Freud – per così dire
Introduzione all’edizione giapponese delle Opere Complete di S. Freud

I
Ci viene chiesto oggi – poiché il tempo lo esige – di fare una nuova stima della posta in gioco nell’invenzione freudiana. Sappiamo più o meno chiaramente che non è venuta a mischiarsi con i saperi istituiti, né ad aggiungervi un nuovo continente. Freud ha inventato ben altro che un sapere, che lo si intenda nel senso di una disciplina teorica, o di un saper fare pratico. In verità l’idea stessa che la pratica (la clinica, come si usa dire in ambiente psicoanalitico) supporti incessantemente la teoria, mostra – benché sotto la minaccia di una confusione pragmatista – che il pensiero procede qui dall’apertura a una spinta che viene da profondità sempre più enigmatiche, che si sottraggono perfino all’”analisi”, quale che sia il senso dato a questa parola. Perché la “clinica” – se è permesso dirlo a un profano come me – consiste unicamente nell’apertura di accessi, di volta in volta singolari, a questo: che non vi sono accessi a un qualche svelamento o senso primordiale. In questo senso l’invenzione freudiana è, tra le invenzioni moderne, la più chiaramente e la più risolutamente non religiosa. E’ anche perciò che questa invenzione non può nemmeno credere in sé stessa. E se non può evitare di farlo in quanto istituzione (non intendo qui soltanto le “scuole”, ma il semplice studio di analista, e addirittura il solo nome di “psicoanalisi” intesa come disciplina), comunque in quanto pensiero la sua regola può risiedere soltanto in un certo modo di differire la sua identità.
Il fatto che l’analisi – quella innanzi tutto della “cura” – sia interminabile, anche quando la si possa dichiarare terminata, rifluisce ormai chiaramente sulla cosiddetta “psicoanalisi freudiana”. Essa non finisce mai di interpretarsi o di invitarci a interpretarla – sempre più lontano, di conseguenza, dal potersi supporre come “sapere” o “saper fare”. Essa non finisce mai di invitarci, al di là di ogni analisi, a ciò che Derrida chiama una “lisi senza misura e senza ritorno [sans retour]“(1).
In ultima analisi – se è permesso, dunque, di esprimersi così – Freud non cerca un sapere. Lo mostra l’evoluzione del suo pensiero, che non ha mai smesso di spostarsi verso ipotesi o verso congetture sempre più espressamente avventurose (“metapsicologiche”, cioè metafisiche o speculative), verso modelli sempre meno modellizzabili o costruibili (“seconda topica” piuttosto atopica), verso ciò che Freud stesso chiama “speculazione”, “rappresentazione” o “mito” (“parricidio”, “pulsione di morte”) e verso oggetti sempre meno clinici – e, di fatto, sempre meno “oggetti” – come la religione, l’arte, la civiltà, la guerra.
Benché tutto ciò sia noto, merita tuttavia di essere ancora riconsiderato. Dobbiamo essere più esigenti nel misurare lo scarto che separa, in Freud, da una parte la positività del modello scientifico e strumentale (di cui la “cura” fornisce il vettore proprio), dall’altra la spinta [poussée] a narrare, a immaginare, a creare un mondo. È questo che Freud cerca: raccontare, seguire il levarsi o togliersi [levée](2) dell’essere, il gioco delle forze che vi si applicano.
Ciò non vuol dire che si debba cercar di misurare questo scarto in un modo più preciso di quanto non sia stato fatto finora (Lacan da parte sua lo ha saputo misurare inventando una sua propria finzione di sapere, tuttavia sottomessa all’imperativo strumentale dell’istituzione e della funzione o della professione).IIDel resto la cosa di cui stiamo trattando non è suscettibile di una misurazione al compasso. Indubbiamente lo scarto di cui parliamo è andato crescendo man mano che la vita e il pensiero di Freud andavano avanti, senza poter conseguire tutta l’ampiezza potenziale di cui lui era capace. Ma il suo motivo o la sua motivazione essenziale si ritrova lungo tutta l’opera: ciò che la parola “inconscio” designa non è una piegatura dell’anima, ma l’anima stessa o, se si preferisce, l’uomo. Freud non scopre nell’uomo un inconscio, nella maniera in cui Descartes poteva credere di avere scoperto in lui una ghiandola pineale prima mai messa in luce. Freud rimette in gioco l’uomo intero. È un racconto nuovo sull’uomo.
È il racconto più risolutamente non religioso – cioè il meno disposto ad affidarsi a qualsiasi forma di credenza, foss’anche un credere nella scienza. La scienza per Freud vale soprattutto come baluardo contro l’illusione religiosa. Ma essa non dà la garanzia di una costruzione d’oggetto. Essa è tutt’al più l’indice di una fermezza: non cediamo alle illusioni che vorrebbero trasfigurarci. Per il resto, Freud sa fin troppo bene fino a qual punto il desiderio di sapere partecipi del desiderio di potenza e di dominio [maîtrise] in generale. Indubbiamente non c’è “scienziato” non soltanto più modesto di lui, ma soprattutto più sinceramente aperto alle incertezze e alle incompletezze, se non addirittura alle impotenze del proprio sapere.
Ammissioni di insufficienza, oscurità e insoddisfazione sono disseminate in tutta la sua opera. Che si tratti dell’”identificazione”, della “sublimazione”, dell’”arte” o della “civiltà”, tra molti altri motivi, Freud chiede che si accetti la delusione per i suoi risultati e che ci si rimetta a tempi migliori o ad altre risorse. Quel che dice a proposito della femminilità, al termine della sua conferenza su questo tema, vale sotto diversi aspetti per l’insieme del suo lavoro. Dopo aver ammesso che la sua relazione è rimasta incompleta e frammentaria, dichiara all’uditorio: «Se volete saperne di più [...] interrogate la vostra esperienza o rivolgetevi ai poeti, oppure attendete che la scienza possa darvi ragguagli più approfonditi e coerenti». È evidente che l’ultima delle tre ipotesi, a meno che non sia ironica, rimanda a un avvenire molto incerto, mentre le prime due ipotesi – che inoltre bisogna legare l’una all’altra – indicano chiaramente, e in un modo che si ripete più volte nella sua opera, che non si tratta tanto di conoscere oggetti, quanto di dare una nuova espressione alla nostra esperienza di soggetti.IIISe si è prestato ascolto al mio discorso, si deve ammettere che non esiste una “scoperta” freudiana e che l’”inconscio” non è un organo. Piuttosto siamo proprio davanti a un’invenzione: l’invenzione di un racconto. Là dove si raccontava che l’uomo proviene da un creatore o da una natura, là dove lo si prometteva a una vita celeste o alla sopravvivenza come specie, proprio là si introduce adesso una diversa provenienza e destinazione. L’uomo viene da uno slancio o spinta [poussée] che lo supera – che supera in ogni caso di gran lunga ciò che Freud chiama l’”io”.
Lui chiama Trieb questo slancio o questa spinta. In inglese Trieb si traduce con drive. In francese, la lingua in cui scrivo, si è scelto di tradurla pulsion [in italiano pulsione]. La posta in gioco nella traduzione è in questo caso particolarmente ingente – tanto più che sto scrivendo ora per accompagnare la traduzione giapponese delle opere di Freud! In effetti drive o pulsion mettono in due modi diversi l’accento sulla spinta meccanica, sulla costrizione. È una trazione subita, più che un’attrazione cercata. In francese il termine compulsion – coazione – accentua il valore passivo e quasi automatico di movimento subito, comandato dall’esterno. Ora in Freud la coazione si chiama Zwang, parola di tutt’altra famiglia che si riferisce alla costrizione, all’impossibilità di resistere (in particolare nei contesti ossessivi e nella coazione a ripetere). I due registri sono ben distinti, anche se in certi punti comunicano.
Trieb designa in tedesco una spinta considerata come attività: la crescita di una pianta o le cure che si elargiscono a un animale che cresce. È dell’ordine dello slancio e del desiderio. Si spinge in avanti, si attiva. C’è una considerevole attività polimorfa nella semantica del verbo treiben. Freud non ha scelto a caso questa parola chiave [maître-mot], con cui vuole intendere al tempo stesso qualcosa di più di un “istinto” interamente programmato e qualcosa di meno di un “intento” o di una “mira” programmatrice. In verità egli intende con Trieb una spinta indubbiamente subita – quando la si consideri dal punto di vista del piccolo “io” conscio e volontario -, ma al tempo stesso co-originaria alla nascita e alla crescita di quell’”uno” singolare che chiamiamo “soggetto” – termine a cui Freud dà poco spazio – e che oltrepassa di gran lunga tutto ciò che possono rappresentare i modelli abituali di “persona” o di “individuo”.
Ciò significa che il Trieb – o il complesso dei Triebe – è il movimento, venuto da altrove, del non individuato, dell’elemento arcaico sotterraneo e diffuso, proliferante e confuso da cui proveniamo – la natura, il mondo, l’umanità dietro di noi, e dietro di essa ancora ciò che la rende possibile, l’emergere del segno e del gesto, il richiamo degli uni agli altri, e di tutti agli elementi, alle forze, al possibile e all’impossibile, il senso dell’infinito davanti, dietro e in mezzo a noi, il desiderio di rispondervi e di esporvisi. Noi proveniamo da questo movimento, da questo slancio. In ultima analisi, è in questa spinta [poussée] e in quanto siamo questa spinta che noi germogliamo o cresciamo [poussons](3), ci solleviamo e diventiamo quello che possiamo essere.
Questa spinta ci viene da fuori di noi. Essa fa di noi un essere spinto o cresciuto [poussé], un essere non “prodotto” da una rete di cause, ma trasportato o allenato [entraîné], lanciato, progettato o anche “gettato” (per riprendere una parola di Heidegger). Questo “altrove” tuttavia non è un al di là, non è né una trascendenza nel senso in cui la intendono le teologie, né una semplice immanenza nel senso in cui l’hanno intesa alcune teologie capovolte in ateismi. Questo “altrove” è in noi: costituisce in noi il motore più originario e più energico dello slancio che siamo. Perché non è nient’altro che il nostro essere, o è l’essere stesso tal quale si rivela una volta staccato dai suoi riferimenti ontologici. È l’essere come verbo “essere”: movimento, mozione, emozione, scossa e insorgenza di desiderio e timore, attesa e tentativo, prova, accesso, perfino crisi ed esaltazione, esasperazione o esaurimento, formazione di forme, invenzione di segni, tensione incoercibile fino all’insostenibilità in cui si spezza o si deposita.IV

Quello che io chiamo “racconto” di Freud consiste in questo tentativo di ridescrivere l’uomo come la provenienza e l’insorgenza rinnovata di quella spinta: la crescita di nient’altro che un segno tracciato sullo sfondo oscuro e infinitamente aperto di un essere che nessun dio, nessuna natura e nessuna storia potrebbero riempire di senso. È il tentativo più potente che sia stato tentato dopo la fine delle metafisiche. Questo tentativo ha saputo evitare la doppia trappola di un’autoproduzione dell’uomo (in cui Marx, specialmente, è rimasto preso) e della resurrezione di una qualche specie di divinità (come nel caso di Heidegger).
Anche per questo la grandezza di questo tentativo l’ha tenuto fino a noi sospeso tra due bordi di fragilità: da una parte la positività di una supposta scienza o di una tecnica (non è il caso di negare le proprietà operative di questa tecnica, anche se sempre più visibilmente limitate dalla mutazione profonda della civiltà e con essa della “psiche”), e dall’altra la credenza in non si sa bene quali profondità o potenze fantasmatiche, tutto l’immaginario di una “primitività” anche se la psicoanalisi consiste appunto nel ricusare questo immaginario.
Ma ciò che è ricusato, sia come supposto oggetto, sia come origine affabulata, ha nondimeno una consistenza sua propria: è questa a sostenere quello che qui chiamo “racconto” freudiano. Questo racconto narra che e come gli uomini si raccontano la loro provenienza e la loro destinazione in rapporto a un infinito superamento di sé stessi, in rapporto a una spinta eccessiva che li precede e li segue, che li mette al mondo e li ritira dal mondo pur esigendo che essi diano forma in questo mondo a quella forza oltremondana.
In Psicologia delle masse e analisi dell’io, Freud mette in scena il primo recitante, il primo mitologo che racconta alla sua orda di aver ucciso il padre: racconto dell’impossibile, poiché il padre avviene [advient] solo con questo assassinio, col quale perciò era stato ucciso solo l’animale pre-paterno. Il mito, scrive allora Freud, è ciò grazie a cui l’individuo si stacca dalla psicologia di massa. In altri termini, per mezzo del mito appare la struttura secondo la quale può esserci un “io” che si stacca sullo sfondo di un “es” [ça] – e questo distacco avviene mediante la produzione mitica dell’”eroe”, cioè dell’”io”. Tutta l’invenzione di Freud si apre lì: il soggetto si racconta, nasce [advient] con il proprio racconto. Non è un’affabulazione, perché non è il “soggetto parlante” ad operare qui, quanto piuttosto quello che la parola mette al mondo – la parola, o piuttosto quel che sarebbe meglio chiamare la significanza, l’apertura di una possibilità di senso.
Freud sapeva che non bisogna chiedere il senso (della vita); questa domanda, diceva, è già patologica. Ma sapeva che la significanza è per noi un’obbligazione. Essere obbligati dal senso significa doversi porre come portati via, trascinati [emporté](4) da ciò che invece abbiamo l’onere di portare [porter]. A questo risponde la parola come mito: essa non affabula, non crea finzioni, ma si sforza di lasciar parlare ciò che precede la parola stessa, la significanza in statu nascendi. Il Trieb – spinta, slancio, pulsazione, foga, accesso collerico [emportement] – è il nome trovato da Freud (espressamente contro “istinto”) per dire questo sforzo, o meglio questa forzatura di senso prima e dopo ogni significazione: la forza di un desiderio che porta l’uomo al di là di sé stesso.
Al punto esatto in cui la scienza si arresta e in cui la religione si rivela come illusione, in quel punto preciso Freud ha saputo riaprire la parola mitica. Dare un nome, provvisorio come tutti i nomi mitici (e dunque, forse, come tutti i nomi…) a ciò che ci spinge nell’essere. Così ha saputo scrivere: «La dottrina delle pulsioni è per così dire la nostra mitologia. Le pulsioni sono esseri mitici, grandiosi nella loro indeterminatezza» (5)
Per così dire (“sozusagen”): ma si dice sempre “così”, si dice per approssimazione, press’a poco, più “presso” possibile, e sempre infinitamente lontano da ciò che ci avrà spinto a dire.

2010

Traduzione dal francese di Francesco Fanelli

Note:
1) Résistances de la psychanalyse, Galilée, 1996, p. 49. (Sans retour in francese significa anche “senza restituzione” e “senza ripensamenti” [Nota del traduttore].)
2)Levée significa ad un tempo “levata”, “prelevamento”, “rimozione”, “traslazione [dei cadaveri]“, “leva militare”, “arruolamento”. [Nota del traduttore]
3) In francese il termine pousser significa ad un tempo “spingere”, “spuntare (di piante, fiori, ecc.)”, “crescere”, ed “emettere, lanciare (grida, ecc)” [Nota del traduttore]
4) Emporté significa “portato via”, ma anche “trascinato”, “violento”, “collerico” e “conquistato”.
5) Introduzione alla psicoanalisi, XXXIIe conferenza, « Angoscia e vita pulsionale », OSF XI, p. 204; GW XV, p. 101.

18 luglio 2013

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059