La fine del capitalismo? A proposito di Slavoj Žižek

Recensione di Slavoj Žižek, “Like a Thief in Broad Daylight” (London: Allen Lane, 2018, 223 pp.)

 

All’inizio della sua carriera, si criticava Slavoj Žižek perché combinava acriticamente la metapsicologia freudo-lacaniana con l’analisi dei fenomeni culturali e politici.  Oltre a questa problematicità metodologica, ad apparire stridente ed improbabile era soprattutto la convivenza selvaggia del dandismo liberalà laJacques Lacan con le politiche rivoluzionarie marxiste.[i]Eppure, col tempo, la novità žižekiana, sintetizzabile nella formula “il godimento è un fattore politico” (ovvero il fatto che gli affari della politica, oggi, abbiano sempre più a che vedere con la distribuzione e la regolazione della jouissance), è diventata un vero e proprio marchio metodologico.  A contraddistinguere questo approccio sono una sfrontata critica all’ideologia dell’epoca tardo-capitalista, la professione di una politica di orientamento radicale e la strenua ed irrinunciabile fede nel cambiamento, ovvero nella possibilità della Rivoluzione.  Diversamente da altri autori della Sinistra radicale, l’idea di Rivoluzione cui Žižek è sempre rimasto fedele, libro dopo libro, non ha niente a che vedere con le sommosse di tipo blanquista (anzi, la sua visione delle masse rimarrà sempre decisamente negativa) o con i colpi di stato militari. Piuttosto, il suo concetto di rivoluzione si presenta come un ibrido teorico tra il Lacan dei primi anni Settanta (quello per cui, come nota Pelgreffi, il Reale è modificabile attraverso “qualche scostamento minimale, quasi invisibile, ma non previsto dal disegno egemonico”[ii]) e il Lenin del 1917 (per il quale il momento rivoluzionario non solo rende possibile l’impossibile, ma lo attualizza hic et nunc): l’atto rivoluzionario è uno strappo nel sistema socio-simbolico, qualcosa di inopportuno, fuori tempo, la cui condizione di possibilità risulta chiara ed inevitabile solamente post factum.  Insomma, prima del suo sopraggiungere, esso è inimmaginabile, una richiesta impossibile per l’immaginario politico.  A differenza della riforma, che opera all’interno dell’ordine esistente, la vera rivoluzione auspicata da Žižek non mira a ridistribuire in maniera più democratica i pesi sulla bilancia, ma a ridefinire il concetto stesso di misura.  Come ha dichiarato lo stesso autore durante un’intervista di qualche anno fa, “è la totalità che si trasforma, è il cambiamento della misura degli estremi.”[iii] La cosa forse più interessante, proprio perché avvicina pericolosamente i due poli della riflessione žižekiana (capitalismo e rivoluzione), è che ciò che rispecchia maggiormente il concetto di rivoluzione delineato dall’autore è, sardonicamente, proprio il capitalismo.  Quest’ultimo è infatti riuscito, con un cambiamento radicale ed inimmaginabile, non solo a modificare la preesistente nozione di stabilità, ma a introdurre una nuova ed inedita dinamica (una negatività assoluta e contraddittoria, in questo caso) che è divenuta essa stessa l’attuale criterio di stabilità.

Eppure, nell’ultimo libro del filosofo sloveno, Like a thief in broad daylight [Come un ladro in pieno giorno] (London: Allen Lane, 2018, 223 pp.), questo scenario sembra vacillare.  Per quale motivo?  Per rispondere, basta recuperare la tesi forte di un classico del settore, di ispirazione dichiaratamente žižekiana, Realismo Capitalistadi Mark Fisher,[iv]per cui oggi è più facile immaginare la fine del mondo, piuttosto che quella del capitalismo.  Sovvertendo questa ipotesi, Žižek sembra suggerire che un’alternativa al capitalismo non solo è possibile, ma è anche in pieno corso di attualizzazione.  Ma a differenza delle aspettative marxiste cui ci ha abituato questa previsione, ciò che verrà dopo sarà tutt’altro che semplice.  Correggendo Marx, il filosofo sloveno ci invita ad abbandonare la credenza secondo cui il tramonto dell’epoca capitalista implicherebbe automaticamente l’instaurazione di un ordine socioeconomico superiore, un’Aufhebungdefinitiva del capitalismo che darebbe alla Storia il suo lieto fine e risolverebbe definitivamente il conflitto di classe.  Invece, sembrerebbe che ciò che ci aspetta al di là del capitalismo non sia altro che un escatologico scenario di disintegrazione.  Questa tesi decisamente suggestiva, che viene discussa in riferimento ad altri due testi significativi (How Will Capitalism End?di Wolfgang Streeck[v]e Lacan and the Posthumandi Svitlana Matviyenko[vi]), persino radicalizzandone le premesse, dovrebbe rappresentare il punto di riferimento del libro.  Eppure, al di là del primo centinaio di pagine, non solo questa prospettiva escatologica rimane relegata sullo sfondo senza mai palesarsi chiaramente, ma la sua allusività viene totalmente trascurata nei capitoli successivi del libro, che tornano a trattare il capitalismo con il solito adagio žižekiano del nemico realee indistruttibile che imperversa in ogni nostra vicenda quotidiana (adagio certamente chiaro e brillante, ma la cui ridondanza rischia di lasciare insoddisfatti proprio i lettori più affezionati a Žižek).  In questo modo, Like a Thief in Broad Daylightappare inesorabilmente scisso tra la prospettiva epocale di una svolta post-capitalista, tanto incerta da portarci a chiedere “cosa saremmo disposti a conservare del capitalismo?”[vii], e quella attuale dell’ordinaria e permanente minaccia dell’establishment globale, che solo una (lontana e) radicale rivoluzione potrà mettere sotto scacco.  Cerchiamo di farci un’idea di questa scissione concentrandoci su alcuni punti del testo.

Come tipico della sua penna, l’autore ricorre ad una critica a doppia lama, il cui primo livello mira a smascherare le contraddizioni insite nel modello liberal-democratico (il nichilismo che si annida nel permissivismo edonistico occidentale, l’ombra razzista del multiculturalismo, la strumentalizzazione delle minoranze), mentre il secondo, più tagliente, attacca duramente i fallimenti della Sinistra, incapace di trarre la situazione fuori dallo stallo.  In particolare, il progresso scientifico degli ultimi anni ha iniziato, proprio sotto i nostri occhi, a trasformare il mondo sino a renderlo irriconoscibile.  Sembrerebbe anzi che ogni nuovo passo avanti nel progresso del Big Tech ci avvicini sempre più alla concretizzazione della profezia marxiana secondo cui nel capitalismo “tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”. La virtualizzazione del denaro, la polverizzazione delle differenze di classe[viii], la dematerializzazione del lavoro, sono tutti fenomeni che sembrano guidarci verso il limite della nostra era, la fine del capitalismo.  La nostra incapacità di cogliere questo cambiamento risiederebbe, secondo Žižek, nella nostra completa immersione nei fumi dell’ideologia (nel senso puramente marxiano di “falsa coscienza”), che nella società dell’inconsistenza e del cinismo è più che mai operativa: infondendo un sentimento di profonda rassegnazione, l’amara certezza che non vi sia alternativa realeal presente stato di cose, essa ci impedisce di vedere che il cambiamento, come un ladro in piena luce, è giàin atto.  Il capitalismo si sta sgretolando sotto i nostri occhi e noi non ce ne accorgiamo, rimarca Žižek.  In particolare, l’autore prende in esame i due fenomeni che ritiene più indicativi di questo momento di transizione: il postumano (un ibrido teorico che lega assieme le ultime sconcertanti scoperte delle scienze cognitive[ix]e l’anti-umanismo post-moderno) e l’antropocene (l’attuale epoca geologica in cui l’attività dell’essere umano, grazie all’irrefrenabile progresso scientifico, è divenuta la principale causa di alterazione strutturale e climatica del pianeta).  Žižek nota come questi due fenomeni, lungi dal determinare due realtà distinte e convergenti, costituiscano l’uno il rovescio dell’altro: con l’attuale e sregolato progresso scientifico, sempre più indipendente da un chiaro limite etico, l’uomo è arrivato al punto di cambiare drasticamente il concetto stesso di Natura, che non rappresenta più lo sfondo sottostante le vicende umane o un circolo chiuso e puntuale di specifici fenomeni, ma una categoria storico-sociologica che viene affetta dall’agire umano sin nelle sue fondamenta.  Eppure, qui le argomentazioni di Žižek rischiano di inciampare nella contraddizione: come conciliare l’instabilità storicamente circoscritta della Natura con le più forti tesi tardo-lacaniane (altrove chiarite e rimarcate proprio dallo stesso Žižek) che vedono quest’ultima affetta da un’instabilità intrinseca, perenne, anziché prodotta dall’agire umano?  Per Lacan, la scoperta da parte della scienza moderna dell’instabilità della Natura, della sua molteplicità inconsistente, è prima di tutto trans-storica: per dirla alla Meillassoux, è la realtà discorsivadell’inconsistenza della Natura ad essere storicamente circoscritta, non l’ancestrale (indifferente e senza tempo) cui essa fa riferimento.  Qui la posizione di Žižek rischia di cadere preda di un imbroglio retorico, specie se si considera che i suoi lavori più filosofici hanno sempre dissimulato l’idea di una Natura la cui regolarità pregressa verrebbe violata dall’accresciuta potenza tecnica umana.  Si potrebbe banalmente obiettare che il presente appunto trascuri che l’intervento dell’uomo sortisca degli effetti realisulle condizioni naturali del pianeta, ma non è questo il punto.  Piuttosto, il problema è che, così posta, la tesi di Žižek sembra ripristinare, retroattivamente, un’idea di Natura come unità o totalità armonica che verrebbe poi successivamente violata dall’intromissione dell’essere umano.  Inoltre, concepire l’imminente sgretolamento del capitalismo in termini di antropocene e di postumano non rischia forse di riprecipitare l’idea di fine capitalismo in quella di fine del mondo (l’inevitabile catastrofe naturale di portata planetaria), da cui l’incipit del libro ci invita a prendere le distanze?  Al di là di questo, a mio parere, Žižek dà qui prova di non riuscire a conciliare efficacemente quest’ultima intuizione (l’imminente sgretolamento del capitalismo) con la sua ipotesi della depoliticizzazione della società (post-politica), che rafforza – anziché ridimensionare – gli effetti del capitalismo globale.[x]

Discutendo le vicende dello scenario post-politico, Žižek sottolinea l’incapacità della Sinistra nel mondo intero di proporre un adeguato programma trasformativo, cosa che l’avrebbe inevitabilmente costretta a moderarsi e a scendere a compromessi con la sponda democratica neoliberale.  L’approccio neoliberale, anziché rompere gli argini del capitale e porre fine alla sua egemonia, mirerebbe a conformare alle sue logiche chi è rimasto tagliato fuori dal sistema di produzione attraverso una prudente negoziazione.  Eppure, sottolinea l’autore, ogni iniziativa di questo tipo è destinata a fallire, perché dimentica che ciò che è tagliato fuori dal sistema di produzione non è semplicemente un elemento residuo e ad esso eterogeneo, ma precisamente la sua causa strutturale, il punto di incrinatura della sua logica universale.  Insomma, portare gli esclusi [leftovers] dentro la macchina del capitale non implicherebbe un’integrazione, ma la rimozione (del negativo) nel senso puramente psicoanalitico del termine. Il cortocircuito di questo genere di politica sarebbe oggi più che mai dimostrato dall’ascesa improvvisa e a-programmatica dei partiti populisti europei e dallo pseudo-eurocentrismo della sponda liberal-democratica: ciò che ai nostri occhi sembra essere un ritorno della minaccia fascista, che renderebbe quella democratica una scelta obbligata, non è altro che un “feticcio politico”[xi]che maschera un antagonismo sottostante ben più micidiale, cioè la sparizione della Sinistra e la conseguente disintegrazione dello scenario politico.[xii] In tal senso, conclude Žižek, lungi dal rappresentare un pericolo reale, le nuove destre populiste non sarebbero che l’ultima astuzia del capitalismo globale, che si presenterebbe come l’unica alternativa realmente praticabile alla minaccia (artificiale) fascista.  La tesi di fondo di questo ragionamentoè che il principale scopo delle super-potenze del capitale (Stati Uniti in primis) è quello di spaccare l’Europa in modo da poter ricattare singolarmente i suoi stati: solo in questo modo la negatività del capitalismo – il fatto che esso non sia riconducibile ad alcuna essenza positiva, ma solamente al vuoto incolmabile del debito[xiii]- potrà auto-alimentarsi e continuare a gettare la propria ombra sulle potenze concorrenti.  Nel complesso, sembrerebbe che l’autore riesca ad ovviare ad entrambe le contraddizioni presentate (fine del capitalismo e cortocircuito della politica internazionale) suturandole internamente, sebbene con una soluzione di per sé discutibile: da un lato, quella che sembra avvicendarsi come l’epoca dell’umanità post-capitalista non corrisponderebbe ad altro che, ribaltando la prospettiva, all’inizio del capitalismo post-umano; dall’altro, l’apparente e forsennata spinta del capitale ad autoperpetuarsi per mezzo del feticcio fascista si rivelerebbe il segno della sua egemonia, e non della sua incipiente crisi.  Ma, presentando il capitalismo da una parte come indistruttibile (capitalismo post-umano) e dall’altra come una macchina inceppata che inventa i più subdoli escamotage per non estinguersi,[xiv]appare evidente come le due tesi entrino nuovamente in contraddizione tra loro. L’alternativa tra le due posizioni sembra indecidibile.

Detto con una certa ironia, davanti a questa figura di capitalismo sempre più esile, quasi invisibile, ma allo stesso tempo ineliminabile ed avvolgente come una nebbia irraggiungibile, viene quasi da chiedersi cosa, a questo punto, Žižek intenda veramente per “capitalismo”. Inoltre, alla luce di tale contraddizione, nemmeno gli argomenti più forti e tipici della sua scrittura (la proposta di organizzare uno Stato non capitalista in grado di sfruttare a proprio vantaggio un limitato numero di elementi dell’economia capitalista) sembrano impedire alle tesi žižekianepiù radicali di precipitare in un astrattismo disfunzionale: come è possibile formulare una chiara agenda politica che non degeneri nell’indeterminatezza se non si scioglie prima questa contraddizione – ovvero se non si definiscono chiaramente lo scenario socio-simbolico attuale e il suo orizzonte?[xv]  Fino a che punto quella che a Žižek appare la vecchia e familiare soluzione hegeliana della contraddizione reale (e non dovuta al nostro parziale e soggettivo punto di vista) può ancora tirarci fuori da questa impasse? Al di là di questo nodo, che lascia emergere alcune criticità certamente interessanti, il punto debole del libro è prevalentemente editoriale: sebbene ogni lavoro di Žižek sia contraddistinto da una costante – e dopotutto piacevole – atmosfera di déjà vu, la seconda parte di Like a Thief in Broad Daylighttradisce un’evidente inconcludenza.  Se da un lato l’organicità del testo viene sacrificata alla singolarità degli esempi, per lo più cinematografici (l’intrigante lettura di La La Land, l’intempestività del cinema di Lubitsch) e politici (il caso #MeToo e l’analisi del fondamentalismo islamico), dall’altro si percepisce una certa fatica del libro nel raggiungere la lunghezza standard del libro medio.  Se dunque i primi due capitoli, per quanto presentino alcuni aspetti contrastanti, ci riservano il miglior Žižek, quelli successivi sembrano perdersi in una carrellata barocca di temi eccessivamente familiare, un riciclo di argomentazioni ed esempi già affrontati in altri libri, che solo di rado ripropongono il ritmo concettuale žižekiano cui eravamo abituati. Oltretutto, lo spettro del materialismo agnostico di Lorenzo Chiesa, di cui Žižek credeva di essersi sbarazzato alla fine di Disparities,[xvi]si aggira costantemente nelle pieghe etico-politiche del saggio, come un rimosso non elaborato e dunque inevitabilmente ripetuto.  Non solo l’indecidibilità, fondamento pratico della tesi del libro di Chiesa, ricorre ad ogni bivio etico dell’opera di Žižek,[xvii]ma essa costituisce anche il presupposto necessario affinché vi sia ciò che il filosofo sloveno chiama“veroamore”, un amore che cioè non si riduca al narcisistico desiderio di essere Uno lacaniano.  Secondo Žižek infatti, il vero amore è quello in cui, posto in una condizione di scelta drastica e inemendabile, il soggetto rigetta entrambe le alternative come pseudo-scelte e, proprio in questo modo, fa della sua indecidibilità la più radicale delle scelte: si ama veramente quando si sceglie di non scegliere. È proprio in questo rigetto del criterio stesso della scelta che il soggetto può  posizionarsi sulla terza via (agnostica) della non-scelta e, per dirla alla Badiou, rimanere ad essa fedele: si pensi ad esempio, dice l’autore, all’eterna indecisione che si apre tra “la passione sessuale e l’attività sociale rivoluzionaria”[xviii].  Proprio quest’ultimo punto ci mostra come l’indecidibilità žižekiana, benché decisamente affine a quella di Chiesa, giunga a conclusioni ed applicazioni del tutto differenti: mentre Žižek non fa che integrare la sua idea di vero amore – già avanzata in lavori precedenti – con il supplemento dell’indecidibilità, nel suo rigoroso studio Chiesa esclude sin da subito l’occasione di trattare un simile argomento, post-ponendolo a studi successivi.[xix]Se da un lato l’assenza di questa tematica costituisce sicuramente un bersaglio facile per i critici di Chiesa, dall’altro il “vero amore” di cui parla Žižek rischia di scavare tra sé e il semplice innamoramento narcisistico un divario troppo grande, oltre che eticamente troppo elevato, che non può che lasciarci con un dubbio retorico: si può amare veramente qualcuno senza essere per forza di cose rivoluzionari?

Analogamente, e in conclusione, la ferma necessità di un intervento radicale, che non ammetta mezze misure, non rischia di porre un’eccessiva disparità tra il nostro tempo attuale e la possibilità di una sua concreta trasformazione? O peggio, non rischia questo rifiuto aprioristico di qualsiasi tipo di compromesso, alla lunga, di trasformarsi nel suo opposto, cioè in una paradossale politica conservativa?  A questa conclusione, passando per sentieri diversi, sembra essere arrivato anche Sergio Benvenuto, per il quale Žižek è, politicamente parlando, un conservatore “inscrivibile nella tradizione freudo-marxista”, storicamente vincolato alle febbri rivoluzionarie post-‘68.[xx]Scrive Benvenuto: “Ho l’impressione che, per la generazione a cui sia Žižek che chi scrive appartengono, l’ideale del socialismo o del comunismo fosse in fondo una maschera dell’ideale più fondamentale: quello della Rivoluzione. Ovvero, il desiderio di sconvolgere la società in cui vivevamo era molto più forte del desiderio di una precisa società nuova quale veniva (vagamente) tratteggiata”.[xxi]Personalmente, ritengo che l’analisi di Benvenuto colga e ridimensioni alcuni importanti punti della politica žižekiana, che a volte rischia di apparire più esuberante di quanto lo sia realmente. Ma, parimenti, credo anche che una simile riflessione meriti di estendere le proprie fonti alle specifiche contingenze politiche che hanno caratterizzato, in particolare, la storia nazionale slovena, vera sorgente della complessa identità politica di Žižek.[xxii]

Al di là della parentesi romantica aperta dal vero amore, solo la Conclusione, con l’interessante analisi della dialettica “del padrone e del volontario” del filosofo marxista Frank Ruda e il confronto tutto hegeliano con Robert Pippin (che ci riporta per un attimo ai tempi del più ruspante Il Contraccolpo Assoluto, sicuramente una delle opere più organiche del filosofo sloveno) sembra ridare respiro ad un libro che, forse per la prima volta, anziché spingerci a chiedere cosa ne sarebbe stato del capitalismo senza Žižek ci invita a domandarci cosa ne sarebbe di Žižek senza il capitalismo.

 

Bibliografia

Chiesa, L. (2016) The Not-Two. Logic and God in Lacan (Cambridge: MIT Press)

Fisher, M., (2009) Capitalist Realism. Is There no Alternative?(London:Zero Books)

Irwin J., Motoh H. (2014), Žižek and His Contemporaries (London:Bloomsbury)

Johnston, A. (2009), Badiou, Žižek, and Political Transformations. The Cadence of Change(Evanston:Northwestern University Press)

Matviyenko S., Roof J. (2018), Lacan and the Posthuman (Basingstoke:Palgrave MacMillian)

Pelgreffi, I. (2014) Slavoj Žižek (Salerno-Napoli: Orthotes)

Streeck, W. (2016) How will Capitalism End?: Essays on a Failing System(London:Verso Books)

Žižek, S.:

-       (2013) Chiedere l’impossibile, trad. it. di Roggero G.(Verona: Ombre Corte)

-       (2016) Disparities(London:Bloomsbury)

-       (2018)Like a thief in broad daylight (London: Allen Lane)

Žižek, S., Daly D., Psicoanalisi e mondo contemporaneo. Conversazioni con Žižek, ed. it. a cura di Benvenuto S. (Bari: Dedalo)



[i]Cfr. A Johnston, 2009, pp. 85-87.

[ii]I. Pelgreffi, 2014, p. 79.

[iii]S. Žižek, 2013, p. 15.

[iv]Cfr. M. Fisher, 2009.

[v]Cfr. W. Streeck, 2016.

[vi]Cfr. S. Matviyenko e J. Roof, 2018.Il riferimento in bibliografia presente nel libro è erroneo, in quanto confonde i suddetti autori con J. Dickstein e G.B. Thakur, autori di Lacan and the Nonhuman(2017, Palgrave MacMillian).

[vii]Cfr. S. Žižek, 2018, p. 35.

[viii]Per come ci viene qui presentata dall’autore, questa nuova forma di capitalismo (o post-capitalismo) concentrerebbe miliardi di persone in una massa indistinta ed anonima da cui rimarrebbero fuori solo i super-ricchi (come ad esempio quelli dei Panama Papers) e i super-poveri (i cosiddetti leftovers,ossia i rifugiati oppure gli operai senza diritti delle fabbriche asiatiche – del tutto differenti dalla figura del proletariato marxiano).

[ix]Come ad esempio l’integrale “digitalizzazione delle nostre vite” o “la possibilità di un collegamento diretto tra il nostro cervello e gli apparati digitali” (ivi, p. 46), una sorta di emancipazione dalla res extensacartesiana.

[x]“Il <<conflitto delle civiltà>> è la politica di <<fine della storia>>. I conflitti etnici e religiosi costituiscono il tipo di lotta che meglio si adatta al capitalismo globale: nella nostra epoca <<post-politica>>, quando la politica propriamente detta viene progressivamente rimpiazzata dall’amministrazione sociale ad opera di esperti, la sola fonte di conflitto a rimanere legittima è quella delle tensioni culturali (etniche, religiose).”  S.Žižek, 2018, p. 116.

[xi]Ivi, p. 82.

[xii]“Il capitalismo globale si presenta ora come l’ultimo baluardo contro il fascismo”(ivi, p. 86).

[xiii]Nella sua analisi, Žižek avvicina, quasi sovrapponendoli, il sistema capitalista globale con le politiche economiche statunitensi, in particolare con ciò che Yanis Varoufakis ha definito il “Minotauro Globale”, “la mostruosa macchina che ha alimentato l’economia globale dai primi anni Ottanta sino al 2008” (ivi, p. 91). La politica statunitense, nel suddetto periodo, si sarebbe sostentata attraverso una vera e propria propagazione del deficit: non potendo sostenere i propri costi di produzione, essa avrebbe architettato un meccanismo tale da poter vivere, per tutti questi decenni, sulle spalle delle altre nazioni, che re-investivano il proprio profitto nell’economia americana. Offrendo in cambio cosa? La garanzia di una guerra totale al terrore: è per questo che gli Stati Uniti “necessitano di un permanente stato di guerra (…), offrendosi come i protettori universali di tutti gli altri stati <<normali>> (non <<furfanti>>)” (ibidem). Incarnando il ruolo del “predatore non-produttivo” (ivi, p. 92), gli Stati Uniti avrebbero esplicitato la perfetta corrispondenza tra il capitalismo come (hegeliana) negatività assoluta e il debito.

[xiv]Questa tesi è molto vicina a ciò che, a metà degli anni Sessanta, Elvio Fachinelli ha definito “astuzia di Eros”.

[xv]Al di là della problematicità di questo punto, la perspicacia di alcuni argomenti žižekiani rimane ineccepibile: si veda ad esempio l’analisi del “nuovo feticismo delle merci” (per il quale l’eccessiva virtualizzazione della merce implicherebbe un brutale ritorno alle relazioni di dominio interpersonale materiali e dirette) e al narcisismo tardo-capitalista (per cui la nostra condizione di soggetti si esplicherebbe esclusivamente attraverso un’inesorabile vittimizzazione – questa tesi è già nel Badiou degli anni duemila) del Capitolo 1.

[xvi]Cfr. S. Žižek, 2016, pp. 348-362; per il materialismo agnostico di Lorenzo Chiesa e l’indecidibilità pratica del non-due cfr. L. Chiesa, 2016.

[xvii]Dal riferimento esplicito dell’elezione di Jeremy Corbin (cfr. S. Žižek, 2018, p. 8.), alla centrifuga trotskysta-leninista (cfr. ivi pp. 105-106), passando per la falsa-scelta dell’Europa populista (cfr. ivi, p. 86).

[xviii]Ivi, p. 177.

[xix]Cfr. L. Chiesa, 2016, p. xii.

[xx]Cfr. S. Benvenuto, Introduzione, in S. Žižek, G. Daly, 2006, pp. 45-46.

[xxi]Cfr. ivi, p. 46

[xxii]A riguardo, rimando all’interessante J. Irwin, H. Motoh, 2014. Tanto per citare, con le sue stesse parole, un esempio della parabola politica dell’autore: “all’inizio, Mladen [Dolar] era più marxista di me (mentre oggi, lasciatemelo dire, credo sinceramente che egli sia meno marxista di me). (…) È chiaro come la mia opera sia divenuta [nel tempo] più dichiaratamente politica, sebbene si possano rintracciare tutte queste lotte politiche durante gli anni Settanta e Ottanta, nelle vicende [del] movimento democratico/indipendente.” (ivi, p. 128).

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059