Il Perturbante (Das Unheimliche, S. Freud 1919) cent’anni dopo

Sommario:

Il Perturbante è stato finora considerato come oggetto risultato di processi diversi, che si tratti del ritorno (dell’irruzione) del rimosso, o del riemergere di fatti e fenomeni di un passato dimenticato, o dell’attivazione di qualcosa d’altro per cui la fantasia inconscia si affaccia nel conscio.  La proposta dell’autore, in una visione che confronta la teoria psicoanalitica con alcune direttrici del pensiero antropologico di Ernesto de Martino, è quella di considerare il Perturbante non solo come oggetto e fenomeno, ma anche come processo inconscio alla stessa stregua del sogno, che come il sogno va concepito in una sua dimensione metapsicologica, e nel suo ruolo di salvaguardia dell’integrità psichica del soggetto, di cui è emblema la “presenza”.  La funzione del processo che l’Autore definisce “linea o bordo del perturbante” è quella di proteggere un’area inviolabile, dal contenuto segreto e innominabile, all’interno dell’apparato psichico, corrispondente in ipotesi al nucleo più intimo del sé in psicoanalisi e nella prospettiva antropologica alla “presenza”, cifra impalpabile dell’autonomia dell’individuo separatosi dall’indifferenziazione del mondo.  Questo nucleo intimo che si irradia diffusamente in tutta la psiche del soggetto è il significante stesso dell’umano, risultato del processo che ha portato nel tempo alla creazione degli istituti simbolici dei mondi culturali e ai corrispondenti istituti e strutture che nell’apparato psichico producono senso, e rendono sostenibile, con formazioni di compromesso radicate nel simbolico e nell’immaginario, la pressione incessante del reale.  La “linea del perturbante” è sempre in attività come le forze che su di essa insistono. Le sue oscillazioni e crisi corrispondono all’esperienza d’angoscia del fenomeno perturbante, e indicano il lavoro necessario a preservare la sicurezza di questo nucleo.  Grazie a formazioni di compromesso e alla mediazione dell’arte viene mantenuta  la distanza dall’abisso sul cui bordo termina ogni possibilità di senso e ballano l’essere umano e le sue autorappresentazioni inconsce.

 

 

 

 

 

 

 

Molto è stato detto su questo famoso e visionario saggio di Freud in ambito psicoanalitico.  Ma le osservazioni fatte fin qui, pur se distinte dalle particolarità che ciascuna presenta, appaiono tutte orientate a descrivere ed enumerare, sulla scorta ovviamente delle precise indicazioni date da Freud, sulle quali non mi soffermo, le ipotesi sulla genesi, sui significati e contenuti delle diverse esperienze cui è riferibile l’aggettivo unheimlich.  Il Perturbante inoltre, parlando anche della sua forma sostantivata e quindi astratta (in tedesco das Unheimliche) nonostante la pluralità di visioni che genera rispetto a cosa sia o rappresenti in psicoanalisi, appare considerato sempre come oggetto risultato di processi diversi, che si tratti del ritorno (dell’irruzione) del rimosso, o del riemergere di fatti e fenomeni di un passato dimenticato, o dell’attivazione di qualcosa d’altro, per cui la fantasia inconscia si affaccia nel conscio.

 

Ho presentato altrove[1] il rapporto fra Perturbante e apparizione del reale nella prospettiva delineata da Jacques Lacan, e più avanti proporrò ancora alcune considerazioni al riguardo.

 

La prevalenza di trasversalità e carattere contingente della lettura del fenomeno entro la cornice dell’esperienza è verosimilmente riconducibile al suo carattere intenso, spiacevole, o comunque spiazzante e sorprendente, che quindi finisce per dominare la scena, riducendo la possibilità di considerarne altri aspetti e di esplorarlo in una prospettiva ampia, longitudinale e non unidirezionale.  Troviamo uno stimolo al progresso nella teoresi, che coglie una funzione cruciale del Perturbante, considerandolo non solo come momento di rottura di un equilibrio narcisistico e del senso, ma anche di ricomposizione, nella visione di Bion che ripropone il concetto di barriera antistimolo rispetto a elementi perturbativi beta,  e nel modo in cui possiamo pensare il Perturbante grazie in particolare al contributo di Winnicott e del suo concetto di  area ( e oggetto) transizionale.  Esso ci mostra la possibilità di legare la comparsa del Perturbante con la rimodulazione della frontiera fra soggetto e mondo, sottoposta a continui riaggiustamenti.

 

Come il delirio anche il Perturbante mi sembra svolgere una funzione restitutiva e di autocura.  Il brivido del Perturbante è la perdita dell’unità del sé come rischio imminente e insieme il rimedio adottato per riassorbire plasticamente e creativamente l’erompere del nuovo e imprevisto, come la perdita della familiarità del mondo, senza deflagrare.  Su questo, come vedremo, troviamo una sponda importante sul piano antropologico nel pensiero di Ernesto de Martino, che individua i processi dell’appaesamento come copertura e addolcimento dell’estraneo, di ciò che nella prospettiva di Lacan potremmo definire il reale.  Così i teatri naturali, il paesaggio non umano, sono immagine e porta d’ingresso di un’eternità spaventosa che il lavoro della cultura discioglie in villaggi, in terre lavorate dall’uomo e santuari, in sapienzialità e miti. La macchina mitico-rituale, il rumore di fondo dei significanti che essa produce e in cui essi sorgono (qualcosa di simile forse alla Phoné di Carmelo Bene), interrompono l’assenza di sonorità del tempo; e il dispositivo mitico-rituale incarna il tempo in stagioni, nei cicli agrari e animali e nei loro frutti[2].  Il flusso e gli efflussi, entrare e uscire, incorporare ed espellere, guardare e ascoltare, ricordare, immaginare, sentire il proprio e l’estraneo, sono i modi del pensiero nel rapporto umanizzante con l’estraneo e il non umano.

 

 

Il Perturbante non è solo conservazione, è anche trasformazione e rinnovamento, pur se conseguiti in evenienza traumatica.  Il Perturbante mi sembra partecipare anche della creatività nell’arte; è il brivido che accompagna il presentarsi della scoperta poetica inaspettata ed extrasoggettiva, esterna allo stesso artista; è l’eccitazione che accompagna la pioggia di colori che si deposita sulla tela in un altro momento di disvelamento, ed è anche nell’emozione del lettore o fruitore dell’opera.  Non dimentichiamo le parole di Paul Klee, per il quale la funzione dell’arte è quella di rendere visibile[3]ecco tornare il tema iniziale del saggio di Freud col suo riferimento a Schelling, e al ritorno alla luce di ciò che era nascosto per definire il Perturbante.

 

 

Considero le citate visioni di Bion e Winnicott come la base di sviluppi del concetto di perturbante fra i più significativi e avanzati, e allo stato attuale non mi pare che siano stati raggiunti in questa direzione risultati migliori. La riflessione sul perturbante, pur cogliendone per lo più impressionisticamente la speciale portata, non mi pare differire dal modo in cui si considera il valore euristico di un sintomo, di un atto mancato, del sogno cui la metapsicologia non abbia ancora conferito un diverso statuto integrandolo in un universo di senso, oltre che di significazione, diverso e più grande.  Veniamo al punto.  Quel che mi sembra mancare è la visione del Perturbante non solo come oggetto, non solo come qualcosa di statico, non solo come fenomeno attivo e trasformativo[4] indicatore di una fluidità del confine del soggetto, ma anche come processo inconscio che inquadra tutto ciò nel contesto più generale dell’intera vita psichica, restando a noi oggi il compito di perfezionare il lavoro di Freud.  Non esito né indicatore di un processo − peraltro non ancora ipotizzato esaurientemente da alcuno per quel che ne so − ma processo tout court.  Non enunciazione ma enunciato, si potrebbe forse anche dire.

Invito a non fermarsi, in altri termini, a ciò che l’osservazione clinica trasversale e la riflessione conseguente cristallizzano in forma di fenomeno.  E ciò corrisponde a un’apertura vertiginosa d’orizzonte, a una rilettura complessiva dei meccanismi psichici e del loro funzionamento, a una miglior comprensione del valore della stessa psicoanalisi.

Occorre contemplare il furto degli occhi da parte del sinistro mago, l’Uomo delle sabbie, non semplicemente come espressione dell’angoscia di castrazione, e non pensare di risolvere con semplici formule interpretative l’angoscia di fronte al carattere allogeno ed estraniante di automi che si presentano come esseri viventi. Quest’ultimo tema merita peraltro una trattazione a parte anche per la nostra prossimità oggi rispetto al mondo delle macchine e delle realtà virtuali, essendo immersi in un’epoca che ha una passione per l’inorganico, per gli oggetti ambigui, per il mondo che vede liquefarsi i confini del soggetto - spesso ibridato da protesi nella sua naturalità - e i modi classici del godimento[5].

Nella proposta che faccio vado oltre, e non solo considero il furto degli occhi, ad esempio, come equivalente simbolico della castrazione, ma salendo di livello teorico vedo l’insieme del furto degli occhi e della castrazione come momento parziale di un processo più grande, cioè del processo che include,  causandolo e governandolo, il riconoscimento, contenimento ed emergenza del Perturbante, entro il più vasto orizzonte dell’intera economia psichica nel rapporto con il mondo esterno e con das Ding,  la Cosa.  E si va ancora oltre, considerando tutto questo entro la cornice del rapporto uomo/mondo.

Il rapporto col mondo esterno e gli altri espone al rischio di essere attirati e  captati nel tutto divenendo nulla (con angoscia di annientamento), perdendo la propria differenziazione di soggetto.  Il rapporto con das Ding, la Cosa, la Chose di Lacan, spinge alla missione impossibile di ritrovare il primo piacere attraverso il rinvenimento di un’identità di percezione[6] nel rapporto con un oggetto, cha sta per l’oggetto a, mai posseduto, sempre distante, investito assurdamente di nostalgico desiderio.  Se pensiamo alla questione inquietante del doppio, essa non si limita a indicare la fragilità di un passato arcaico della specie e delle prime fasi evolutive che portano drammaticamente[7] alla costituzione dell’individuo separato dal mondo, ma si riferisce, come ogni altro fenomeno perturbante, a un complessivo riposizionamento del soggetto non solo rispetto al mondo, ma ogni volta anche rispetto ai suoi equilibri narcisistici e strutture interne.

Come il sogno, dunque, anche il Perturbante è processo (inconscio), e vi è da scrivere una metapsicologia del Perturbante come vi è una metapsicologia dei processi onirici (sarebbe peraltro tutto da esplorare in questa chiave il rapporto fra sogno e Perturbante).  E in essa dovremmo probabilmente riconoscere per questo specifico processo appunto una collocazione tipicamente psicoanalitica, all’interno di una dinamica, di un bilanciamento con qualcosa (in realtà con insiemi di cose), entro un universo conflittuale di tensioni antagoniste in cui sono implicate le pulsioni,  il narcisismo,  le difese, lo stadio di sviluppo psicosessuale, principio del piacere e principio di realtà,  e anche, con le conoscenze di oggi, le istanze psichiche contemplate dalla teoria strutturale (Es, Io, Super-Io), nonché, volendo estendere l’orizzonte delle visioni teoriche, le relazioni oggettuali, le funzioni dell’Io, per non parlare della prospettiva lacaniana coi tre registri del reale, simbolico e immaginario, e il moto costante della ruota che fa girare in perpetuo significanti e significati fino a che in qualche pausa corrispondente a un trauma non si inserisce un significante nuovo, a produrre cambiamenti in tutte le direzioni, anche del tempo.  In sostanza, mi sembra che il Perturbante sia da vedere, al di là dell’effetto contingente emozionale e traumatico dell’evento del suo manifestarsi, come fattore strutturale dell’assetto del soggetto, come un vero e proprio processo in atto. Il saggio del 1919 sul Perturbante contiene già in sé molto più di una semplice apertura teorica verso la concettualizzazione dell’ignoto fattore che spinge il soggetto, nonostante la sofferenza nel ritornare sempre sulle stesse esperienze penose, ad attestarsi sulla linea di confine fra un passato patogeno da rielaborare e un presente insoddisfacente segnato dalla nevrosi.  Parliamo della linea che ci separa dall’al di là del principio di piacere lungo cui opera, insieme al processo del perturbante, la coazione a ripetere, la pulsione di morte nel suo intreccio con forze opposte che vorrebbero rielaborare i traumi passati e andare oltre.

Mi sembra quindi importante chiedersi le ragioni e gli scopi psichici dell’attivazione originaria e delle infinite riattivazioni di questo processo inconscio, che chiamo, pensando a una frontiera sensibile e mobile, “linea o bordo del perturbante”, e perché essa giunga poi ad avere delle specie di défaillance che liberando di colpo i suoi contenuti nascosti producono angoscia.  Senza peraltro dimenticare che il momento di fallimento dell’attività della “linea del Perturbante” nella realtà è simultaneamente anche la sua ricostruzione, il suo rinnovamento, salvo crolli o disintegrazione dell’intero sistema.  Nel mio saggio citato prima sull’orrore cerco di mostrare, dico per inciso, come nella creazione del concetto di Perturbante Freud, dopo aver dissertato sul suo rapporto con l’estetica e la letteratura,  valorizza il versante esperienziale personale - che può essere drammatico - come coefficiente teoretico che sta alla base di un concetto psicoanalitico.

A cosa servono allora il Perturbante, il processo che chiamo “linea” o “bordo” ( e non “fenomeno”) del Perturbante?  Certo si può pensare che venga circoscritta un’area specifica di inscrizioni mnestiche, vegliata da difese e nel processo analitico anche da resistenze e attaccata dal transfert, che però qualcosa può rendere permeabile e accessibile e manifesta.  Ma non basta.  Cosa in realtà di sommamente, indicibilmente importante delimita e racchiude dinamicamente questo confine vivo e mobile, cosa si nasconde – e vedremo che l’idea del nascondimento è cruciale - oltre la “linea del Perturbante”?

 

Prima di formulare, tornando al saggio di Freud, delle ipotesi provvisorie a questo riguardo, dedicherò un momento per descrivere alcune caratteristiche e modi di funzionare della “linea (o bordo) del Perturbante”, che d’ora in poi citerò senza virgolette.

Se la pulsione indica la quantità di lavoro che è necessario svolgere alla psiche per via del suo legame con la sfera biologica, la linea del Perturbante indica il lavoro compiuto dal complesso funzionale ed espressivo delle attività che la costituiscono e la sostengono.  Come il confine dell’Io di Paul Federn, si può ipotizzare che anche la linea del Perturbante funzioni con energia di investimento.  Un investimento variabile, in relazione alle difese e agli equilibri narcisistici, e che, regolando specificamente la percezione cosciente (di norma assente) del Perturbante e i suoi ruoli nell’inconscio,  partecipa con altri processi  alle altre funzioni psichiche, ad esempio funzione di tener distinti conscio e inconscio, ma anche sé e non-sé, realtà e immaginazione, vere percezioni e allucinazioni, sonno e veglia.

Il compito della linea del Perturbante è delicato e raffinato.  Essa deve proteggere l’integrità di un nucleo nascosto, in cui si racchiude l’essere del soggetto nella sua continuità e vitalità, quindi nello scambio continuo con l’esterno.  In questo nucleo nascosto è depositato il segreto della realtà, indicibile, e in questo nucleo è altresì – ricordando le descrizioni dell’Entwurf freudiano - la Cosa, das Ding, paradossale soggetto/oggetto del desiderio mai conosciuto e però sempre cercato, posto oltre il confine dell’apparato psichico dal principio di piacere.  Il fatto che vi sia un nucleo nascosto non significa a mio modo di vedere che esso sia denso o al centro dell’apparato psichico, del sé o del soggetto.  Il concetto stesso di linea, con tutte le conseguenze che dalla sua attività e integrità si dipartono in ogni direzione al suo interno, vi colloca o disperde il nucleo segreto in ogni dove, lo delocalizza o polverizza per definizione, rende ogni cosa o particella ugualmente importante al suo interno.  E questo dice della modernità di quest’idea freudiana del perturbante, di un sensore accogliente che rileva e riassorbe le dissonanze e il non senso in noi che abitiamo un mondo senza centro, soggetti sempre meno monolitici e meno rigidamente definiti, tendenzialmente polimorfi e pluridimensionali, sempre più in contatto tecnologico con altri soggetti e con la realtà virtuale.

 

Un’attività incessante su flussi bidirezionali fra il mondo esterno e quello interno, che riassorba i traumi delle identificazioni e disidentificazioni, e la simultanea qualificazione di proprio ed estraneo di ciò che vi scorre, assicura un equilibrio costante che mantiene il mondo sicuro e familiare, e permette allo stesso modo di rinnovarsi e arricchirsi nel corso dell’esperienza.  Il nucleo segreto si può modificare restando però equivalente.  Quando l’investimento che alimenta l’attività della linea del Perturbante si altera, o quando vi sono altre cause di un suo malfunzionamento, si danno le condizioni per l’angoscia legata al comparire del Perturbante.  Il comparire del Perturbante, espressione di una momentanea smagliatura della linea, corrisponde a un momento di modifica dell’intero sistema.  Il fenomeno del Perturbante, come ho cercato di spiegare nel mio già citato saggio sull’orrore[8], rappresenta peraltro l’evenienza di ciò che con Lacan possiamo definire il “reale” e che io ho descritto nel suo rapporto con l’esperienza dell’orrore, rispetto alla quale la linea del perturbante interpone le sue formazioni di compromesso, angoscianti sì, ma sostenibili.  Un simile sentimento turba, nel saggio Caducità, il poeta,  sgomento al pensiero dello sfiorire della bellezza della fioritura estiva, ammirata durante una passeggiata in montagna.  Un sentimento che ho paragonato[9] all’angoscia che sorge nell’antichità dell’attività agricola rispetto alle forme di vita del mondo vegetale, una delle prime forme in cui l’angoscia e l’orrore  si manifestano all’uomo, che Ernesto de Martino chiama “l’angoscia della mietitura”,  l’orrore che il grano falciato non torni più con la prossima semina a crescere e sfamare, e va rielaborata e superata con riti appositi.

 

Ma la funzione principale che sembra di poter attribuire a questo confine mobile, attivo, plastico e discriminante, è non solo la percezione, e anche preliminarmente la qualificazione e il contenimento di qualcosa come estraneo e angosciante.  Tale funzione principale è soprattutto quella di proteggere qualcosa di inviolabile all’interno dell’apparato psichico.  Essa è il valore e il significante dell’umano stesso e mi sembra coincidere - pensando oggi non solo a Il Perturbante ma anche a Totem e tabù, a Psicologia delle masse e analisi dell’Io di Freud, e ai contributi antropologici di Ernesto de Martino in Il mondo magico - col risultato del lungo cammino che ha portato alla costruzione degli istituti simbolici dei mondi culturali e degli analoghi istituti intrapsichici che la psicoanalisi con la sua metapsicologia ha individuato,  studia e contempla.  Se vogliamo, in qualche modo ciò potrebbe equivalere alla costruzione dell’etica, dei simboli e dell’Altro nella prospettiva di Lacan.  Quel che importa notare qui, e vengo così a formulare qualche ipotesi sulla reale natura e sui reali scopi psichici della linea del Perturbante, è che la linea del Perturbante, processo che unifica in sé altre modalità di funzionamento psichico meno complesse coerenti coi suoi scopi, preserva il mantenimento di qualcosa che è del tutto privato e addirittura segreto, in cui si conserva nascostamente il nucleo della propria realtà soggettiva e da ultimo della realtà stessa.  Lo sviluppo successivo del discorso, che in qualche modo forse riprende i contributi di Winnicott di cui dicevo, sposta la validità e il fuoco dei discorsi inerenti il bordo del Perturbante da un momento mitico delle origini, che si può comunque sempre riproporre nell’attualità come episodio topico, a tutto ciò che avviene nella vita e nelle diverse età dell’essere umano in modo più o meno creativo, nel suo confronto col mondo e col proprio inconscio.

Del resto in ciò seguiamo l’indicazione freudiana che rimanda a Schelling, la quale ci rinvia a ciò che è la quintessenza ineffabile della realtà, ciò che è e deve restare nascosto, invisibile e innominabile.

Seguendo la riflessione antropologica di Ernesto de Martino, la cui concettualizzazione getta luce sulla nostra scena, quel che è da proteggere attraverso una linea di confine come la linea del perturbante potrebbe essere identificato con la “presenza”, quale nucleo della soggettività che si è autonomizzata dal mondo ma può soccombere alla forza di attrazione dell’indifferenziato che esso esercita, come accade nei fenomeni[10] dell’olonismo.   Il tema dell’Atai, invece, prevede che qualcosa  che ha suscitato paura e meraviglia e in cui il soggetto  si rispecchia, credendola un riflesso di sé, lo invita a una fusione. Ma resta impigliato, e il non riuscire a oltrepassare quel qualcosa lo avvia al rischio concreto di scomparire.  Ciò sul versante psicoanalitico apre prospettive sul rapporto fra perturbante e relazioni con oggetti del mondo esterno o del mondo interno proiettati, introiettati o rimossi.

Anche qui possiamo spostarci dalla prospettiva antropologica a quella psicoanalitica lacaniana, e pensare quest’attrazione verso la dissoluzione come un’attività del bordo del Perturbante che invece di svolgersi per rigenerare e riplasmare il sé e la sua interfaccia col mondo, diventa invece insensatamente ripetitiva al solo fine di cercare un interminato godimento nella intensità di eccitazione del trauma ripetuto del Perturbante sull’apparato psichico.  Siamo qui nell’area che sta intorno alla Cosa, di fronte a una linea che non si può impunemente sorpassare, perché se lo si facesse si perirebbe, prigionieri della pulsione di morte.

Il segreto del sé e della “presenza” che si possono solo inferire o vedere in azione attraverso le iniziative del soggetto, sono allora il bene che la linea del Perturbante difende, segnando una demarcazione che dà senso al passaggio dalla natura alla cultura, e all’opera della psicoanalisi, che denaturalizza e desostanzializza il concetto di realtà psichica, cioè di inconscio, e sancisce la continuità/discontinuità e il fluire dell’azione o dell’inazione fra legge della volontà e del desiderio.

 

Le arti, il cinema, le cosiddette scienze sociali hanno ricevuto notevole impulso dal saggio freudiano, che, dopo essere comparso alla fine del primo conflitto mondiale come sinistra metafora degli orrori della guerra quale esteriorizzazione d’un mondo d’ombra che è in noi, rivela forse proprio oggi in massimo grado, dopo un secolo, la sua attualità.

Le mie osservazioni e proposte sul terreno psicoanalitico sono iniziali e provvisorie.  Occorre molto lavoro clinico e teorico per un avanzamento nelle diverse direzioni di ricerca psicoanalitica che sembrano aprirsi.

Fra queste credo che sia particolarmente interessante lo studio delle relazioni fra altri concetti e fenomeni clinici e la “linea del Perturbante”.  Cito qui per ora solo il sogno, l’acting out (la “messa in atto”) e l’après-coup.

Nell’acting out[11], per far cenno a una cosa soltanto, è la pericolosa vicinanza alla coscienza guadagnata da certi materiali inconsci, quasi preludio di un perturbante ritorno del rimosso, che porta all’attivazione di condotte inusuali, e in cui comunque l’agire si sostituisce in seduta al ricordare e al verbalizzare.

Ma questa è già materia di un approfondimento futuro.

 

 

 

 

Bibliografia

 

Benvenuto, S., Le Breton, D. & Pascarelli, P., (2018) Orrore (Potenza: Edizione Grenelle).

 

de Martino, E.;

 

-       (1948) “Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo” (Torino: Einaudi) (Torino: Bollati Boringhieri 2007).

-       (2019) “La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali,” Nuova edizione a cura di Giordana Charuty, Daniel Fabre e Marcello Massenzio (Torino: Einaudi).

 

Federn, P. (1952) Ego psychology and the psychoses, tr. it. di G. Bianchi, Psicosi e psicologia dell’Io (Torino: Bollati Boringhieri, 1976),

 

Freud, S.:

-          (1895) “Entwurf einer psychologie”, tr. it. “Progetto di una psicologia” di E. Sagittario (Torino: Bollati Boringhieri 1976), OSF, 2.

-          (1912) “Totem und Tabu”, tr. it. “Totem e tabù” (Torino: Bollati Boringhieri). OSF, 7.

-          (1915) “Vergänglicheit”, tr. it.  “Caducità” di S. Daniele (Torino: Bollati Boringhieri 1976), OSF, 8.

-

-          (1919) “Das Unheimliche”, tr. it. modificata “Il Perturbante” di  S. Daniele (Torino: Bollati Boringhieri 1977), OSF, 9.

-          (1921) “Massenpsychologie und Ich-Analyse”, tr.it. di E. A. Panaitescu, “Psicologia delle masse e analisi del’Io” (Torino: Bollati Boringhieri 1977), OSF, 9.

 

Klee, P. (1920) Schöpferische Konfession, tr. it. di Francesco Saba Sardi, La confessione creatrice (Milano: Abscondita 2016).

 

Merini, A. & Pascarelli, P(1983) “La messa in atto”, Psicoterapia e Scienze Umane, n. 1/1983, pp. 63-99.

 

Perniola, M. (1994) Il sex appeal dell’inorganico (Torino: Einaudi).

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Si veda in Pascarelli (2018) “Oltre il mondo, della fantasia e dell’orrore”, in Benvenuto, Le Breton,  Pascarelli, (2018).

[2] Nella prospettiva di Ernesto de Martino il tempo ciclico del mito non si oppone alla storia. La reversibilità del tempo e i ritorni dell’uguale sono solo un modo per “stare nella storia come se non ci si stesse”, proteggono la “storicità del divenire”, e preparano a un recupero valorizzante nella storicità di ciò che in un primo momento deve essere destorificato, sottratto nella dimensione mitica alla responsabilità e decisione umana.

 

[3] Si veda in Paul Klee (1920).

 

[4] Attraverso rappresentazioni che sono formazioni di compromesso sulla via del recupero di un equilibrio in crisi.

[5] Si veda per questi aspetti in Perniola (1994).

[6] Si veda su questo tema il mio contributo alla discussione sull’Après-coup su questa rivista (http://www.journal-psychoanalysis.eu/a-comment/).

[7] Come osserva Ernesto de Martino nel Mondo magico, quella distinta individualità del nostro essere che per noi oggi dopo un tempo immemoriale è scontata, e fa parte ormai di una dotazione trascendentale, è il frutto di un processo lungo e sofferto della storia dell’umanità.

[8] Op. cit.

[9] Op. cit.

[10] Descrivo l’olonismo e l’Atai con maggior precisione nel citato articolo sull’orrore, con riferimento al libro di Ernesto de Martino (1948).

[11] Si veda al riguardo Alberto Merini e Pietro Pascarelli (1983).

 

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