L.A. Armando, M. Bolko: ‘Il trauma dimenticato’. Una discussione

Il 2 febbraio 2018 è stato presentato, presso l’Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali di Roma, il libro di L. A. Armando e M. Bolko, Il trauma dimenticato.[1] La discussione seguita è stata animata, tanto da lasciar presumere che avrebbe potuto proseguire oltre il tempo disponibile. Gli Autori ringraziano dunque l’ISAP per avere aperto loro questo spazio nel quale si augurano essa possa proseguire ed ampliarsi. Per favorirla, segnalano alcuni asserti del libro più qualificanti e più difficili da recepire indicando le pagine in cui sono svolti e riportano i loro due interventi del 2 febbraio che espongono la materia del libro.

 

Alcuni asserti qualificanti:

1. Le indicazioni sulla tecnica dell’interpretazione dei sogni fornite da Freud nel testo del 1899 non bastano a contrastare la perdita dell’interesse degli psicoanalisti e degli psicoterapeuti in formazione ad acquisire la capacità di interpretare i sogni (pp. 15-16).

3. L’attuale venire meno di una identità definita della psicoanalisi non è dovuta allo smarrimento del messaggio originario di Freud, ma è una conseguenza necessaria della sua teoria (pp.16-19).

4. La dipendenza da tale teoria va inclusa tra i “fattori attuali” del controtranfert (p. 27-36).

5. L’interesse di Freud per i fenomeni telepatici riveste particolare importanza perché è accompagnato dall’invito rivolto da lui agli psicoanalisti ad andare oltre la sua formulazione del complesso edipico come paradigma interpretativo dei sogni (pp. 64-71).

6. Gli psicoanalisti non hanno accolto questo invito (pp. 72-116).

7. Per accoglierlo è necessario “storicizzare” quella formulazione, cioè rivolgere l’attenzione a quanto accaduto a Freud tra l’8 agosto e il 21 settembre 1897, data della sua prima comparsa (pp. 117-118 e 147-150).

8. La formulazione del complesso è una costruzione eretta da Freud a difesa da un trauma che subì nell’incontro, durante il viaggio in Italia compiuto tra l’8  agosto e il 21 settembre 1897, con quanto egli stesso definì la «bellezza assoluta e spaesante dell’arte italiana» e con una cultura che si esprimeva nella ricerca di quella bellezza (p.118- 135).

9. La reazione di Freud va compresa come uno specifico momento di una più generale reazione al trauma della comparsa di quella cultura (p. 138-150).

10. Gli psicoanalisti non hanno mai preso atto dell’esistenza di due traumi qualitativamente diversi: quello cui Freud reagì e quello implicito nella formulazione del complesso edipico nella quale si espresse la sua reazione.

11. La presa d’atto dell’esistenza di due traumi permette di accogliere l’invito di Freud a rivedere la sua definizione del sogno (p. 136-137) e di rivolgersi ad esso con una visione bioculare, ovvero con la disponibilità a ricercarvi i segni di ambedue i traumi (p.162-168).

12. Tale tecnica si compone di momenti costitutivi (p. 162-168) e di momenti operativi (p.190-233) e viene a sostituire un lavoro dell’interpretazione all’affermazione di Freud secondo cui interpretare i sogni è facile bastando a ciò seguire gli esempi da lui forniti nel libro del 1899.

 

Intervento di Marianna Bolko

Oggi è la seconda presentazione del nostro libro a Roma. Un saluto particolare a professore Edmond Gilliéron con il quale senza saperlo ci siamo già incontrati. La sede allude a piccoli contesti nei quali la discussione approfondita, l’abitudine a sviscerare i concetti e a coglierne le implicazioni, è d’obbligo. Ora è invece merce rara, ma ritengo che molti piccoli gruppi siano in grado di raccogliere ancora la spinta vitale del discorso psicoanalitico.

Quattro anni di lavoro hanno prodotto le 263 pagine del nostro libro, bibliografia compresa: sessantasei pagine all’anno, poco più di cinque al mese. Non è stato facile trovare un editore. C’è chi scrive un libro al mese con successo e si dedica a quella vulgata che offre al lettore la fantasia di avere capito. Quella che Galli ha chiamato “cultura del pellicano”, nel senso dell’uccello che predigerisce il cibo nella borsa sotto il becco per dare da mangiare ai piccoli rendendo loro facile la digestione. Noi proponiamo ipotesi e problemi di difficile digestione fornendo a chi ci leggerà i passaggi compiuti per superare le difficoltà che possa incontrare nella lettura. Saremo grati a chi ci vorrà criticare, collaborando in tal modo al percorso complessivo di ricerca che, come accennato prima, coinvolge molti piccoli gruppi in Italia e all’estero. Antonello ed io apparteniamo alla cultura dei piccoli gruppi per generazione e per formazione intellettuale, vorrei dire, per restare nel solco di Gramsci, come lavoratori intellettuali. Si è trattato di una cultura che ha contraddistinto l’impianto anti-idealistico del secondo dopoguerra apportando innovazione. Basti ricordare, in letteratura, il “Gruppo ‘63” o, nel nostro campo, la nascita nel 1961 del Gruppo milanese per lo sviluppo della psicoterapia nell’ambito del quale venne fondata nel 1967 la rivista Psicoterapia e Scienze Umane che ora dirigo insieme a Pier Francesco Galli e a Paolo Migone. Siamo abituati alla ricerca e alla discussione in gruppo. Questo è anche il contesto, ripeto, in cui ritengo di essere questa sera.

Tra i miei compiti come condirettrice della rivista Psicoterapia e Scienze Umane vi è la lettura degli articoli che ci spediscono vari autori per la pubblicazione. Nel 2008 mi arriva un articolo dal titolo: “Un estremo mio desiderio: il tema del riconoscimento nelle lettere, nell’opera e nella vita di Machiavelli”. L’articolo mi attrae, è originale, mi piace. Decisi di farlo pubblicare in accordo con Pier Francesco Galli e Paolo Migone.  L’autore dell’articolo è Antonello Armando che allora non conoscevo. Nel 2009 lo invitiamo a fare una relazione al seminario internazionale di Bologna (titolo: “Dalla Nuova Atene a Tebe. Il trauma di Freud e secondo Freud”). Ci conosciamo. Entrambi siamo attratti dai sogni: cominciamo un epistolario prevalentemente onirico (nostri sogni e sogni dei nostri pazienti). Il nostro modo di interpretare i sogni era in contrasto con quello de “L’interpretazione dei sogni “ di Freud. Quattro o cinque anni fa Antonello mi chiese di scrivere con lui un libro sui sogni. Dopo molte resistenze accettai (lui di Roma, io di Bologna, lui laureato in filosofia, io in medicina, lui di origini italiane, io slave e di cultura mitteleuropea, lui mente linguistica verbale, lui destrimane io tendenzialmente mancina e non verbale. Ci incontriamo a Bologna, ciascuno con il proprio bagaglio di conoscenze. Cerchiamo di trovare i punti convergenti. Antonello, tornato a Roma, scrive le prime 20 pagine e me le spedisce. Il mio compito è di leggere, correggere, segnalare le incongruenze, aggiungere e togliere. Più o meno dopo 40 giorni ci rincontriamo e ci confrontiamo sullo scritto: nuove aggiunte, alcuni tagli e la riscrittura di Antonello. Il testo cresce: ciò più o meno per quattro anni faticosamente, ma anche allegramente. Instancabilmente abbiamo lavorato, ossia suonato a due pianoforti tra convergenze, armonie e stonature. Oltre a Bologna i nostri incontri si svolgevano d’estate a Torre San Severo, sulle colline orvietane. Era il lavoro più produttivo e entusiasmante: avevamo tempo, mente libera da impegni e uno splendido ambiente. Inoltre ci facevano compagnia e aiutavano gatti e cani che vivevano nei dintorni. Noi due nelle pause ci raccontavamo storie delle nostre vite. In uno di questi incontri estivi scoprimmo che nel luglio del 1969 eravamo tutti e due a Roma per il congresso internazionale di psicoanalisi: Antonello all’Hilton, io mi muovevo tra Hilton e la trattoria “Al Carlino” dove si svolgeva il Controcongresso del quale ero tra gli organizzatori. Mentre stavo dando i volantini d’invito per il Controcongresso per scuotere le ”menti pietrificate” degli psicoanalisti di tutte le società psicoanalitiche afferenti alla Società internazionale di psicoanalisi, vidi un giovane partecipante (aveva circa 30 anni, io 28, mentre gran parte degli psicoanalisti era d’età avanzata). Gli chiesi se sarebbe venuto al Carlino. Lui mi rispose molto gentilmente che “non lo interessava”. Pensai: “E’ già ingabbiato”. Successivamente seppi che quel giovane (Antonello Armando) era stato espulso alcuni anni dopo dalla Società italiana di psicoanalisi. Questo ricordo in cui scoprimmo di esserci già incontrati diede spinta a nuovi pensieri e idee che si incontravano, scontravano, amalgamavano, frammentavano, sbriciolavano, riunivano creando nuove forme e contenuti. In un altro incontro abbiamo fantasticato che forse in un’altra vita precedente ci eravamo già conosciuti: questo incontro sarebbe avvenuto nel passaggio tra 1400 e 1500 a Firenze nel tempo di Leonardo e di Machiavelli.  Sempre durante questi incontri estivi, compresi cosa era la dissoluzione delle forme descritte da Leonardo nel suo “Trattato della pittura”. Dopo essere stata colpita dalla bellezza di un paesaggio mozzafiato, mi sembrò che le nuvole, il lago, gli alberi i fiori … tutto l’ambiente circostante subisse una decostruzione e trasformazione. Questa visione mi provocò un senso di spaesamento. Nei nostri discorsi passavamo dal Dreamtime alla logica più rigorosa e a scontri che producevano innovazioni e cambiamenti nel nostro testo che si arricchiva e allungava da giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno.  Nella primavera del 2017 decidemmo di finire.

Il libro è uscito in Settembre, ormai fa parte del patrimonio pubblico. Sia Antonello che io abbiamo ascoltato le varie opinioni e letto le varie recensioni con interesse. Il fatto singolare è che esse danno l’impressione di riguardare più libri diversi. In una recensione è infatti scritto che, «tra i molti pregi, il libro ha quello di offrire la possibilità di una lettura a più livelli e sta al lettore la scelta di quello che gli è più congeniale». Oltre a ciò abbiamo notato qualche travisamento e incomprensione. Opinione comune è che si tratti di un libro difficile che non va letto, ma studiato, oppure scomodo e impegnativo. Non so cosa posso aggiungere, salvo che avverto la mancanza del nostro lavoro a quattro mani.

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Intervento di Antonello Armando

Tre storie svoltesi negli ultimi cinquanta anni, a partire dal XXVI Congresso della International Psychoanalytic Society tenutosi a Roma nel 1969 e dal congiunto Controcongresso, confluiscono oggi in questa stanza: la storia del vostro Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali; quella della scoperta da parte di Freud del Complesso edipico da lui posto a base della sua teoria del sogno; e quella mia e di Marianna.

Quindici giorni fa mi sonno trovato qui ad assistere alla presentazione di un libro (Un singolare gatto selvatico. J.-J. Abrahams, “l’uomo col magnetofono”) le condizioni della cui ideazione risalgono più o meno a quel 1969. Arturo Casoni mi aveva accennato che un pubblico di giovani allievi psicoterapeuti era abitualmente presente a questi incontri. Fui dunque sorpreso nel trovarmi invece tra un pubblico di persone per lo più anziane quasi quanto me. Poi ciò che venne detto mi propose un possibile significato della cosa. Parlare di quel libro – comparso in un momento i cui fermenti erano ancora vivi quando sono state poste le premesse della nascita di questo Istituto che ne è una filiazione indiretta – forniva ai presenti un’occasione: quella di riportarsi con nostalgia agli inizi della loro storia e di interrogarsi su cosa per loro la scoperta di Freud fosse stata e su quale immagine fossero giunti ad averne.

La seconda storia è quella percorsa in questi cinquanta anni dalla scoperta di Freud. Essa è confluita in questa stanza grazie a Marianna per due vie.

In primo luogo, perché ci ha ricordato, essendone stata promotrice e protagonista, l’evento del Congresso e del Controcongresso sopra detti verificatosi in quello stesso 1969 nel quale ha avuto inizio sia la storia poi proseguita in questo Istituto, sia quella della scoperta di Freud, svoltesi negli ultimi cinquanta anni. In secondo luogo, perché ella è corresponsabile, essendone condirettrice, del fatto che la rivista Psicoterapia e Scienze Umane abbia nel 2016 rivolto a un significativo numero di psicoanalisti una serie di domande intese ad appurare cosa ne sia oggi di quella scoperta e della psicoanalisi fondata su di essa.

La terza storia è quella mia e di Marianna. Iniziata anche essa in quel 1969, è scorsa in sordina e parallela alla vostra e a quella della scoperta di Freud, per i cinquanta anni che sono stati necessari a comporre il libro presentato oggi.

Tra gli esiti delle prime due storie, quelle di questo Istituto e della teoria di Freud, e l’esito della terza, la mia e di Marianna, esiste un rapporto. Esso non è dato solo dal loro essere scorse parallele e compresenti qui oggi. Lo è anche da una distanza che costituisce la condizione del rapporto.

Quanto ho ascoltato dall’insieme degli interventi  di due settimane fa mi porta a dire che il vostro Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali è giunto in questi ultimi cinquanta anni a comprendere cosa per voi la scoperta di Freud era inizialmente  stata e quale immagine siate giunti ad averne: vi era parsa essere una fonte di cambiamento delle coscienze individuali e collettive e vi è risultata essere una realtà strutturalmente ambivalente, chiusa, come in un dubbio ossessivo, in una continua oscillazione tra istanze di cambiamento e di conservazione che rende assai difficile la convivenza delle due parole “psicoanalisi” e “società”.

Quanto risulta dalle risposte al questionario di Psicoterapia e Scienze Umane mostra che la storia percorsa dalla scoperta di Freud nello stesso lasso di tempo è esitata nel fornire l’immagine della teoria costruita su quella scoperta come realtà  frammentata  e priva di una definita identità.

Quanto risulta dal libro oggi presentato dice invece che la storia mia e di Marianna è esitata  nell’intenzione di proporre, attraverso il libro, l’immagine di una psicoanalisi che scardini il dubbio ossessivo connaturato nella scoperta di Freud e risolva l’attuale  frammentazione e perdita di identità della teoria fondata su di essa.

Alcuni hanno definito “ardita” quest’intenzione. Essa si fonda però su un’ipotesi che non lo è meno: l’ipotesi che il dubbio ossessivo in cui la psicoanalisi è catturata e la frammentazione e la perdita di identità nelle quali la sua storia è esitata abbiano origine nella scoperta di Freud e ne siano una conseguenza necessaria.

Nel libro, questa ipotesi cerca conferma in un’altra: quella secondo cui è necessario procedere alla storicizzazione della scoperta al fine, da un lato, di riconoscere cosa genera quel dubbio e produce quella frammentazione e perdita di identità; e, dall’altro, di scardinare quel dubbio e risolvere quella frammentazione conferendo alla psicoanalisi una nuova identità. Là dove, per “storicizzazione”, non si intende quanto è stato già autorevolmente fatto da molti autori, e cioè ricercare i precedenti della scoperta, o gli aspetti della cultura del tempo e del luogo in cui Freud visse dai quali la sua formulazione sarebbe germinata. Si intende piuttosto riconoscere la funzione che la formulazione della scoperta ha svolto nella storia personale di Freud vista nel contesto della storia della ricerca della cultura dell’Occidente sulla realtà psichica. Non si intende neppure esprimere un giudizio sulla verità o meno della scoperta e tanto meno svalutare l’importanza sua e dell’insieme dell’opera di Freud; ma, al contrario, riconoscere a pieno l’enorme influenza che esse hanno esercitato ed esercitano sulla cultura dell’Occidente, per potervisi rapportare costruttivamente.

Il libro affida la realizzazione dell’intenzione di storicizzare la scoperta di Freud e di riconoscerne la funzione storica a un metodo che porta a un risultato che ha una conseguenza.

Il metodo consiste nel focalizzare l’attenzione sul momento della formulazione della scoperta, e cioè sul circoscritto periodo compreso tra il 18 agosto e il 21 settembre 1897; e nel cercare di comprendere tale formulazione, avvenuta in quel 21 settembre, ponendola in rapporto con quanto avvenuto dal 18 agosto ad allora.

Il risultato del metodo non può essere ora esposto che attraverso due succinte proposizioni. La prima è che quel risultato consiste nel comprendere la scoperta come la risposta difensiva di Freud nei confronti del trauma provocatogli, nel corso del viaggio in Italia che fece tra quelle due date, dall’incontro con quanto egli stesso chiamò la «bellezza assoluta» dell’arte italiana del periodo del Rinascimento costituto dal passaggio dal XV al XVI secolo. La seconda proposizione è che quel risultato consiste nel comprendere tale reazione non come un fatto idiosincratico, ma come un momento della storia della reazione subito seguita al tentativo, comparso in tale passaggio, di dare vita a una cultura di un mondo interno inclusivo di quella bellezza; un momento reso specifico dal fatto che, con esso, quella reazione giunge a rivolgersi contro il sogno in quanto porta di accesso a quel mondo interno rimasta aperta.

La conseguenza consiste nella necessità di sdoppiare il concetto di trauma. Non v’è solo il trauma previsto dalla scoperta del complesso; v’è anche quello che essa ha avuto la funzione di risolvere relegandolo nella dimenticanza.

Vista in questi termini, la scoperta del complesso non è stata solo una costruzione difensiva, ma anche un aborto rispetto alla possibilità di rivolgersi al sogno manifesto per riconoscervi anche un latente posto “al di là” di quello reso prevedibile da tale costruzione.

Come mostra il capitolo V del libro dedicato ai sogni telepatici, Freud stesso ha avuto coscienza di tale aborto ed ha tentato di riattivare la suddetta possibilità invitando gli psicoanalisti a volgere lo sguardo in quell’”al di là”, sostenendo che ciò avrebbe consentito loro di compiere un «passo enorme» nella comprensione del sogno.

E’ però accaduto che l’aborto di Freud rispetto alla possibilità di rapportarsi a quanto stava “al di là” della sua scoperta sia stato seguito dall’aborto degli psicoanalisti rispetto a quel suo invito. I loro tentativi di liberarsi dalle strettoie del complesso sono stati sterili perché sono stati compiuti senza procedere alla sua storicizzazione e senza perciò giungere ad acquisire la premessa necessaria a compiere quel «passo enorme»; senza cioè riconoscere l’esistenza di un trauma dimenticato “al di là” del trauma teorizzato da Freud.

Nell’addentrarsi in questo “al di là” una volta acquista tale premessa, si ripropone l’antico pericolo che Freud aveva voluto evitare restando aggrappato a quella sua disposizione razionalistica che gli aveva suggerito la formulazione del complesso. Un antico pericolo che per l’analista diventa quello di abbandonarsi alla sregolatezza ermeneutica; di fornire interpretazioni arbitrarie di stampo spiritualistico attinte a fantasticherie più o meno idiosincratiche. Un pericolo, invero, dal quale oggi i teorici della reverie non sembrano essere sufficientemente avvertiti. E tanto meno lo sono coloro che legittimano l’incapacità di comprendere i sogni asserendo che di ogni sogno è possibile dare mille interpretazioni.

La seconda parte del libro espone ancora un metodo inteso, questa volta, a porre l’analista al riparo da questo pericolo. In breve, essa mostra all’interprete come legare strettamente le sue enunciazioni ai dati attingibili dal contesto spazio-temporale costituito dall’esperienza che condivide con il suo partner; come scartare le enunciazioni suggeritegli dalla sua teoria di riferimento o dalle sue fantasticherie e nel fornire solo le enunciazioni che trovano saldo fondamento nei dati presenti in quel contesto. In termini kantiani, quella seconda parte guida l’interprete a rifiutare sistematicamente il trascendente e ad attenersi altrettanto sistematicamente al trascendentale. In termini più attuali, lo guida a procedere senza desideri e senza ricordi, ma non senza quei dati.

Marianna, nel dare notizia delle reazioni alla lettura del libro che sono state fin qui raccolte, ci ha detto che molti ne hanno lamentato la difficoltà.  In effetti, il libro può porre al lettore più difficoltà, e può averle poste a voi il riassunto che ho cercato di farvene. Ve ne segnalo quattro.

Una sta già nell’accogliere l’intenzione del libro, qui dichiarata all’inizio, di risolvere la frammentazione e la perdita di identità cui il movimento fondato sulla scoperta di Freud è approdato in questi ultimi cinquanta anni: è difficile accoglierla per valutarla attentamente, ed é facile invece scorgervi, più che un’intenzione, una presuntuosa pretesa.

Una seconda e maggiore difficoltà sta nell’accogliere l’ipotesi, cui tale intenzione si appoggia, che quella frammentazione e perdita d’identità siano una conseguenza necessaria della scoperta di Freud. E’ una difficoltà ben grande. Essa non è dovuta solo all’essere tale ipotesi, almeno in campo psicoanalitico, inedita: nessuna delle risposte fornite al questionario di Psicoterapia e scienze umane l’ha infatti avanzata. E’ dovuta anche al suo essere ai limiti dell’impronunciabile: per fare un esempio, forse eccessivo, ma che può permettervi di misurarla, accogliere tale ipotesi presenta la stessa difficoltà che presenterebbe quella secondo cui la pedofilia che affligge oggi la Chiesa sarebbe una conseguenza necessaria della dottrina cristiana.

Una terza difficoltà sta nell’accogliere il metodo della storicizzazione. Si tratta invero di un metodo familiare agli psicoterapeuti perché corrisponde a quanto essi fanno abitualmente rispetto alle “teorie” dei loro pazienti; diventa però loro difficile perché non è stato mai fatto operare rispetto alla teoria di Freud e viene fatto per la prima volta dal libro.

Infine una quarta difficoltà sta nell’accogliere lo sdoppiamento del concetto di trauma. Si tratta di una difficoltà tanto sorprendente quanto significativa. Sorprendente perché l’esistenza di due traumi è un dato la cui ovvietà risulta non solo dall’esperienza di Freud, ma dalla comune esperienza di ognuno. Deve poi essere quanto mai significativa, perché la psicoanalisi, nei suoi ormai più di cento anni di storia, non ha mai preso atto dell’esistenza non di uno, ma di due traumi.

 

A questo riguardo permettetemi, nel concludere, di riferirvi qualcosa la cui costatazione mi ha sorpreso e di rivolgervi poi una domanda.

Qualche giorno fa, l’attuale pontefice ha voluto smentire quella che egli stesso ha definito una fake news. Ha cioè asserito che la prima fake news è quella che fu utilizzata dal serpente astuto per convincere Eva a cogliere il frutto dell’albero della conoscenza e a commettere il peccato che avrebbe portato alla cacciata di lei e di Adamo dal paradiso terrestre. Ciò asserendo, il pontefice non si è però reso conto di star diffondendo egli stesso una fake news: dava prova di non sapere che nel paradiso terrestre sorgevano non uno, ma due alberi, quello della conoscenza e quello della vita, e che Adamo e Eva non furono cacciati dal paradiso terrestre per avere colto il frutto del primo albero, ma affinché non cogliessero quello del secondo.  Il pontefice non è solo in questo non sapere: sono certo che, se vi chiedessi quanti alberi c’erano nel paradiso terrestre e perché Adamo ed Eva ne furono cacciati, la gran parte di voi risponderebbe che c’era un solo albero, quello della conoscenza, e che i nostri progenitori furono cacciati per avere colto il suo frutto.  Eppure, nella Genesi è detto in tutta chiarezza che gli alberi erano due e che la cacciata fu perché non cogliessero i frutti dell’albero della vita strappando al creatore il segreto della creatività.

Due alberi, due traumi. La difficoltà a riconoscere l’esistenza dei due alberi è durata duemila anni e dura tutt’ora; quella della psicoanalisi a riconoscere l’esistenza di due traumi è durata solo cento e più anni e dura anch’essa tutt’ora. E, dunque, la domanda: cosa sarebbe stata la storia della cultura dell’Occidente se questa non si fosse fermata di fronte a quella prima difficoltà? E cosa potrebbe essere la storia futura della psicoanalisi se questa giungesse a riconoscere il fatto, di una disarmante ovvietà, che i traumi sono due?

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Intervento di Pietro Pascarelli

 

Il libro Il trauma dimenticato non è semplicemente, come si potrebbe credere a partire dal titolo,  un contributo teorico alla riflessione sul trauma e sul sogno. Esso  è attraversato infatti da un costante confronto all’interno della prospettiva storica, e in particolare della storia delle idee e della cultura dell’Occidente, da Platone al Cristanesimo, da Machiavelli a Kant fra la scoperta freudiana dell’inconscio e quel retroterra filosofico e artistico nel quale il pensiero psicoanalitico pure ha trovato fondamento, senza far troppa pubblicità alla cosa, almeno per quanto riguarda il rapporto con la filosofia (se non si vuol parlare di contributo di quest’ultima).

È nota la critica di Kant, in risposta alle domande postegli da Charlotte von Kobloch, «in relazione alla figura e alle asserzioni di un veggente svedese, Emanuel Swedenborg»(pp. 138 e segg.).  Rispetto all’interesse per il “soprasensibile”, Kant lo indicò con un sostantivo femminile “die Schärmerei”, “passione per il meraviglioso, l’inconsueto, l’irrazionale”, lo equiparò a «oggetti della metafisica, sentimenti, forze occulte, immagini delle visioni, dei deliri e delle allucinazioni»,  (p. 141) cioè a «pure chimere, fenomeni psicopatologici» (p. 141).  Kant affermò che «l’interesse per i sogni non è solo una di tali forme, ma il loro emblema e l’espressione meno curabile della malattia dello Scwärmerei» (p. 142). e lo ritenne «inattingibile ai sensi e all’intelletto» (p.140).  Kant ribadì infatti  il ruolo insostituibile «della percezione sensibile condizionata dalle forme dello spazio e del tempo, dette ‘a priori’ per significare che costituiscono la condizione irrinunciabile dell’esperienza, e sull’elaborazione dei dati forniti da quella perfezione. La filosofia ha il compito di definire i limiti di questo modo di conoscenza e di ‘criticare’, cioè identificare, confutare e scartare le asserzioni che pretendano di andare oltre tali limiti » (p. 140).  Per Kant il mondo interno, assimilato al soprasensibile, si colloca oltre i limiti della conoscenza, e quel mondo è confinato in una sorta di ghetto (p. 140).

Ebbene, una delle tesi centrali del libro Il trauma dimenticato  è il fatto, difficile da accettare in prima battuta, che Freud, pur volgendosi verso l’’idea dell’inconscio, e pur scrivendo L’interpretazione dei sogni, lo fa all’interno del processo filosofico kantiano, cioè sottomettendo il materiale psichico dei sogni e di qualunque altra dimensione della sfera psichica, alla legge di causalità, che «determina la scomparsa dei sogni in quanto tracce di un mondo interno i cui contenuti trasgrediscono quella legge» (p. 143).  Certo il discorso è complesso, perché Freud, alla “realtà” dell’onirico, in un rovesciamento del proposito di Machiavelli (Il principe XV)  «di andare dietro la verità effettuale della cosa piuttosto che all’”immaginazione di essa”»,  sostituisce «nella sua teoria del sogno e nella sua metapsicologia» l’”immaginazione dell’onirico”.  Si intravedono  in trasparenza le aporie e le contraddizioni, le trappole di un terreno alquanto insidioso.  Nelle pagine 144-145 si può leggere un’interessante conferma «del rapporto di Freud con il progetto kantiano», dell’atteggiamento conforme a tale progetto di settori della psicoanalisi, soprattutto di scuola kleiniana, e sono descritte le oscillazioni di Freud fra teoria della seduzione e trauma reale, le posizioni al riguardo di Ferenczi e Rank, le possibili letture del caso Schreber.

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Intervento di Enrico Faggiano

Egregio dottor Armando,

sono un collega, vivo e lavoro come clinico in Canton Ticino e sono anche responsabile del corso di psicologia dinamica presso l’Istituto Ricerche di Gruppo di Lugano.

Le scrivo dopo aver letto il suo ultimo libro “Il trauma dimenticato”, in collaborazione con Marianna Bolko.

Ho avuto modo di leggere altri suoi scritti, ma questo libro è stato una scoperta originale per i temi trattati, come ad esempio la “visione bioculare”, il concetto di “creatività”, il “doppio trauma”, la “bellezza” che sconvolge, ecc… Concetti rivisitati in modo innovativo per noi clinici, confrontati con il lavoro quotidiano.

Le espongo in breve i punti che hanno stimolato la mia riflessione.

  • I sogni telepatici.
      • Nel 1921 Freud affronta il problema dell’interesse della psicoanalisi per “fenomeni che prospettano un ‘al di là’ che essa, e la scienza in generale, sono inadeguate a esplorare” (pag. 68-69).
      • Un “al di là” che assume diversi significati. Fenomeni paranormali al di là della ripetizione e di “godimento elevatissimo” indotto dalle opere d’arte.
      • Freud aveva avuto l’ardire di chiedere ai suoi successori di spingersi oltre, “al di là” di quanto scritto sui sogni, mentre oggi gli psicoanalisti sembrano rimasti “al di qua”.

Il doppio trauma di Freud.

      • Il trauma visto come conflitto e il trauma vissuto come capacità di crescita, il volgere lo sguardo verso la “bellezza assoluta” che può sconvolgere. Una bellezza “assoluta e straniera”, “incondizionata” spaesante”, una “bellezza detta armonia”. Il “riduzionismo” in cui Freud era caduto aveva come scopo “spegnere la sua qualità traumatizzante” (pag. 122).
      • Al trauma provocato dalla bellezza l’uomo mette in atto diverse “azioni” (pag. 133-134).
        • La prima azione può essere di tipo conflittuale. Il trauma come inteso dalla psicoanalisi classica.
        • La seconda: trasformare il mondo interno da privato in pubblico, con le sue rappresentazioni. Una prima conseguenza è la morte di Dio, come direbbe anche Nietzsche. Un’altra la creazione di opere d’arte, con un valore anche pedagogico. Il concetto di realizzare qualcosa di nuovo, anche di un paio di scarpe, mi ricorda il saggio di Heidegger “L’origine dell’opera d’arte”, in cui analizza il quadro delle scarpe da contadina di Vincent Van Gogh. “L’artista – afferma Heidegger – è l’origine dell’opera d’arte” ma anche “l’opera è origine dell’artista”.
        • La terza azione è l’assunzione della responsabilità, concetto trattato anche dall’ultimo Lacan.

Gli esempi clinici con cui collegate la teoria alla pratica. L’interpretazione dei sogni con il sogno in seduta (pag. 162).

La costruzione del contesto (pag. 164).

 

Avrei altro da aggiungere, ma non vorrei apparire prolisso, quindi termino con alcune riflessioni personali.

Il libro ha fornito stimoli interessanti per la mia attività clinica.

Concetti poco trattati nella formazione psicologica odierna, sempre più alle prese con prodotti pre-confezionati in cui si indica solo “cosa fare”, o ancora peggio “cosa sia giusto fare”.

Si ricercano risultati immediati. La “creatività” è faticosa, lenta e le occorre tempo per fare frutti. Siamo nell’epoca del copia/incolla, del ricercare sul web il metodo più veloce per uscire dal proprio malessere psicologico.  Come cambia la richiesta, l’offerta si adegua. Le scuole sfornano psichiatri più dediti alla farmacologia che alla psicoterapia. “Gli psichiatri fenomenologi sono merce rara” afferma Eugenio Borgna. Gli psicologi hanno invece inventato tecniche “brevi” per stare al passo con i tempi. Il malessere psichico è vissuto come un male da estirpare e non come un segnale, un momento per fermarsi a riflettere sulla propria esistenza.

Scoprire nel suo libro l’utilizzo di concetti quali: “bellezza” e “creatività”, mi ha aiutato a non sentirmi solo.

Un libro difficile, secondo alcune dichiarazioni.

È naturale che lo sia. Non per il testo, ma per le aspettative dei colleghi stessi, nel ricercare novità veloci da assimilare e usare nelle loro terapie sempre più “brevi”. Alla ricerca non di concetti da studiare, ma di ricette da applicare.

Il pensiero “complesso” sta svanendo e il copia/incolla del “nulla” sta inghiottendo la nostra epoca. Mi viene in mente il libro di Michael Ende “La storia infinita” in cui il mondo di Fantàsia è risucchiato dal Nulla perché nessuno più legge.

Si cercano metodi pre-confezionati, ritenendo il “parlare” un semplice atto “in essere” e non “dell’essere”, della nostra più intima capacità di creare, come emerge dal libro.

E ora una domanda, a cui non so se potrà fornire una risposta.

E se il concetto di creazione si affiancasse a quello di “ri-generazione”?

Mi spiego meglio.

Nel nostro lavoro occorre restituire la creatività a chi l’abbia perduta o gli è stata sottratta, per oltrepassare il suo modo di essere abituale. In questo processo si attiva prima un processo ri-generativo bloccato nel paziente. Mi fa venire in mente la maieutica socratica, la ricerca della propria verità attraverso l’altro, collegata alla rinuncia delle credenze, alla rinuncia di Dio. Se mordere il frutto dell’albero della conoscenza è solo l’inizio di un processo, l’obiettivo diviene quello di mordere il frutto dell’albero della vita, da cui D-io o l’io-Dio (termine coniato da un mio collega) cerca di allontanarci, cacciando l’uomo dal paradiso terrestre.

L’atto creativo bloccato o sottratto del paziente, non avviene attraverso un processo ri-generativo operato dall’altro?

Freud ha cercato di fornire una “forma” al trauma provocatogli dall’incontro con la “bellezza assoluta”. In preda a tale sconvolgimento ha ricercato un metodo, una teoria, in verità una “difesa” dalla “bellezza assoluta”. Freud non aveva un “altro” che gli permettesse di ri-generare il suo atto creativo e si è dovuto difendere. Ha cercato una siepe dove aggrapparsi – direbbe Leopardi – che potesse contenere quello stato d’animo “spaesato” davanti all’infinito, all’illimitato, all’ápeiron dei greci antichi, alla “bellezza che sconvolge”.

Senza questa difesa però il rischio poteva essere ben peggiore, soccombere alla “bellezza”, risucchiato nelle sue sabbie mobili. Un ritornare a Dio.

Il suo testo però fornisce anche un metodo per l’analista, un processo per non “naufragar in questo mare” (Leopardi), le coordinate spazio-temporali di cui parla nella seconda parte per aiutare il terapeuta a orientarsi, un metodo di interpretazione dei sogni che funga da “sestante” per orientarsi nel cielo stellato.

Non è possibile interpretare da soli un sogno, occorre un altro perché ci aiuti in questo processo ri-generativo. Le coordinate spazio-temporali permettono di ancorarsi alla realtà, al hic et nunc, per creare qualcosa di nuovo con i “dati” a nostra disposizione durante la seduta di analisi, per non essere inghiottiti dalla “bellezza” o dal “sublime”.

 
 


[1] Il  resoconto della presentazione in Internet: http://antonelloarmando.file.wordpress.com/2018/02/resocnto_18002.pdf

Il resoconto di una precedente presentazione il 10 novembre 2017 (presso la “Libreria dei ragazzi” in P. zza Santa Cecilia a Roma) in Internet: https://antonelloarmando.wordpress.com/2017/11/30/resoconto-di-

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