Stato della psicoanalisi in Francia – “Gli psicoanalisti hanno contribuito al proprio declino”.

[In un intervento su “Le Monde”, la storica della psicoanalisi Elisabeth Roudinesco esprime la sua preoccupazione per la perdita d’aura della disciplina e sostiene il ritorno a una psichiatria “umanista”.]

Dalla morte di Jacques Lacan nel 1981, ultimo grande pensatore del freudismo, la situazione della psicoanalisi si è modificata in Francia. Nell’opinione pubblica, non si parla ormai che di “psy”. In altre parole, il termine “psicoanalisi” usato da Sigmund Freud nel 1896 per designare un metodo di talking cure, incentrato sull’esplorazione dell’inconscio, e che, per estensione, ha dato origine a una disciplina, non si differenzia più molto da un insieme costituito, da un lato, dalla psichiatria (branca della medicina specializzata nell’approccio alle malattie dell’anima) e, dall’altro, dalla psicologia insegnata all’università (clinica, sperimentale, cognitiva, comportamentale, sociale, ecc.).

Il termine “psicoterapia” – trattamento basato sulla potenza del transfert – è comune invece alla psichiatria, alla psicologia clinica e alla psicoanalisi. Le scuole di psicoterapia, che lo rivendicano, si sono sviluppate nel corso del XX° secolo con una molteplicità di denominazioni: da 400 a 700 in tutto il mondo. Tra queste: ipnoterapia, terapia della Gestalt, analisi relazionale, terapie comportamentali e cognitive (TCC), sviluppo personale, meditazione, ecc. Se ne trova periodicamente l’elenco nelle riviste di psicologia. È loro caratteristica la pretesa di apportare la felicità alle persone in sofferenza.

Sofferenze

Sottoposti in Francia a regolamentazione dal maggio 2010, i praticanti di queste scuole sono tenuti oggi a conseguire un diploma universitario (master in psicologia clinica) per potersi fregiare del titolo di psicoterapeuta. In caso contrario, sono classificati come praticanti fuori ruolo.

Oggi in Francia ci sono 13.500 psichiatri, 27.000 psicologi clinici e circa 5.500 psicoanalisti, quasi tutti titolari di un diploma in psicologia clinica. Poiché il titolo di psicoanalista non è regolamentato, solo le scuole di psicoanalisi (disciplinate dalla legge del 1901) possono avvalersi di una formazione basata su due criteri: essere stato analizzato, e poi supervisionato da un pari, per poter condurre una cura.

Secondo diverse statistiche, 4 milioni di francesi si trovano in uno stato di sofferenza psichica, ma solo un terzo di loro – il 70% dei quali sono donne – va a consultare uno psy. Sono nate nuove definizioni per qualificare il disagio che accompagna la crisi delle società democratiche, minate da precarietà, disuguaglianza sociale o disillusione: depressione, ansia, stress, burn-out, disturbi da deficit di attenzione, TOC, disturbi bipolari o borderline, disforia, dipendenze, ecc. Questi termini includono quelle che una volta venivano chiamate psicosi (follia), nevrosi (isteria e altre varianti), sbalzi d’umore (malinconia), perversioni. Queste sofferenze sono oramai trattate con farmaci psicotropi prescritti sia dagli psichiatri che dai medici di base: ansiolitici, antidepressivi, neurolettici, consumati in modo improprio.

Dominata dalla psicofarmacologia, la psichiatria – fortemente presente in tutti i centri ospedalieri universitari (UHC) – non ha più l’aura di una volta, perché ha abbandonato l’approccio plurale e dinamico alla soggettività – psichica, sociale, biologica – a profitto di una pratica basata sulla descrizione dei sintomi: riduzione del pensiero ad attività neurale, del soggetto al comportamento e del desiderio al tasso di serotonina. Questo è testimoniato dalle successive versioni del Manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali(DSM), che tratta come patologica la stessa condizione umana: timidezza, paura della morte, paura di perdere un lavoro o un parente, ecc. Non si contano più i collettivi che, a colpi di petizioni, sfidano questo Manuale e chiedono, come nel Manifeste pour un printemps de la psychiatrie, pubblicato su “L’Humanité” del 22 gennaio, il ritorno ad una psichiatria dichiaratamente “umanista”.

“La psicoanalisi non è più sostenuta dal sapere psichiatrico e non occupa più il posto che ha occupato un tempo in Francia nella cultura letteraria e filosofica, dai surrealisti agli strutturalisti, passando per i marxisti e i fenomenologi”.

Al centro di questo dispositivo, la psicoanalisi è entrata in una interminabile fase di declino. Non è più sostenuta dal sapere psichiatrico e non occupa più il posto che ha avuto in Francia nella cultura letteraria e filosofica, dai surrealisti fino agli strutturalisti, passando per i marxisti e i fenomenologi. Le opere dei praticanti sono scritte in un idioma di difficile comprensione. Destinati ad uso interno, non superano una tiratura di 700 copie. Di conseguenza, gli editori di letteratura generale: Seuil, Gallimard, Aubier, Presses universitaires de France, Payot hanno chiuso o ridotto allo stretto necessario le collezioni di psicoanalisi che erano fiorite per trent’anni.

I classici – Freud, Melanie Klein, Sandor Ferenczi, Winnicott, Lacan, Dolto, ecc. – diffusi in edizioni tascabili, continuano ad essere venduti regolarmente. Di conseguenza – e con poche eccezioni – la produzione contemporanea si è rifugiata da Erès, casa editrice di Tolosa fondata nel 1980, i cui libri e riviste – con una tiratura inferiore alle 500 copie – si rivolgono a un pubblico di professionisti nel campo della salute mentale, della pedagogia e della prima infanzia. Come pure gli psicoanalisti non sono più considerati ormai come autori o intellettuali, ma come operatori della salute mentale.

Diviso in diciannove associazioni in cui le donne sono in maggioranza, gli psicoanalisti formano un arcipelago di comunità che, molto spesso, si ignorano a vicenda. Organizzano colloqui, apprezzano l’associazionismo, amano viaggiare e si dedicano al loro mestiere con autentica passione. Il divario generazionale si è accentuato al punto che tutta la clientela privata è attratta dagli anziani, di età compresa tra i 60 e gli 85 anni, a scapito dei giovani (30-40 anni) che lavorano per bassi salari in strutture sanitarie (centri medico-psicologici, centri medico-psicopedagogici, day hospital, ecc.)

Questi ultimi hanno grandi difficoltà a finanziare la loro cura. Per farsi conoscere dal pubblico, creano siti con fotografie dei loro divani e poltrone, fanno prezzi trattabili e liste delle terapie possibili. La clientela sta diventando scarsa: la psicoanalisi attira sempre meno pazienti. Ma, paradossalmente, l’attrazione per la sua storia, per i suoi archivi e i suoi attori è in rialzo, come se la cultura freudiana fosse diventata un oggetto museografico a scapito della pratica clinica.

“Umiliati dal successo di immondi attacchi a Freud, gli psicoanalisti hanno disertato le controversie pubbliche, disprezzando ogni iniziativa che cercasse di criticarli”.

Le associazioni più potenti – tra i 200 e gli 800 membri – sono divise in tre rami: il primo (detto freudiano ortodosso) riunito intorno alla Société psychanalytique de Paris (fondata nel 1926), un secondo in cui si ritrovano tutti i lacaniani di stretta obbedienza (gruppi nati tra il 1981 e il 1994) e il terzo, eclettico (1994-2000), che raccoglie tutte le tendenze del freudismo.

Attaccati da tutte le parti per il loro dogmatismo e la difficoltà a modificare i loro programmi di formazione, gli psicoanalisti hanno inoltre contribuito al loro stesso declino adottando in maggioranza, dal 1999, posizioni indegne contro il matrimonio omosessuale, per poi fiaccarsi in dispute interminabili sull’autismo. Umiliati dal successo di immondi attacchi a Freud, hanno disertato le controversie pubbliche , disprezzando ogni iniziativa che cercasse di criticarli.

Autore di un’inchiesta su L’autodistruzione del movimento psicoanalitico, (L’Autodestruction du mouvement psychanalytique, Gallimard, 2014), Sébastien Dupont ne ha pagato lo scotto: “Non appena si esprime una critica, si è subito tacciati di antifreudismo”. Infine, molti psicoanalisti si dedicano periodicamente, su media di cattivo gusto, al loro sport preferito: far sdraiare  sul divano i politici. Emmanuel Macron è ormai il loro obiettivo preferito: “Non ha risolto il suo edipo, ha sposato sua madre, non ha un superio, è un narcisista”.

Il territorio

Per decenni, la psicoanalisi è stata insegnata nei dipartimenti di psicologia a titolo di approccio psicopatologico alla psiche. Interessato a un insegnamento della disciplina al di fuori delle scuole psicoanalitiche, Roland Gori, assistito da Pierre Fédida (1934-2002), ha occupato, fino al 2009, un posto di rilievo nella formazione dei clinici di orientamento freudiano, in particolare attraverso il reclutamento di insegnanti-ricercatori in seno alla 16° sezione del Conseil national des universités (CNU). Purtroppo, i suoi eredi non sono riusciti, come lui, a farsi rispettare dai loro avversari, che ora vogliono cacciarli dal loro territorio in nome di una presunta superiorità scientifica della psicologia. E stanno approfittando dell’imminente fusione tra Paris V-Descartes e Paris VII-Diderot per agire in questo senso.

Così, l’UFR d’Etudes psychanalytiques de Paris VII-Diderot, enorme bastione freudiano fondato nel 1971 – che conta 36 professori, 270 dottorandi, numerosi docenti, 2.000 studenti – è ormai minacciato di estinzione. Tre professori della sedicesima sezione del CNU si sono dimessi dal loro incarico, affermando che non è più possibile un approccio dinamico e umanistico nel contesto di un’evoluzione scientista della psicologia (lettera del 21 dicembre 2018). Ancora una volta, un collettivo ha denunciato un tentativo di colpire a morte la psicoanalisi. Ancora una volta si moltiplicano le richieste di soccorso.

 

Non bisogna disperare

Va detto che se gli insegnamenti clinici di Paris-VII sono di altissimo livello e se i convegni hanno un evidente successo – come gli EG-psy-radicalisation sul jihadismo (8 novembre 2018) – lo stesso non si può dire dei tentativi di “modernizzare” la psicoanalisi a colpi di “queer” e “decolonizzazione”. Come non scoppiare a ridere all’annuncio di un programma di questo genere (15 dicembre 2017)? “Se la psicoanalisi si posiziona come il rovescio della ragione cartesiana (…..) in che misura coglie l’etnocentrismo dei propri strumenti?” O ancora: “Che cosa apporta alla psicoanalisi la presa in considerazione del genere e della condizione coloniale, nel suo modo di concepire il divenire minoranza e il divenir altro?”

 

Tuttavia, non bisogna disperare perché si sa che migliaia di medici francesi, formati nel serraglio di un freudismo intelligente, dedicano il loro tempo alla cura di bambini in difficoltà, di malati mentali smarriti o di famiglie ferite.

[Elisabeth Roudinesco è una storica (HDR), ricercatrice associata all’UFR GHES-Paris-VII-Diderot e collaboratrice del “Monde des livres”. Il suo ultimo lavoro pubblicato è il Dictionnaire amoureux de la psychanalyse(Plon-Seuil, 2017).]

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059