indipendentemente dall’identità dell’esecutore e dal modo di esecuzione; che gli altri elementi sono variabili; che le funzioni sono 31 e la loro sequenza cronologica è sempre identica.

Greimas ha riorganizzato questa tipologia empirica e ha tentato, con la sua analisi del racconto, di estrapolare una serie di comportamenti, di azioni e di interazioni, che sarebbero antropologicamente generali.

Questa operazione è stata di grande importanza, soprattutto perché ha distaccato la problematica della significazione dall’aspetto lessicale o translessicale, ponendola deliberatamente al livello di una sintassi degli elementi del significato, costituita dalle regole di azione, che legano fra loro le componenti narrative. Spostare l’accento dagli elementi segnici, dalle loro articolazioni per codici, cioè per paradigmi costruiti per sostituzione, alla combinatoria degli elementi, ha rappresentato, secondo me, un progresso considerevole persino per la definizione del riferimento. L’atto di riferimento al mondo non è più considerato un atto per cui da una parola, da un segno si rinvia alla cosa, ma un atto configurante, come direbbe Ricoeur, per cui un’organizzazione di senso, narrativamente articolata, rinvia a un mondo.

 

 

Professor Fabbri, quale è il significato della distinzione, nella linguistica moderna, fra «sintagmatico» e «paradigmatico»?

 

Il nostro modo di esprimerci è di tipo sequenziale. Le parole che io pronuncio, momento dopo momento, non sono più presenti nel discorso e il mio discorso si configura, quindi, come una sequenza di segni il cui significato appare a posteriori.

Un altro modo di organizzazione del segno è quello analitico che scompone la sequenza del discorso e l’organizzazione di categorie che, per esempio, permetterebbero, dopo una lunga conversazione, di classificare tutti gli aggettivi, tutti i verbi, tutti i nomi che vengono usati. In questo caso, tutte queste categorie sintattiche sarebbero dei paradigmi che formerebbero le «riserve», all’interno delle quali si può scegliere per disporle sintagmaticamente.

Il linguaggio implica, quindi, due assi: l’asse della concatenazione è l’asse sintagmatico, l’asse della sostituzione è l’asse paradigmatico.

Quello del paradigma è un fenomeno molto importante: la nostra conoscenza linguistica è infatti di tipo paradigmatico. Noi abbiamo una serie di conoscenze di tipo paradigmatico e la sintassi è in qualche misura un tipo di creazione, di ritmo, cioè di disposizione, di scansione e di processo, che introduce nuove relazioni di senso sui paradigmi, che sono a nostra disposizione e che costituiscono in qualche misura, come diceva Saussure, il «tesoro» della nostra lingua.

 

 

Perché il destino della semiotica sembra legarsi in modo stretto alla fase strutturalista delle scienze umane? Può spiegarci inoltre il ruolo della nozione di «opposizione» nella semiotica?

 

La semiotica è una disciplina che, studiando i metodi di costruzione e di disposizione del significato, considera le scienze dell’uomo come proprio oggetto di riflessione privilegiato. Ma essa rivolge il suo interesse anche alle scienze naturali. Poiché, infatti, l’oggetto della semiotica è il linguaggio, è possibile analizzare anche il modo in cui la realtà viene descritta dalle scienze naturali. In ogni caso, tutti i fenomeni di costruzione e di significazione possono essere soggetti a un trattamento semiotico.

La base di incontro della semiotica con lo «strutturalismo» è legata alla natura di quest’ultimo: esso si è definito, intorno agli anni Sessanta, come una disciplina che comincia a dare maggiore attenzione al punto di vista paradigmatico, piuttosto che a quello sintagmatico. Questo significa che, poiché l’asse linguistico paradigmatico indica l’insieme di unità che intrattengono tra loro un rapporto virtuale di sostituibilità, il concetto di struttura mette in evidenza come l’aspetto fondamentale dell’oggettività sia dato dall’insieme di relazioni (struttura) che gli oggetti intrattengono gli uni con gli altri.

La semiotica, tuttavia, è subito apparsa come una disciplina più ambiziosa, ma in un certo senso più limitata. Più ambiziosa, perché porsi la questione del significato vuol dire ripensare gran parte della riflessione filosofica sulla costituzione del senso. Ecco il motivo per cui parte della semiotica ha preso un andamento filosofico. C’è oggi una filosofia del segno che non utilizza le nozioni tecniche dell’analisi degli strumenti semiotici, come c’è una filosofia del linguaggio che ignora nella maniera più assoluta le categorie costruite dalla linguistica.

Una seconda impostazione della semiotica intende, invece, costituirsi come una metodologia per le scienze dell’uomo, come un metodo che procura delle organizzazioni concettuali, costruite a partire dai risultati e dalle scoperte nelle scienze dell’uomo: psicoanalisi, antropologia, sociologia, psicologia. Essa utilizza queste scienze dell’uomo come fonti di concetti, che possono essere organizzati in modelli e poi applicati nuovamente, con criteri di scoperta, alle scienze umane. Da qui si genera una gerarchia che può essere descritta facilmente in questo modo: la riflessione semiotica ha un indirizzo teorico, metodologico e applicativo. Il livello applicativo si rivolge alla conoscenza dei testi, anche quelli gestuali, visivi e cinematografici. Un livello superiore, metodologico, rende coerenti fra loro i metodi delle applicazioni, mentre il livello teorico riflette sulle categorie fondamentali che sono all’opera nel riconoscimento di questi metodi.

La semiotica è una disciplina fondata sulle relazioni; le grandi categorie logico-relazionali costituiscono perciò caratteri privilegiati del suo trattamento. La dimensione sintagmatica privilegia la relazione sequenziale, mentre la struttura paradigmatica privilegia le opposizioni. Sulla natura e sulla complessità di queste opposizioni sono stati costruiti discorsi filosofici che le fondano o le revocano, ma anche strutture metodologiche che consentono di organizzarle e di semplificarle. Per esempio, l’investimento oppositivo, per cui il bianco e il nero sono opposti, viene immediatamente sfumato se si pensa che ci sono categorie come il non-bianco e come il non-nero, oppure che ci sono categorie che possono permettere di riunire insieme categorie come «né bianco né nero» o «bianco e nero». Sarebbe perciò un errore dire che la semiotica è una disciplina binaria: i principi delle opposizioni sono binari, ma gli sviluppi e le applicazioni metodologiche vanno molto oltre.

 

 

Il concetto di «sistema» ha avuto un grandissimo successo nel nostro secolo, anche al di fuori della linguistica e della semiotica. Qual è il significato della nozione di «sistema» in semiotica?

 

La tesi fondamentale della semiotica è che non c’è mai un solo sistema, ma in una società la significazione è caratterizzata da diversi sistemi che sono in condizione di reciproca trasposizione e traduzione. Questa versione della semiotica è, a mio avviso, capace di conservare gli aspetti di organizzazione sistemica del linguaggio e di rendere conto, al tempo stesso, della complessità di interazione e traduzione tra i vari tipi di codici.

Sistema e codice non sono la stessa cosa, il sistema può essere puramente paradigmatico. Per esempio tutte le consonanti della lingua italiana sono un sistema, eppure non c’è incluso in questo sistema la regola secondo la quale in italiano non si può mettere la «n» davanti alla «p». L’introduzione di questa regola fa parte del codice, ma non è sistemica. Per la definizione del sistema sono sufficienti criteri distintivi, mentre per capire cos’è un codice è necessario introdurre le regole di combinazione. In altri termini, la semiotica studia simultaneamente l’aspetto paradigmatico e l’aspetto sintagmatico, cioè l’aspetto di disgiunzioni categoriali, ma anche le regole di compatibilità e incompatibilità combinatoria. Inoltre, la semiotica studia lingue naturali, sistemi di segni naturali, come la gestualità dei sordomuti. È evidente che lo studio di sistemi di segni naturali provoca un’alterazione radicale della conoscenza, perché una lingua non è solo un sistema, né un codice, ma un sistema di sistemi, anzi un codice di codici.

All’obiezione che la semiotica si occupa anche di racconti o testi letterari, che non sono sistemi naturali, si può rispondere che i testi, che si producono con la lingua, anziché, per esempio, con un balletto, con i gesti e con la musica, sono comunque costruiti sulla base della lingua naturale e quindi, inevitabilmente risentono di una organizzazione categoriale della lingua naturale. Nella poesia, ad esempio, le regole di traduzione, ma anche di violazione poetica, tengono conto necessariamente delle regole di prosodia naturale della lingua.

 

 

Che cosa è un «metalinguaggio»?

 

Per «metalinguaggio» si intende la costruzione di un linguaggio descrittivo che rende conto dei fenomeni del significato. Il metalinguaggio è, quindi, una lingua il cui piano del contenuto è già una lingua. Per esempio, quando si dice: «Mosca ha due sillabe» e «Mosca ha sette milioni di abitanti», la differenza fondamentale è che quando diciamo «Mosca ha sette milioni di abitanti», parliamo proprio della città, mentre quando diciamo «Mosca ha due sillabe», parliamo del termine «Mosca», che è composto di due sillabe.

Ogni discorso sulla lingua è metalinguaggio. Abbiamo bisogno di categorie per parlare della lingua. Dire, per esempio, che noi parliamo con parole è già metalinguaggio: le parole sono il modo con cui noi parliamo, solo perché abbiamo deciso che queste parole sono distinguibili. Le categorie di sintassi, grammatica, morfologia, lessico sono state costruite nell’Europa occidentale da millecinquecento anni e hanno, quindi, assunto un grado di alta naturalezza.

La caratteristica fondamentale del linguaggio rispetto al metalinguaggio è che il linguaggio naturale non ha bisogno di «interdefinizioni». Il metalinguaggio, invece, deve essere interdefinito: ogni elemento del metalinguaggio deve avere, rispetto a un altro, una distinzione significativa che lo renda intelligibile rispetto all’altro. Il metalinguaggio è, quindi, un livello in cui la lingua si interroga su se stessa. Il nostro linguaggio non sarebbe omogeneo se non avessimo delle categorie interne a esso che lo possono rendere intelligibile. Questa è una delle caratteristiche straordinarie della lingua: di essere nello stesso tempo la grande fonte delle categorie per pensare se stessa.

 

 

Per quale motivo lo studio semiotico di alcuni sistemi di testi visuali, di immagini e di comportamenti gestuali, è reso possibile dal comune denominatore della lingua?

 

È evidente che la lingua verbale possiede la caratteristica di una superiore intelligibilità perché si è sviluppata in maniera particolare nella nostra cultura e ha «delegato» una sua parte alla sintassi, deputando un certo numero di segni linguistici all’organizzazione dei segni stessi. Tuttavia questo non è completamente esatto, prima di tutto perché esistono altri sistemi di comunicazione altrettanto importanti dal punto di vista del significato: il significato non è solo cognitivo, concettuale, ma anche affettivo. Si può dire, per esempio, che un’altissima quantità di significato passa attraverso l’odore con la sua specifica organizzazione.

D’altra parte, lo studio dei linguaggi dei sordomuti ci ha insegnato che alcune categorie grammaticali fondamentali, che noi credevamo caratteristiche delle lingue, come il tempo o l’aspetto, si ritrovano anche nei linguaggi dei sordomuti. Naturalmente, il linguaggio dei sordomuti potrebbe avere queste caratteristiche proprio perché ha dovuto adattarsi all’assenza del linguaggio verbale.

Tuttavia, è ipotizzabile che alcune categorie come tempo, spazio, aspetto, soggettività, che noi abbiamo messo a punto riflettendo sul linguaggio verbale, siano, in realtà, molto più profonde: potrebbero essere categorie generali di tutti i sistemi di segni, che si sono configurate in modo particolare nel segno linguistico.

Quanto poi agli altri sistemi di segni, si tratta di studiare quali sono i loro fondamentali meccanismi di significazione. Faccio un esempio che mi è sembrato sempre persuasivo: esiste, nella struttura della narratività verbale una base minima che è, per esempio, la qualificazione iniziale dell’eroe a cui segue un’azione fondamentale e molto spesso un terzo momento di glorificazione. Questa struttura, che è soggiacente a milioni di racconti, si ritrova nell’assaggiare il vino: quando si assaggia il vino, si sente che c’è una preliminare apertura, c’è una «testa» del profumo, che rende competente il naso, poi arriva il corpo, l’odore vero e proprio e, sullo sfondo dell’odore, appare a volte una coda, che si qualifica rispetto all’odore precedente.

Il profumo è dunque un segno dotato di significato, che non si esprime in forme lessicali, ma in configurazioni narrative. Possiamo domandarci se, quando facciamo queste operazioni con il profumo, non stiamo soltanto estendendo ad esso le regole della narratività linguistica. Sono invece del parere che la struttura narrativa possa essere espressa con parole, come con l’espressione del sapore e dell’odore: odore, suono e sapore sono categorie espressive di configurazioni di contenuto semanticamente più profonde, di cui il linguaggio ha soltanto sviluppato in modo particolare una sua propria strategia.

 

 

Gli studi semiotici hanno avuto un grande influsso, soprattutto in una certa epoca, sulla critica letteraria. Come è potuto avvenire questo connubio e fino a che punto esso è stato sviluppato?

 

Se la semiotica di impostazione peirciana, epistemologica e inferenziale, non ha connessioni con la linguistica e con la critica letteraria, lo studio della lingua e delle configurazioni linguistiche più complesse è stato invece al centro dell’attenzione della linguistica. Linguisti come Roman Jakobson e Roland Barthes hanno avuto un ruolo decisivo nella costituzione della disciplina semiotica, ereditando la metodologia della grande filologia ottocentesca.

Per definire la specificità del poetico si è partiti molto spesso dalla letteratura come modo più complesso e specifico della definizione della problematica del senso. Per Jakobson, la poeticità, cioè l’uso del linguaggio nel più complesso dei propri impieghi, è la totalità del linguaggio, mentre il linguaggio naturale, il linguaggio comune, non è altro che una riduzione di queste possibilità. Mentre la poesia è stata sempre definita come uno scarto rispetto al linguaggio normale, l’ipotesi jakobsoniana definisce la poeticità come la lingua nel suo più totale dispiegamento e il linguaggio normale come una sottrazione rispetto a questa poeticità.

L’impostazione, che era quella di studiare, all’interno della struttura poetica e discorsiva, l’insieme dei fenomeni di significato, è rimasta per lungo tempo come uno dei metodi che un certo tipo di semiotica, non epistemologica, non cognitiva e non inferenzialista, ha sviluppato. Questo tipo di semiotica, molto interessata ai testi letterari, si è occupata in modo particolare della metafora, come una modalità complessa del funzionamento del linguaggio. Gli studi letterari hanno accolto questo tipo di impostazione, ma tendono comunque a utilizzare la semiotica non come una teoria generale della significazione, ma come una serie di strumenti, che vengono affiancati ad altri, per contribuire a una migliore spiegazione di un testo.

La semiotica, invece, si pone in una posizione completamente diversa: essa va a cercare dentro alcuni funzionamenti testuali se esistono delle categorie o dei processi di significazione, che può integrare nel proprio bagaglio concettuale.

Tuttavia, i sistemi di segni macroscopici, cioè organizzati in maniera più complessa rispetto al lessico, sono, a mio avviso, di grande importanza, perché spostano la problematica della significazione da una questione di tipo corpuscolare, per usare una metafora scientifica, a un punto di vista ondulatorio. Il testo non viene più visto come l’insieme dei suoi elementi singoli, come nella prospettiva costruttivistica, ma viene, invece, considerato dall’inizio come configurazione di senso complessiva, che viene analizzata sempre più dettagliatamente, fino ad arrivare agli elementi più semplici. Questa è un’impostazione a cui la semiotica è giunta grazie agli studi letterari dei testi più complessi. Essa ha acquistato la consapevolezza che è inutile tentare di costruire il linguaggio della letteratura con delle analisi linguistiche elementari: bisogna partire da configurazioni globali di significato e poi procedere ad analisi più sottili. Tuttavia, io credo che le due semiotiche, quella inferenziale di Peirce, e quella più narrativa possono incontrarsi con esiti fruttuosi.

 

 

Esistono aspetti di convergenza tra la semiotica inferenziale di Peice e quella narrativa?

 

Oggi le due semiotiche hanno tendenza a divergere in maniera consistente e producono due epistemologie a volte conflittuali, che si rifanno a filosofie fondatrici molto lontane fra loro.

Questo è comunque un sintomo positivo della vitalità della semiotica contemporanea. Come la coesistenza di due lingue si è sempre risolta in un arricchimento reciproco, quando non è terminata nello sterminio e nell’esclusione, così mi sembra che la presenza di almeno due lingue all’interno del sistema semiotico sia di grande utilità rispetto alle possibilità di conversioni, di trasformazioni, di reciproche traduzioni.

La possibilità di utilizzare il concetto di narratività con scopi inferenziali-epistemologici è un ottimo esempio di proficua collaborazione tra le due lingue attuali della semiotica. Il concetto di esperimento concettuale, di Gedankenexperiment, è proprio l’esempio classico di una narrazione scientifica. Si tratta di un esperimento compiuto con mezzi puramente verbali in cui si configura narrativamente una situazione, la quale viene sottoposta a modifiche dal punto di vista narrativo, che hanno valore di esperimento. Sono esperimenti concettuali che hanno lo stesso valore conoscitivo di un esperimento reale.

Un altro aspetto di convergenza tra le due semiotiche potrebbe essere costituito dalla metafora. La metafora è chiaramente un sistema di relazioni, in cui due segni sono in qualche misura commutabili secondo alcune loro proprietà, ma non interamente e non reversibilmente. Dire che «una donna è una rosa», significa che può essere fresca e giovane, persino che abbia delle spine, non necessariamente che venga coltivata attraverso sistemi di concimazione. Questo significa, in qualche misura, che è possibile dimostrare che la metafora ha valore inferenziale, cioè ha un valore argomentativo, esattamente come un’argomentazione, e che le argomentazioni possono, in qualche misura, essere trasformate in metafora.

Non è un caso che quando Bateson parla di abduzione, non ne parla in termini di inferenza, ma in termini di parallelismo spostato: secondo lui è abduttiva quell’operazione che mette a confronto due scienze, due livelli della conoscenza della stessa scienza. Questa forma di parallelismo è spostata nel senso che arricchisce o impoverisce uno dei due livelli. In altri termini, Bateson vede l’abduzione come una metafora che può impoverire o arricchire la conoscenza, mentre Eco o Peirce vedrebbero nell’abduzione un’operazione puramente inferenziale.

Alla famosa metafora dell’atomo di Lord Kelvin, che lo vedeva come una specie di piccolo microsistema solare, con un nucleo e con gli elettroni che girano intorno come piccoli pianeti si è sostituita quella dell’atomo come un campo da biliardo, dove i movimenti sono molto più casuali. Tuttavia, come afferma Kuhn, forse non tutte le possibilità di scoperta della metafora di Lord Kelvin sono state ancora utilizzate. In altri termini, persino le metafore morte possono essere riattivate a funzione conoscitiva. Ora, se questo è vero, almeno sul piano epistemologico e conoscitivo, una possibilità di conversione tra metafora e argomentazione sembra possibile. Ciò costituirebbe un altro ponte tra le due lingue della semiotica: quella inferenziale di Peirce e quella narrativa.

 

 

Che cosa intende essenzialmente l’ermeneutica con l’espressione «fusione di orizzonti»?

 

Per l’ermeneutica un testo non ha un significato in sé, ma ha un significato eminentemente ideologico. La ricezione ha un ruolo costitutivo. Quindi, per un certo periodo, l’ermeneutica ha discusso polemicamente le impostazioni semiotiche e strutturaliste secondo cui il testo viene considerato una unità di significazione articolabile, indipendente da qualunque lettura.

Credo che questa critica sia stata accettata e integrata. La semiotica oggi non si interessa più soltanto della strutturazione interna dei segni e della loro organizzazione di testi, ma ha integrato, in maniera a mio avviso fondamentale, le posizioni dell’enunciazione, cioè di colui che parla in un testo, e di colui che riceve. In altri termini, un testo è un simulacro della posizione di «fusione di orizzonti». Un testo è anch’esso una fusione di orizzonti, nella misura in cui prevede una posizione di enunciazione e anche, in qualche misura, una propria lettura.

La differenza fondamentale tra l’ermeneutica e la semiotica è, secondo me, una differenza di livelli di metalinguaggio, cioè di livelli descrittivi. L’ermeneutica è una disciplina che si interessa del fondamento filosofico e trascendentale, del livello filosofico e del livello teorico. La semiotica può accettare alcune grandi categorie dell’ermeneutica, alla condizione che si mantenga il suo apporto fecondo: il tentativo di articolare teoricamente e metodologicamente in che cosa consiste questa fusione di orizzonti. La definizione di fusione di orizzonti fa parte dell’elaborazione filosofica dell’ermeneutica, mentre il concetto di enunciazione, cioè la struttura di emittente e ricevente e la loro reciproca articolazione come possibilità della loro fusione è un contributo teorico della semiotica.

La necessità di passare dalla filosofia ai testi mi sembra oggi garantita. L’articolazione applicativa, i concetti metodologici, la distribuzione e la verifica teorica devono essere resi compatibili con la dimensione filosofica. La filosofia ha bisogno della semiotica per un accesso corretto ai testi, la semiotica ha bisogno della filosofia per la fondazione della organizzazione teorica del proprio ambito conoscitivo.

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17/06/2020

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059