Diego Napolitani (1927 – 2013)
Gruppoanalista, psichiatra, già membro di EJP

  Foto di Giuseppe Prina

La morte di Diego Napoliani è avvenuta il 9 luglio di quest’anno, più di due mesi sono trascorsi, eppure ancora non mi è facile proporre pubblicamente un ricordo. Non mi è facile sceverare ciò che interessa soltanto me, la mia sfera privata, da ciò che interessa voi che mi leggete. La morte dell’altro ci coglie sempre impreparati, anche se ci si limita al ricordo del nostro affetto per chi non c’è più.

Prenderò spunto a partire da una domanda che, sere fa, ci animò nel dopocena casalingo con amici e colleghi, tutti appartenenti alla SGAI, l’associazione fondata da Diego e di cui è stato sempre l’indiscusso leader. Una di quelle domande che non sarebbero mai proposte in circostanze ufficiali perché, di per sé, era insensata; talvolta, però, è proprio a partire da una apparente impertinenza che può prendere corpo una questione interessante. Un collega, riferendosi alle numerose citazioni che Diego, nel corso della sua vita, ha fatto sia di Nietzsche che di Heidegger, chiedeva: «Vattimo sostiene che l’opera di Heidegger è la continuazione dell’opera di Nietzsche – e in accordo con essa. Io la penso diversamente, a me sembrano personaggi divisi da un’idea diversa della storia come della vita. Ebbene, tra i due a chi assimilereste maggiormente Diego Napolitani?»

Proverò a proporvi un mio ricordo proprio a partire da un punto che unisce e divide i tre personaggi in questione; ma, in questa circostanza, non ne vedrò tanto il risvolto scientifico, quanto il versante più personale. Mi rifaccio dunque all’esergo che Heidegger pone in cima al suo Nietzsche, opera composta dalle lezioni e da altre ricerche e conferenze successive alla pubblicazione di Sein und Zeit. La citazione è tratta da La gaia scienza:

“la vita … più misteriosa – da quel giorno in cui inaspettato venne a me il grande liberatore, quel pensiero cioè che la vita potrebbe essere un esperimento di chi è volto alla conoscenza.”

A partire da questa citazione si potrebbe porre un’altra domanda. Nel tracciare questo esergo a chi si riferiva Heidegger? Ad un suo progetto o a quanto auspicato in vita da Nietzsche? E, in ogni caso, come intendere il termine “vita”? Limitarla alle avventure di carattere filosofico o estenderla alle frequentazioni, agli amori, insomma a tutta l’esistenza? E possiamo, audacemente, porci questo stesso interrogativo per ricordare Diego?

Ebbene, senza negare che Heidegger abbia sempre cercato di condurre una vita da filosofo, tuttavia dobbiamo ricordare i suoi legami non sempre chiari con il mondo cattolico, la prudenza che ha contraddistinto la sua unione matrimoniale, la segretezza della sua relazione con Hannah Arendt, la sua adesione al nazionalsocialismo, e così via. Al confronto sembra proprio che, invece, Nietzsche, nel parlare di “vita”, la intendesse tutta intera e con minori riserve, la vivesse con più spregiudicatezza e con una passione più libera. Ed infatti cosa è l’aforisma 324 della Gaia Scienza da cui è tratto l’esergo? Una riflessione filosofica, una confessione  come si fosse prossimi alla morte, una confidenza ad un amico?

Dirò allora che un aspetto che ha contraddistinto la vita e la professione di Diego Napolitani è stato proprio l’assenza di una netta separazione tra i due campi, tra la vita concreta e la vita filosofica. Con ciò non nego che ci siano differenze tra i modi di Nietzsche e di Diego, ma, così come Nietzsche scrisse che bisogna servire la storia, così, potremmo aggiungere, Diego ha voluto sempre servire la vita. Cioè, ha voluto fare in modo di viverla pienamente ed autenticamente, non già rifacendosi a ciò che si dice debba essere o alle convenzioni che per lo più ci guidano nel viverla, ma scavando in ciò che poteva trovare compimento nelle sue scelte; un umanesimo decostruito con ferma ostinazione. «Non posso parlare di libertà con i miei pazienti se non sono io stesso ad andare alla sua ricerca», mi disse una volta. E così, citando prima Neruda e poi Claudio Magris, ricordava che se è vero, come canta il poeta,  che è per nascere – ovvero: rinascere – che siamo nati, è altrettanto vero, come scrive il saggista triestino,  che “nascere è più terribile, più violento e più assurdo che morire”. e, ben consapevole di quanto sia difficile rinascere, sapeva essere molto vicino a quanti  mostravano di voler rinascere a nuova vita.

«E chi saprebbe ridere e vivere bene, senza intendersi prima di guerra e di vittoria?» Così si chiude l’aforisma di Nietzsche il quale, aiutandomi a superare le mie difficoltà a raccontarvi di Diego, mi fa ricordare come egli abbia vissuto la sua vita come un impegno da “vivere gioiosamente” o una battaglia di cui “gioiosamente ridere”. I suoi occhi azzurri, sin dal nostro primo incontro in una luminosa giornata settembrina di 36 anni fa,  mi sono sempre apparsi carichi di passato e instancabilmente rivolti al futuro. Ogni tanto traspariva una sua impazienza, quasi volesse abbreviare il tempo dell’attesa, come un tenero invito a se stesso e ai suoi interlocutori ad avere fiducia.

«La vita non mi ha disilluso.» Questo l’esordio che dà all’aforisma un’aria da congedo, e questo è lo stato d’animo che caratterizzò gli ultimi mesi della vita di Diego. Alla fine di una vita vissuta con una certa impazienza – com’era bello vedere la certezza che sorreggeva la sua inquietudine! – appariva, nell’approssimarsi della fine, via via più sereno, come chi non si senta disilluso da ciò che la vita gli ha concesso. Le sue lezioni e gli incontri con i colleghi che andavano a parlargli acquistavano via via una intensità e una intimità particolari, come se fosse possibile cogliere, tra le pieghe dell’amicizia, l’ignoto. Gli ultimi giorni sono stati carichi di dolore e sofferenza, sua e di coloro che lo accudivano, in particolare della moglie Carlotta e dei figli più grandi, Claudia Fabio e Martino. In quei momenti facevo fatica a pensare, ma ora ho l’impressione che proprio nel momento del congedo egli abbia voluto lasciare un sentimento di pace. La pace, io credo, non si conquista, ma si riceve in dono, e io non posso che essergliene grato.

Paolo Tucci Sorrentino (settembre 2013)

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Un ricordo di Diego Napolitani

 

La prima cosa è la voce. La prima cosa che mi ritorna in mente. Calda, profondissima. A volte invece incerta, scossa dalla tosse, quasi metallica, un filo d’acciaio. Quella tosse acquosa che lo ha squassato per anni, e da ultimo ha annunciato il male che l’ha travolto. Una voce giovane e vecchia, felice e cavernosa, piena di desiderio e venata di distruzione.

Napolitani era come la sua voce, a cui ha affidato per decenni la sua pratica di analista, le tante lezioni e conferenze, gli scambi con gli amici, gli affetti della sua tribù numerosissima. Una voce di molte voci, splendide e contrastanti, segnate anche da dissonanze violente. Una voce che invitava a correre in avanti, a guardare più lontano. A volte la voce di un veggente divorato da questo desiderio feroce di andare oltre i consueti ritornelli, di avanzare senza rete, insofferente di ogni sponda, di ogni precedente.

Il primo analista di Diego Napolitani pare gli avesse detto, a conclusione di una seduta di tarocchi, cosa non inusuale da parte di quello strano personaggio: “Diego, tu sei proprio un figlio di puttana.” Era Ernst Bernhard a pronunciare questa diagnosi inconsueta, il primo traghettatore di Jung in Italia, fautore di uno junghismo opaco e composito, geniale e farraginoso. Un personaggio quasi mitico, emigrato dalla Germania durante il nazismo, approdato in Italia e subito confinato dal Regime su un’isola lontana, tornato a Roma alla fine della guerra, dove avrebbe esercitato come analista fino alla morte, alla metà degli anni Sessanta. Federico Fellini e Giorgio Manganelli erano stati suoi pazienti a lungo. Solo la punta di un iceberg dalle infinite diramazioni. Una figura misteriosa e influentissima, la sua. Tempi lontani da quello “junghismo critico” che anni più tardi si sarebbe imposto per iniziativa di Mario Trevi, che di Napolitani rimase poi amico fraterno per una vita. È un mondo che si ritrova bene tra le pagine di Bernhard, in quel testo quasi iniziatico che è la Mitobiografia, ovviamente pubblicato da Adelphi. Del resto, sempre Manganelli diceva che la psicoanalisi è una branca della letteratura, al pari della teologia. E non giurerei che un’idea del genere sia rimasta senza esito, nella mente del giovane Napolitani, fino a certe sue requisitorie di anziano analista contro la psicoanalisi tutta, anche o soprattutto freudiana.

Napolitani veniva da Napoli, rampollo di una famiglia di avvocati. Una famiglia abbiente e, a suo dire, vessata da un padre difficile e gravata da una madre bella, avara, lamentosa. Il fratello di Diego, Fabrizio, andò a Roma a studiare psichiatria dopo la laurea in medicina. Diego fece lo stesso poco dopo. Arrivò a Roma e avviò l’analisi con Bernhard. Bernhard parlava un buon italiano, Napolitani parlava un ottimo tedesco. Credo che nell’analisi alternassero le due lingue. Un terzo fratello, Corrado, divenne a sua volta avvocato. La tata tedesca ero uno status symbol nella Napoli bene di quegli anni. E per almeno due dei tre figli dell’avvocato si rivelò una chiave capace di aprire molte porte.

Fabrizio se ne andò dall’Italia, specializzatosi in psichiatria, per approdare a Kreuzlingen, Svizzera, dove fu collaboratore di Ludwig Binswanger. Si appassionò alla psicoanalisi, conobbe la fenomenologia, poi si avvicinò al lavoro sui gruppi di matrice anglosassone, studiò e lavorò in Inghilterra, fu tra i primissimi protagonisti della nascita della gruppoanalisi italiana, sposò infine la versione foulkesiana dell’ampio e sfrangiato modello gruppo-analitico.

L’altro protagonista sarebbe stato il fratello Diego. Il quale si laureò a sua volta in medicina, poi si specializzò in endocrinologia, e solo da ultimo in “Clinica delle malattie mentali e nervose”, come allora si chiamava la psichiatria. Si direbbe che lo attirasse, nell’uomo, la macchina. Sempre più fine, sempre più impalpabile, disciplina dopo disciplina, specialità dopo specialità. Ma pur sempre macchina. Da Roma arrivò a Milano a metà degli anni Cinquanta. Lavorò come psichiatra. Fece una seconda analisi. O una prima analisi, se si guarda la cosa dal punto di vista dell’istituzione a cui stava approdando. Alla SPI gli assegnarono come analista Franco Fornari. Singolare procedura, questa dell’assegnazione dell’analista. Napolitani conservava di Fornari un’opinione alta e polemicissima. Verosimilmente avrebbe osservato che neppure con questa seconda analisi si poteva star sicuri di aver fatto un’analisi vera e propria. E che forse un’analisi vera e propria, un’esperienza non banalmente medicalizzante, un percorso non semplicemente ortopedico, in quegli anni e in quegli ambienti era di fatto impossibile. Salvo forse con Musatti, suo supervisore, di cui diceva molto bene ma molto poco, o poco volentieri.

Maestri, insomma, non ne aveva avuti. O ne aveva avuti, ma diversissimi e difettosissimi, almeno nel suo racconto. Le chiacchierate di Napolitani lasciavano intendere molte paternità e nessuna, per la sua pratica di analista e forse per il suo modo di stare al mondo. Bernhard, nel suo modo bizzarro, era tutt’altro che uno sprovveduto. Napolitani finì l’analisi con Fornari, e divenne membro della SPI. Freudiano ortodosso, mi disse una volta con qualche ironia. Aveva fatto un passo ulteriore, era un tecnico di macchinari ancora più fini. Ma ancora sempre macchinari. Così, almeno, Napolitani intendeva il kleinismo di Fornari e dei freudiani di quegli anni. La sua polemica contro la psicoanalisi nasce da questa convinzione, da questa insofferenza per un medicalismo e un meccanicismo che Freud, a suo dire, non avrebbe mai abbandonato. Di fatto, per la cronaca, neppure Napolitani abbandonò mai la Gradiva, il bel bassorilievo di gesso bianco che ancora teneva in casa, in posizione non così defilata, anzi intimissima. Un simbolo iniziatico, che ogni giovane analista freudiano riceveva dalla SPI, una volta accolto tra le fila dell’istituzione.

Intanto Napolitani fondava, a Milano, poco dopo che Fabrizio aveva fatto lo stesso a Roma, le primissime Comunità Terapeutiche italiane, avendo in mente Maxwell Jones, tenendo conto di Wilfred Bion, che durante la guerra aveva elaborato i primi modelli gruppoanalitici lavorando coi militari britannici traumatizzati dalle missioni belliche, e guardando con attenzione all’esperienza di Thomas Maine al Cassel Hospital di Londra.La SPI milanese lo ammonì. L’iniziativa della psicoanalisi in gruppi e dell’istituzione psichiatrica psicoanaliticamente fondata, benché non esclusa, non rientrava allora nelle linee guida del freudismo ufficiale. Napolitani abbozzò, e rientrò nei ranghi. Poi tornò alla carica coi suoi progetti, e venne richiamato ancora. I rapporti tra lui e la SPI si raffreddarono, ma la rottura arrivò molto più tardi, a metà anni Novanta, con uno strappo di cui si avvertivano ancora, qualche decennio più tardi, l’affetto duplice, il bruciore incandescente e il diniego incendiario di quel bruciore.

Negli anni Settanta fondò la Società Italiana di Gruppoanalisi, che nel tempo ha aperto sedi a Roma, con la guida del fratello Fabrizio, a Torino, recentemente a Palermo, con la guida della figlia Claudia. In quella stessa stagione anche altri lavoravano in direzioni simili. Nasceva la sociogruppoanalisi, per esempio. Luigi Pagliarani, che Napolitani aveva conosciuto tra una seduta e l’altra nello studio di Fornari, rimase sempre suo amico. Orientato piuttosto al mondo delle aziende e alle applicazioni della psicoanalisi, ma complice di molte avventure. Un amico, e forse un doppio. La storia di Napolitani è piena di questi doppi, compagni di strada che diventano ora fonte di ispirazione, ora seguaci della sua sempre più creativa riflessione sulla clinica come sulla teoria, ora avversari degni di insulti che per chi li scagliava equivalevano a vere e proprie fucilazioni. Bastava poco, e la regressione teorica era sanzionata con violenza: “freudiani”, “veterokleiniani”, “idraulici delle passioni umane”. Non ultimo, il più buffo e autobiografico degli insulti: “endocrinologi”. Insomma il punto, per lui, era rifare Freud senza la macchina freudiana. Rifare la psicoanalisi senza propaggini medicaliste, e per altro verso, ma era in fondo lo stesso verso, senza tentazioni ortopediche, come dicevo, cioè moralizzatrici, edificanti o edificatrici. Che è poi quello che tutti gli analisti dotati di sensibilità teorica e di qualche sentore della propria collocazione storico-politica hanno cercato di fare, magari in modi diversissimi, dopo Freud e soprattutto dopo i postfreudiani, dopo la Ego-psychology e dopo l’americanizzazione di quella che doveva essere peste, ed era diventata un’aspirina per famiglie bene e per funzionari performanti dell’adorniana amministrazione totale.

Anni settanta. Dopo aver letto e attraversato Jung, Freud, poi Klein e Winnicott, poi Bion e Foulkes, Napolitani leggeva Nietzsche e Heidegger. Per capire gli ultimi vent’anni o trent’anni del suo lavoro, cioèla sua stagione più matura e personale, si deve forse partire da qui. Da questi due filosofi, e dalle frequentazioni coi filosofi italiani che lavoravano in quella direzione. Gianni Vattimo, amatissimo. Carlo Sini, frequentato per una stagione più breve e forse superficiale. Umberto Galimberti, vicino e lontano ad un tempo, molto prossimo per un certo tratto di strada, poi allontanatosi o allontanato improvvisamente. Napolitani è freudiano che ha attraversato Heidegger e Nietzsche, se dovessimo racchiuderlo, e sarebbe quasi un insulto ai suoi occhi, in una definizione. È un freudiano che ha ripensato la psicoanalisi, la nevrosi, la divisione cui soggiace il soggetto umano, il cammino “emancipativo” della psicoanalisi, nella doppia luce di Nietzsche e Heidegger. Non erano in molti, in quegli anni, a intuire la necessità di un’operazione di quel genere. E se Heidegger aveva avuto un illustre interprete in psicoanalisi, cioè Lacan, odiatissimo quest’ultimo da Napolitani ma vicinissimo a lui in una quantità di formulazioni e di piccole e grandi manovre cliniche, Nietzsche era rimasto invece senza scuola, dalle parti degli analisti. Con qualche parziale eccezione, che guardacaso coincidevano coi due soli analisti italiani che Napolitani citasse con ammirazione: Elvio Fachinelli ultimamente, e in una fase più lontana Francesco Corrao.

Non è facile dire in breve che cosa significasse, per Napolitani, ripensare la psicoanalisi dopo Heidegger e dopo Nietzsche. Heidegger per Napolitani significava La questione della tecnica e Che cosa significa pensare, anche se in tempi recenti Heidegger era tornato a essere soprattutto l’autore di Essere e tempo. Ma La questione della tecnica e Che cosa significa pensare erano i testi che citava più spesso e che conosceva a memoria, e il suo heideggerismo era tutt’uno con la polemica contro la tecnicizzazione dei saperi e l’oblio del pensiero, per dire brevemente. Il che, riportato alla psicoanalisi, poteva voler dire la medicalizzazione dell’uomo e l’ascrizione della psicoanalisi al novero delle scienze e degli strumenti tecnocratici, dei mezzi con cui addomesticare sistematicamente anche l’ultima riserva dell’ultima risorsa industriale, come Heidegger profetizzava, la “risorsa umana”. Il suo amico Pagliarani temo ricadesse, ai suoi occhi, in questo girone infernale.

Credo possa essere riletto su questo sfondo anche l’interesse successivo che Napolitani nutrì per le teorie della complessità, per una psicoanalisi che non voglia farsi scienza ma arte dialogica, per la sempre rinviata e sempre accarezzata costruzione di un’enciclopedia allargata delle tante pratiche formative dell’umano, le cui tracce riconosceva e apprezzava ultimamente anche negli studi neuro-fenomenologici di cui era lettore avidissimo: Francisco Varela, Vittorio Gallese, prima ancora Antonio Damasio, o Mauro Ceruti e Telmo Pievani. L’uomo, secondo la tesi del nietzscheano Arnold Gehlen, che anche Lacan avrebbe fatto propria pur imprimendole un’altra direzione, è un essere strutturalmente prematuro, testardamente destrutturato, embrionale. Va formandosi sempre, senza sosta, ora conformandosi e alienandosi, ora deformandosi e discostandosi dalle proprie alienazioni e dalle proprie conformità. Il tutto nell’andirivieni di un movimento che Napolitani chiamava dialogico ed ermeneutico, ma che nella sua comprensione non era privo di un elemento che spesso le ermeneutiche e i fautori del dialogo hanno ignorato con conseguenze catastrofiche. Un elemento di lotta e di contesa. Un elemento, di nuovo, fondamentalmente nietzscheano.

Altra questione la presenza di Nietzsche nel lavoro di Napolitani: nel suo pensiero e, direi, nella sua pratica di analista. Dovessi azzardare una formula, direi che Napolitani è stato il solo psicoanalista nietzscheano del secolo (a parte Alfred Adler, cacciato da Freud proprio perché troppo apertamente nietzscheano).La sua specificità sta qui, molto più che nelle tante filiazioni attraversate e rigettate, amate e poi odiate, o nei richiami recenti e recentissimi alla fenomenologia binswangeriana e, via Binswanger, husserliana. Tanti motivi, storici, teorici, politici, sociali, dovevano tenere a distanza la psicoanalisi dal nietzscheanesimo, Freud dall’autore dello Zarathustra. Specie nel dopoguerra, specie nei paesi devastati dal totalitarismo. Gli storici della filosofia hanno ormai battuto tutti i cunicoli, ora segreti ora evidentissimi, che connettono l’uno all’altro ambiente, se non l’uno all’altro autore. Per parte sua Napolitani ha capito, a un certo punto, e ha argomentato con forza, con la sua pratica e con il suo insegnamento, che non si può pensare e non si può fare psicoanalisi senza confrontarsi con Nietzsche, e in particolare col Nietzsche della Genealogia della morale.

Di nuovo, se l’urgenza del momento dovesse suggerire un motto, si potrebbe azzardare che la psicoanalisi ha sempre a che fare col trattamento di un debito. Con l’illuminazione di un passato che grava come insoluto e che ci mette nella posizione degli insolventi. O, ancora, con la rievocazione di un antenato al quale si avverte di dovere qualcosa e dal quale si avverte di doversi congedare. Con il tentativo di spezzare le tavolette in cui il debito sembrava scritto per sempre, come avveniva dalle parti dei Sumeri. I cui re, non a caso, si insediavano spezzando le tavolette e inaugurando il tempo nuovo, azzerando il credito degli uni sugli altri, cancellando la fede che quel credito e quel credere presupponeva, mettendo tra parentesi per quanto possibile le credenze che quel credito portava con sé.

Che cosa rappresenta Nietzsche, in questo senso, se non un’opzione molto precisa circa il trattamento possibile del debito e della colpa, se non un modo molto profondo e difficile di rielaborare, di imparare passo dopo passo ad avere a che fare col debito e con la colpa, con questo identico e duplice Schuldigsein? È curioso, detto per inciso, che l’uomo che ha visto così a fondo il nesso possibile tra Nietzsche e la psicoanalisi, tra la via nietzscheana al pensiero del debito e la via psicoanalitica al trattamento della colpa e del dover-essere, fosse l’uomo che Bernhard con una mano di tarocchi aveva fotografato come senza padre, o destinato a non averne, a non poterne avere, a non volerne avere.

La Genealogia della morale è in questo senso anche una genealogia dell’“uomo psicoanalitico”: quell’uomo che Peter Sloterdijk ha descritto come un essere umiliato, immiserito dall’analista che lo infantilizza e colpevolizza, un uomo ipercristiano che scopre il proprio debito con l’altro e che santifica ogni giorno la mancanza che ne deriva, un pavido che fa del proprio divenire altro da quell’altro il peccato capitale, la negazione del prestigio della legge, l’insulto al passato come lapide del dover-essere. Sarà possibile un giorno una psicoanalisi nietzscheana? Una psicoanalisi che non sia come l’economia una scienza triste, o che non sia essa stessa una economia tristissima ma una scienza gaia e magari una gaia scienza economica? Sarà possibile una simile psicoanalisi senza rigettare lo stesso Heidegger, non necessariamente un buon viatico a Nietzsche e al suo “al di là” della morale? L’opzione fenomenologica che Napolitani da ultimo ha abbracciato tende dal lato di Heidegger e del suo perenne kierkegaardismo, oppure dal lato di una Genealogia della morale che proprio in quanto esercizio genealogico svolto sul nostro mos è emancipazione da un mos che si dà infine a vedere come non nostro, come altro da noi, come qualcosa che noi non possediamo ma ci possiede?

L’ultima mail che Napolitani mi ha scritto, dopo la fine di un’analisi che per un certo tratto ha coinciso col finire dell’analista e col mio ragionare sovrastato dal commento misterioso di quella tosse acquosa e dilagante, era una citazione dall’amatissimo Dizionario di Niccolò Tommaseo. La si trova alla voce “Nostro”. Recita: “Stimando nostro quanto ci è alieno, e il nostro negligentando come alieno, sarà la nostra vita una perpetua confusione.” Ultima mail che solleva un’ultima domanda. La formulerei come segue. Si può pensare “il nostro” come vuoto, oppure come divenire puro (direbbe Deleuze), oppure come tendenzialmente improprio (direbbe Derrida)? Lo si può pensare così, proprio in quanto tendenzialmente, sperabilmente, finalmente disalienato?

Qui, in ogni caso, mi sembra si annodino tanti cammini di Napolitani, cammini solo apparentemente convergenti, in realtà sfaccettati, contrastanti, dissonanti. Qui, forse, sta il nodo che si deve snodare, se si vuole far qualcosa di questa eredità ricchissima e sfuggente, spigolosa e generosa come chi ne ha tracciato le linee, abbandonandole e riprendendole senza sosta per una vita intera.

Federico Leoni

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Diego Napolitani e  lo scarabeo  d’oro

 

«Non importa» disse alla fine [Legrand] «questo può andare»; e trasse dal taschino del panciotto un pezzo di quel che mi parve carta da protocollo molto sudicio, e con la penna vi tracciò un rapido schizzo [dello scarabeo color oro che aveva trovato.] Terminato il disegno, Legrand me lo porse senza alzarsi dalla sedia. [… Quindi]  guardai il foglietto e a dire il vero restai piuttosto interdetto di fronte a quel che il mio amico vi aveva disegnato. «Be’» dissi dopo averlo esaminato alcuni minuti «questo devo ammetterlo, è uno strano scarabaeus, e nuovo per me. Mai visto niente di simile… forse un teschio, una testa di morto è la cosa che più gli somiglia tra quante mi sia mai capitato di osservare».

                    E.A. Poe, The Gold-bug [Lo scarabeo d’oro], 1843

 

            Dopo mesi dalla morte di Diego, non mi pare ancora possibile, per me, pensare di scrivere un ricordo di lui. Credo che la ragione di questo ritegno sia stata detta da Maurice Blanchot:

L’amicizia, rapporto senza dipendenza, …, passa attraverso il riconoscimento della estraneità comune che non ci permette di parlare dei nostri amici, ma solo di parlargli.

Proprio perché Diego è stato per quarant’anni mio amico, con il quale ho goduto e sofferto del riconoscimento della nostra comune estraneità, mi è difficilissimo parlare di lui. Come parlare di Diego senza che Diego mi ascolti… e magari mi mandi a quel paese dicendo che siamo non amici ma “nemici”?

            Perché per decenni il mio rapporto con Diego è stato essenzialmente di parlare a… Quando ero suo ospite a casa sua in via Vesio, la stessa scena si ripeteva: Diego approfittava della mia presenza per PARLARE. Aveva urgenza di espormi, sempre, l’ultima versione delle sue idee. E io gli replicavo, in modo per lui di solito insoddisfacente. Voleva parlare a me? Probabilmente. Ma soprattutto voleva parlare allo Scarabeo.

            Più di una volta mi raccontò un suo sogno che risale alla sua infanzia. Sogno che aveva raccontato a ciascuno dei suoi analisti – Bernhard, Fornari (ma forse ce ne furono altri che non so). E credo a ciascuno dei suoi amici, e che poi pubblicò in un libro. Un enigma della Sfinge mai risolto. Un sogno attraverso cui Diego, mi sembra, cercava di leggere un rebus, di cui la sua esistenza è stata allo stesso tempo l’interrogazione e la risposta.

            Dico quel che io ricordo del racconto di quel sogno. Il mio ricordo non collima del tutto con la versione che lui ne ha dato nel libro “Di palo in frasca” (pp. 138-9). I ricordi, come i miti, non  restano mai stabili, scolpiti per sempre: evolvono, slittano col tempo, vanno in diffrazione come in un caleidoscopio. La versione che mi raccontò, o quella che io ricordo, o quella che lui ricordava quando me la raccontò, era più o meno questa.

Passeggia con i suoi due fratelli per una strada quasi campagnola, chiusa da mura protettive. E’ presente la Fräulein, la tata tedesca. In questo luogo murato, egli vede un piccolo e svelto scarabeo, che comincia a salir su per il muro che recinge quel luogo preservato. Lui segue lo scarabeo lungo il muretto, e quindi, a un certo punto, vede oltre il recinto… Vede, se non erro, il golfo di Napoli, o un’estensione immensa di mare e di monti, o di vulcani, irrorata da splendida luce. Di fronte a questa scena “aperta”, un terrore lo assale, torna precipitosamente nella strada e cerca di dire la sua emozione alla Fräulein e ai fratelli. Ma egli non ha più voce, dalla bocca non gli esce alcun suono… Si sveglia come da un incubo.

            Ovviamente ogni analista gli offrì un’interpretazione diversa. Quella per lui più irrilevante gli fu data da Fornari, suo “analista didatta” SPI: che quel sogno rappresentava la sua angoscia di masturbarsi. Me la riportava per esprimere un giudizio generale sul kleinismo, di cui Fornari era allora massimo interprete in Italia: che esso era “un fondamentalismo talebano”, così diceva. Ma, dopo decenni, si chiedeva ancora come leggere quel sogno. E chiedeva a me, anche, di leggerlo.

            Non lo interpretai. Però, a un suo compleanno (l’ottantesimo?) gli portai un regalo. Avevo trovato su una bancarella un bel scarabeo di ferro, lo comprai. Diego lo accettò sorridendo. Ma come d’incanto, una volta presolo in mano, lo scarabeo si spezzò. Forse il ferro non era di buona qualità. Comunque il regalo fallì. L’interpretazione fallì.

             Prima di dire come vedo io quel suo essere interrogato, per tutta la vita, da quel sogno, voglio dire qualcosa su come Diego mi è stato amico.

 

* * *

            Conobbi Diego verso il 1972. Ero studente in psicologia a Parigi, e seguii in quella città un congresso internazionale, alquanto pomposo, sulla cura delle psicosi, nel quale furono invitati campioni – nel doppio senso del termine – di vari paesi. Gli italiani convocati furono Basaglia e Napolitani; allora anche in Francia Basaglia era famoso. Basaglia non venne e invece mandò una lettera provocatoria, nello stile sessantottesco allora obligé, di denuncia di quel convegno stesso come psichiatria repressiva. Diego invece venne, e parlò delle proprie esperienze nelle due comunità per psicotici da lui create, prima Villa Serena e poi la Comunità Omega, entrambe a Milano. Benché il suo francese fosse stentato, si fece apprezzare dall’uditorio, e anche da me, che dopo andai a parlargli chiedendogli di fare uno stage nella sua Comunità.

In effetti andai a Milano a parlargli un paio di volte. Dopo di che lui – con mia grande sorpresa – mi propose di tenere un seminario a Milano, per mesi, su Lacan. Ero un neo-laureato di 25 anni, e volendo trasferirmi in Italia accettai. Fu l’occasione per lavorare sia alla Comunità Omega sia nell’ambulatorio che aveva lo stesso nome, per alcuni anni. Negli anni 70 Diego fu mio supervisore. Considero lui, assieme ad Elvio Fachinelli, il mio maestro in clinica psicoanalitica. E i nostri ventuno anni di differenza di età ne facevano il mio “padre psicoanalitico” ai miei occhi.

            Diego mi disse che tempo addietro era andato da Basaglia a parlargli, ma il padre della 180 andò presto su tutte le furie – cosa che gli era alquanto abituale (nel 1972 avevo fatto uno stage di un paio di mesi all’ospedale psichiatrico di Trieste che allora Basaglia dirigeva, e lo conobbi bene come persona). In effetti Diego intendeva costruire luoghi che veramente curassero gli psicotici, insomma istituzioni terapeutiche; Basaglia invece intendeva soprattutto distruggere ogni tipo di istituzione psichiatrica, per cui identificava il curare gli psicotici – compito che lui riconosceva come proprio – allo smantellamento non solo dell’ospedale psichiatrico ma anche di qualsiasi struttura curante in quanto “struttura” (pensava insomma che la distruzione delle istituzioni curanti fosse la vera cura).

            Cercare un’alleanza con Basaglia, assumere uno studentello parigino con poca arte e poca parte per far spiegare Lacan ad analisti ben più anziani e navigati di lui (tra cui l’amico Gino Pagliarani), sono due esempi della straordinaria apertura di Diego. Lui osava.

Siccome allora l’influenza basagliana era al suo zenith, da più parti si diceva che la Comunità Omega era repressiva, “si legano i malati al letto!” Era vero, la mano di alcuni pazienti particolarmente agitati veniva legata con una fascetta a una sbarra del letto prima che andassero a dormire. Mi si spiegò che erano loro stessi a “volere essere contenuti”, che se si fossero alzati avrebbero svegliato gli altri pazienti, ne sarebbe seguito il caos.

Proprio in quel periodo Diego mi raccontò la sua esperienza più traumatica – diceva – di tutta la sua vita professionale. Giovane psichiatra acceso dal progetto di “liberare i matti dalle loro catene”, aveva appena preso servizio in non ricordo più quale reparto psichiatrico. Là vide un malato legato saldamente con cinture al letto. Diego, indignato, ordinò subito agli infermieri di liberarlo. Il capo-infermieri cercò di dissuaderlo: “sa, dotto’, è uno molto depresso…” Niente da fare, il poveretto venne liberato dai suoi ceppi.

            La notte dopo Diego fu chiamato d’urgenza: quel malato si era strappato i testicoli con le proprie stesse mani. Mi descrisse con tono ancora inorridito la scena che allora vide: quei testicoli sanguinanti buttati in una rozza bacinella, la ferita orrenda dell’uomo, il quale umilmente si scusava col “dottor Napolitani”… “Insomma – concluse Diego – mi aveva gettato i suoi coglioni in faccia!”  Interpretazione folgorante, convincente. Dopo anni, il ricordo di quella tragica irrisione della sua ingenuità lo turbava ancora.

            Quella storia mi mostrava che gli psicotici, di solito, non sono politicamente corretti.  Alcuni sono anche odiosi, e soprattutto hanno bisogno spesso proprio di quelle cose che noi odiamo per loro e per noi stessi: essere dominati, “essere contenuti”, essere amati ma anche far di tutto per essere esclusi. Non basta liberarli dalle loro catene, come pensavano i basagliani, occorre liberarli anche dai loro demoni – e questo è molto più difficile.

 

*    *   *

Ripensando agli interventi di Diego alla Comunità Omega, di cui all’epoca Sabba Orefice era direttore, oggi capisco che già allora si stesse allontanando dalla psicoanalisi. La sua idea di fondo era che la psicosi è un prodotto della famiglia, ma non di una famiglia elaborata simbolicamente come in Freud (e tanto più in Lacan), ma della famiglia come intreccio tra madre, padre, fratelli, sorelle, zii, zie… diciamo ‘reali’. Da qui la sua (effimera) convergenza con le teorie sistemiche della famiglia, incarnate da Mara Palazzoli Selvini: siamo il prodotto non dell’Edipo, di un mito strutturale, ma della famiglia telle quelle in cui abbiamo avuto la ventura di nascere e crescere.

            Per questa ragione, negli anni ‘70 apprezzò molto un libro di Morton Schatzman intitolato La famiglia che uccide (titolo originale: Soul Murder. Persecution in the Family). Era uno studio sul famoso libro autobiografico del presidente Schreber in cui l’autore inglese cercava di dimostrare in modo puntiglioso che tutti gli elementi fondamentali del delirio di Schreber erano raffigurazioni iperboliche, spesso ironiche, dei metodi educativi che il padre di Schreber aveva promosso. Questi metodi erano stati illustrati in una serie di libri, oggi classici della pedagogia nei paesi di lingua tedesca e russa. Morale: la psicosi di Schreber fu un effetto quasi diretto dei principi pedagogici “fascisti” del padre celeberrimo. A Diego piaceva quel libro perché in fondo per lui i nostri problemi provengono non dal Padre e della Madre con le maiuscole, ma dalla nostra relazione con quei poveracci concreti che sono papà e mammà.

           E difatti rigettava il sound and fury anti-istituzionale dei basagliani dicendo: “Vogliono liberare i pazienti dal manicomio. Ma rimandandoli nel manicomio peggiore: le loro famiglie.” Di questo poi se ne resero conto gli stessi basagliani, che hanno puntato sul limbo delle case-famiglia, e simili.

           Ovviamente Diego distingueva il modo in cui un soggetto vede un genitore da quel che questo genitore, per altri versi, è. Eppure egli pensava che anche se certe madri descritte dalle loro figlie come streghe forse non erano così cattive come venivano descritte, avevano comunque instaurato una pessima relazione con le loro figlie. Per lui “la relazione” era essenziale – ma relazione di un bambino con quella madre. Certamente, la sua sofisticazione heideggeriana gli faceva dire che le persone concrete erano Dasein, esserci: quella madre non era solo un seno kleiniano, ma un fascio di intenzionalità. Ora, per la psicoanalisi che chiamerei ‘pura’ l’altro – ad esempio l’analista – non vale per la sua intenzionalità, per il suo essere “soggetto” o “persona”, ma come mera ripetizione. E’ la base stessa della teoria freudiana del transfert (che non a caso Diego rigettava insistendo invece sulla “relazione”): che il soggetto in analisi non vede affatto la signora o il signore analista come soggetti intenzionali, ma come quel padre, quella madre, quel fratello …, che non sono persone ma direi funzioni. Per Freud l’intersoggettività è continuamente sviata dal copione inconscio che nelle nostre vite nevrotiche o psicotiche si ripete senza posa, non intenzionalmente.

Comunque Diego andava oltre: la relazione tra soggetti, a cominciare dai soggetti cuciti tra loro nella famiglia, è costitutiva della soggettività di ciascuno; ma questa relazione non dipende da una forma precostituita, per esempio dal Nome-del-Padre, ma relazione tra individui distinti dalle proprie “intenzionalità”.

Insomma, quel suo approccio di allora alla psicosi preannunciava la sua focalizzazione sulla gruppoanalisi: in un gruppo, in effetti, non si ha a che fare con l’Altro (o almeno così pare), ma con tanti altri più o meno significativi, che con le loro parole e reazioni ci riportano al teatro familiare da cui discendono le nostre grandezze e miserie. “Il noi – diceva – viene prima dell’io”. Vedeva l’analisi, insomma, come un atto politico, anche se in miniatura.

Una volta, nei primi anni della nostra conoscenza, mi disse sconsolato: “Ho avuto sempre la passione di impegnarmi nel sociale. Ma con politici e burocrati si costruiscono solo castelli di carta.” Pensò un’analisi ‘politica’ che non si risolvesse in castelli di carta.

Lo so che molti amici e allievi di Diego non condividono affatto questa mia ricostruzione del suo pensiero. Personalmente però credo che, in generale, un’impostazione fenomenologica – come è stata, sempre più, quella di Diego – proprio nella misura in cui insiste sull’intersoggettività, di fatto finisce col dare un valore eziologico forte se non all’altro soggetto, comunque alla relazione concreta – gli anglofoni direbbero actual – tra soggetti diciamo ‘reali’.

Ad esempio, qualche anno fa, discutendo con lui, gli confidai che non mi convinceva affatto la classica interpretazione psicoanalitica, la quale dava un’importanza decisiva al tipo di madre dell’autistico, “la madre frigorifero”, non-empatica, ecc., per lo sviluppo dell’autismo. Gli dissi che mi convinceva di più il nuovo approccio, ispirato alle neuroscienze, e in particolare la teoria di Gallese (che poco dopo Diego lesse con grande interesse), che faceva dell’autismo un modo di essere-nel-mondo originario, diciamo innato. E incautamente aggiunsi: “con l’autistico la madre non c’entra niente”. Diego prese la palla al balzo per dire: “Certo, la madre non c’entra niente! Ed è proprio perché non c’entra niente – non ha rapporto col figlio – che il bambino diventa autistico!” Mossa da maestro, da parte di Diego. Era riuscito a utilizzare la mia stessa espressione per confutarne il senso. Tanto di cappello. Ma questo conferma come Diego, nel fondo, fosse rimasto fedele all’impostazione che già mi aveva colpito alla Comunità Omega: che i genitori – in particolare la madre, nel caso dell’autismo – sono non solo parte in causa, ma direi causa, anche se non unica, della sofferenza del soggetto. Per Diego, è proprio perché la madre dell’autistico rifiuta di essere “causa” della vita mentale del figlio, che produce come effetto il suo autismo.

 

*    *    *

In quel discorso a Parigi grazie a cui l’avevo conosciuto, Diego aveva parlato di rischio di pantanalisi. Ovvero, analisi panta, di tutto, si analizza qualsiasi cosa; il pantano è quello in cui ci si ritrova analizzando tutto in una comunità. Oggi capisco che, con quel gioco di parole, denunciava un certo stile kleiniano, in cui pure si era formato, che all’epoca si esaltava in una sorta di vis iper-interpretativa. Il modello era quella sorta di traduzione simultanea in “inconscese dialetto kleiniano” di cui Melanie Klein fornì il modello analizzando il piccolo Richard: il pargolo le parlava terrorizzato delle ben realistiche bombe tedesche che gli cadevano attorno, ma per la Klein le sue parole erano tutti simboli, da interpretare in termini sessual-edipici. Diego, che stava consumando il suo distacco da Fornari e dal kleinismo ortodosso, aveva capito la fragilità della mitraglia interpretativa kleiniana.

            In cerca di qualcosa di nuovo, voleva capire Lacan, e allo stesso tempo si interessava alla teoria sistemica di Bateson e Watzlawick, che gli analisti rispettabili hanno sempre considerato una sgangherata rivale. Molteplici scarabei gli indicavano percorsi evasivi dalla sua matrice kleiniana-SPI.

            Un’ apertura mai venuta meno con gli anni. Mi impressionava la sua inquieta fame di idee che lo portava a divorare tante cose e tanto diverse: la fenomenologia, le teorie della complessità, le neuroscienze, la biologia ripensata da Telmo Pievani, i neuroni specchio e la neurofenomenologia di Varela e Gallese…  Pochi mesi prima di morire mi disse di aver scoperto Henri Bergson. Il suo motto avrebbe potuto essere, parafrasando Terenzio, “cogitans sum, cogitati nihil alienum a me puto”.

           Insomma, Diego non cessava mai di desiderare. Voleva… di più.

Diego ha scritto contro il concetto freudiano di “pulsione” (Trieb), ma gli dicevo che non ero d’accordo se non altro perché quel che era bello di lui, quello che ci piaceva a tutti, era proprio la sua pulsionalità, il suo essere paradigma vivente di un eterno desiderio – di altro – in senso freudiano.

 

 

*     *    *

            Anche se, secondo me, questa apertura pulsionale non lo portava a battere la porta di certi altri. Federico Leoni nel suo “Ricordo” si interroga tra le righe (se l’ho capito bene) sul perché Diego non abbia mai incontrato un pensiero che avrebbe dovuto essergli affine, quello di Lacan, non foss’altro che per la comune vicinanza a Heidegger.

Alcuni anni fa, gli consigliai di leggere il seminario di Lacan L’etica della psicoanalisi. Lo lesse, mi parlò di certi aspetti del libro con fastidio ma di altri con interesse. Lo aveva colpito, nel Seminario, il riferimento che Lacan fa, riprendendo Freud, al Not des Lebens, ai bisogni vitali. Ora, il tema del Not des Lebens non è tra gli spunti lacaniani che abbiano avuto seguito. Ma mi chiedo se Diego – pur avendo preso decisamente la strada di una fenomenologia spiritualista – non abbia colto in brani apparentemente marginali di Lacan qualcosa che tracimava fuori sia dal sistema di Lacan che dal proprio: ovvero, l’opaca persistenza del bisogno, le urgenze della vita di cui solo parzialmente la psicoanalisi viene a capo dando loro logos e segno.

Certo l’incontro con Lacan non poteva prodursi perché quest’ultimo si interessava essenzialmente a una teoria del soggetto in quanto trascendentalmente formato e assoggettato dal logos; mentre Diego tendeva a risolvere la specificità del soggetto nelle relazioni intersoggettive. Diego era attratto non dalla solitudine di fondo di ciascuno di noi, ma dai “molti attorno a me”.

            L’intersoggettività, appunto. Avendo seguito la sua evoluzione per tanti anni, mi sono fatto l’idea che la centralità per lui dell’intersoggettività, articolata con gli strumenti raffinatissimi di Husserl e della Daseinanalyse, esprimesse comunque qualcosa di personalissimo: il suo piacere di stare con tanti altri. Il suo “volersi impegnare nel sociale”, frustrato dopo la chiusura della comunità Omega alla fine degli anni ‘70, si transustanziò nella gruppoanalisi.

            Anni fa, intervistandolo per una rivista, dopo che mi ebbe spiegato i concetti basilari della gruppoanalisi, gli obiettai: “Ma tutto questo che dici potrebbe valere anche per l’analisi individuale. Perché dai tutta questa importanza al gruppo?” E lui mi rispose decisamente: “Preferisco fare gruppi perché con i gruppi mi diverto di più”. E non è questa la ragione ultima delle nostre scelte estetiche, filosofiche, politiche, psicoanalitiche? Non cerchiamo parole e atti che possano far partecipare altri al nostro personalissimo modo di divertirci?

            L’incontro con Lacan non ci fu perché Diego non ha mai apprezzato quel che poi si è convenuto chiamare il post-strutturalismo francese. I famosi esponenti di quella stagione – oltre Lacan, Derrida, Barthes, Foucault, Althusser, Deleuze, Baudrillard, Kristeva, ecc. – gli rimasero sempre estranei. Strano che Diego, conquistato dal pensiero di Nietzsche e Heidegger, non si sia mai interessato a Foucault per esempio, che ha costruito una visione storica – oggi così popolare – improntata fondamentalmente a Nietzsche e Heidegger. E così, gli piaceva il modo in cui Vattimo leggeva Nietzsche ed era indifferente alla lettura, per molti versi benpiù radicale, che ne faceva Deleuze.

Questa sua permanente diffidenza nei confronti del pensiero francese post-fenomenologico spiega, in parte, la nostra mancata convergenza intellettuale, mancanza di cui egli era, oltre che irritato, sorpreso. Non che io mi inscriva più nella post-fenomenologia francese; come Diego, non so restare fedele a chi mi ha formato, sempre devo aprire brecce nella gabbia dorata della mia cultura di allevamento. Ma ammetto che la post-fenomenologia (nome che preferisco a post-strutturalismo) è stata la mia Bildung, il mondo in cui mi sono formato, così come il kleinismo lo fu per Diego. Lui, indifferente alla cultura parigina degli anni 60-80 – come estraneo, peraltro, alla epopea francofortese (Benjamin, Adorno, Horkheimer, Habermas) – preferì invece divertirsi con Wilfred Bion. In questo modo, rimase in segreta sintonia con la cultura SPI, e in particolare con quella discendenza fornariana (Fornari fu il primo a portare Bion in Italia) da cui voleva per altri versi assolutamente dissociarsi.

E’ vero che Diego non leggeva Bion come post-kleiniano. Ma questo è il dramma di chi (come Diego o me) è a disagio con i propri maestri viventi. Perché, come ricorda Paolo Tucci, occorre servire non i propri maestri, ma la vita. Purtroppo il nostro non servire i nostri “maestri” non impedisce affatto che la loro presenza continui a guidarci come un’ombra; non basta l’abiura per liberarcene. Non saliamo sul treno che i maîtres fanno passare su rotaie, ma noi stessi non possiamo far a meno di viaggiare su quelle rotaie.

Ora, pur ammirando io certi aspetti di Bion, mi sono sentito sempre estraneo al suo mondo perché lui resta saldamente ancorato, secondo me, alla cultura empirista britannica (da qui l’importanza in Bion di una teoria del pensiero, dell’”apprendere dall’esperienza”). Io non mi divertivo molto con Bion, Diego ne s’amusait pas con i parigini. (Quando glielo dissi, mi rispose ridendo che ero rimasto alla Guerra dei Cent’Anni…) Da qui il paradosso: nel corso del tempo ci siamo interessati agli stessi pensatori, abbiamo avuto “cotte” per gli stessi personaggi e gli stessi movimenti, coglievamo entrambi l’importanza di certi approcci (ultimamente, aspetti delle neuroscienze)… eppure non ci incontravamo. O meglio, ci intersecavamo continuamente, magari urtandoci con qualche piccola escoriazione, ma seguendo percorsi diversamente idiosincratici. Leggevamo da due angolazioni diverse stesse cose che ci seducevano.

            Alla fonte di questa eterogeneità – che rendeva particolarmente pepata la nostra amicizia – c’è però qualcosa di più profondo di due diverse formazioni culturali. Due episodi lo mostrano.

            Diego, se non erro, incontrò una sola volta Bion e una sola volta Lacan. E ripeteva che mentre l’incontro da ascoltatore con Bion lo affascinò, quello con Lacan lo deluse. Quel che lo colpì, allora, di Bion, fu la sua ironia nei confronti dei “bioniani”. Bion parlava del “satanic jargon“ della psicoanalisi, del suo fastidio per quel “bionese” allora –soprattutto in Italia – dominante. Diego vide in Bion il campione dell’anti-bionismo.

            Quando incontrò Lacan, gli si presentò dicendo “sono amico del suo allievo Jean Oury”. Questi era il direttore dell’allora mitica Clinica di La Borde; lacaniano convinto, da molti anni in analisi con Lacan. La reazione di quest’ultimo fu: “Mio allievo? Ma io non ho allievi. Non ne ho mai avuti!” Diego si sentì offeso da questo schernirsi. Sapeva che Lacan aveva dedicato la vita a formare una scuola; e in effetti, quando si separò dall’IPA chiamò la sua società Scuola Freudiana di Parigi. Diego si indignò per questo diniego di magistralità.

            Quando mi raccontò i due episodi, gli feci osservare che però Bion e Lacan, in modo diverso, avevano detto qualcosa di molto simile. Entrambi avevano preso distanza dal loro “esser maestri”. Cosa poteva spiegare quindi, in Diego, due reazioni così opposte? Un pregiudizio positivo nei confronti di Bion, e un pregiudizio negativo nei confronti di Lacan, gli avevano fatto vedere un senso antitetico in due rinnegamenti paralleli? Ma credo che ci fosse qualcosa di più intimo.

            Esser maestro, avere allievi, era qualcosa per Diego essenziale come l’aria. Una cosa è criticare gli allievi troppo secchioni – quindi degeneri – altra cosa era dire “non ho allievi”. Voleva essere sempre, e ancora, e ancora una volta, padre (ha avuto cinque figli nell’intervallo di oltre cinquant’anni, una paternità sempre aperta). Dire “non ho allievi” – come gli ritorse Lacan – per lui era come vantarsi di non essere nessuno. E questa, credo, è la ragione principale della nostra amichevole non-convergenza: io non ho mai puntato a essere maestro – e quindi, non ho mai voluto essere seguace di alcuno. Maestro nemmeno per rimproverare poi i seguaci – come accade spesso – di essere stupidamente e banalmente “seguaci”. Come gli dissi una volta, io sono un po’ come il fool shakespeariano. Un matto e buffone che non cessa di ricordare al re le sue passioni e cecità, e che poi, fedele a questo re, assieme a lui ne subisce la rovina. Non re né suddito, fool.

Perché dietro la sua passione per i gruppi, emergeva il suo bisogno di una famiglia – propria. La SGAI fu cosa familiare, un po’ come erano familiari certe botteghe artistiche del Rinascimento – quella dei Bellini a Venezia, o quella dei Carracci a Bologna. La SGAI è stata a lungo la bottega dei Napolitani Brothers, un fratello a Roma l’altro a Milano. Entrare nella bottega SGAI significava quindi accettare regole e stili familiari. A Milano, accettare completamente il pensiero e la pratica di Diego. Perché Diego era apertissimo all’esterno, ma geloso della sua autorità all’interno. Nutriva grande ammirazione per molte persone viventi – purché non fossero analisti. A parte il tipo di analisi di alcuni morti – come Bion, Francesco Corrao – il solo tipo che lui apprezzasse era il proprio. Questo forse spiega il suo mancato incontro con altri gruppo-analisti di rilievo, come René Kaës.

Tutto sembrava già delineato dal sogno dello scarabeo. Come nella strada con muretto, ora gruppo-analisi, c’erano sempre lui e il fratello e collega Fabrizio; e al posto della tata tedesca, la SGAI. Un nido in cui si sentiva benissimo. A differenza del fratello Fabrizio, poliglotta che era emigrato in vari paesi di vari continenti, a Diego piaceva stare in Italia, che considerava – me lo confidò – l’unico paese in cui gli piacesse viaggiare. Ma da questa italianissima strada ogni tanto emergeva qualche scarabeo che lui era tentato di seguire… E quindi il contatto con un’area immensa e affascinante, ma che proprio per questo gli avrebbe tolto la parola. Perché il suo godimento era parlare, con quella sua voce dal timbro così autorevole, dalla grana così persuasiva, di cui Leoni ha parlato in modo così perspicuo nel suo “Ricordo”. Parlare. Parlare alla tata, parlare ai “suoi”, per dir loro che fuori c’è un mondo vasto e bellissimo – ora illuminato dal sole della filosofia – ma allo stesso tempo minaccioso. Mondo in cui è terribile entrare,  uscendo. Impiegare la vita per riuscire a dire quello che non si può dire, quell’Altro, quel “fuori” da ammirare come impossibile.

Da qui la doppia tensione che me lo rendeva allo stesso tempo amico e lontano. Un impulso verso la Famiglia, anche se allargata a tanti figli, fratelli e sorelle; e un altro impulso che lo portava verso la vasta e penosa impossibilità del dire.

Diego è stato importante per me. Perché è stato uno dei miei maestri, ma anche perché in lui vedevo un mio simile che, come me, voleva seguire lo scarabeo. Il quale però, poi, come nel racconto di Poe, porta a un tesoro nascosto, ma anche a un teschio.

                                                           Sergio Benvenuto

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                        Alcune note di gratitudine a  Diego  Napolitani

  PREMESSA   

           L’ invito di Paolo Tucci Sorrentino a ricordare Diego Napolitani, in vista del numero della rivista che la nostra Società – la  SGAI – gli dedicherà, mi ha portato a rileggere, in questi ultimi due mesi, molti suoi lavori con interesse rinnovato, curiosità affettuosa, molta gratitudine, e, per quanto attiene il pensiero di Diego degli ultimi  anni, talvolta con qualche perplessità. Gli scritti che hanno maggiormente “informato” questo ricordo sono riportati in conclusione.

 

IL “MIO DIEGO”

Ho conosciuto Diego Napolitani ai Seminari di Psicoanalisi e Filosofia di Torre Pellice del 1981/1982, in uno di quei “laboratori che contribuirono alla decostruzione dei fondamenti sicuri sia della psichiatria che della psicoanalisi”.

In realtà avevo già letto gli atti del Seminario di Psichiatria di comunità e Socioterapia, che egli  aveva organizzato a Milano nel 1970, editi allora dalla

Rivista Minerva Psichiatrica e Psicologica. Vi parteciparono persone veramente fantastiche e, tra i tanti, ricordo P.C. Racamier e S. Resnik che, con Diego, mi sono stati maestri nella professione e nella vita, maestri con i quali ho avuto la fortuna di lavorare.

Io venivo dall’esperienza “colta” e innovativa di psichiatria di comunità intrapresa a Reggio Emilia da Giovanni Jervis negli anni ’70; l’incontro con Napolitani fu allora determinante per l’evoluzione critica del mio modo di pensare e di operare.

In realtà la mia prima cura personale, quella di gruppo con Diego, una lunga esperienza di supervisione con lui anni dopo – e quella altrettanto importante con il Dottor Cofano – segnarono il mio interesse primario per il lavoro con e nei gruppi, sia come psichiatra che come analista. Queste esperienze mi portarono poi ad aderire alla SGAI  negli anni ‘90.

Posso dire quindi che la percezione gruppo-analitica e Diego Napolitani

hanno fortemente colorato non solo il mio modo di operare ma anche di stare al mondo.

Napolitani fu un vero “temerario” che esplorò, ed insegnò ad esplorare, territori di frontiera che ben pochi psicoanalisti e psichiatri esploravano in quegli anni e, ahimè, nemmeno ora.

La psicoanalisi accademica italiana, al contrario di quanto – seppure in forme minoritarie – avveniva in Inghilterra e in Francia ma anche negli USA, poco  contribuiva allo sviluppo di modelli “pensati ” nella cura dei pazienti gravi e nella cura necessaria delle istituzioni e dei gruppi di cura (poi chiamati équipes). Ricordo tra i pochi in Italia allora, oltre a D. Napolitani, Massimo Ammaniti a Roma, il gruppo veneto dell’ASVEGRA con Fasolo, Nose, Di Marco, Dalla Porta e Ferlini; e soprattutto il gruppo pavese con De Martis, Petrella e poi Eugenio Torre, Barale, Vender, Bezoari, Caverzasi e Antonino Ferro.

Si trattava della Terapia Istituzionale, che proprio in quel Seminario del 1970 fu presentata in Italia e che mi portò poi a lavorare con P.C. Racamier al 13° arrondissement a Parigi ed a Besançon  alla Velotte.

 

Napolitani mi ha poi insegnato a “lavorare per una forma sempre più articolata di comunicazione”, perché il dia-logo, ossia verbo che passa attraverso, ponte che collega due sponde del fiume, non è centrale solo per la cultura gruppo-analitica, ma lo è anche per una vita umana libera dagli ideologismi delle verità a priori e  autoreferenziali, e curiosa e  rispettosa per “l’altro da noi”.

Napolitani venne più volte a Savona per Seminari e Convegni e partecipò generosamente al mio libro La Bottega della Psichiatria[1].  Ricordava allora a me ed ai miei colleghi che “noi siamo degli operatori che abitano i territori di frontiera, dobbiamo essere come quei temerari sulle macchine volanti (il termine era di Luigi Cancrini) che attraversano diversi saperi” .  Diego mi ha insegnato a  recuperare quella debolezza che è stata spesso la nostra sofferenza (essere i “deboli” della medicina come i nostri pazienti, essere i deboli rispetto ai saperi psicoanalitici, filosofici, sociologici, biologici, psicologici) ma anche l’originalità e la bellezza del nostro  lavoro che – e questo me lo ha insegnato soprattutto lui – ci porta a metterci in rete con tanti “altri da noi”, a dia-logare appunto, ad imparare cose nuove per meglio operare, in modo flessibile, adattabile, rimodellabile rapidamente a seconda dei contesti di cura e di vita.

A  proposito poi del modo di prendersi cura dei pazienti anche più gravi, ricordo che Diego  metteva  a confronto i concetti di “prevedere con” e di “provvedere a”:

“Prevedere con, modifica una capacità di vedere ciò che è davanti a se stessi e in termine di sviluppo temporale dell’evento, all’interno della gestione della propria personale esistenza, mentre provvedere( o la provvidenza) indica pensare di distinguere le cose a favore o al posto di qualcun altro”[2].

 

Questa sua indicazione ancor oggi mi accompagna, nell’operare sia come psichiatra che come gruppoanalista, ricordandomi sempre il rischio seducente dell’arbitrio provvidenziale.

 

Come egli scriveva in “Dalla cultura dell’errore ad imparare ad errare”: sono così “condannato ad essere uomo nella sua irriducibile incompiutezza  conoscitiva e quindi nella sua inesauribile creatività”, condannato, se voglio mantenermi umano, al dia-logo verso nuove esperienze, ma partendo dalle matrici in cui sono stato, sono e sarò iscritto e che continuamente tenderò a travalicare, non essendone prigioniero.

Per me questa prassi è  ancora piacevole come quando iniziai a praticare come medico, a 24 anni, nel 1971.

A questo modo di pensare e di operare, a questo dono, ha contribuito non poco  Diego Napolitani.

Egli, così come P.C. Racamier, mi ha insegnato a guardare ai luoghi di cura (comunità terapeutiche, Centri Crisi,  servizi  per adolescenti e per pazienti affetti da DCA, ambulatoriali e soprattutto residenziali, strutture che ho attivato negli anni in cui a Savona ho diretto il Dipartimento di Salute Mentale) come a delle strutture di frontiera, a “sistemi relazionali” (sono parole di Diego) non solo da organizzare e gestire ma per imparare a  conoscere”, veri setting di cura rapportabili a quelli psicoanalitici, se li sappiamo leggere,  valorizzare; spazi fisici e mentali dove mi è stato possibile sperimentare per anni il contributo della cultura gruppoanalitica nella terapia istituzionale

 

Così “il divertimento” di cui ha scritto Diego Napolitani è stato possibile ed è stato spesso possibile creare con gli operatori ed i pazienti dei buoni oggetti di cura. Nelle nostre terapie riuscite “il prendersi cura” era animato dal pensiero, da matrici benevole, di grandi maestri come Resnik, Racamier, Jammet, Ciompi, Pommerau e Diego Napolitani, al quale anche per questo  penso con affetto e gratitudine.

Per rispetto a lui devo dire che, a mio avviso, egli  andò via via allontanandosi da questo serrato confronto con la clinica, dal dialogo, che deve essere continuo, tra ipotesi teoriche che si sviluppavano nella Società Gruppoanalitica Milanese e non solo, e la pratica clinica che si fa esperienza proprio come Diego ne scriveva nel lavoro del 2000 sopracitato : “Ex – periri…tento, provo, assaggio….. per cui esperienza è ciò che risulta da un tentativo, dal contatto con un non-so-ancora… che apre ad un errare vitale”.

I suoi pensieri, ma non poche delle diatribe della nostra Società (SGAI), così lontane dal mio mo(n)do clinico, non poche volte mi sono apparsi come quei “Gruppi Marmorei” che Diego aborriva e che mi aveva insegnato a fiutare, per non restarne pericolosamente affascinato e pietrificato a mia volta.

La curiosità si è fatta troppo spesso certezza, Diego è diventato, suo malgrado – ne sono certo suo malgrado e credo dolorosamente – talvolta un “gruppo marmoreo”.

Noi siamo clinici, e da lì parte ogni nostra analisi: non siamo filosofi, sociologi, etc., anche se attraversati da questi molteplici saperi, come sopra ricordato; perdere questa dimensione facilita la perdita della nobile Prassi, così come la intendeva Antonio  Gramsci  ed anche ad esempio Popper, sintesi di teorie utilizzabili, ma anche via via modificabili, per noi  proprio nell’ incontro,  nell’esperienza relazionale con i pazienti, singoli e gruppi, e con le istituzioni di cura.

Ecco, quel particolare “Reale”, che per noi sono anche la clinica ed i nostri pazienti, sembra talvolta scomparire ed allora la relatività delle nostre soggettività, delle nostre gruppalità interne, non più dialoganti con il mondo che è fuori di noi, rischia di divenire – come scrive Antonello Correale, nel commento al lavoro di Diego nel testo “La Clinica Istituzionale in Italia”[3] – “una nuova droga, altrettanto sofisticata di quelle già esistenti”.

Correale scrive ancora “reale è ciò che sta fuori di noi, l’altro, la natura, il mondo nella sua infinita complessità e segretezza. È importante che la psicoanalisi si apra a questo reale ed utilizzi i suoi potenti strumenti per allargare la nostra sfera di conoscenza sul mondo degli esseri umani nelle sue parti ancora sconosciute”.

 

Il mio “gruppo interno Diego” resta quindi  quello dello scienziato temerario e colto, del fine clinico che sostenne non di rado grandi solitudini creative ma si negò la sicurezza di matrici gruppali fisse ed asfittiche .

In conclusione, mi  sembra che ancora oggi la mia “gruppalità Diego” abbia a che fare con la curiosità, la critica scientifica serrata, abbia a che fare con l’empatia il rispetto ed il  divertimento “leggero” nel vivere e nell’operare.

Essere insomma come il “cavaliere del secchio” di Kafka, di cui così scrive Calvino[4]:

 

“Uscire alla ricerca d’un po’ di carbone, in una fredda notte del tempo di guerra, si trasforma in quiete di cavaliere errante …. al semplice dondolio del secchio vuoto…. ma l’idea di questo secchio vuoto che ti solleva al di sopra del livello dove si trova l’aiuto ed anche l’egoismo degli altri, il secchio vuoto sostegno di privazione e desiderio e ricerca…. apre la via a riflessioni senza fine “

Antonio Maria Ferro


[1]D. Napolitani :” Gruppi, Gruppalità, l’individuo dentro, di fronte e attraverso il gruppo” in La Bottega della Psichiatria, a cura di A.M. Ferro e G. Jervis (Torino: Boringhieri, 1999).

[2]D. Napolitani: “In quali fondamenti si costituisce la relazione clinico psicologica” , V° congresso nazionale SIPS, Roma 1988

[3]D. Napolitani :” Ricordi e prospettive di uno psichiatra e psicoanalista degenere” e il Commento di Antonello Correale in La Clinica Isituzionale in Italia, a cura di G. Di Marco e F. Nosè(Milano: Franco Angeli).

[4]I. Calvino, “Leggerezza”, Lezioni Americane (Milano: Garzanti, 1988).

 

 Diego 45anni

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059