Dora corre via…

1“Che diavolo è l’isteria?”

 

        C’è ancora qualcosa da aggiungere sul caso di Dora, pubblicato da Freud nel 1905[1]? Non si è detto e scritto tutto o quasi su questa ragazza che Freud vide per meno di tre mesi oltre un secolo fa, dopo quello che ne hanno scritto, oltre a Freud, Felix Deutsch, Lacan, Fairbairn, le scrittrici e teoriche femministe, fino a tanti altri autori più recenti[2]? In effetti, si tratta del caso clinico psicoanalitico in assoluto più commentato, fino a oggi[3]. E, dall’Ottocento in poi, non si è scritto e detto abbastanza sulle isteriche e sull’isteria? Un secolo dopo l’invenzione della psicoanalisi, non è il caso di archiviare, una volta per tutte, questo “magnifico figlio dell’analisi”[4] tra i problemi risolti?

        Devo confessarlo: dopo aver letto per vari decenni i testi che Freud ha dedicato alle isteriche, c’è ancora un nocciolo che non ho capito. A ogni rilettura, ho l’impressione che i conti non tornino. Dopo aver bulimicamente digerito tanti scritti sulle isteriche, ho ancora fame, ed esclamo: “Ma insomma, che diavolo vuole l’isterica?”

Il diavolo, appunto. In molte lingue si dice “che diavolo…” per dire qualcosa di incomprensibile, che per questo ci irrita. Ora, guarda caso, la medicina ottocentesca – compreso Charcot – aveva proposto un’affinità elettiva tra le isteriche e il diavolo. La teoria positivista un tempo dominante ci assicurava che le povere streghe bruciate o perseguitate, Giovanna d’Arco inclusa, erano in realtà donne isteriche. Oggi l’identificazione delle streghe con le isteriche è passata completamente di moda. Si tende oggi a distinguere il discorso teologico della stregoneria dal discorso medico-psichiatrico sull’isteria. Eppure…

Eppure non a caso sia le streghe che le isteriche sono state evocate dai Gender Studies come antesignane della questione femminile. Streghe e isteriche appaiono tuttora figure emblematiche di un disagio della femminilità. E difatti, sia le streghe che le isteriche suscitano in tutti (nelle donne stesse) la domanda cruciale: che diavolo vogliono? E se volessero, appunto, il diavolo?

In effetti, ognuno di noi si chiede, di fronte a un’isterica, “che cosa diavolo vuole costei?” – da qui la conclusione, “appunto, vuole un amore diabolico”.

Una mia paziente chiaramente isterica lamentava proprio questo: che non riusciva a prolungare le sue conquiste maschili oltre 48 ore. Con suo grande disappunto, dopo un paio di notti l’amante tagliava la corda. E quasi tutti le dicevano: “Non posso continuare con te, perché sei diabolica!” E lei: “Ma si fossero messi tutti d’accordo, i ragazzi che vengono a letto con me, nel dirmi diabolica? E che ho io di diabolico, quando comincio una storia con uno?” Per questi effimeri amanti della mia paziente era “diabolico” quel che li rigettava in quella ragazza.

Comunque, dopo un secolo di Dorologia, resta a mio avviso, ancora, da prendere atto del diabolico che è in Dora. Lacan espresse questa “diavoleria” dicendo che il desiderio essenziale dell’isterica è quello di avere un desiderio insoddisfatto – un desiderio di un godimento che resti in potenza e non venga messo in atto[5]. Quindi, “il diavolo” amato dall’isterica sarebbe il desiderio stesso – che, se venisse soddisfatto, morirebbe appunto come desiderio. C’è quindi dell’inattuale – del medievale – in Dora?

 

2.   La malattia di essere ammalato in apparenza

 

        Oggi, suol dirsi, le isteriche non sono più attuali[6]: non se ne trovano quasi più, rare quanto le streghe. Nella letteratura specialistica si pubblica oggi solo sui casi che interessano la psichiatria odierna: personalità narcisistiche e borderline, depressi, persone con attacchi di panico, autistici. I DSM – compreso l’ultimo, il 5 – hanno eliminato l’isteria anche come parola. Il suo concetto è già smembrato in una serie di diverse categorie nosografiche[7]. Tra queste incontriamo il Conversion Disorder (Functional Neurological Symptom Disorder), che evidentemente riprende la vecchia isteria di conversione, e l’Hystrionic Personality Disorder. Solo che mentre il primo disturbo appare nella categoria “Sintomi Somatici e Disordini Collegati”, il secondo appare in tutt’altra categoria, “Disordini della personalità[8]. Quelli che erano considerati sintomi patognomici dell’isteria, vengono dispersi, per così dire, in categorie eterogenee.

La rinuncia al termine antico isteria non è certo estranea alla political correctness, in quanto isteria viene da hysteron, utero; la cultura americana impegnata in una poliziesca pulizia linguistica non vede di buon occhio un termine come isteria. Il DSM-IV si limita perciò a notare che il Disordine di Somatizzazione viene rilevato dallo 0,2% al 2% tra le donne, e meno dello 0,2% tra gli uomini. Il DSM-5 dice che il Disordine di Conversione è da due a tre volte più comune tra le donne. Il carattere femminile del disturbo quindi viene ammesso solo statisticamente, viene rimosso dalla nomenclatura.

Di solito si pensa che anche il pensiero psicoanalitico abbia sfatato l’idea che l’isteria sia una magagna femminile, in quanto certo parla di isterici maschi[9]. Eppure, per i teorici freudiani, sia l’uomo che la donna isterici hanno un problema con la femminilità: l’uomo isterico, per dirla in breve, non sa che cosa significa esattamente il suo essere femmina. Anche se un essere umano dotato di pene può essere isterico, per la psicoanalisi di fatto l’isteria resta un problema della femminilità[10].

Eppure lo psicoanalista Bollas giustifica la pubblicazione del suo libro sull’isteria proprio perché colpito dalla grande frequenza di casi di isteria portatigli in supervisione da diversi analisti[11]. Scrive:

 

La decisione di […] scrivere un libro sull’isteria è derivata dalle supervisioni cliniche negli USA negli anni 80. I casi che mi venivano presentati erano chiaramente isterici, ma la maggioranza dei presentatori li considerava casi di personalità borderline. […] Dalla metà degli anni 80 in poi, quasi ogni caso presentato era di isteria. […] Gradualmente, mi sembrò che nella comunità terapeutica emergesse una richiesta inconscia di riconsiderare l’isteria. Appariva chiaro il disincanto riguardo al concetto onnicomprensivo di diagnosi borderline, e come pensare all’isterica attraverso gli occhiali teoretici della personalità borderline fosse diventata una specie di tragedia. [Bollas, 2000, p. 2]

 

Continuamente, anche nella vita extra-professionale, mi imbatto in persone isteriche. Il sintomo noto come “bolo isterico” fa parte del quotidiano psichiatrico. Ma le isteriche non interessano più il discorso psichiatrico perché sembrano essere una questione risolta, grazie a Freud. Conosco alcuni medici psichiatri che lavorano nei sevizi pubblici, e che non hanno alcuna formazione psicoanalitica. Ebbene, quando si trovano confrontati con isteriche, quasi per riflesso usano alcuni classici trucchi freudiani. Ormai, come-trattare-un’isterica fa parte del saper-fare comune. Così, nel film Limelight (Luci della ribalta) di Chaplin il clown Calvero cura una giovane ballerina isterica restituendole l’uso delle gambe grazie a una fulminea interpretazione freudiana. Certo, all’epoca di quel film (1952) la psicoanalisi furoreggiava in America, anche un pagliaccio sapeva come comportarsi con un’isterica.

        Quindi la teoria freudiana dell’isteria pare essere stata eliminata dal suo stesso successo. E’ vero che nella vecchia isteria i medici vi vedevano soprattutto i sintomi che li interessavano: le conversioni somatiche. In effetti, l’isterica aveva interessato – e spesso irritato – il medico positivista nella misura in cui essa portava un disturbo pseudo-organico. I medici hanno definito l’isteria come la malattia consistente nel fingere una malattia perché questo “disordine di somatizzazione” era la parte che li intrigava di più: così il malato apparente viene reintrodotto nella nosografia come “malato di apparenza”. Da Charcot a Freud, passando per Pierre Janet, l’isteria viene identificata a un “soffrire per delle rappresentazioni mentali”. Ma davvero ciò che impressiona tanto il medico – la malattia del non essere malati – è anche la cosa più importante per l’isterica? Siamo sicuri che l’isteria consista essenzialmente in questa contraffazione di malattia? Non proietta qui la medicina le sue categorie e priorità sull’esistenza dei suoi pazienti? Come già Charcot aveva intravisto, invece, all’isterica gliene importa fino ad un certo punto dei suoi sintomi di conversione – da qui la sua belle indifférence.

[Con questo non voglio affatto dire che la somatizzazione non sia importante nell’isteria, ma che essa andrebbe vista in un quadro più vasto: è che l’isterica deve incontrare il vuoto (o comunque lo si chiami: mancanza, castrazione, frustrazione, assenza) nella realtà stessa. Certo la realtà più facilmente a disposizione è quella del proprio corpo, ma può anche trovarsi fuori del corpo. Per esempio, un isterico maschio viveva il sintomo di farsi bocciare sistematicamente a tutti gli esami, pur essendo molto bravo: il fallimento scolastico era la sua conversione. Quel che conta, nell’isteria, è che il soggetto viva un’impotenza reale. Può essere un’impotenza nell’esercizio delle funzioni del proprio corpo [ad esempio la vista, nella cecità isterica] oppure può essere inflitta dall’esterno, nel cozzo con un mondo che lo/la rigetta. Il mistero dell’isteria consiste nel dover di volta in volta realizzare, nel corpo o altrove – attraverso le inibizioni più diverse –  una carenza fondamentale, un vuoto insopportabile che pare “fissarsi” nei vari sintomi, spesso transitori.]

        Freud era comunque un dottore, e prendeva le mosse dal discorso medico dell’epoca. Per la medicina quel che conta è prima di tutto diagnosticare una malattia, definita attraverso i sintomi in cui si manifesta. Oggi in filosofia, nella critica letteraria e nella storia dell’arte si usa con dovizia il termine sintomale o sintomatico; eppure sempre più di rado ci si ricorda che parlare di sintomi è parlare da medici. E i sintomi tipici dell’isteria sono quelli della conversione, vale a dire la forma somatica di un handicap sine materia.Il DSM-5, isolando la conversione, prosegue il discorso medico sull’isteria: l’apparenza somatica dei disturbi. L’essenza dell’isteria consiste nell’avere la forma della malattia senza averne la sostanza.

Così Freud, per rendere accettabile la sua teoria eziologica, doveva innanzi tutto dimostrare che riusciva a spiegare i sintomi di conversione, e a guarire proprio quelli. Mirava così a dimostrare che l’essere-ammalata-in-apparenza era una vera malattia in quanto se ne poteva guarire – con Freud, la consecutio logica tra malattia e guarigione si inverte, dato che qui è in fondo la guarigione a dimostrare che c’era malattia. Ma troppo spesso gli psicoanalisti hanno preso alla lettera il contesto medicalista del discorso freudiano – senza notare che Freud, a un certo punto, deve lasciare dietro di sé il modello medico. Freud si rende conto che la sintomatologia medica è solo la punta dell’iceberg isterico. Definire l’isteria sulla base della conversione dallo psichico al somatico sarebbe un po’ come definire i cattolici “quelli che non mangiano carne il venerdì”. Allora, i cattolici che invece mangiano carne il venerdì non sono cattolici? Così, alcune donne possono essere considerate isteriche a tutti gli effetti anche in presenza di sintomi isterici quasi irrilevanti o assenti. L’importante è vedere l’intero iceberg dell’isteria. Per questa ragione propongo un’ennesima analisi dell’iceberg Dora – contro cui, come il Titanic, andò a sbattere la tecnica inventata da Freud.

 

3.   Quartetto

 

Il caso di Dora non deve certo la sua celebrità alla sintomatologia della protagonista in senso medico. Lo precisa Freud stesso:

 

Il caso clinico quale l’ho fin qui abbozzato non sembrerebbe, tutto considerato, degno di comunicazione: “petite hystérie” con tutti i sintomi somatici e psichici più comuni: dispnea, tosse nervosa, afonia, fors’anche emicrania; e insieme depressione, insociabilità isterica e un taedium vitae probabilmente non del tutto sincero. Sicuramente sono stati pubblicati casi d’isteria più interessanti e molto spesso più minutamente descritti…. [Freud 1901, OSF p. 318-9[12]]

 

Insomma, l’interesse teorico di un caso non è legato al livello di gravità o spettacolarità dei sintomi. Il punto importante è un altro: di fatto Dora non viene tanto portata da Freud per i suoi somatization o conversion disorders, quanto per una ragione che il padre di Dora esporrà senza molti infingimenti allo stesso Freud. E cioè, Dora gli chiede in modo ossessionante di mandare all’aria la sua relazione – che egli descrive come di pura amicizia, senza che però nessuno ci creda – con Frau K., una signora più giovane di lui. In altre parole, Dora scompagina completamente il comfort del padre. Più che portatrice di sintomi propri, Dora appare prima di tutto un sintomo del padre – lei è la rompiscatole, la guastafeste, la sofferenza del padre. Il padre di Dora affida la figlia alle cure del suo medico di fiducia con queste parole: “Veda Lei, ora, di riportarla su una strada migliore [Suchen Sie sie jetzt auf bessere Wege zu bringen].” (OSF, p. 321) Il messaggio del padre-padrone – un facoltoso industriale – non consiste nel dire al medico “per favore, me la guarisca”, ma nel dire chiaramente “la metta su una strada migliore”. Gli chiede qualcosa che di solito si chiedeva al rabbino più che al medico. In questo il padre vede giusto: come vedremo dai sogni di Dora, costei è più che mai incerta sulla propria strada. Il padre è il primo a dubitare che “la cosa” che assilla sua figlia sia una somatizzazione: il vero punto è che Dora non segue la via razionale, conveniente, utile, comoda per tutti, anche per se stessa. E qual è questa strada migliore? Quella di non disturbare la relazione adulterina del padre con Frau K. e di tener buono Herr K. – il marito di lei – concedendogli eventualmente le sue grazie, come si diceva all’epoca. Ma Dora al padre non fa questa grazia.

        Ben presto Freud constata che, rispetto alla reticenza ipocrita del padre, il quadro che Dora dà della situazione è ben più esatto. I protagonisti di questo vaudeville erotico costituiscono un quartetto: Dora, suo padre, Frau K. e suo marito Herr K[13]. La madre di Dora, donna descritta come insopportabile e non molto intelligente, pare esclusa da questo gioco di scambi spesso indecenti in quanto “psicotica” (per Freud la Hausfrau, la donna di casa che bada solo alle cure domestiche, è una sorta di psicotica). Il padre di Dora e Frau K. da anni intrattengono una relazione amorosa camuffata dietro le apparenze di una rispettabile frequentazione amichevole delle due famiglie. Herr K., al corrente di questa relazione, da tempo pare non avere più rapporti sessuali con la moglie, e dice di non chiedere il divorzio per il suo attaccamento ai figli avuti da Frau K. Herr K. da anni desidera sessualmente la giovane Dora, con cui fa spesso lunghe passeggiate e a cui elargisce doni. Le sue attenzioni nei confronti di Dora paiono tollerate dal padre di lei, il che fa sorgere il sospetto – in Dora e in Freud stesso – che egli veda di buon occhio un’eventuale storia amorosa tra sua figlia ed Herr K. Scambio di favori tra gentiluomini. Ma si tratta di un conto senza l’oste, anzi, senza l’isterica. E difatti, quando Dora denuncia al padre le avances inequivocabili di Herr K. in riva ad un lago in una località di villeggiatura[14], il padre finge di credere – o si auto-inganna fino al punto di credervi – alla versione di K. Costui non solo nega di aver insidiato Dora, ma attribuisce questa “fantasia” alla perversità della ragazza e alle di lei letture di sessuologia. Torneremo su questa “scena madre” sul lago. E’ dopo questa scena, del resto, che Dora “si ammala”, mettendosi sulla strada di una guerra rivendicativa contro il padre, esigendo la rottura completa di ogni relazione con i K.

Quando parlo qui di quartetto, faccio un po’ come Dumas padre, che intitolò I tre moschettieri un romanzo in cui i moschettieri sono quattro. Il quartetto, in effetti – come troppo tardi apparirà chiaro a Freud – è un quintetto, dato che l’analista entra nel gioco.

In effetti Freud si incarica di dimostrarci che di fatto Dora ama, appassionatamente, tutti i protagonisti della quadriglia – ma allo stesso tempo li odia e li combatte. Questa generosità erotica di Dora ce la fa apparire come una campionessa di perversioni, almeno secondo i criteri dell’epoca. Nella misura in cui è innamorata del padre è incestuosa; nella misura in cui ama Frau K. è lesbica; nella misura in cui ama Herr K., più anziano di lei, è una ninfetta o Lolita si direbbe oggi. E nella misura in cui ama anche Freud è… una paziente in transfert. E il transfert, per Freud, era a sua volta una nevrosi, non qualcosa di “normale” come gli analisti di oggi pensano. Dora, come di solito le isteriche, risulta addirittura una post-modernista: la ricostruzione freudiana le affibbia molte peculiarità della oggi tanto celebrata a-normalità. Se Freud sembra fare il tifo per Herr K. è perché, tra tutte le cotte reali o apparenti di Dora, quella per il marito della sua rivale appare in fin dei conti la più normale e socialmente accettabile, il besser Weg tra le varie strade perverse e nevrotiche tra le quali la Nostra sembra esitare.

 

4.   I due fallimenti Bauer

 

Ma allora, come sostengono le studiose femministe, l’isteria di Dora si riduce in fin dei conti alla sua non-complicità nei confronti della strategia erotica del padre? Dora è solo il sintomo del padre? E nella misura in cui Freud sottilmente cerca di convincerla che lei ama Herr K. – spingendola quindi nelle sue braccia con avallo medico – non è anch’egli complice dello scambio indecente di donne che il padre-padrone favoreggia? Siccome è stata mandata in cura da Freud senza la sua volontà, la terapia con Freud era sin dall’inizio destinata al fallimento?

E’ una forzatura affermare tutto ciò. In effetti, se Dora si presta, almeno per qualche mese, alla strana terapia di cui Freud è specialista, è perché percepisce che qualcosa, nella sua forma di vita, non va. Lo ammette con Freud:

 

Dora sentiva perfettamente che i suoi pensieri sul padre meritavano un giudizio particolare. “Non posso pensare ad altro”, si lamentava ripetutamente. “Mio fratello mi dice, è vero, che noi ragazzi non abbiamo il diritto di criticare le azioni del babbo. [....] Mi rendo conto di questo e vorrei pensarla come mio fratello, ma non posso. Non posso perdonargli.” [Freud, 1901, OSF,p. 345]

 

“Vorrei perdonargli, ma non posso”. Questo è il sigillo di ogni lamentela nevrotica: “vorrei, ma non posso”. Dora insomma riconosce un suo malessere, di cui però rivendica la necessità.

        Qualche parola va detta su questo fratello di Dora su cui Freud si sofferma così poco. Anche il fratello lascerà un segno nella storia. Egli è Otto Bauer (1881-1938), che diventerà illustre filosofo e leader socialista austriaco. Già bambino-prodigio, fu uno dei principali teorici dell’austro-marxismo, fu segretario del partito socialdemocratico austriaco dal 1907 al 1914, e divenne ministro degli esteri nel 1918. Il suo ruolo storico è valutato oggi negativamente perché fu “ciecamente” contrario a un fronte popolare antinazista con la partecipazione dei comunisti. Il risultato fu l’Anschluss nel 1938 (l’annessione dell’Austria alla Germania hitleriana) – e la sua fuga in Francia. Come sua sorella, anche Otto rifiutò a suo modo i valori paterni, ma in una maniera che, secondo i nostri standard, molti considerano oggi proficua, raccomandabile, rispetto alla sterile “protesta isterica” della sorella. La sua tolleranza della relazione adulterina del padre appare oggi a molti – rispetto al morboso coinvolgimento della sorella – la via di emancipazione giusta[15]. Eppure oggi il fallimento emancipativo dell’isterica ci interroga in modo più coinvolgente aul successo socio-politico del “gioiello di famiglia” che si risolse in un fallimento storico. Chi dei due, il riformatore progressista o l’isterica, fallì di più?

Torniamo a Dora. La sua egodistonia – il suo sentire che c’è qualcosa di morboso in lei – consiste sostanzialmente in queste due affermazioni: “non posso pensare ad altro” e “non posso perdonargli”. Freud qui accosta l’isteria alla malinconia, in quanto entrambe sarebbero caratterizzate da vere e proprie passioni sovraintense. La Nostra soffre, eccessivamente, per il godimento erotico del padre. Qui Freud mette in atto la sua strategia ermeneutica abituale: quando un nevrotico esibisce un atteggiamento eccessivo, bizzarro, lo interpreta come segno di un atteggiamento che in un altro contesto sarebbe normale. Il malinconico esibisce un comportamento simile a quello che di solito si ha a seguito di un lutto grave – ergo la malinconia è una forma di lutto per una perdita di un oggetto particolare. “Dora è devastata dalla relazione del padre con Frau K. come una moglie gelosa e tradita – ergo, Dora è veramente innamorata del padre come fosse una moglie”. Ma allora il problema è semplicemente spostato: se Dora si comporta nei confronti del padre come una moglie tradita, che cosa motiva le reazioni di una moglie tradita?

Quest’ultima domanda ci appare superflua, in quanto crediamo di comprendere perfettamente le reazioni di una moglie gelosa e tradita. Troviamo del tutto normale che una moglie tradita dica “non posso pensare ad altro” e “non posso perdonargli”. Ma il fatto che per noi questa reazione sia comprensibile non toglie che essa a sua volta meriti una spiegazione. Dopo tutto, perché gli esseri umani sono gelosi di certe persone (e non solo di quelle che amano)? Del resto non tutte le mogli gelose esibiscono sintomi isterici come Dora. Il mistero dell’isteria viene quindi rimandato al mistero della gelosia. O meglio, il mistero dell’isteria ha l’effetto – via Freud – di rendere quasi enigmatico il sentimento comprensibilissimo della gelosia. Interrogarsi sull’isteria significa quindi reinterrogarsi sull’affettività normale. Questo è il segreto del grande successo della psicoanalisi nel Novecento: non tanto perché sia riuscita a spiegare in modo inconfutabile la causa delle nevrosi (fosse il cielo!) ma perché, attraverso le sue spiegazioni, è riuscita a farci cogliere il lato inspiegabile, nevrotico, di ogni normalità.

 

5.   “Fai la guerra, non l’amore”

 

Ma allora, per Freud, in cosa consiste l’isteria di Dora, e l’isteria in generale?

 

“Non esito infatti a considerare isterici tutti coloro in cui un’occasione di eccitamento sessuale provoca soprattutto o soltanto sentimenti spiacevoli, e ciò indipendentemente dal fatto che il soggetto sia o no in grado di produrre sintomi somatici.”[16]

 

Insomma, per Freud è isterica non chi soffre di somatization disorders ma qualunque donna non goda dei piaceri normali della vita, e in particolare di quelli sessuali (etero od omo che siano). L’isteria consiste di fatto nel cullarsi burrascoso in una cultura dell’insoddisfazione. Lo sfondo a partire dal quale Freud pensa l’isteria è il rifiutarsi di una donna al ministerium della donna normale, dalla quale ci si aspetta che vada a letto con l’uomo amato – che sia una vera donna insomma. Oggi, siamo disposti a considerare un ministerium normale anche, per una donna, andare a letto con un’altra donna e conviverci. Se Dora è innamorata di Herr K. (come crede Freud), perché non copula con lui e magari gli fa anche dei bambini? E se Dora è innamorata di Frau K. (come crede piuttosto Lacan[17]), perché non la seduce e magari non la strappa a suo padre? Dora non fa nessuna di queste due cose che desidera – se è vero che le desidera. Nel rifiuto irritato della prescrizione edonistica, l’isterica ci irrita. “Ma che diavolo vuole costei?” Perciò nel discorso corrente dei maschi italiani, per esempio, dire “quella è proprio un’isterica” significa “quella mi irrita perché, alla fin fine, non la dà a nessuno”.

In fondo, tutti dicono a Dora “godi!” – giocano al Super-Io del godimento. Ma appunto, Dora non può – o non vuole? – godere. La sola cosa che la farebbe godere è impossibile. Tutti (Freud incluso) le dicono in fondo “fai l’amore, non la guerra!” Ma lei preferisce stranamente la guerra contro il padre. Certe teoriche femministe si sbagliano quando interpretano l’isteria come un rivolta contro la società maschile che non avrebbe permesso alle donne di realizzarsi e di godere. E’ vero proprio il contrario: le isteriche affascinarono la società di fine Ottocento perché incarnavano la resistenza “incomprensibile” di donne finalmente sottoposte alla legge senza eccezioni del godimento per tutti. Questi signori otto-novecenteschi dicevano alle loro donne “godete, proprio come facciamo noi!”, ma l’isterica preferiva soffrire. E’ un dato clinico che si può spiegare come si vuole, ma che resta tale: l’isterica evita quel godimento che le si chiede di raggiungere. Quando si sposa, ad esempio, il marito si irrita con lei perché è frigida. Oppure lei gli ripete: “sto con te, ma sogno un altro!”

Oggi l’isteria assume piuttosto la forma di “disturbi alimentari” (anoressia e bulimia): in una società occidentale nella quale nessuno muore più di fame, l’anoressica – come l’isterica – sputa nel piatto del godimento orale. Perciò l’isterica e l’anoressica irritano profondamente quelle società che vogliono assicurare la massima soddisfazione edonistica a tutti, soprattutto alle loro donne.

E Dora irrita anche Freud, nella misura in cui lei non cessa di scappare via da coloro che essa ama. E’ stato notato che, a differenza di altri casi, Freud scrive di Dora in tono spesso irritato, snervato. Gli autori femministi ovviamente non hanno perso questa occasione per denunciare il maschilismo di Freud, che sembra preferirei suoi pazienti maschi. Vada a parziale discarico di Freud il fatto che Ida Bauer è stata considerata, da molti che l’hanno conosciuta, come una persona particolarmente insopportabile. Come scrive Felix Deutsch, “lei era stata, così come mi disse il mio informatore [Ernest Jones], una delle ‘isteriche più repellenti’ che egli avesse mai incontrato.” (Felix Deutsch, 1957)

Dora si presenta a noi, attraverso lo specchio caleidoscopico di Freud, come la fuggitiva. Fuggì via a 14 anni, quando venne baciata da Herr K. nel suo negozio. Poi di nuovo fuggì via da K., sul bordo del lago, quando costui cominciò a farle “proposte serie”. Quindi fugge via da Freud sospendendo la terapia. E dei due sogni che porta a Freud, nel primo parla chiaramente di fuga, e anche nel secondo domina la fuga, benché sia una fuga à l’envers. L’isterica pare fuggire o sfuggire – sfugge al rapporto sessuale pur desiderandolo ma, in prospettiva, sfugge alla stessa presa scientifica dello psicoanalista. L’isteria ha un rapporto essenziale con un fuggire via da ciò che si vuole – che a sua volta ha una connessione paradossale con l’impossibilità di sfuggire al mondo familiare.

 

[I nevrotici] sono dominati dal contrasto tra realtà e fantasia. Ciò a cui ambiscono più intensamente con l’immaginazione, essi lo fuggono [corsivo di Benvenuto] allorché la realtà lo offre loro; e quando la realizzazione delle loro fantasie non è più da temere, tanto più volentieri si abbandonano ad esse[18].

 

Ogni nevrotico è nel fondo un isterico nella misura in cui fugge il passare all’atto, fugge la soddisfazione del desiderio. E fugge persino le proprie identificazioni, a cui è profondamente infedele. Fugge la possibilità che la soddisfazione lo prenda, lo chiuda in un legame di soddisfazione. Fugge così anche la teoria che lo com-prenda, lo “chiuda” quindi, in modo intellettualmente soddisfacente.

 

 

6.   L’impotenza del maschio

       

Oggi si rimprovera a Freud la sua eccessiva sicurezza sul suo metodo. Come capita spesso al ricercatore ambizioso, Freud si appassiona alle sue ipotesi e non esita a forzare i dettagli nel letto di Procuste del suo sistema interpretativo, in modo che tutti i conti alla fine tornino. Ma egli stesso non si rende conto delle sviste a cui si costringe per far tornare questi conti.

Ad esempio, Lacan ha fatto notare lo strano modo in cui Freud “spiega” il prurito alla gola e la tosse di cui per un po’ soffre Dora. Già da tempo Freud aveva deciso che i sintomi somatici isterici sono tutti riconducibili a imitazioni espressive di atti sessuali. A un certo punto Freud estorce a Dora questa confessione: che lei considera il padre impotente (unvermögend, impotent[19]). Ma allora, come può accusarlo di avere rapporti sessuali con Frau K.?, le chiede Freud. E Dora risponde di sapere bene che la penetrazione non è il solo modo in cui si può fare all’amore. Ora, ognuno di noi pensa che qui Dora si riferisca al cunnilinctus, modo tipico di soddisfare una donna quando l’uomo non ce la fa. E invece Freud pensa alla fellatio a cui Frau K. di presterebbe. Perché questa svista di Freud così plateale? Perché Freud deve spiegare tosse e pruriti alla gola come la messa in scena corporea di un rapporto di fellatio, tutto qui – il pene arriva in gola, la clitoride no. Freud è così innamorato del suo sistema esplicativo che, un po’ come Dora con il padre, “non riesce a pensare ad altro”. E non si accorge di quel che ogni Pierino vedrebbe subito: che Dora sta alludendo a qualche altra cosa.

        Oggi potremmo vedere la cortese concessione di un miglioramento sintomatico di Dora nel corso della cura in altri modi. Di fatto, Dora sembra considerare non solo il padre, ma un po’ tutti gli uomini, impotenti, e non solo sessualmente. Impotenti in che cosa? Innanzitutto impotenti nel soddisfare il suo desiderio. Essa si fa gioco dei medici perché li considera impotenti nel guarirla; questi signori – all’epoca i medici erano tutti uomini – non possono darle ciò di cui lei pensa di avere veramente bisogno. Freud stesso, in quanto medico, è impotente, e Dora non mancherà di dimostrarglielo. Del resto, quando un uomo esibisce la sua potenza, il gioco della Nostra consiste propriamente nell’abbassargli la cresta. E’ quel che fa con Herr K., il quale dice a Dora che dalla moglie non riceve nulla. Con lui, come nota Freud, Dora fa l’allumeuse, la cock teaser, lo incoraggia per poi tirarsi indietro. Essa gli manda segnali di disponibilità e persino di amore ma, arrivati al momento cruciale – quando in riva al Garda lui le si dichiara – molla lo schiaffo. Con Freud lei si comporta non da cock teaser ma direi da knowledge teaser, da eccitatrice di sapere: è molto brava nel far drizzare il fallo conoscitivo di Freud, per poi assestargli al momento decisivo lo scacco terapeutico a cui Freud reagirà, appunto, scrivendo indispettito questo testo famoso. Freud pare scrivere qui per elaborare uno scacco del suo potere terapeutico e teorico. La scrittura pare servirgli per riacquistare una potenza interpretativa che le diaboliche isteriche, spesso, provvedevano a ridimensionare.

Il fatto che Freud rientri nella serie maschile – padre, Herr K., medici – e quindi sia marcato da impotenza, risulta chiaro quando quindici mesi dopo l’interruzione della cura Dora riappare. Freud nota che Dora si rifà viva il primo d’aprile – e prende come un pesce d’aprile quella riapparizione. Dora propone a Freud di riprendere la loro relazione. Per “sedurlo”, gli dà delle informazioni che dovrebbero mandarlo in brodo di giuggiole: gli comunica che si è riconciliata con i K. e, parrebbe, persino con suo padre. A Frau K. ha fatto ammettere la sua relazione con il padre, e a Herr K. ha fatto confessare che davvero sul lago aveva cercato di sedurla. Ora la faccenda pare chiusa. Non ce n’è abbastanza per far sentire Freud soddisfatto? Evidentemente Dora gli racconta tutto questo per significargli “vedi come sei stato bravo? Grazie a te ho ottenuto quello che desideravo.” Ma Freud non crede nel pesce d’aprile.

        In effetti, Dora lamenta ancora due sintomi fastidiosi: un accesso di afonia da un mese e mezzo, e una nevralgia facciale destra che le dura da quindici giorni[20]. Appare presto a Freud che questi due sintomi si connettono al fatto che Dora si sia ritrovata confrontata con i due uomini extra-familiari della sua vita: Herr K. e Freud. L’afonia seguì un suo incontro casuale con K. per strada:

 

[K.] le era venuto incontro in un punto di traffico intenso, era rimasto di fronte a lei come smarrito e si era lasciato cogliere, nella sua fissità attonita, da una carrozza che lo aveva gettato a terra. [Freud 1901, OSF,p. 401].

 

Come Herr K. era rimasto “senza parole” di fronte a lei, così lei attraverso l’afonia resta senza parole a seguito di questo confronto, come a risarcirlo per l’incidente. Quanto alla nevralgia facciale, essa segue al suo imbattersi in Freud sui giornali: aveva letto che questi era stato nominato Professor extraordinarius all’università di Vienna. Le sue somatizzazioni sarebbero quindi la scia isterica di due incontri che risvegliano la sua passione per l’umiliazione del maschio[21]. Sarebbero il prezzo del suo trionfo sul maschio (una specie di legge del taglione) nella sua doppia faccia di pretendente amoroso e di pretendente terapista – in ogni caso, trionfo sul maschio che pretende penetrarla.

Freud interpreta la nevralgia facciale come una metafora dello schiaffo da lei dato a K., di cui ora si sarebbe pentita – e così ammette ellitticamente di essere stato a sua volta schiaffeggiato da Dora, non come corteggiatore della sua femminilità ma come corteggiatore della sua isteria. Comunque l’apparente pentimento di Dora è appunto un pesce d’aprile perché di fatto questa doppia riapparizione – di fronte a Herr K. e Freud – non cambia nulla. Entrambi, ai suoi occhi, appaiono travolti e gettati a terra. I suoi due innamorati mordono la polvere. Perché se K. la amava come giovane donna, Freud la amava come isterica che doveva aprirgli lo scrigno dell’inconscio.

        I commentatori successivi hanno spesso accusato Freud di rigettare stizzosamente Dora, quando lei gli si propone per riprendere l’analisi. Giustamente si è fatto notare che Freud si comporta come un innamorato tradito, che si concede la rivalsa contro la “ex” che lo aveva “schiaffeggiato”[22]. La mancata serietà di Dora sarebbe un alibi: Freud assesta a sua volta uno schiaffo alla sua paziente. In altre parole, Freud non fa la fine di K., che si fa travolgere fulminato dal di lei sguardo. Si insinua che Freud si comporterebbe qui un po’ come il deprecato Breuer, quando costui – confrontato alle seduzioni di Anna O. – tagliò la corda sospendendo la terapia e andandosene a Venezia con la consorte. Anche qui, Dora gli si offre – come paziente – e Freud la respinge. Fa con Dora quel che Dora ha sempre fatto con K., rende la pariglia. Queste osservazioni suonano giuste, ma è anche vero che Freud aveva le sue ragioni per non credere nelle buone intenzioni di Dora: aveva captato che il suo vero, profondo desiderio era quello di manifestare al maschio la propria impotenza. E che se egli l’avesse ripresa in terapia, di fronte a questa manifestazione prima o poi si sarebbe trovato.



[1] Tuttora si nota un rancore degli analisti per le isteriche, che è simmetricamente speculare al rancore delle isteriche nei loro confronti, e nei confronti degli uomini in generale.

 

 

 

7.   Sogno nel sogno

 

        Vediamo come Freud esercita la sua potenza interpretativa in rapporto ai due sogni riportati da Dora. Riporto qui il primo.

 

“In una casa c’è un incendio. Mio padre è in piedi davanti al mio letto e mi sveglia. Mi vesto rapidamente. La mamma vorrebbe ancora salvare il suo scrigno dei gioielli, ma il babbo dice: ‘Non voglio che io e i miei due bambini bruciamo a causa del tuo scrigno dei gioielli’. Scendiamo in fretta, e appena sono fuori mi sveglio.” [23]

Appena svegliata, Dora sente odore di fumo.[24]

 

Mi limito qui a ricordare l’interpretazione finale di questo sogno: “La tentazione è così forte. Caro papà, proteggimi ancora come ai tempi dell’infanzia, non farmi bagnare il letto!”[25] Nel sogno, Dora si difenderebbe dalla tentazione di accettare le proposte di K., e vorrebbe che suo padre la aiutasse a sottrarsi alla tentazione erotica (“bagnare il letto”). Questa interpretazione vede l’incendio come una metafora dell’eccitazione sessuale, e lo scrigno dei gioielli come una metafora del genitale femminile. Si tratta in ambedue i casi di metafore trite, frequenti nel tedesco parlato.

Comunque si tratta – metafore a parte – di un sogno di fuga. Come non cessa di fare nella vita, anche qui Dora scappa via. Metaforicamente, la casa paterna brucia, e Freud crede di sapere perché: essa è arroventata dalle passioni erotiche, illegittime inappagate o segrete, che agitano tutti i personaggi inclusi in quella casa. Freud intuisce che la fuga dalla magione paterna mette in scena il desiderio di lei di sottrarsi a un assedio erotico, non solo quello di Herr K., ma del proprio desiderio. Insomma, il sogno mette in scena il desiderio di sfuggire al desiderio;  rappresenta il desiderio di non desiderare. Ma questo è semplice corollario della teoria freudiana del sogno in generale: per Freud un sogno è sempre frutto del desiderio di sfuggire al desiderio – altrimenti il dormiente si sveglierebbe. Il sogno mira a salvare capre e cavoli, a soddisfare il desiderio di dormire e un po’ anche i desideri che ci svegliano, e che contrastano col desiderio di dormire.

Oggi si tende a interpretare i sogni in modo da includervi il transfert: quando un soggetto racconta un sogno a qualcuno, questo qualcuno è incluso nel sogno stesso. Secondo questa ottica, in questo sogno Freud può essere messo al posto del padre: Freud la sveglia dal suo sonno isterico.

Ma perché Dora deve sottrarsi alla tentazione? Dopo tutto, nessuno le proibisce una relazione con Herr K. – anzi, è proprio quello che tutti, Freud incluso, si augurano. Da qui il paradosso: Dora chiede oniricamente al padre di sottrarla alla tentazione di soddisfare il desiderio del padre! Proprio grazie all’interpretazione di questo sogno isterico, siamo rimandati all’enigma fondamentale dell’isteria: “perché diavolo la signorina si sottrae a una relazione che pare desiderare?”

        E perché Dora si sveglia da quell’incubo proprio quando esce fuori di casa ed è salva? In effetti, di solito ci si sveglia da un incubo quando nel sogno non si ha più alcun modo di salvarsi. Il risveglio registra il fallimento del sogno, secondo il teorema di Freud: ci si sveglia quando il sogno non riesce più a trasformare il desiderio impertinente in rappresentazioni. Ma in questo caso il risveglio registra stranamente il successo del sogno: Dora è riuscita a salvarsi dall’incendio, e con lei tutta la famiglia. C’è qualcosa di barocco in questo ridondante risveglio.

Questo sogno in un altro sogno ricorda quei quadri secenteschi intitolati, per esempio, “Vedute di Roma”, dove si vede una bottega di pittore: qui sono ammassati una serie di quadri che mostrano vedute di Roma. Dipinti nel dipinto. Dora sogna prima di essere risvegliata dal padre dal proprio sogno, e quindi si sveglia dal sogno di questo risveglio. E’ un risveglio alla seconda potenza. Ma allora, che cosa può significare questo risveglio da un sogno di un sogno?

E’ che l’incendio, la fuga da casa, il risveglio, sono tutti ambigui, a doppio versante: è nella misura in cui Dora fugge da casa che vi resta; è nella misura in cui fugge l’incendio che ella lo attizza; è nella misura in cui esce dal sogno illusorio degli incesti infantili che ella vi resta. Quando si sveglia dal suo sogno di sogno, è pur sempre nella casa-che-nel-sogno-brucia che si ritrova. Il vero pericolo non sarebbe allora tanto la casa che brucia, ma il fuggire da essa… In realtà, Dora fugge il pericolo di fuggire di casa. Ovvero, fugge come pericolo il suo desiderio di fuggire di casa.

Ma che cosa è questa casa che appare nei due sogni? La casa è un contenitore, uno spazio vuoto che raccoglie la vita e la morte. E’ come un utero a cui Dora si identifica: nel primo sogno fugge da esso, nel secondo vi fa ritorno, da sola. La casa è quel che chiamerei il vuoto centrale a cui ogni isterica pare fissata: vuoto che corrode la sua vita, e a cui però sembra restare cocciutamente fedele.[26]

Forse, l’isteria è questo: il non riuscire a uscire di casa, non riuscire ad abbandonare il vuoto. Anche quando vi si è usciti materialmente. Non riuscire a lasciare una casa che brucia di passioni, ma alle quali ancora si partecipa con l’anima, esonerandone il corpo. Perché, dopo tutto, l’isterica vuole restare bambina, quindi incestuosa. Non vuol diventare altra dalla bambina che non è più. Non taglia il legame con la casa, non taglia con la propria infanzia. L’isterica non si è allontanata mai veramente dalla propria infanzia, perciò vive ogni proposta relazione sessuale adulta quasi come un attentato di pedofilia. E’ invischiata fino al collo nella sua infanzia perduta, e quando sogna di fuggirne via… è per ritornarvi, finalmente.

 

 

8.

 

Ora il secondo sogno.

 

“Mi aggiro per una città che non conosco, vedo strade e piazze che non mi sono familiari. Giungo poi in una casa dove abito, vado nella mia camera e trovo lì una lettera della mamma. Mi scrive che poiché sono fuori di casa all’insaputa dei genitori, non aveva voluto scrivermi che il babbo era malato: ‘adesso è morto e, se vuoi, puoi venire’. Allora vado alla stazione e domando un centinaio di volte: “Dov’è la stazione?’ Ricevo sempre la risposta: ‘A cinque minuti’. Poi vedo davanti a me un fitto bosco in cui mi addentro e mi rivolgo lì a un uomo che incontro. Mi dice: ‘Altre due ore e mezzo’ [‘due ore’ in una versione successiva]. Si offre di accompagnarmi. Rifiuto e vado da sola. Vedo la stazione davanti a me e non la posso raggiungere. Qui ho il solito senso d’angoscia che si prova nei sogni quando non si può andare avanti. Poi eccomi a casa; nel frattempo devo aver fatto il viaggio, ma non ne so nulla. Entro nella guardiola del portiere e gli chiedo del nostro appartamento [Mi vedo in modo chiarissimo mentre salgo le scale]. La cameriera mi apre e risponde: ‘La mamma e gli altri sono già al cimitero’ [Dopo la sua risposta vado in camera mia, ma niente affatto triste, e comincio a leggere un grosso libro che sta sul mio scrittoio].[27]

 

        Questo secondo sogno pare rovesciare il contenuto del primo: non si tratta più di unA fuga da casa, ma di ritorno a casa a partire da un luogo lontano, non familiare. Anche in questo sogno – specchio rovesciante del primo – appaiono la madre e il padre, ma in absentia: l’una come autrice di una lettera, l’altro come morto. Mentre nel primo sogno Dora fugge con i due genitori, nel secondo costoro brillano per la loro assenza, e lei torna dalla sua “fuga”.

        Oggi vari analisti interpreterebbe in modi non equivalenti all’interpretazione di Freud, il quale puntigliosamente cerca la metafora sessuale anatomica in ogni dettaglio del sogno. Ad esempio, nessuno vedrebbe più nelle ninfe sullo sfondo di una fitta foresta – una immagine pittorica che Dora evoca a proposito del sogno – il riferimento alle piccole labbra perché si chiamano ninfe nel linguaggio dell’anatomia ginecologica! Freud, si sa, è ossessionato dalla figura sessuale. Eppure nell’essenziale un analista di oggi vedrebbe in questo sogno quel che vi vide Freud: una trasposizione metaforica della scena del lago, della sua fuga dalla tentazione amorosa e quindi il ritorno a casa, al vuoto. Il suo utero resta vuoto, non penetrato, e lei stessa torna nel vuoto. Il sogno articola l’oscillazione incessante di Dora tra il desiderio di una femminilità vissuta in atto e il ritiro “a modi infantili di relazioni pre-genitali”, come direbbe un analista ortodosso. Nelle ninfe evocate a proposito del bosco del sogno, ad esempio, a un analista moderno basterà vedere l’evocazione di una sessualità femminile sbrigliata, selvaggia, il rovescio esatto della Madonna Sistina di fronte a cui ella sosta per due ore, nel museo di Dresda.

        Non solo questo sogno, ma quel che accade a Dora nei nove mesi successivi alla scena del lago, pare mettere in scena una storia alternativa a quella reale. Il tutto ricorda un film inglese, Sliding Doors di Peter Howitt (1998). Questo film snoda due storie parallele che hanno per protagonista la stessa ragazza (Gwyneth Paltrow): se un certo giorno a una certa ora lei fosse riuscita a prendere quel treno nella metro di Londra, la sua vita sarebbe andata in un certo modo, se invece la avesse persa la sua vita sarebbe andata in un modo completamente diverso. Le due vite sono equipossibili e mai si intrecciano. Ora, come l’eroina di questo film, Dora sembra vivere accanto alla vita reale un’altra vita possibile, virtuale: se quel giorno al lago avesse commesso il “falso passo” di cedere a Herr K., allora forse sarebbe rimasta incinta, allora dopo nove mesi avrebbe partorito, ecc. Il sogno pare annodare assieme due vite parallele – l’immaginaria e la reale – producendo questo mitico ritorno a casa a seguito della scomparsa del padre.

        Interpretando questo sogno, emerge l’episodio della visita alla Madonna Sistina, su cui tanti commentatori si sono soffermati. In occasione di quella visita a Dresda, un cugino – che supponiamo della sua stessa età – si offre di accompagnarla nella pinacoteca, ma lei si rifiuta e va da sola. Di fronte alla Madonna di san Sisto di Raffaello lei sosta estatica per un paio d’ore – attratta in particolare dalla Madonna. Questi eventi evocati paiono combinarsi per metaforizzare il suo rapporto con Herr K.: in entrambi i casi, rinuncia a farsi accompagnare da un uomo, “balla da sola” per contemplarsi come vergine. Ma il punto è che la Madonna Sistina è una vergine con bambino: anche Dora pare portare alla vita un bambino immaginario pur restando vergine. Ma perché in Dora questo desiderio di essere madre pur restando vergine, cosa che per molte altre donne sarebbe piuttosto il massimo della disdetta[28]?

Nel quadro di Raffaello la Madonna con bambino è venerata da due figure ai suoi piedi: un anziano san Sisto e una giovane santa Barbara. Freud non pensa, a proposito di questi due adoratori raffaelleschi, ai due adoratori di Frau K. che conosciamo. Vale a dire suo padre e Dora stessa. E oggetto di adorazione di Dora era diventata Frau K. Una che aveva bambini, ma che certo non era vergine. Eppure Dora si era costruita la teoria secondo cui il suo ideale dell’Io (come lo chiamerà poi Freud) era casta: evitava il letto del marito, e il suo amante era impotente. Il padre non la penetrava, la adorava leccandole la vagina. Madre e castamente adorata da un uomo e da una ragazza. Nella Madonna, l’ebrea Dora vagheggia una figura idealizzata perché simultaneamente madre e casta. Un sogno impossibile.

Oggi penseremmo che nella Madonna Sistina Dora idoleggi una femminilità generatrice che faccia a meno del contributo maschile – una pura potenza femminile che lasci il corpo femminile (bucato) integro, non infiltrato dall’altro. Una maternità puramente endogena, una femminilità autarchica che abbia potenza generatrice e creativa senza essere penetrata, lacerata, occupata dal pene e da qualsiasi altro intruso. Il sogno di una integrità narcisistica in cui lei produca senza aver bisogno dell’altro. Insomma, è questa l’isteria?

 

 

9.

Dopo un secolo di psicoanalisi – e malgrado i successi nel trattare le isteriche – l’enigma dell’isteria resta intatto. Perché l’isterica fugge la soddisfazione del proprio desiderio? E le risposte che Freud cerca di elaborare, anche in questo testo, ci lasciano alquanto perplessi.

A pag. 370 dell’edizione italiana Freud prova a spiegare finalmente perché Dora respinge Herr K. rinunciando ai piaceri del corpo. Siccome per Dora gli uomini sarebbero tutti libertini e mascalzoni – cosa di cui l’aveva convinta la governante -  allora per lei anche Herr K. avrebbe una malattia venerea, proprio come il padre, che era luetico. Si tratterebbe in fin dei conti di una paura realistica, come oggi quella dell’AIDS. Ma anche se fosse vera questa paura della lue, perché Dora estenderebbe il suo rifiuto del contatto sessuale anche all’abbraccio e al bacio?

        Qualche pagina dopo Freud prova a spiegarci il mistero:

 

In Dora lottano da una parte la tentazione a cedere all’uomo che la sollecita, dall’altra una ribellione composita ad essa. La ribellione si compone di motivi di prudenza e costumatezza, di moti ostili derivanti dalle rivelazioni della governante (gelosia, orgoglio ferito….) e di un elemento nevrotico, ossia quel po’ di avversione alla sessualità preesistente in lei e fondato sulla storia della sua infanzia. [Freud 1901, OSF, p. 374[29]]

 

Questa spiegazione finale di Freud – data in modo dimesso in nota a margine nell’edizione del 1905 – è davvero deludente. Le ragioni di prudenza e costumatezza lasciano il tempo che trovano, in quanto per altri versi Dora non appare affatto prudente e costumata. Del resto oggi, in un’epoca in cui prudenza e costumatezza non vengono più indicate alle donne come ideali, non per questo le isteriche sono scomparse. Quanto alla gelosia e all’orgoglio ferito, stuzzicati dai pettegolezzi della governante, sappiamo bene che questi sentimenti non impediscono l’attrazione sessuale – se la donna è gelosa di un uomo, questo significa anche che ne è sessualmente attratta. Resta quello che Freud chiama “elemento nevrotico”, vale a dire un’avversione alla sessualità che in qualche modo era proprio quello che occorreva spiegare. La spiegazione finale risulta in qualche modo circolare: l’avversione isterica alla sessualità è causata dalla… avversione nevrotica di fondo alla sessualità. Pare di sentire sullo sfondo la risata di Molière, quando fa dire ai medici parrucconi “l’oppio causa il sonno a causa della virtus dormitiva”.

        In sostanza, non solo Freud ha dovuto mangiare la polvere della sconfitta sul piano terapeutico, di fatto anche la sua teoria si rivela impotente. L’isteria avrà goduto di un doppio trionfo – clinico e teorico.

In fondo, oggi tutti siamo convinti che il capolavoro della psicoanalisi sia stato il trattamento dell’isteria: proprio perché la psicoanalisi non è riuscita a guarirla né ad eliminarla. L’isteria resta intatta, agguantata dal sapere analitico ma non penetrata. Ma è grazie al proprio scacco che la psicoanalisi ha potuto far emergere una verità dell’isteria, vale a dire l’impossibilità di dare un nome al diavolo che essa vuole.

 

 

10.

 

        Possiamo provare però a fare il punto non solo di che cosa Freud ha capito di Dora, ma persino di quel che forse possiamo credere di capire noi, avvalendoci di un secolo di riflessioni dopo di lui.

        Tra le reinterpretazioni dell’isteria, quella proposta da Lacan – a partire dal caso di Dora – gode di particolare prestigio. Per Lacan l’isterica è sostanzialmente una omosessuale “maschile” che non si riconosce come tale. Da qui la grande difficoltà di ogni isterica ad accettarsi come oggetto sessuale dell’uomo. (Lacan afferma anche, fulmineamente, che anche la famosa gravidanza isterica si produce grazie proprio a un’identificazione maschile (Lacan 1966, p. 224). Non abbiamo difficoltà a credergli – eppure qualche riferimento clinico ci avrebbe convinto ancora di più. Ma, come è noto, Lacan è avaro di riferimenti alla propria pratica.)

Per Lacan Frau K. sarebbe il vero e ultimo oggetto di desiderio della Nostra – perché è la donna “l’oggetto dell’interesse reale” dell’isterica[30]. Lacan pensa di aver scovato finalmente la verità ultima dell’isteria dietro la sua fantasmagoria. “L’attaccamento affascinato di Dora per la signora K.” ha per oggetto “non un individuo, ma un mistero, il mistero della propria femminilità, vogliamo dire della sua femminilità corporea”[31]. Lacan sottolinea le identificazioni successive di Dora al padre, a Herr K. e quindi a Freud, vale a dire a personaggi maschili, ma l’oggetto è Frau K. Ovvero, si chiede Dora, “che cosa fa sì che Frau K. sia desiderata e amata dagli uomini?” E Dora abbandona il trattamento perché Freud non avrebbe tenuto conto del legame omosessuale che legava la sua paziente a Frau K. attraverso la sua identificazione a quest’ultima. Perché l’isterica si identifica non solo ai soggetti di desiderio (gli uomini) ma anche al loro oggetto (la donna).

        Perché Freud non sarebbe stato in grado di captare questo legame privilegiato con l’amante del padre? Perché Freud avrebbe parteggiato troppo per il suo amico Herr K.. “E’ per essersi messo un po’ troppo al posto di Herr K… che Freud questa volta non è riuscito a smuovere l’Acheronte”[32]. Come valutare allora la nota di Freud, secondo cui il trattamento sarebbe fallito invece per non aver tenuto conto del transfert di Dora? Ora, per Lacan la chiave di ogni transfert è di fatto il controtransfert dell’analista: Freud ha preso le parti di uno degli attori, e soprattutto ha voluto troppo il bene di Dora. E, per un uomo di larghe vedute come Herr Professor, che cosa poteva essere il bene per una diciottenne di buona famiglia? Avere un amante un po’ più “maturo” di lei e soddisfare le sue sacrosante pulsioni eterosessuali. Ma appunto, l’analista non deve volere la normalità del soggetto, identificandola ipso facto al suo bene.

        Per Lacan, la prova cruciale dell’amore – “speculativo” e speculare – di Dora per Frau K. consiste proprio nella famosa scena del lago, quando K. le si dichiara e lei, dopo averlo schiaffeggiato, fugge via. Scena da cui deriva “la crisi” di Dora, e che la porta tra le braccia analitiche di Freud.

Questo di Dora sul lago di Garda è uno degli schiaffoni più noti della letteratura europea, sul quale molti dottamente hanno meditato. Certe sberle femminili hanno attirato l’attenzione dei filosofi proprio per la loro “grammatica” anodina, per la loro difficile traducibilità nel linguaggio concettuale. Freud legge quindi il ceffone di Dora un po’ come un sogno: esso ha un contenuto manifesto – il rigetto o cacciata del maschio – e un contenuto latente – la dichiarazione del proprio amore. Questo attacco femminile è un segno che “tradisce” nel doppio senso del termine: che rivela il vero desiderio della donna e allo stesso tempo lo sposta su altro, dandogli la forma contraria a quella dell’amore. Ma che cosa “tradisce” di Dora quello schiaffo fatale, e che cosa Dora tradisce?

        Freud si chiede “perché costei respinge così le profferte di Herr K. anche se – come sappiamo da altri segnali – lei non era insensibile al fascino di lui?” Il buon senso comune convince Freud dell’amore di Dora per Herr K. Da qui l’idea che lo schiaffo significhi una scenata di gelosia. In effetti, alcuni giorni prima Dora aveva appreso che Herr K. aveva fatto profferte sessuali anche alla governante, e che per convincerla aveva tirato fuori le stesse parole che userà con Dora in riva al lago, “Ich habe nichts an meiner Frau”, “non ricevo nulla da mia moglie”. Dora si sente trattata come la cameriera insidiata e – ingelosita oltre che umiliata – risponde con una sfuriata alle avances.

        Secondo Lacan, invece, la sberla al suo cicisbeo equivale a un messaggio di questo tenore: “Se tua moglie non è niente per te, chi sei tu mai dunque per me?” Per Dora infatti Frau K. racchiude il mistero della femminilità. Nel momento in cui il marito confessa che invece per lui costei non significa nulla, cade tutta l’identificazione di Dora con costui. Lui scivola d’un tratto in una posizione di “fantoccio” – Dora non può più identificarsi a lui. Egli svaluta il vero oggetto d’amore di Dora, e ne offende quindi la femminilità. Perché Dora connette la femminilità, anche propria, ai misteri incarnati da Frau K., donna desiderata dal padre.

        E’ strano che proprio Lacan – il quale ha criticato spesso, e giustamente, imprecisioni ed errori delle traduzioni francesi di Freud – proprio qui confidi troppo nella traduzione francese allora a disposizione. Questa traduce la suddetta frase di Herr K. con “vous savez que ma femme n’est rien pour moi.” Non è una traduzione erronea, ma poco letterale. Ich habe nichts an meiner Frau è un’espressione tipicamente austriaca che significa, ellitticamente, “non ho più rapporti sessuali con mia moglie” – e certo, per estensione, anche che la moglie non significa più “moglie” per chi pronuncia la frase. Un austriaco coglie l’allusione alla mancanza di rapporti sessuali. Herr K. dice chiaramente a Dora che da tempo non fa sesso con la moglie, al che Dora avrà pensato: “Siccome tua moglie non fa più l’amore con te – e lo fa invece con mio padre – adesso tu pretendi di consolarti facendo l’amore con me! Mi hai preso per la tua governante, che non chiede di meglio che venire a letto con te?” E quindi lo schiaffo.

        Non per questo l’interpretazione di Lacan – e la sua teoria dell’isteria – risulta erronea. Del resto, ha senso in psicoanalisi di parlare di “errore”, come in una teoria scientifica? Comunque il contributo di Lacan arricchisce considerevolmente la nostra comprensione. Ma anch’essa, come quella di Freud, resta parziale forse proprio nella misura in cui ambisce a dirci la verità ultima dell’isteria. Le identificazioni maschili e l’interrogazione sulla femminilità sono certo un aspetto rilevante dell’isteria, ma esistono anche altri aspetti. Esistono anche identificazioni femminili – in Dora, ad esempio, alla Vergine Maria. Non solo, come ha rilevato Freud, Dora ama tutti i protagonisti del dramma – e da ciascuno appare delusa – ma ad ognuno di essi, anche se in modi diversi, si identifica. Dora imita – cioè si identifica a – chiunque altro, un po’ come Zelig nell’omonimo film di Woody Allen (Zelig prende sempre l’aspetto della persona che gli è più vicina).

E se la verità ultima dell’isteria fosse non una delle identificazioni in gioco, ma piuttosto l’oscillazione senza fine tra queste identificazioni? L’isteria non sarebbe la sagra delle centomila maschere che rinviano a un volto solo, ma il volto isterico si riduce proprio al suo essere una, nessuna e centomila maschere. Ci appare decisivo in questo tipo di isteria proprio questo polimorfismo, l’incertezza tra le identificazioni e i correlativi oggetti. Se ne rende ben conto, per quanto sia lacaniano, anche Nasio: “l’isteria consiste in definitiva nell’assunzione uno per uno di tutti i posti del corteo sessuale, di tutte le posizioni relative al desiderio” (Nasio 1995, p. 171). Per Nasio l’isterico si identifica all’oggetto desiderabile (la donna), al soggetto desiderante (maschio), all’incontro insoddisfacente degli amanti, a un terzo personaggio fuori della scena erotica, e infine alla vagina stessa come organo cavo che contiene l’incontro sessuale. Potremmo forse vedere questa identificazione al vuoto come a quella davvero originaria: le famose somatizzazioni isteriche non sarebbero altro che il modo di fissare questo vuoto ambulante a cui lei resta fissata.

La verità ultima dell’isteria sarebbe insomma il suo mancare di verità ultima – da qui la sua “modernità”, anche se l’isteria è vecchia come il cucco. Dora – come ogni isterica – non si lascia accalappiare dalle interpretazioni finali (comprese quelle, acutissime, di Freud e di Lacan) ma, come nei suoi sogni e sulle rive del Garda, fugge via… Essa fugge via anche dal sapere psicoanalitico che pur l’ha non posseduta ma direi abbracciata, e immortalata. L’isterica sfila via dalla stretta psicoanalitica che proprio a questa anguilla deve gran parte del suo prestigio. Forse la “verità fondamentale” dell’isteria è proprio questa: il suo oscillare tra varie verità fondamentali senza decidersi. In termini aristotelici: l’isteria è l’impossibilità di passare dal godimento in potenza al godimento in atto, dalla potenza del desiderio alla resa al godimento.

        In questa chiave ermeneuticamente liberale potrebbe essere riconsiderata la scena del Garda. Nella misura in cui Herr K. le fa una dichiarazione “seria”, Dora è posta di fronte a una vera decisione – di passare o meno dalla potenza all’atto. Il rimando sospensivo del suo rapporto con l’uomo – il suo vivere una femminilità in potenza – non è più possibile: Herr K. la mette spalle al muro. La reazione sarà la fuga dal rapporto eterosessuale e il suo “tornare a casa” nelle braccia metaforiche del padre, rivendicandone aggressivamente l’amore. La crisi che la porterà da Freud è lo strascico tardivo di questa fuga lunga. Per due anni esaspera il padre chiedendogli di rompere qualsiasi rapporto con i K., cioè di rinchiudere la famiglia nel cocco senza scambi di una softly autarchia incestuosa. E nei due sogni essa mette in scena proprio questo doppio movimento: da una parte la necessità di uscire di casa andando verso l’Altro, accettando di “darla” come femmina – dall’altra l’impulso a ritornare in una casa vuota isolata dagli scambi esterni. Un doppio movimento che costituisce il Falsche Bewegung, il falso movimento dell’isteria.

L’isteria illustrerebbe quindi una pura potenzialità di identificazioni e investimenti sessuali che non si risolve mai – o si risolve raramente – in atto. L’isterica è una eterosessuale inibita, un’omosessuale ideale, una perversa polimorfa, ma mai in atto – lo è solo potenzialmente. Il suo essere consiste nel suo non-essere-ancora, oltre che nel suo non-essere-più – non ancora donna, non più bambina. Non più femmina, ma nemmeno già maschio. (E se l’isterico è un maschio: non riesce fino ad essere in fondo femmina, e ha bisogno di un altro maschio perché la femmina goda.)

Così una parte della nostra cultura ritrova una spontanea simpatia con l’isteria. Nella nostra epoca si sente che la messa in atto è impossibile, perché ciò che si vuole è impossibile.

 

 

11.

L’isterica quindi vuol mantenere aperte le sue potenzialità, cioè, in effetti, il suo potere. Perciò non apre mai il suo sesso all’altrui attività.

        E’ un limite della psicoanalisi il non aver tematizzato l’impatto del potere come centrale anche nella vita sessuale – tranne nel riferimento di cliché all’onnipotenza (termine inflazionato dagli analisti), messa in gioco come la massima delle illusioni. Potere, potenzialità, potenza, impotenza, onnipotenza: chi ha potere dispone di una potenza che può mettere in atto, oppure no. Eppure la clinica analitica porta a pensare che nel mondo isterico, ci sono  - più che uomini e donne – forti e deboli, potenti e impotenti. Per l’isterica il maschio è soprattutto chi ha forza e potere, perciò il suo atto di forza per renderlo o rivelarlo impotente[33].

Nell’isteria la donna vivrebbe in scenari fiabeschi proprio per non “passare all’atto” – soprattutto sessuale – preservando così la propria potenza. Certo oggi i costumi sono cambiati, l’isterica può anche essere una donna con un’intensa attività sessuale. Ma della quale, per una ragione o per l’altra, resterà insoddisfatta. Perché quel che fa l’isteria non è tanto la rinuncia all’orgasmo, quanto la rinuncia alla soddisfazione.

Si prendano i sintomi che Dora esibisce dopo la famosa scena del lago – trascinamento della gamba destra, dolori addominali, ecc. – che Freud interpreta come una messa in scena (anzi, una messa in corpo) di una gravidanza. Per nove mesi dopo la scena del lago, Dora vive una vita sessuale virtuale: anziché fuggire da Herr K., va a letto con lui, rimane incinta e partorisce… Ma la “seconda vita” di Dora non è in atto – è una finzione grazie a cui Dora preserva la propria verginità. Preserva la potenza che secoli di culto cristiano hanno attribuito alla verginità. La vergine ha il fascino di un’inaudita potenza: quella di poter essere la femmina di qualsiasi uomo.

        Ma il suo voler restare nella potenza autarchica fa sì che l’isterica non possa svolgere il suo ministerium di donna. L’isterica non è ministro di nulla.

Ministro viene da minister, che nel mondo latino era prima di tutto il servitore, la ministra era la cameriera. Per estensione, il minister era anche il sacerdote, in quanto persona al servizio del dio. Il ministerium è quindi una funzione di servizio, sia basso (come il famiglio) sia alto (il sacerdote o il funzionario pubblico, fino al ministro nel senso odierno). Ora, nella misura in cui l’isterica rinuncia al ministerium, essa si fa ministra di un mysterium chiamato isteria.

Per svolgere il nostro ministerium sessuale adulto – in pratica, formare una coppia, fare figli, e tirarli su – occorre che ognuno di noi faccia i conti con i propri desideri e fantasie renitenti a questo ministerium. E siccome ministerium significa servizio, possiamo dire che Freud, attraverso le isteriche, ha scoperto la parte gay che è in noi. Oggi gay indica l’omosessuale, ma nell’inglese più antico significava libertino. Il libertino è chi pratica liberamente la propria sessualità – è chi non la asservisce al fine di formare una famiglia legittima[34]. Freud ci ha aiutato a tollerare i libertini nella misura in cui ci ha fatto toccare con mano il nostro desiderio libertino profondo. In questo senso è vero che la psicoanalisi – a dispetto del puritanesimo di molti analisti – di fatto ha contribuito fortemente alla liberalizzazione sessuale di oggi.

        La maggior parte delle persone che vanno da un analista di solito lamentano due cose: che non riescono a lavorare o ad amare, o entrambe le cose. Non riescono a sposarsi, a conservare l’amato o l’amata, a onorare il coito, ecc. Non riescono a essere ministri, cioè a servire. Grazie all’analisi, si rendono talvolta conto del fatto che non riescono a servire perché in fondo non lo vogliono. Vogliono invece qualcosa di impossibile: da una parte che il mondo li serva, che non debbano svolgere alcun servizio, e dall’altra vorrebbero pur servire a qualche cosa. L’isterica non vuole ottemperare ai servigi sessuali per un uomo – ma non vuole nemmeno finire monaca, anche perché la monaca è al servizio di Gesù. Il nevrotico è fondamentalmente qualcuno che anela alla libertas, al privilegio. Ma il guaio è che da una parte il nevrotico, come il bambino, non vuole servire nessuno, dall’altra però vuole essere come tutti gli altri – uno che serva a qualche cosa, vuole anch’egli svolgere il suo ministerium. E’ questo il double bind, l’impossibile.

        Certo Freud sbagliò con Dora perché volle fare il suo bene – non la voleva mandare a lavorare perché a quell’epoca le ragazze della borghesia non lavoravano, ma la voleva mandare a letto per godere e riprodursi.  Ha ragione Lacan: questo transfert di Freud – volere che Dora servisse a ciò a cui una donna di solito serve – è alla base del (contro)transfert di Dora. Il vero contro-transfert, per Lacan, non è quello dell’analista: è del paziente. Ma è pur vero che per un qualsiasi analista la prova del miglioramento esistenziale consiste proprio in questo: quando il suo cliente lavora e fa l’amore come si deve. Anche se non è ciò che l’analista predicava, è ciò che ha razzolato. Di fatto un analista adatta un soggetto-bambino, che piange perché chiede l’impossibile, ai soli servizi possibili che la nostra vita ci riserva. Gli analisti, proprio rinunciando ad adattare il paziente, lo adattano de facto. Lo adattano a che? A servire, come tutti. Servire a qualche cosa, agli altri. Questa è la sola grazia che ci sia concessa in questa vita: poter essere grati agli altri del fatto che ci hanno consentito di servire a qualche cosa.

Così l’isterica attrae tante persone – in particolare donne – perché mette in scena paradigmaticamente il viaggio della donna oggi, in un’epoca in cui essa è costretta – per il cambiamento storico della vita – ad abbandonare la confortevole e chiusa Casa del Padre, e a marciare verso una casa sconosciuta, che sarà comunque un risveglio dal sogno.

 

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Vegetti Finzi, S. a cura di (1994) “Psicoanalisi al femminile” (Roma-Bari: Laterza).

 


[1]Sigmund Freud, 1901.

 

[2] Tra questi: Felix Deutsch, 1957, pp. 159-67. Christopher Bollas, 2000. Hannah S. Decker, 1991. Sharon Kivland, 1999. John Forrester, DATA?. Gregorio Kohon, 1986, pp. 362-380. Karl K. Lewin, 1974, pp. 519-32. W.R.D. Fairbairn, 1994, pp. 13-40. Lucien Israel, 1976; 1996. Lisa Appignanesi &  John Forrester, 1992. Patrick J. Mahony, 1996. Silvia Vegetti Finzi, 1994. Per una rassegna delle varie posizioni psicoanalitiche, cfr. Franco Scalzone & Gemma Zontini, 1999.

[3] Cfr. Roudinesco & Plon, 1997, p. 94.

[4] Così Nasio (1995) chiama l’isteria.

[5] Qualcuno avrà riconosciuto i concetti della filosofia aristotelica: l’essere in atto e l’essere in potenza.

[6] Cfr. Gennaro Mattioli & Franco Scalzone, 2002.

[7] Nel DSM-IV abbiamo i Disordini Dissociativi, che includono l’Amnesia Dissociativa, la Fuga Dissociativa, il Disordine della Personalità Multipla, il Disordine di Depersonalizzazione e il Disordine Dissociativo Non Altrimenti Specificato. Abbiamo il Disordine di Somatizzazione. La vecchia “personalità isterica” è stata riclassificata come Disordine della Personalità istrionica.

 

[8]Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5) (Washington DC: American Psychiatric Association, 2013), p. 445.

 

[9] Cosa diavolo può significare il fatto che sia tutto sommato raro leggere un caso clinico di chiara isteria maschile nella letteratura analitica?

[10] Nasio (1995), ad esempio, rigetta la nozione stessa di “isteria maschile” in quanto – dice – l’isteria consiste proprio sull’incertezza radicale sul proprio sesso. Su questo punto però il pensiero analitico oscilla: da una parte l’isteria appare non bisessuale ma fuor-sessuale, un’incertezza radicale sul proprio sesso. Dall’altra appare invece un disagio specifico nell’assumere la propria femminilità. Questo perché per Freud [cfr. Analisi terminabile e interminabile] la nevrosi sia degli uomini che delle donne consiste nel rigettare la femminilità. Gli isterici allora prenderebbero particolarmente alla lettera questo rigetto della femminilità.

[11] Anche nella psicoanalisi avvengono corsi e ricorsi storici: circa 100 anni dopo che Freud scoprì l’isteria nel reparto di Charcot alla Salpétriêre, gli analisti in America scoprono di nuovo che esistono le isteriche.

 

[12] GW, 5, p. 181.

[13] Dora è Ida Bauer (Vienna 1882 – New York 1945). Il padre, un facoltoso industriale ebreo, è Philipp Bauer (1853-1913). Herr K. è Hans Zellenka, un uomo d’affari, e sua moglie (amante di Philipp) è l’italiana Giuseppina o Peppina. La madre di Ida è Katharina Gerber-Bauer (1862-1912). La località di villeggiatura di cui si parla nel “Caso Dora” è Merano, oggi in Alto Adige. Il trattamento analitico di Ida (durato undici settimane) cominciò nell’ottobre 1901. Qui userò gli pseudonimi scelti da Freud, e solo in alcuni casi mi riferirò ai nomi veri dei protagonisti.

[14]Nella realtà si trattava del lago di Garda.

[15] Di fatto, prese questa relazione a modello. Sposatosi a 33 anni con Helene Landau, a 45 anni divenne l’amante di una donna sposata, Hilda Schiller-Marmorek, ma senza mai avere figli da lei e senza giungere a divorziare dalla moglie. Proprio come suo padre.

[16] Freud, 1901, OSF, p. 323. GW, cit. p. 186.

[17] Jacques Lacan, 1966, pp. 215-19.

[18]Freud, 1901, OSF p. 392; GW, cit., p. 272.

 

[19]Freud, 1901, GW, 5, p. 207.

 

[20] Resta enigmatica questa costanza del numero 15 riferito al tempo. Per quindici mesi sospende la terapia con Freud, a cui aveva prima “dato i quindici giorni” (come allora si faceva con le cameriere licenziate); da quindici giorni ha la nevralgia.

[21] Proviamo a completare Freud procedendo in avanti sulla sua stessa strada. L’afonia fa eco al “restare senza parole” di K. e, attraverso un incidente che immaginariamente lo uccide, metaforizza il silenzio della morte. La nevralgia facciale allude al fatto di aver ricevuto la promozione di Freud come uno schiaffo (“io l’ho licenziato come un maggiordomo e questo invece fa carriera!”) e riaccende “i nervi malati” (nevralgia) in lei. 

[22] Tuttora si nota un rancore degli analisti per le isteriche, che è simmetricamente speculare al rancore delle isteriche nei loro confronti, e nei confronti degli uomini in generale.

 

[23] Freud 1901, OSF, p. 353. GW, cit. p. 226.

 

[24] Freud 1901, OSF, p. 360. GW, cit. p. 234.

 

[25] Ibid.

[26]  Si prenda una delle crisi più celebri e impressionanti peculiari dell’isteria: l’arco. A un certo punto, l’isterica si piega tutta in modo da formare un arco con tutto il corpo: le mani si piegano tendendo a raggiungere i piedi. Molti psichiatri giurano di aver visto ancora casi del genere. Mi chiedo se la trasformazione del corpo dell’isterica in un arco, al limite chiuso, non sia proprio un modo per rappresentare il vuoto che domina il suo eros e la sua vita.

[27] Freud 1901, OSF, p. 379. GW, cit., p. 257.

[28] Si osserva spesso che, nei mesi prima del parto, l’isterica soffre molto meno. C’è una soddisfazione dell’isterica nella gravidanza, che contrasta con la ripulsa di ogni penetrazione fallica.

[29]GW, 5, p. 252.

 

[30]Lacan 1966, p. 225.

 

[31]Ibidem, p. 220.

 

[32] Ibid., p. 224.

[33] Per questa ragione l’isterica attrae la simpatia di molte femministe, che trovano nell’isteria una forte risonanza con la loro critica del potere maschile.

[34] Lacan ha ragione quando insiste sul fatto che Dora è una gay – ma soprattutto nel senso originario del termine gay, libertina. Come ogni isterica, Dora anela alla libertà, per cui cento ne pensa, e nessuna ne fa.

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059