Il sorriso del trapianto

“Ho pensato di pubblicare questo dialogo per guardare la memoria di una storia di intrusioni  che si trasformano in relazione e dunque in resurrezione ”

Manuela Grelloni

 

“Cinque anni fa, dopo vent’anni che mi era stato trapiantato il cuore, ho ricevuto una email che mi ha sorpreso : un’italiana che aveva subito un trapianto del fegato nel corso di un coma, disorientata da questo evento, aveva trovato su internet la traduzione del mio libro “L’intruso” e mi scriveva per cercare di controllare il suo disagio. Ovviamente le ho risposto. Lo scambio si è prolungato. In seguito ci siamo incontrati. E abbiamo continuato il nostro scambio. Manuela ha conservato, ha raccolto e ha desiderato di pubblicare questa corrispondenza, che non è affatto terminata, al contrario, non siamo disposti a terminarla. I trapianti di ciascuno di noi hanno trapiantato un’amicizia.”

Jean-Luc Nancy (aprile 2016)

 


aprile 2011

 

 

Manuela

 

Caro Professor Nancy

caro, perché la sua è l’unica voce non estranea per me in questi ultimi mesi, da quando il 13 ottobre scorso, ho subito un trapianto di fegato.

Per fortuna cercando parole di aiuto l’ho incontrata su internet e ho letto il suo libro ”L’Intruso “, anzi, non l’ho letto, l’ho respirato, un po’ di ossigeno finalmente.

Mi era rimasta in mente la sua frase ”l’impressione di essere caduto in mare pur restando ancora sul ponte “ era proprio quello che sentivo ma non trovavo le parole, violentata, fecondata, sporcata, sostituita paura, impensabile, incubo, buio, vuoto; un trapianto io? … a me?…

Trapianto. Io non l’ho deciso insieme agli altri, medici, parenti, non ero in lista, ero in coma, epatite fulminante, dunque, gli altri hanno deciso per me, come quando sono nata.

Quando me l’hanno detto sono caduta nel vuoto, senza gravità, come gli astronauti che si perdono nello spazio, poi ne parlavo come fosse una cosa normale “ho un fegato nuovo, ha solo 18 anni, e io 50”, l’età che aveva lei quando le hanno messo un cuore nuovo, fingevo di aver capito, ma mi ero perduta.

Sono passati sei mesi, è la prima volta che provo a comunicare questo incomunicabile, ci sono sere che passo piangendo, mattine disperate per chissà quali altri espianti e trapianti della mia vita in altre vite, e di altre vite in me.

Ho una domanda da farle: ne è valsa la pena? Io amavo molto la vita, anche se non so cosa voglio dire, penso che la vita che amavo fosse il mio corpo, amavo il mio corpo, ma ora non mi sembra più il mio, mi sembra in prestito, nel senso che il mio corpo è tagliato in due, ricucito, non è più il mio orgoglio, la mia forza, la mia consolazione, il mio amore, l’unico che non mi deludeva mai. Non è più la cuccia, la forma, non è più me, è stato svuotato, riempito, mi hanno tolto il fegato e io sono morta, mi hanno messo il fegato di un morto e il mio sangue ha fatto rivivere il fegato morto, poi lui ha fatto rivivere me. Ci sono momenti in cui l’anima fa un respiro più profondo come quando si riprende fiato. Spero che un giorno ci incontreremo, intanto leggerò i suoi libri.

Un abbraccio

 

aprile 2011

Jean-Luc

Cara Manuela

la sua lettera mi ha molto colpito, come può facilmente immaginare. Ci sono così pochi rapporti fra quei trapiantati per i quali quest’esperienza rientra in un’esperienza più larga, e di sicuro sempre problematica, della loro esistenza. I trapiantati di cuore che incontro in ospedale quando faccio i controlli non sono in generale degli “intellettuali”, e non hanno quella fragilità che ci fa chiedere, come fa lei: “ne valeva la pena?”

Ebbene hanno ragione loro nel non porsi la questione, perché è falsa: vale sempre la pena di vivere, anche se il solo “prolungare la vita“ – senza altra ragione che la durata – non ha senso. Non è la durata che conta, ma ciò che facciamo di questa vita.

Quest’anno è il ventesimo da quando sono stato trapiantato: non rimpiango niente di questi venti anni di vita che sono stati molto ricchi, non già a causa del trapianto ma perché la vita è più ricca


dopo i 50 anni, e il mondo è cambiato così tanto, e si è destabilizzato (cambiamenti spesso deludenti e inquietanti, ma che danno da pensare ).

Nello stesso tempo, e quasi inseparabilmente, questi venti anni sono stati gli anni della vita di un trapiantato che ha conosciuto molti problemi derivati proprio dal trapianto.

Ne ho parlato un po’ nell’Intruso, e di lì a qualche anno altri problemi si sono presentati. E’ fuor di dubbio che la cosa più importante è l’insieme delle operazioni chimiche e biochimiche che subisce l’organismo di un trapiantato. Ma per quanti siano, tutti gli “inconvenienti “che ne sono scaturiti possono essere trasportati nel movimento della vita, per il quale è più importante il desiderio di fare qualunque sia la cosa che desidera fare, lavoro, opere, incontri, contemplazioni. Forse un giorno ci incontreremo.

La penso e la abbraccio

 

 

Maggio

 

Caro Jean-Luc Nancy

la sua lettera è semplice e profonda, grazie di avermi risposto, quando è arrivata non credevo ai miei occhi. Si, la domanda “ne è valsa la pena?“ è una falsa domanda, perché conoscevo la risposta, ma in questo momento doloroso avevo bisogno di sentirlo dire da lei e da nessun altro. C’è stato un periodo più buio, in cui vivevo il trapianto come una violenza, un’onta, un crimine di cui mi sentivo vittima e colpevole, un crimine che mi ha salvato la vita sì, ma in quei giorni non riuscivo a vedere la sua realtà e la sua grandezza. Mi rendo conto che la vita va verso gli altri e ci viene sempre dagli altri. Per quanto riguarda il laboratorio chimico che il corpo di un trapiantato diventa, ne so qualcosa perché sono farmacista; ma come dice lei, l’importante è che tutto sia trasportato nel flusso della vita.

 

P.S. Mi piacerebbe continuare questa corrispondenza con lei, ma non so scrivere in francese e non vorrei continuare a chiedere la traduzione delle mie lettere ad un mio amico. Può provare lei a scrivere in italiano, intanto che io faccio qualche progresso nel francese?

 

 

maggio J.L.

Cara Manuela, credo che non posso scrivere molto in italiano: non conosco la lingua, conosco solamente qualche parola, e niente grammatica, ma farò quello che posso. Sette mesi non sono molto dopo il trapianto: non è abbastanza per entrare veramente nella nuova strada aperta, o c’è giusto l’inizio. Guardi come l’orizzonte è lontano: tanti anni, 20 e più, dicevo che il corpo comincia a dimenticare il fatto del trapianto. Posso dire che nei 20 anni scorsi ho passato più tempo dimenticando che ricordando!

 

maggio M

proverò ad usare il traduttore on-line, spero che qualcosa si capisca. Si è vero, è presto per dimenticare, ma la strada è cominciata …

 

maggio J.L.


dimenticare … si, in un senso, ma non solamente dimenticare – pensare in un altro modo

 

maggio M

si è vero, oggi penso una cosa nuova,  che vivo grazie ad altre persone, e grazie a lei è nato un nuovo modo di pensare, un vero trapianto nel mio cervello.

 

maggio J.L.

ma non c’è nessun trapianto senza il ricevente: è lui – o lei – che fa vivere la vita trapiantata

 

maggio M

sì, il corpo comincia a dimenticare dolore e violenza, e non mi sento più così tanto strana. Mi sentivo un marziano

 

maggio J.L.

sì, è vero, il corpo dimentica dolore e violenza, dimentica anche molto, e senza questo non sarebbe possibile vivere – ma allo stesso tempo, nasce un altro modo di pensare, anche del corpo, un altro modo di essere al mondo che non è più immediato come sembra essere la relazione ordinaria: c’è una mediazione onnipresente tra le medicine, i medici, ecc.

 

maggio M

è molto difficile per me accettare la nuova relazione con il mio corpo, perché come già le ho scritto nella prima lettera, ero molto fiera di lui, ero un’atleta, il trapianto ha cambiato anche il mio modo di sentirmi donna.

 

 

ottobre 2011 M

ciao J-L come va?

 

ottobre J:L.

bene, e tu come va cara ragazza?

 

ottobre M

sto attraversando un periodo molto difficile, come se si fosse aperta una porta e un oceano di dolore fosse entrato, ieri era il primo anniversario di questa “seconda vita “, con una strada tutta da cominciare

 

ottobre J.L.


il primo anniversario! e per me sarà il ventunesimo a Pasqua, ti mostro la strada!

 

ottobre M

è un vero privilegio che sia tu a mostrarmi la strada!

 

novembre J.L.

sai cos’era il fegato per gli Etruschi? certo che lo sai, era il luogo della divinazione

 

marzo M

ho visto ora il tuo scritto e ti rispondo, da quando ho letto L’Intruso e le tue mail, respiro meglio, tu hai dato le parole alla mia anima

 

 

marzo J.L.

grazie Manuela per le tue belle parole

 

marzo M

pensavo alle parole donazione, trasmissione di organi, cosa pensi della parola eredità? La donazione implica un debito, “trasmissione “è già meglio, ma “eredità“ è libera! la puoi far crescere o sperperare.

 

marzo 2012 J.L.

riguardo l’eredità: è una domanda interessante che mi fai, perché l’eredità è una cosa\ idea che non mi viene mai in testa… Hai ragione, è un modo della trasmissione, ma penso che l’eredità nel senso quella dei genitori – o della famiglia in senso più largo – è una cosa piccolissima all’interno della grande eredità della storia, del paese, della civiltà… e così fino all’intera umanità e… anche fino all’universo

Non è una cosa biologica: è tutta la vita come la riceviamo e questo “come “ ha due aspetti: uno è quello della provenienza-famiglia, società, cultura, paese, Europa, mediterranea, ecc ecc – l’altro è questo punto di ricezione e di trasformazione che si chiama una volta “Manuela“, un ‘altra volta “Piero“, un’altra volta “Angelica “…

Vedo che in italiano è la stessa parola  -eredità – per dire il francese “héredité“ (forse più “ereditaria“?) = la trasmissione biologica e familiare-, e l’altra parola “héritage“ = cosa che ricevo dai miei genitori quando sono morti. Nel secondo senso si può dire che in una eredità vale cosa ne faccio io.

Ma nel primo senso vorrei dire che per me quasi tutto è “eredità“: tutto mi viene da altri – non solo il mio cuore ma tutto, pensiero, gusto, immaginazione, sogni, desideri…

 

marzo M


per eredità infatti intendevo il tuo cuore e il mio fegato, ereditati dal mondo, perché quando una persona nasce, eredita dalla famiglia in senso strettissimo, e eredita anche, si può dire, l’universo intero, certo, il problema è sapere ricevere questa eredità e farle dare frutti. Non accettavo il fegato, poi tu mi hai scritto una cosa sul ricevente che fa rivivere l’organo che riceve, e ho capito

 

marzo J.L.

a proposito dell’eredità nel trapianto, tu sai che si parla di una “memoria cellulare“ con gli organi trapiantati: per me è una stupidaggine assoluta e sono certo che le storie che raccontano sono effetti di superstizione o di auto-allucinazione. In più, in 21 anni non ho mai incontrato un trapiantato con un’esperienza di questo tipo!

 

marzo M

credo anch’io che si tratta di stupidità assoluta, ma la gente è sempre alla ricerca di un senso

 

aprile M

caro Jean-Luc come stai? Io bene fisicamente, ma ci sono, e credo ci saranno ancora per molto tempo, giorni neri!  Brutti pensieri che arrivano e mi sommergono, poi si ritirano

 

aprile J.L.

da dove vengono questi pensieri brutti, vengono dal trapianto? Forse semplicemente dalla fatica, o ci sono immagini di minacce per l’avvenire?

 

aprile M

i miei brutti pensieri vengono dal trapianto, c’è qualcosa di malato, di reato in questa storia

 

aprile J.L.

capisco che è molto dura, capisco che tutta questa storia è difficile, da qualche parte insopportabile e ti fa sentire te stessa insopportabile, ma forse ogni soggetto è insopportabile quando si trova solo\ a con se stesso\a

 

maggio M

una mia amica psicoanalista ha letto “L’Intruso“, è stata molto colpita dal libro, ti ha citato in un convegno sulle “nuove cure“, e volevamo fare un lavoro sul trapianto di organi e su come questo viene affrontato da un nuovo modo di fare psicoanalisi, perché forse davvero il vecchio modo è morto. Alcuni miei amici psicologi, o psicoanalisti, non hanno mai voluto parlare con me del trapianto, pensavo a questo silenzio, a questo non detto intorno a me, che mi faceva sentire quasi vergogna

 

maggio


J.L.

Forse non c’entra la psicoanalisi, ma è stato solo il modo di reagire di singole persone, soprattutto quando il trapianto avviene con assoluta sorpresa, come per te. Comunque a dire il vero, il mio piccolo vero, credo che la psicoanalisi non ha niente da dire neanche da fare con il trapianto, non più né meno che con molte altre cose che non dipendono dalla buona vecchia nevrosi della borghesia dell’inizio del xx° secolo, siamo in una società, in un cultura, in uno spirito molto diverso. .

non è un modo vecchio, è finito: Lacan lo sapeva molto bene!

 

 

maggio M

il silenzio intorno a me dopo averti incontrato è diventato molto più sopportabile, quasi bello.

Il mio amico che avrebbe dovuto fare un trapianto di cuore è morto. Leggeva i tuoi libri dal ’70, voleva conoscerti, una volta per consolarlo gli ho detto che se faceva il trapianto diventava come te, non ha risposto. Spero di averlo aiutato.

La sua protesta umanissima riguardo la normalità tecnologica del suo trapianto, la sua voce che scandalizzava i medici quando diceva “ma io sono un intellettuale, non potete parlarmi di trapianto così, senza conoscermi” arriva in un tempo mio, ma anche dell’umanità, in cui bisognerà dire che non tutto quello che fa bene al corpo, anche se fa vivere, va bene, così che c’è qualcosa che sfugge, e che almeno se ne possa parlare! Senza dare scandalo.

La questione di ciò che è morale e di ciò che non lo è, è morale dire sì al trapianto e a tutto quello che comprende, ma c’è un resto, una questione, ci sono io che soffro di questa sostituzione, ci sono io…

L’avventura metafisica in quella fisica, quella di cui parli nel libro, le tue parole che mi facevano respirare, vivere attraverso la morte di un altro, certo non l’ hai ucciso tu però

 

giugno. J.L

però…??? quale però??? mi dici: forse posso aiutarti un po’

 

giugno M

l’unica volta che ho pianto quando ero in ospedale è stato un mattino che mi sembrava ingiusto, secondo il mio senso di giustizia, che io fossi viva grazie ad una ragazza di 18 anni, mi sembrava sbagliato, pensavo al “momento” della sua morte ed ero disperata per lei, so che non possiamo sapere niente di ciò che è giusto o sbagliato, del mistero in cui viviamo, il “però” era questo, questo rendere utile per me la morte di un’altra persona, era insopportabile, mi ricordo una frase di mia zia, io prego per lei e per te, e io pensavo “sì, però lei è morta“.

Non so bene quale sentimento mi fa piangere parlando di questo, forse è stata la morte del mio amico a risvegliare qualcosa, un dolore che avevo messo da parte

 

giugno J.L.

penso che non si tratta in nessun modo di finalità, non è morta la ragazza per la tua vita – non c’è più finalità che nella tua stessa vita, o in quella di un altro o nella mia.


mai ho pensato così del ragazzo di 30 anni di cui il cuore è mio da 21 anni.

Non c’è alcuna relazione tra lui e me, nessun’altra che quella della vita, di tutte le vite, una relazione senza finalità e senza causalità, ma un rapporto puro, quasi un non-rapporto, una compatibilità senza comunicazione, una comunicazione senza significazione, una coesistenza senza copresenza, forse una cosa un po’ simile al rapporto sessuale, cioè la convenienza nell’incommensurabilità…

 

giugno M

sono d’accordo su tutto, non intendevo parlare di finalità e di causalità, né di relazione tra chi riceve e chi aveva l’organo, no, volevo soltanto dire che la tecnologia, nel caso del trapianto, il trapianto utilizza, per la vita, un evento come la morte, e questo crea disagio, una mancanza di parole, perché certamente è vita che passa da uno all’altro con un rapporto puro, come dici tu, un rapporto perfetto, ma c’è un passaggio per la morte che dà come una vertigine

 

giugno J.L.

certo, ogni rapporto – puro, ma non altro che rapporto, semplice, assolutamente, rapporto senza termini del rapporto (naturalmente non è dato, non è visibile da nessuna parte, ma è “il” rapporto, la cosa che non è una cosa)

ogni rapporto va attraverso il nulla, il niente, la parola va attraverso il silenzio

la carezza va attraverso la distanza,

la visione del colore attraverso l’oscurità una vertigine, sì

come vivere senza vertigine?

 

giugno M

non si vive senza vertigine

forse non è il trapianto il problema per la psicoanalisi, è la vertigine

 

giugno J.L.

che vuol dire “problema “?

se la vertigine è un problema – senza soluzione – per la psicoanalisi, allora è meglio fare altre cose, come la pittura, la scrittura, ecc. ecc. tutte le cose che partecipano della vertigine

 

giugno M

c’è stato un momento in cui ho pensato che anche un pensiero può essere trapiantato al posto di un pensiero malato

 

giugno J.L.


trapianto di pensiero! è impossibile perché il pensiero è sempre in trapianto, in comunicazione, senza nessuna immunizzazione, in contaminazione, in- con – - -

il trapianto di organi è un modo di fare i corpi più vicini ai pensieri giugno

M

giusto, sarebbe bello che anche i corpi non avessero più bisogno di immunosoppressori! forse un giorno…

 

giugno J.L.

certo, certo! ma dopo 21 anni credo che gli immunosoppressori sono quasi una tautologia del proprio corpo – bisogna aspettare 20 anni!

 

giugno M

sono diventati un altro organo!

 

giugno J.L.

veramente! voilà une belle découverte: les immunosuppresseurs sont des organes, et les corps greffés sont des corps surorganiques

 

agosto M

stavo pensando che invece di ri-animazione dovrebbe chiamarsi ri-corporazione, perché l’anima in quelle stanze viene completamente abbandonata, in nome del corpo.

 

agosto J.L.

ri-corporazione è bello! un nuovo reparto dell’ospedale

 

ottobre M

il 13 ottobre è il compleanno di due anni!

a proposito di ricordi, ti avevo già scritto che volevamo, io e una mia amica, provare a scrivere qualcosa sul trapianto dal punto di vista della psicoanalisi, ma io potrei essere soltanto il materiale vivente, non mi sento di dire molto

 

ottobre J.L.

non posso dire niente della psicoanalisi. Mi sembra che il trapianto non ha bisogno d un discorso psicoanalitico: non più della persona stessa, con o senza trapianto; se uno/una trapiantato/a vuole entrare in psicoanalisi, naturalmente il trapianto fa parte della storia, ma non più ne meno di un’altra circostanza della vita


 

 

ottobre M

certo che la persona, trapiantata o no, è la persona, con una storia sua, in cui c’è anche il trapianto, ma il problema è come parlare di questa esperienza particolare in modo che sia una riflessione sui cambiamenti della tecnologia, e sugli effetti che hanno sull’essere umano, come andare sulla luna o essere in internet… insomma qualcosa che resti, come hai fatto tu con L’Intruso… Un giorno quando ero disperata l’ho letto e… ho trovato qualcosa.

Ma il mio non è un desiderio di aiutare, tu che desiderio avevi quando hai scritto “L’Intruso“? Perché hai parlato del tuo trapianto invece di parlare soltanto dello straniero in Francia? Cosa ti ha spinto?

 

ottobre J.L.

il desiderio di scrivere sul trapianto fu un desiderio provocato da altri: perché scrivo libri, molti hanno detto “devi scrivere su questo“ – ma mi sembrava non interessante, troppo biografico – poi, al momento del cancro, ho pensato a scrivere e ho cominciato in modo giornalistico, ma due pagine e mi sembrava ridicolo, poi, qualche anno dopo, è arrivata la domanda d’un articolo sullo straniero, ho cominciato e… “L’Intruso” è arrivato.

ma nessun desiderio di aiutare gli altri!

non c’è aiuto senza incontro.

 

ottobre M

hai ragione, non ho nessun desiderio di aiutare altri con un libro su questa storia del trapianto, anche nel mio caso, è più un desiderio di altri. Comunque il mio incontro con te è iniziato quando ho letto il libro, anzi, quando ho cominciato a cercare, non so perché, ma ti ho scritto come se già potessi fidarmi di te, ho rischiato di non trovare un incontro con la persona che aveva scritto il libro

ma qualcosa che avevo letto, mi aveva colpito…. A proposito di tecnologia e trapianto, sai che i francescani ad Assisi hanno attivato una sala multimediale? Dicono che San Francesco avrebbe chiamato la tecnologia “sorella tecnologia”, bello no?

 

novembre J.L.

sorella tecnologia, non sono sicuro perché la tecnologia non è altro che l’umanità stessa!

 

novembre M

che vuoi dire, che la tecnologia e l’umanità sono la stessa cosa? O che la tecnologia manipolando l’umano diventa umana?

 

Novembre

 


J.L.

certo sono la stessa cosa: l’uomo è il tecnologo e nessun altro, dunque la tecnologia mai “manipola“ l’uomo, ma l’uomo “manipola“ se stesso. Di più: l “uomo“ cosa è? non c’è nessuna risposta dice Kant (e dico anche io con lui), o se pensiamo l’“uomo“ come maschile: l’uomo non è la donna – cos’è la donna? la donna non è tecnologa…

 

dicembre M

sai, sono arrabbiata perché i medici trattano il corpo come un oggetto, sembra che la rabbia dentro di me sia esplosa ora, dopo due anni dal trapianto, non sopporto di essere visitata!

 

dicembre J.L.

certo, tutte le invasioni sono difficili, lo so ma come potrebbero i medici non trattare il corpo come un oggetto? Il corpo medico è un oggetto, certo, non è possibile che sia altro – si tratta piuttosto di accettare questa oggettività per il tempo necessario, o di non accettare e di farsi la propria personale medicina.

Non dico che tutto è perfetto con i medici, ma penso che non è così grave da criticare la loro “oggettività “, che è precisamente meno invasiva di, come dire?, Il prete, lo psicoanalista, lo stregone. Devi sapere che il tuo corpo medico non è la stessa cosa di te, tu hai poco a che fare con questo corpo anatomico, fisiologico, farmaceutico, perché il tuo corpo è un corpo tutto altro, vivente, pensante, amante, ecc.

 

2013

M

sai che ho sentito parlare del tuo libro, “L’Intruso”, da una donna, e diceva che è molto bello perché parla di questa esperienza del trapianto come intimità violata?

 

2013

J.L.

non capisco perché parlare di intimità violata, ma ho già sentito di frequente questo da lettori / lettrici del libro – che per me non tratta di violazione

 

2013

M

Infatti, parli di disordine nell’intimità, di apertura che non si richiuderà, di suture, ma mai di violenza, o di intimità violata! Forse i tuoi lettori leggono qualcosa che tu non dici, anche io all’inizio dicevo di essere stata violentata, ma ora so che non mi riferivo al trapianto, piuttosto pensavo al mio corpo in mano ad altri, guardato, spiato, ai miei segreti, provavo anche una strana vergogna, anche riguardo alla mia vita privata dove tutti ora potevano entrare come se non esistessi.

 

2013

J.L.


ma nessuno può entrare nei nostri sentimenti, pensieri, segreti – assolutamente nessuno, perché neanche noi stessi lo possiamo! Certo possiamo sapere qualche cosa, ma le profonde pulsioni sono sempre più nascoste di tutto.

Una cosa è possibile: una violazione che lascia la persona distrutta – come succede con violenze e torture, fisiche o morali; ma la persona distrutta non è conosciuta nella sua intimità: è piuttosto assolutamente non conosciuta; ma mai ho sentito di atti medicali come torture, anche quando sono molto duri

 

2013

M

veramente ancora non so di che tipo di violenza parlavo dopo il trapianto, forse mi ero sentita strappata alla mia vita dalla malattia, e poi tutta questa gente che parlava di me, ma per fortuna che hanno deciso per me … mi hanno salvato!

Nei primi mesi ero confusa, mi sentivo studiata come un oggetto strano, anche nelle mie emozioni, volevano vedere “lavitalamorte “ come la chiami tu nell’Intruso, forse intendevo questo per violenza, chissà.

Comunque è vero, i tagli, le ferite, le suture. non le ho mai vissute come violenze, solo con una specie di stupore, gli atti medici sono soltanto medici, e il dolore fisico si dimentica, non entra nell’anima

 

2013

J.L.

Capisco che per te il trapianto fu molto diverso dal mio, perché fu improvviso, non aspettato. quando scrivi “la gente voleva vedere lavitalamorte” penso che è stato lo stesso per me, e oggi è ancora così: sono un caso interessante, ma il cuore è più interessante del fegato (per noi, ma non era il caso degli Etruschi! )

 

2013

M

e comunque resta il fatto che L’Intruso è diverso dagli altri libri che hai scritto, è l’unico in cui parli di te, e anche se l’occasione ti è venuta da fuori, come tutto ci viene dagli altri, la forza, l’emozione e l’aiuto che ne ho ricevuto, sono venuti da dentro di te, io ho incontrato te, non soltanto le tue idee di filosofia.

 

 

2013

J.L.

le “idee di filosofia “ sono sempre in qualche modo pezzi di una vita, d’un corpo

 

2013

M

una signora che conosco si è meravigliata che io non provassi gratitudine, ma solo violenza dopo il trapianto. Ho pensato che questo sentimento del possesso del proprio corpo è un sentimento capitalista, ero proprio una capitalista inguaribile! Le persone iscritte all’AIDO, che in Italia è l’associazione dei cosiddetti donatori di organi, mi sembravano pazze per il fatto che accettavano e promuovevano questa idea di farsi togliere dei pezzi del proprio corpo… io non avrei voluto, neanche dopo la morte!

Se tutti i capitalisti del mondo subissero un trapianto, forse il capitalismo finirebbe

 

2013

J.L.

sì, ma i cuori dei capitalisti, a quali altri li possiamo donare? Perché siamo tutti capitalisti in qualche modo.

Il sentimento del “proprio“ corpo non è legato alla proprietà capitalistica, perché se questo fosse il caso, i capitalisti sarebbero tutti pronti a vendere il proprio corpo per fare più soldi!

 

2013

M.

E’ vero, gli organi sarebbero già quotati in borsa.

Ho letto il tuo articolo…hai scritto “la greffe est le philosophe en diable“ non so bene cosa vuol dire, indiavolato?

ma mi ha ricordato il mio autoritratto poco dopo il trapianto, la gente non lo ama, dice che è inquietante, dopo aver letto questa tua frase, guardandolo sembra che dica “io sono il trapianto, strappo le vite dalle mani della morte, anche questa volta ci sono riuscito”.

 

2013

J.L.

non strappo: sottraggo la vita alla morte

“philosophe en diable“ è molto difficile da tradurre. ”En diable (o diablement)” = molto, forte, fortissimo – si dice in italiano una musica infernale? in francese può avere il senso di terribile, orribile – ma anche l’altro senso di stupenda, di grande intensità, tutto è simile al diavolo in francese: pessimo, terribile, e intenso, prodigioso

 

-sorriso del trapianto

 

 

2013

M

in italiano si dice “musica infernale” quando è troppo forte, in senso negativo, per chi ama il rock è positivo, ma infernale è anche magico, misteriosamente pericoloso.

Il “sorriso del trapianto” è proprio il titolo perfetto per il mio quadro! Perché è esattamente il sorriso del mio autoritratto, il “sorriso en diable “.

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059