Fuga senza destinazione

 

Oggi i satelliti fanno di noi degli ‘osservatori dal cielo‘ delle fosse comuni in tutti quei luoghi in cui la velocità dei decessi correlati al COVID19 ha sorpassato in velocità lecure mediche e le onoranze funebri. Dal nostro isolamento, siti di notizie e social media sono diventati i nostri spiragli da cui vediamo luoghi di sepoltura non ordinari – isole remote, camion frigoriferi. Diversamente da quanto sembra pensare Agamben, quest’esperienza di lutto rituale incompiuto non è affatto nuova.[1] Dopotutto l’uomo non ha fatto il suo ingresso nella civiltà in un attimo attraverso un singolo atto ‘celeste’. Dal racconto di Tucidide sappiamo che anche nelle epidemie dei tempi antichi si verificavano situazioni del genere:

 

 

” Tutte le usanze che avevano seguito in precedenza per le sepolture furono sconvolte (…)

E molti ricorrevano a modi vergognosi di sepoltura (…)

Nessun timore degli dei e nessuna legge degli uomini li tratteneva.”[2]

 

Sepolture e lamenti non sono mai stati, e non lo sono tuttora, una mera forma simbolica di ‘rispetto’. Né sono una metafora immutabile di ritorno alla polvere. La gestione dei morti ha sempre fatto parte delle disposizioni per la circolazione di salute e malattia tra i viventi e i non viventi, la terra, le piante e gli animali, compreso l’animale uomo. Di tanto in tanto, quando gli elementi di questa circolazione cambiano e uno prende il sopravvento sugli altri, anche le disposizioni devono essere cambiate e adattate.

Oggi, divise dai loro morti per il bene della propria salute, migliaia di persone li piangono in compagnia di estranei attraverso le tele-tecnologie. I giornalisti nel mondo hanno assunto un’esistenza polinomiale, svolgendo tutto in una volta le funzioni di testimoni, di postini, di confessori, di runner che fanno la consegna di magre porzioni. La vocazione stessa del lamento non è più veicolata delle religioni (che nei casi migliori si dedicano oggi a nutrire e dare rifugio ai vivi che nessuno, come certi morti(?), reclama). Ora il lamento è sollevato invece per i vivi da parte di infermieri e medici che implorano i contestatori che si oppongono al confinamento.

I consulenti sanitari e i gruppi assistenziali raccomandano al governo di programmare in maniera avveduta il confinamento sociale e il flusso di rifornimenti essenziali. Gli scienziati raccomandano a tutti coloro che li ascoltano di mettere da parte superstizioni e dicerie, di prestare ascolto all’umiltà della ragione e dei fatti accertati. Sono loro i ciechi veggenti di oggi che sanno che la pandemia va compresa nei suoi fluttuanti rapporti tra noto e ignoto, tra le condizioni ora esistenti e le quantità in evoluzione. Questa umiltà è quella specifica della scienza.

Il corso della pandemia è una questione di velocità relative e di rapporti tra velocità. Le velocità dell’infezione virale sono già molteplici secondo le metamorfosi di fuga a sua disposizione, che si devono interpretare alla luce di quello che Elias Canetti ci ha insegnato:

 

“per scamparvi [dall’essere mangiati], accade che tutto ciò che vive fugga, in ogni forma che gli si offra”[3]

 

Canetti ha scoperto che le metamorfosi di fuga hanno i loro due principi gemelli nella paura e nel cibo. Molto spesso, indugiamo in modo selettivo sulla sua teoria dei comandi di fuga determinati secondo il principio della paura, ma trascuriamo le sue riflessioni sul nutrimento. In Massa e potere, ha inoltre descritto la mano come luogo del principio del cibo per gli uomini. L’uomo è un animale fragile, tra la sua bocca e il cibo c’è una sorta di intervallo spalancato che può solo essere attraversato da mani umane:

 

“Le quiete, rallentatissime attività della mano hanno formato il mondo in cui vorremmo vivere”.[4]

 

Con le mani mangiamo ma anche nutriamo, e ci sforziamo di costruire le tecnologie e le istituzioni in modo da superare la velocità delle carestie e delle epidemie. Oggi, sono le mani dei dottori e degli operatori sanitari che attraversano lo spazio verso i vivi, i morti, e tutte le tecniche mediche si adoperano a evitare le pile di cadaveri descritte da Tucidide.

Ora, il virus in sé è un tipo di elemento genetico mobile che diventa attivo e virulento solo quando viene trasportato in un ambiente ospite. È il suo proliferare all’interno dell’animale umano, per esempio, in determinate circostanze che provoca una epidemia. È qui che allorai principi e le velocità relative delle metamorfosi di fuga umane assumono rilevanza. In un’epidemia, è questione di velocità relative che interagiscono, per esempio quella delle goccioline in cui sono nebulizzati e depositati i virus, e dei sistemi di contatto e trasporto globali degli esseri umani. Anche chi si occupa di salute e di ordine pubblico misura i propri piani in termini di velocità relative – di allestimento di ospedali, acquisizione di attrezzature mediche, testing, sviluppo di un vaccino, e raccolta, commercializzazione e distribuzione di cibo.

 

La velocità è la misura delle cose che ruotano l’una rispetto all’altra. A un certo punto, i medici si sono resi conto che l’elevata erogazione di ossigeno tramite intubazione poteva non essere adatta a tutti i pazienti, dato che i loro polmoni sono affetti in misura diversa. Come ha detto un dottore, in alcuni casi

 

“è come usare la Ferrari per andare al negozio all’angolo, si preme sull’acceleratore e si sfonda la vetrina”[5]

 

La penetrante arte della professione di clinico consiste proprio nello scoprire simili proporzionalità delle articolazioni.

Il mondo stesso, che oggi collega tutto e tutti come mai prima, è un’immensa disposizione dinamica di componenti co-articolati, ovvero regolarità entro le quali le cose interagiscono a determinate velocità. Questa disposizione ha sempre avuto solo varie gradualità di articolazione proporzionale, per esempio tra domanda e offerta, credito e profitto, mentre i suoi altri componenti restavano di una sproporzione la cui portata non è ancora dato del tutto scoprire –disoccupati, rifugiati senza patria, scorie nucleari, tecnologie non funzionanti, e anche possibilità ancora da immaginare di una politica che risponda ai problemi di ognuno nel mondo. A questa disposizione si è aggiunto il virus come nuovo elemento di velocità. Le misure di isolamento (lockdown) cercano di rallentare la fuga del virus. Questo però va anche ad accelerare la rovina dell’attuale sistema globale di scambio che dà sostentamento agli esseri umani (per quanto non del tutto bene). La pandemia ha causato alcuni scambi di velocità tali da fare, come un motore surriscaldato, ingrippare la macchina del mondo. Di che tipo di cura ha bisogno un momento come questo?

Oggi molti si aggrappano ad abitudini ipofisiche di pensiero[6], equiparando cura e riparazione. Heidegger ha cercato di spiazzare questa equazione traducendo l’unico frammento di Anassimandro giunto fino a noi. Gli si attribuiva che dicesse:

 

“(…) secondo la necessità. Esse debbono infatti fare ammenda e esser giudicate per la loro ingiustizia, secondo l’ordine del tempo”

 

che però nella traduzione filosofica di Heidegger, diventava:

 

“(…) lungo il mantenimento; essi lasciano infatti appartenere l’accordo e quindi anche la cura-riguardosa dell’uno per l’altro (nella risoluzione) del disaccordo”[7]

 

Il frammento offriva così modo al pensatore del ventesimo secolo di rendere chiaro l’enigma dell’essere di tutte le cose. Per lui, l’essere di tutte le cose avveniva attraverso successive, ordinate interrelazioni, secondo un modo in cui ciascun ordine (o disposizione) dipendeva eppure differiva dal precedente. Nessuno degli ordini rivela, e quindi tutti loro nascondono, la distribuzione di questi ordinamenti. Quindi Heidegger considerava l’essere come un destino illeggibile perché ciò che lega gli ordinamenti successivi come un’unica storia non veniva rivelato. E inoltre reputava questo “già abbandonato destino dell’oblio dell’essere” come la storia stessa dell’occidente; la sua aurora era negli accenni di Anassimandro di questo oblio destinale, e il suo tramonto l’oblio compiuto del Ventesimo secolo con la fondazione tecnologica dell’uomo come padrone della terra.[8]

Ma questa pandemia virale del Ventunesimo secolo ha messo in una situazione critica il nostro mondo. Cioè, ha mostrato i limiti di alcune sue componenti come pure le facoltà non realizzate di certe altre. Proviamo a divertirci un po’ provando scherzosamente a instaurare un’analogia tra un frammento di un testo perduto e un virus. Il frammento filosofico è un elemento pensabile mobile, e Heidegger l’ha maneggiato in quanto tale. Oggi, che si prenda in esame un’altra trasposizione del frammento di Anassimandro. Cioè, possiamo rendere i suoi cenni a ‘mantenimento, ‘accordo’ e ‘cura’ ancora una volta elementi mobili. Ma questa volta senza cercare la restaurazione di un destino originale greco.

 

Destino e destinazione, che hanno il senso di pervenire a una posizione, derivano entrambi da una ipotetica radice *sta, ‘stare, rendere o essere saldo’. L’animale umano non troppo tempo fa arrivò malfermo sulle gambe in un mondo che non era quello bucolico rappresentato nel pannello centrale del Il giardino delle delizie di Bosch. Anzi, era un vasto luogo inospitale in cui si imparava, con il sostegno delle mani dell’altro, a camminare, a costruire e a subire naufragi causati da tempeste o da proprie sbagliate disposizioni. Non si cercava di ricostruire né il primo spazio di arrivo né l’ultimo edificio crollato. Si cercava di fare un nuovo accordo, che avrebbe riservato alla sua futura rovina l’effetto di una sorpresa. Si parla oggi di sostenibilità come se il destino del mondo – o tradito dall’uomo tecnologico o realizzato dall’uomo frugale – fosse lì in attesa di rinascita. Si parla di apocalisse oggi come se un destino di declino, tracciato da Adorno o da Heidegger, fosse ’ abbandonato‘. Ma le componenti articolate in modo proporzionale, che impongono cose nel mondo, indugiano solo in attesa di future sproporzioni. Acquisiscono nuove componenti di velocità relative e nuove articolazioni. Solo un attimo separa le loro posizioni dalla loro in-destinazione. Essi compongono un accordo più o meno temporaneo, un mondo, che viene presto annullato per un altro accordo, un altro mondo. Quindi, quel luogo, che permette che i mondi cambino costantemente, non è niente altro che questo mondo stesso vissuto come indestinato. Spogliato di origine e fine.

 

Il nostro mondo ormai mette in collegamento tutti in ogni luogo attraverso un sistema di interazioni, se non paritarie, reciproche – azioni a distanza, effetti di mobilità. Assistiamo allo stesso fenomeno nel diffondersi della pandemia e ugualmente negli effetti del confinamento. Ciò rende ognuno di noi responsabile per tutti in ogni luogo. Le regionalità non possono isolarsi dalle cose, dalle idee, dalle malattie e dalle notizie che arrivano dalla città, lo stato, il paese o il continente vicini. I governi si affrettano ad allentare i loro lockdown mal concepiti, forse nella speranza di ritornare alle situazioni globali preesistenti, ma noi ci rendiamo conto che questo è un esitante interregno di decelerazioni in nome della necessità di riarticolare le velocità delle componenti del mondo intero. Questa può essere l’occasione di riorganizzare le nostre regolarità attualmente ridotte al minimo per scoprire nuove accelerazioni nell’interesse di tutti. Dobbiamo allora vederci come il mondo, e fare appello e rispondere al mondo in quanto mondo – una democrazia mondiale.

E invece veniamo richiamati a fedeltà alla regionalità in ambito filosofico, politico e sanitario. Le teorie sulla ‘modernità’ elaborate all’inizio del secolo scorso mostravano un anelito contro due secoli di industrializzazione e crescita di città sovrappopolate. I teorici sostenevano che il male del totalitarismo derivasse dallo ‘sradicamento’ dei contadini e dall’emergere di ‘masse’ fluttuanti. Il mondo ai loro occhi appariva destinato al declino per effetto dell’incremento di qualcosa di malvagio chiamato potere. Oggi ci viene detto ancora una volta che la vita continua a scorrere fuori dall’isolamento, in mezzo alle folle di umani, ma allo stesso tempo veniamo controllati in tutta fretta se prendiamo l’aereo per andare troppo lontano, varchiamo i confini, ci allontaniamo dalle nostre radici, ci assembriamo nelle metropoli. E così la fuga dal pollaio finisce giusto nella stalla.

Ma in questa pausa d’isolamento immaginiamo altre fughe. L’analisi di Canetti delle metamorfosi di fuga nelle masse, le mute, le greggi e le istituzioni mostra la polinomia dell’indestinazione. La polinomia è la capacità della mente di regolamentare regolarità diverse in uno stesso oggetto. Tra questi vari tipi di masse, Canetti scoprì che la particolare formazione di fuga di una “massa aperta” sregolata procura un’esperienza di eguaglianza e scioglimento all’interno di un’umanità non individualizzata. La biopolitica di Agamben indaga questa massa aperta in quanto norma della vita umana.[9] Ma una insensata libertà da noi stessi tramite una massa sbandata in una fuga intransitiva – è un’altra specie di liberazione dalla vita stessa. E Canetti sapeva quanto fosse un fenomeno raro ed effimero. Confidava piuttosto nella “pazienza delle mani”:

 

Parole e oggetti furono dunque emanazione e conseguenza di un’esperienza unica e unitaria, cioè del rappresentare con le mani (…) i veicoli peculiari di tale incorporazione[10]

 

La pazienza di Canetti non è lentezza o calma, ma prontezza nei confronti delle metamorfosi. La lettura di Gandhi è quella maggiormente istruttiva per noi al fine di riconoscere il falso problema della massa e dell’isolamento. Egli suggeriva la vita in un villaggio ideale fatta di restrizioni in favore di una condizione minimale in cui la mano dell’uomo agisse in modo compassato. Di questa stasi Canetti aveva conoscenza personale e da essa rifuggiva[11], da come raccontò di averla vissuta nel suo libro Le voci di Marrakesh: circondato in un cimitero dallo strepito dei mendicanti, dice:

 

“Sentii come può essere seducente lasciare che il proprio corpo vivo sia smembrato per il bene dell’umanità”.[12]

 

I ricercatori e i giornalisti che cercano di persuadere il mondo, sanno che le soluzioni non possono essere progettate al di fuori da condizioni, bisogni e desideri in questo mondo indestinato (a dir la verità, l’unica soluzione di questo genere che viene proposta ora è quella che non dovremmo fare niente, e ‘lasciar vivere’ e ‘lasciar morire’ secondo qualche imperscrutabile destino). Oggi noi, però, reagiamo a problemi di scambi di velocità e regolarità su scala mondiale, non semplicemente a livello di province e nazioni. La nostra è una fuga di scoperte collettive come anche di invenzioni, di preparazione come pure di inaspettato. È, per dare una nuova traduzione al frammento di Anassimandro:

 

…lungo l’indestinazione; essi devono scambiare accordi e riarticolarsi l’uno per l’altro, superando la stasi.


[1] Giorgio Agamben, Una domanda, 13 aprile 2020, https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-una-domanda.

 

[2] Tucidide, La guerra del Peloponneso, II, 52-53, in Le Storie (Torino: Unione tipografico-editrice torinese, 1982).

 

[3] Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi, Milano 2010, p.420

 

[4] Ibidem, p. 256

 

[6] Si veda Shaj Mohan e Divya Dwivedi, Gandhi and Philosophy: On Theological Anti-Politics, introduzione di Jean-Luc Nancy (London: Bloomsbury 2019).

 

[7] Martin Heidegger, Sentieri interrotti (Firenze: La Nuova Italia editrice, 1968), p. 347.

 

[8] Ibidem.

 

[9] Giorgio Agamben, Distanziamento sociale, 6 aprile 2020, https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-distanziamento-sociale

 

[10] Canetti, Massa e potere, cit., p. 261.

 

[11] Si veda Shaj Mohan e Divya Dwivedi, Gandhi and Philosophys, cit., Capitolo 10, “Anastasis”.

 

[12] Elias Canetti, Le voci di Marrakech: note di un viaggio (Milano: Adelphi, 1994), p. 52.

 

Traduzione dall’inglese di Fiorenza Conte

 

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Divya Dwivedi è una filosofa che vive nel Subcontinente indiano.  Insegna filosofia all’Indian Institute of Technology di Delhi.  E’ autrice, con Shaj Mohan, di Gandhi and Philosophy: On Theological Anti-Politics (London: Bloomsbury, 2019).  Il suo lavoro più recente verte sulla filosofia della letteratura, sulla formalità del dirittto, e sui razzismi di casta post-coloniali.  Ha curato assieme ad altri i libri Public Sphere from outside the West (London: Bloomsbury, 2015), Narratology and Ideology (Columbus: Ohio State University Press), e alcuni numeri della rivista Critique no. 872-873 (dal titolo L’Inde capitale et colossale, Paris: Éditions Minuits, 2020) e della Revue des femmes philosophes no. 4-5 (intitolata Intellectuels, Philosophes, Femmes en Inde: des espèces en danger, CNRS-Unesco, 2017)

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059