Credo in Dio Padre

Il testo che segue proviene dal tardivo riordinamento degli appunti che anni addietro avevo preparato per un incontro organizzato dalla sezione dei Gesuiti della Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, al quale ero stato invitato a partecipare. Devo confessare che dal previo contatto telefonico avevo immaginato la richiesta di un intervento ‘laico’ sull’attualità della ‘questione del padre’, la cui rilevanza psicoanalitica veniva ormai diffusamente riconosciuta, anche per la fortuna mediatica della formula lacaniana dell’evaporazione del padre, in Italia rilanciata con successo dai testi e dagli interventi, anche divulgativi, di Recalcati. Mi trovai invece a dover riordinare i miei pensieri riformulandoli in una qualche corrispondenza con il titolo esplicitamente indicato sulla locandina che fortunatamente mi era stata inviata qualche giorno prima della data dell’iniziativa. Si comprenderà dunque una certa obbligata ‘originalità’ della riflessione lì proposta, che, devo riconoscerlo, venne accolta con attenzione e perfino con segni di aperta condivisione.

 

CREDO IN DIO PADRE

 

L’incipit della riformulazione detta ‘apostolica’ della tradizionale professione di fede cattolica è il titolo di questo nostro incontro. È ovvio che io, in quanto psichiatra e psicoanalista, non ho alcun titolo per intervenire ‘credibilmente’ sul tema nella sua più precisa specificità teologica. Quello che posso provare a proporre per l’avvio di un dialogo con chi più appropriatamente tratterà il tema dopo di me è soltanto una prospettiva per così dire ‘dal basso’, che senza pretendere alcun impegno ‘trascendente’ il proprio ambito si limiti a indicare, almeno per grandi linee, in che modo si sia andata costituendo e perfino ‘istituendo’ la figura del padre, la sua funzione e la sua congiunzione con il potere, per tanto tempo così salda da apparire consustanziale fino alla sinonimia; per poi avanzare infine qualche ipotesi relativa al suo attuale indebolimento.

Credo in Dio padre, dunque…E infatti per il padre c’è stato sempre, almeno finora – almeno fino a quando il DNA non ha neutralizzato quel margine di insaturazione che è propria di ogni credenza con la certezza della prova – qualcosa che è dell’ordine della credenza (di cui la Fede, prima fra le ‘virtù teologali’ è la più ‘sublimata’ espressione). Ma se di una esistenza fondata su una evidenza ‘che si dà a vedere’ non ci sarebbe neppure bisogno di ‘prova’ (com’è nel caso della madre che appunto semper certa est), quando invece, com’è per il caso del padre, non c’è alcun ‘dato immediato’ a obbligarne il (ri)conoscimento, dobbiamo necessariamente postulare, in vece della evidenza mancante, una sorta di potenza sostitutiva che, ciò non ostante, ne imponga ugualmente l’esistenza; si tratta, insomma, di una esigenza psichica, da cui dunque proviene la stessa credenza.

Un’esigenza antica e anzi originaria, connessa a quegli aspetti della nostra natura umana per i quali essa è fin dall’inizio, fin da sempre, cultura, che non a caso Freud pose a fondamento della sua psicoanalisi. Li riassumo qui brevemente, giusto per lasciare delle generali coordinate di riferimento: la neotenia, la plasticità pulsionale in contrasto con la più generica rigidità istintuale, la Hilflosigkeit (la prolungata insufficienza postnatale, tipicamente umana), la conseguente necessità di una efficace presenza del Nebenmensch (dell’adulto vicino e protettore), la conseguente organizzazione famigliare e sociale sempre più articolata e dunque sempre più bisognosa di garanzie resistenti all’anarchia delle molteplici imprevedibili variabilità individuali, la correlata formazione e formalizzazione di ordinamenti, imposizioni e sanzioni, in una parola di Leggi.

Perciò il padre, naturalmente incerto, putativo, ma altrettanto necessario di là dalla procreazione e perfino, possiamo aggiungere, del tutto indipendentemente da essa, deve trovare diverso fondamento per la sua esistenza e persistenza: per il suo ri-conoscimento, lo abbiamo visto, c’è bisogno di una credenza; ma questa postula e al tempo stesso produce, priva com’è di quella potenza autoveritativa propria dell’evidenza fattuale, un potere, una autorità ricondotta, ricorsivamente, a quello stesso referente che la credenza aveva posto e a cui essa stessa ora chiede conferma. Così il padre, investito di e da questa esigenza di ‘realizzazione’, tende a divenire egli stesso quella stessa autorità che avrebbe dovuto conferirgli supporto esistentivo, imponendo infine motu proprio la propria presenza e l’interpretazione ‘autentica’ della sua correlata funzione. Nascono, in una deriva impetuosa, patria, padre della patria, patrimonio, patronimico, padrone, Santo Padre e…Padre Eterno.

Ma dove c’è il Potere c’è la Legge, che ne testimonia e ne garantisce il perdurante esercizio; e c’è l’intreccio, reciprocamente fondativo, con la trasgressione, la colpa e la punizione. Non a caso, nella più ‘naturale’ e perciò ‘incolta’ condizione adamitica, in cui si sarebbero trovati a condurre nei secoli dei secoli la propria spensierata esistenza i nostri progenitori, relegato in un angolo limitatissimo di un peraltro sconfinato ‘paradiso terrestre’, Dio Padre aveva previsto l’esistenza del nucleo primordiale della legge, con quella conseguente trasgressione e inevitabile punizione che avrebbe reso finalmente davvero propriamente umane le sue creature predilette e, per ereditarietà niente affatto ingiustificata di quella ‘felix culpa’ originaria, ugualmente umani tutti noi discendenti.

Ma quella trasgressione non significa affatto una rottura irreversibile: la ribellione, Freud lo segnala con forza, è al tempo stesso il dispositivo attraverso cui si riafferma e perfino si consolida il primato paterno. Ricordando la paradigmatica figura di Amleto, Freud giunge a ammonire che il padre morto diviene più forte di quanto non lo sia stato da vivo. Si potrebbe, da questo punto di vista, sostenere che la questione del padre, la sua lunga e sofferta elaborazione, sia stata per Freud una sorta di fil rouge che ha percorso tutta l’elaborazione della sua psicoanalisi, dalla stessa autoanalisi fino alla ormai prossima conclusione della sua imponente costruzione teorica e della sua stessa vita, alla personalissima interpretazione del Mosè.

Ma oggi non possiamo non riconoscere che qualcosa va cambiando. Forse, paradossalmente, sarà stata proprio la sottrazione della ‘figura’ del padre a quel vincolo costituivo con l’universo della credenza e del potere, tanto più confutabile quanto più arcano, con la conseguente ‘omologazione’ dei criteri attributivi della sua esistenza alle verifiche ‘troppo umane’ di una ‘oggettiva’ riconoscibilità, a sottrargli correlativamente il sostegno di quella potenza fondata fantasmaticamente, ma, proprio perciò, psichicamente ancor più ‘reale’.

Forse non siamo appieno nella stagione di quella “società senza padri” immaginata da Alexander Mitscherlich, già dal 1963; e magari non potremmo considerare già definitivamente svanita quella nebbiolina in cui inesorabilmente si sarebbe andata dissolvendo la lacaniana evaporazione degli stessi; ma almeno potremmo condividere quella più cauta preoccupazione dello psicoanalista René Kaës sull’ingravescente carenza di ‘garanti metapsichici’, concetto derivato da quello similare di ‘garanti metasociali’ precedentemente introdotto dal sociologo Alain Touraine. Certo è che brani come questo di Simone de Beauvoir estratto dal suo Le Deuxième Sexe sembrano oggi dislocare in un tempo ancora più remoto quel già lontano 1949 in cui la sua prima pubblicazione suscitò tanto scalpore: “La vita del padre ha un prestigio misterioso: le ore che egli trascorre a casa, la stanza in cui lavora, gli oggetti che ha intorno, i suoi hobbies, hanno un carattere particolare. È lui che mantiene la famiglia e ne è il capo responsabile. In genere, il suo lavoro lo porta fuori di casa, e così, attraverso di lui la famiglia comunica con il resto del mondo. Egli incarna quell’immenso, difficile, avventuroso luogo. Egli personifica la trascendenza. Egli è Dio”. E probabilmente, se lo chiedessimo a un generico giovane dell’attuale generazione, queste riflessioni di Freud provenienti dalla sua celebre Lezione 35 sembrerebbero provenire da ancor prima del 1932: ”Lo stesso padre (l’istanza parentale) che ha dato al bambino la vita e lo ha protetto dai suoi pericoli, gli ha anche insegnato che cosa gli è lecito fare e da che cosa si deve astenere, lo ha istruito ad accettare determinate limitazioni dei suoi desideri pulsionali, gli ha fatto capire che, se vuol diventare un membro tollerato e ben accetto della cerchia familiare, e più tardi di associazioni più ampie, deve corrispondere all’attesa dei genitori e dei fratelli che vogliono essere rispettati. Mediante un sistema di premi d’amore e di punizioni, il bambino viene educato alla conoscenza dei suoi doveri sociali, gli viene insegnato che la sua sicurezza nella vita dipende dal fatto che i genitori, e poi anche gli altri, lo amino e possano credere nel suo amore per loro”. Ma, proprio per tale impressione anacronistica è ancor più degno di nota che subito di seguito, in questo stesso testo, Freud così prosegua: “L’uomo introduce in seguito tutti questi rapporti, inalterati, nella religione. I divieti e le richieste dei genitori continuano a vivere nel suo intimo sotto forma di coscienza morale; con l’aiuto dello stesso sistema di ricompense e di punizioni, Dio regge il mondo degli uomini; dall’adempimento delle esigenze etiche dipende il grado di protezione e di felicità che è assegnato al singolo; nell’amore verso Dio e nella coscienza di essere da Lui amato trova il suo fondamento la sicurezza con cui l’uomo affronta la lotta contro i pericoli del mondo esterno e dell’ambiente umano che lo circonda. Infine, tramite la preghiera, l’uomo si assicura un’influenza diretta sulla volontà divina e quindi una partecipazione all’onnipotenza di Dio”.

Per molte ragioni, questo modello ‘semplice’ non è più del tutto attuale: fra famiglia e società, privato e pubblico, interno e esterno non ci sono più le stesse distinzioni, articolazioni e mediazioni indicate nei testi di Freud e di S. de Beauvoir; alla ‘dissolvenza’, se non all’evaporazione, del pater familias fa da pendant una qualche corrispondente ‘distrazione’ dal pater noster. Non so quanto sia fino in fondo compiuta la lacaniana sovversione che il discorso del capitalista avrebbe prodotto rispetto a quello del padrone, sostituendo all’interdizione l’imposizione al godimento, ma certo sembra talvolta di trovarsi ‘emigrati’ in un improbabile ‘paese dei balocchi’, in cui si perdono insieme Geppetto e Pinocchio (e chissà che ruolo svolge lì la Fata Turchina).

In queste condizioni quali ‘debiti’ potrebbe mai contrarre un figlio dei quali eventualmente chiedere la remissione a un padre-papi già di suo irrimediabilmente insolvente? A quale ‘eredità’ potrebbe applicarsi la massima goethiana più volte ripresa da Freud: “ciò che hai ereditato dai padri, conquistalo se vuoi possederlo davvero”? Recalcati propone di sostituire oggi alla figura di Edipo quella di Telemaco, eppure, a ben guardare, anche per Telemaco la ‘speranza’ (altra virtù teologale) non può che fondarsi sulla credenza, sulla fede, che diviene tanto più salda quanto più revocata in dubbio dalla ragione (da qui il successo di quel credo quia absurdum, ancorché privo di asseverata ‘paternità’!). Perché la credenza, anche se sfrattata da luoghi tradizionalmente ospitali, resta comunque in cerca di autore, se come sostiene Kristeva, c’è bisogno di credere. Il moderno Telemaco ormai non rischia più la miscredenza per il prolungarsi di un’attesa che potrebbe divenire indefinita più di quanto non possa esserlo una freudiana analisi ‘interminabile’: per lui sono infatti disponibili molteplici, più accattivanti e bonari sostituti al posto di un padre sempre meno ‘credibile’; maschere ‘divertenti’ (ma proprio in senso etimologico) di un ‘paternalismo’ anonimo e per così dire ‘vaporoso’, nella cui enigmatica alterità è andato progressivamente ‘evaporando’ la pretesa di chi, scoperto ormai come soltanto umano, troppo umano, non poteva più, credibilmente, insistere a chiedere di essere chiamato con il nome di padre.

Ma se un lavoro di analisi oggi può avere una sua ragion d’essere non può certo ridursi, come talvolta sembra purtroppo di intravedere, a una laudatio temporis acti, ma neppure potrebbe semplicisticamente ‘modernizzarsi’, sostituendo a un ormai malandato Edipo un più giovanile e baldanzoso Telemaco. Semplicemente, la psicoanalisi non deve abdicare alla sua più propria funzione: demistificante, letteralmente ‘ana-litica’. Forse resta oggi a un figlio, visto che è tale comunque ogni essere umano, Edipo, Telemaco o Amleto che sia, l’assunzione di quella difficile consapevolezza di cui scrisse Aldo Giorgio Gargani nel suo Sguardo e destino, che ci impone, superata la ‘mitologia dell’infanzia’, di riconoscere che “siamo diventati padri di un padre che è diventato un figlio”: più che continuare a chiedere a un padre silente di ‘rimettergli i debiti’ il figlio dovrebbe quindi, se gli riesce, risolversi a fargli credito, a farsi carico lui dei debiti del padre. Come sosteneva Simone Weil, rimettere i debiti significa oltrepassare il proprio passato. Oggi, nelle nostre esperienze di analisi, non abbiamo più da affrontare il transfert nello stesso modo che al tempo di Freud; la nostra epoca non è neppure più quella che Massimo Cacciari aveva definito in un incontro con il teologo Bruno Forte “l’età del figlio”. Il transfert oggi molte volte sembra procedere ‘contromano’: si produce una antecedenza nel luogo di una mancanza, attraverso la disponibilità di quella presenza del tutto sui generis rappresentata dalla figura dell’analista. Ma questa mia potrebbe essere una riflessione condizionata dalle inevitabili suggestioni provenienti dal proprio ‘lessico famigliare’. Approfitto allora di questo frammento di dialogo, eloquente nonostante la sua decontestualizzazione, che ho ritrovato fra due personaggi di un racconto lasciatomi in lettura da una persona in attesa di analisi:

“- Ma tu non hai un padre? Tutti mettono ai figli i nomi dei padri, e i padri ne sono felici, e anche i figli, almeno il più delle volte

- Mio padre non l’ho conosciuto se non in sogno [...] Eppure anche in sogno mi ha fatto da padre lo stesso. Ogni tanto mi diceva ‘guarda che questo non si fa’ oppure ‘aiuta un po’ tua madre che stasera non sta in piedi’. Si chiamava Diodato e gli voglio bene. Vede, signor Abate, ho avuto un sogno come padre e vorrei regalare un sogno a mio figlio”. Un sogno come padre. E non dice neppure che era un bell’uomo e veniva dal mare…

 

 

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059