Giorgio Sassanelli (Roma 1932 – Roma 2021), psicoanalista Società Psicoanalitica Italiana

 

I furori degli anni ’70, che – almeno in Italia – avevano incattivito ciò che restava del ’68, non risparmiarono nemmeno l’istituzione psicoanalitica. Del resto, perché avrebbero dovuto? Durante una memorabile assemblea tenutasi nel 1976 (a quell’epoca mi accingevo a vivere un 1977 da liceale politicizzata), la Società Psicoanalitica Italiana decise di espellere due membri (Massimo Fagioli e Antonello Armando, per la cronaca) “colpevoli” di avere pubblicato testi e di avere diffuso idee in profondo contrasto verso le gerarchie e verso il funzionamento della Società nel suo insieme. In quella occasione Giorgio Sassanelli non solo si schierò strenuamente contro l’espulsione (a fronte di grandi sostenitori, per esempio Franco Fornari), ma decise di uscire dalla SPI a sua volta. Rientrò in seguito, su invito insistente di alcuni soci. Un gesto clamoroso non certo dettato da particolare simpatia per i colleghi in questione: “Erano dei rompiscatole”, mi disse un giorno, lo stesso commento di Cesare Musatti all’epoca dei fatti, il quale aggiunse anche che una società di psicoanalisi che espelle fa ridere. Insomma, la SPI esercitava il suo discorso padronale che, oltre un certo punto, non ammetteva dissensi. Eppure, anche per la psicoanalisi italiana (istituzionale e non), erano anni di profondi dissensi e trasformazioni, dal gruppo di Fachinelli a Milano, con la rivista “L’Erba Voglio”, alla fondazione di “Lo spazio psicoanalitico” da parte di Paolo Perrotti, a Roma, e della rivista “Il Quadrangolo”.

L’atto di Sassanelli in quella circostanza è emblematico di quello che era il suo modo di essere: profondamente laico, allergico per vocazione a ogni forma di manicheismo e/o di costrizione, pronto a difendere, magari non con la morte ma certo infischiandosene delle conseguenze, le idee altrui e soprattutto ostile a ogni censura. Quella proprio non gli andava giù.

 

Giorgio Sassanelli era nato a Roma nel 1932 e a Roma è mancato in questo inizio di 2021. Era arrivato alla psicoanalisi e all’associatura alla SPI all’inizio degli anni ’70, nel pieno del ciclone politico. Ed effettivamente lui stesso tendeva a vivere in modo alquanto ciclonico, così appassionato della vita e delle persone. Era un intellettuale “non disincantato”, anzi, sempre pronto a incantarsi e a meravigliarsi per ciò che lo incuriosiva. Desiderava e non se ne metteva pensiero, semmai il contrario.

Dall’inizio degli anni ’80 assunse il narcisismo come tema elettivo di ricerca (è del 1982 “Le basi narcisistiche della personalità”), una scelta allora condivisa da molti (il vento kohuttiano nell’Italia della SPI soffiava forte) e variamente declinata. La prospettiva di Sassanelli si sforzava di de-patologizzare (de-medicalizzare, dunque, e lui era un medico) le diverse condizioni psichiche e si concentrava sul narcisismo in quanto risorsa necessaria al soggetto, sempre inteso come singolo. Occorreva mettere a punto, durante una psicoanalisi, un modo – unico – con cui quel soggetto avrebbe potuto avere a che fare con le proprie riserve narcisistiche. In altri termini, occorreva che la libido potesse circolare in modo utile, in uno stile molto freudiano insomma. Il suo pensiero suscitò interesse in molti ambiti, anche non istituzionali, e si inoltrò nel corso degli anni (Sassanelli ha scritto molto, ha scritto sempre) in terreni contigui al narcisismo e non solo: la passione, il transfert stesso in quanto passione, la rivisitazione del mito di Edipo, di Narciso e altri.

Fu durante un viaggio in auto che Giorgio mi raccontò più dettagliatamente le vicende degli anni “eroici” con la solita ironia scherzosa e mai maligna, con la sua critica intelligente. Eravamo diretti alle Scuderie Aldobrandini di Frascati, dove si inaugurava una retrospettiva di Virginia Fagini, artista, musa di artisti e prima moglie di Sassanelli. Questa donna di bellezza indicibile (mancata veramente troppo presto) era stata allieva di Colla e di Sadun, aveva respirato e assunto il fervore innovativo dell’arte e lo stile anticonvenzionale dei primi tre quarti del secolo scorso. Non è un caso che l’attenzione allo spirito del tempo, certo a quello artistico-culturale, fosse, per Sassanelli, un dato elementare e a lui consustanziale. Ma le sue orecchie erano molto sensibili anche a ciò che gli risultava stonato, dissonante. Una volta mi invitò a cena per dirmi che era in difficoltà perché non si trovava d’accordo con alcuni argomenti relativi a un mio testo che avrebbe dovuto presentare al Centro Psicoanalitico. Come poteva fare? Come potevamo rimediare? Poco dopo ne ridevamo e la discussione (tale fu), qualche sera dopo, andò bene, fu vivace.

Così era Giorgio: solido sulle sue posizioni, attento, da tutti i punti di vista, a quelle dell’altro. Era un uomo gentile. Trovava Lacan poco sopportabile e il mio freudismo letto lacanianamente era motivo di confronti e di contrasti. Termini come mancanza, castrazione, non tanto gli suonavano. Gli era più consona la pienezza di Eros e la vitalità in tutte le sue forme. Eppure, negli ultimi anni si interessò al tema del femminile e dunque, in qualche modo, anche a Lacan, non perché gli fosse diventato simpatico ma perché lo trovava necessario per elaborare alcuni argomenti. Mi inviò le bozze di “Il femminile, tra mancanza e desiderio”, ne parlammo molto.

Adesso mi piace immaginarlo in barca, impegnato tra vento e mare, con la garbata ostinatezza che metteva nelle sue passioni. Che tu possa continuare a navigare, caro Giorgio, il riposo ti annoierebbe.

 

 

Cristiana Cimino

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059