La psicoanalisi nella guerra. Un dibattito con colleghi russi

A cura di Sergio Benvenuto

 

Da anni monitoro gruppi di supervisione online o in presenza con psicoanalisti russi, che vivono ed esercitano in varie città, anche fuori la Russia. Si tratta di cari amici oltre che di colleghi che seguono molto la psicoanalisi in particolare francese, e molti si dicono lacaniani. Alcuni di questi analisti detestano Putin e lo chiamano Putler (Putin + Hitler), si dicono sorvegliati dal regime e condannano l’invasione dell’Ucraina. Ma solo una parte.

Con uno di questi gruppi, attivo da oltre 20 anni, avevo una riunione per discutere di casi clinici il 28 febbraio scorso. Qualche giorno prima mi avevano mandato un caso scritto per discuterlo on line. Cerco di trascrivere la discussione così come si è svolta, più o meno. Erano in tutto una decina di partecipanti, che chiamerò con le lettere dell’alfabeto. La conversazione è avvenuta in inglese.

Sergio Benvenuto: “Ho letto il caso clinico. Ma prima di commentarlo vorrei chiedere, a ciascuno di voi, la vostra opinione sull’attuale guerra in Ucraina”.

Alcuni mi chiedono perché.

S.B.: “Perché la psicoanalisi non si fa sulla luna, ma sulla terra. Lo psicoanalista è anche un cittadino, vive nella società in cui vivono i suoi analizzanti. Inoltre sono convinto – come Lacan – che la psicoanalisi non sia una tecnica neutra di cura, ma si basi su un approccio etico alla soggettività. La psicoanalisi è prima di tutto una cura etica, e in questo senso ha una dimensione politica. Alcune opzioni etico-politiche sono quindi incompatibili con la psicoanalisi – ad esempio, il fascismo e il razzismo.”

A (leader del gruppo): “Penso che non sia solo una guerra tra Russia e Ucraina. Molti paesi occidentali sono dietro questa guerra, che si servono dell’Ucraina per una guerra contro la Russia.”

B: “Vedo le cose da psicoanalista. Secondo me in tutti questi anni l’Ucraina ha punzecchiato la Russia, finché non ha avuto quello che voleva, la guerra. Credo che entrambi i paesi, con la guerra, abbiano portato nel reale quel che desideravano: lo scontro.”

S.B.: “Questa tesi mi ricorda quella avanzata da alcuni, che gli ebrei avevano un inconscio desiderio di essere perseguitati, di essere vittime. Può anche darsi che in molti ebrei ci sia una sorta di passione vittimista. Ma quando Hitler ha cominciato a perseguitarli e poi a sterminarli, fare appello a questi possibili fantasmi inconsci è un modo di giustificare la Shoah. L’ordine dell’analisi dell’inconscio e l’ordine della violenza reale devono essere separati. Nel caso dell’Olocausto, uno psicoanalista non può che schierarsi dal lato degli ebrei. E non solo perché Freud era ebreo.

Altro esempio. Nella nostra pratica, notiamo che certe donne hanno la fantasia erotica di essere stuprate. Questa fantasia erotica implica che se vengono stuprate nella realtà, allora non sono vittime? Una donna che abbia fantasie di stupro proprio per questo può essere molto più traumatizzata da uno stupro reale rispetto a una che non ne abbia. Se vedo uno stupro, denuncio lo stupratore alla polizia, non posso tenere conto dei fantasmi erotici della vittima.

C’era in molti ucraini il desiderio inconscio di battersi con la Russia? Anche se fosse, ciò non giustifica affatto l’invasione di un altro paese sovrano, che certo non aveva attaccato la Russia.”

C: “Io sono nata in Ucraina, e ho parenti e amici in Ucraina. Mi sento mezzo ucraina. Ma questo non mi impedisce di vedere le cose anche dal punto di vista russo. Lei diceva gli ebrei. Nell’inno ucraino c’è la frase “L’Ucraina non è morta”, insomma, vogliono far risorgere l’Ucraina. Anche gli ebrei volevano risorgere come patria, e alla fine l’hanno avuta una patria, Israele. Ma a che prezzo! Hanno sempre conflitti e guerre con i vicini.”

S.B.: “Tu vuoi dire che gli ucraini, come gli israeliani, sono destinati ad avere problemi senza fine con i loro vicini. Ma c’è una differenza essenziale: gli ebrei sono andati in Palestina venendo da ogni parte, mentre gli ucraini sono stati sempre in Ucraina. Non hanno colonizzato una terra abitata da altri.”

B: “L’Occidente non può rimproverare la Russia di aggredire altri paesi, dato che i paesi occidentali hanno aggredito negli ultimi decenni il Libano, la Serbia, l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia… E’ la logica del potere, che vale per voi come per noi. Lo dice anche Giorgio Agamben: che anche il discorso morale è un discorso del potere. L’Occidente non ha la legittimità di farci prediche dal pulpito.”

C: “Voi occidentali non avete lasciato che Ucraina e Russia risolvessero i propri problemi tra loro, vi siete immischiati in conflitti che non sono i vostri.”

S.B.: “Io sono stato tra quelli che ha condannato severamente l’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003 (anche Obama, allora senatore, votò contro quella guerra), per le stesse ragioni per cui ora condanno l’invasione dell’Ucraina. Anche se ammetto che per l’invasione dell’Iraq c’è un’attenuante (che per me non assolve dalla condanna): è che Saddam Hussein era un dittatore che aveva massacrato parte del suo popolo. Mentre Zelenskij non è Saddam: è un attore che è stato eletto democraticamente dal suo popolo a grandissima maggioranza. Per gli altri interventi occidentali di cui parlate, credo che ci siano ragioni più sfumate.

Comunque, anche se l’Occidente ha commesso terribili crimini, questo non giustifica il fatto che oggi la Russia di Putin commetta un crimine a sua volta. Sarebbe come dire: ‘Siccome il mio vicino ha rubato ad altri, allora rubo anche io’”.

D: “Avete fatto di Putin un mostro, come se fosse Hitler. Avete creato un capro espiatorio. Ma è un vostro fantasma.”

S.B.: “Veramente quando diciamo Putin diciamo una linea politica. Non ci riferiamo alla psicologia di un uomo e nemmeno a quella della gente del suo entourage, ma a una azione e visione politica che condanniamo.

Quando dico che siamo in guerra, non intendo affatto una guerra tra ucraini e occidentali da una parte, e russi dall’altra. La guerra è trasversale a tutti noi. E’ tra chi ha una certa idea della politica e della libertà, e chi ne ha un’altra.”

F: “Lo stesso Zelenskij ha dichiarato pubblicamente che i soldati ucraini usano delle bombe [… con un materiale micidiale e proibito, di cui non ricordo la composizione, NdC]”

A: “Voi europei avete una certa idea della democrazia e la volete imporre a tutti gli altri. La volete esportare con le armi, come avete fatto in Afghanistan. Noi abbiamo una certa idea di democrazia, che non coincide con la vostra. Ma chiunque si discosti dal vostro modello di democrazia per voi è un farabutto, un Hitler. Volete imporci i vostri principi. Noi abbiamo votato Putin liberamente, nessuno ci ha imposto di votarlo.”

SB: “E’ vero, anche Hitler nel 1933 prese il potere grazie a libere elezioni democratiche, circa la metà dei tedeschi votò per lui. Ma vorrei capire in che modo la vostra idea di democrazia sarebbe diversa dalla nostra. La vostra idea di democrazia include il fatto che uno stato possa invadere un’altra nazione riconosciuta dall’ONU e da tutti gli altri paesi?”

A: “Ma gli ucraini sono stati sempre contro i russi, anche durante l’ultima guerra. Alcuni, come Bandera, si sono alleati ai nazisti e hanno compiuto crimini contro civili. E oggi l’Ucraina innalza statue a questo assassino. Poi, finita la guerra, Bandera è stato accolto dall’Occidente, in particolare dalla Germania occidentale. E quanti altri pro-nazisti ucraini…”

S.B. (interrompendo): “Queste sono cose di oltre 70 anni fa… No, la mia domanda è che cosa pensate di quel che accade oggi tra Russia e Ucraina. E vorrei sentire ciascuno di voi, per capire con chi sto lavorando.”

D: “Ho amici e parenti in Ucraina, che sono di lingua russa. Mi dicono che gli insegnanti chiedono ai bambini anche di 5 o 6 anni se in casa si parla russo o ucraino. Vogliono sapere se guardano in televisione programmi russi… Insomma, usano i bambini per fare spionaggio. Vogliono imporre a tutti l’ucraino.”

E: “Io vivo a Vienna. Tutti i media qui parlano dell’Ucraina e mai della Russia. Tutti sono dalla parte degli ucraini e il punto di vista russo non viene mai illustrato, mai. E’ propaganda di regime.”

S.B.: “Non so cosa accada in Austria. In Italia, proprio ieri sera, a un dibattito sulla guerra è stata invitata la corrispondente della Tass in Italia, che ha potuto dire il punto di vista ufficiale russo. Hanno intervistato anche un giovane italiano che da anni è in Donbass per combattere con gli indipendentisti contro l’Ucraina, e dice di farlo perché è un comunista… Ma entrambi non hanno convinto nessuno, a mio parere.”

C: “Prima di Putin il nostro paese era alla fame, non avevamo più nulla. Dopo Putin abbiamo conquistato un certo benessere, ci è stata restituita la nostra dignità…”

B: “Sono deluso, perché pensavo che tu avessi capito il mondo russo. Mi pare che non capisci qualcosa di essenziale di noi. Ho votato Putin, rispetto le decisioni di Putin, ammiro Putin, è il nostro capo… Sono russo e seguo quel che lui fa. Quel che non hai capito è che Putin è la Russia!”

S.B.: “Anche Hitler diceva che la Germania era Hitler, e Hitler era la Germania. Ma da psicoanalista non posso credere nelle identità, e considero le identificazioni sempre delle alienazioni. Io preferisco gli amici russi che condannano la politica di Putin, almeno in questi ultimi tempi.

Mio padre, nato nel 1916, è stato sempre anti-fascista in Italia. Quando scoppiò la guerra contro gli anglo-americani e i sovietici, lui sperava che l’Italia fascista perdesse la guerra. Era un traditore della patria? Certo. Ma non tradì i suoi principi. Del resto poi la stessa Italia finì col cambiare campo e schierarsi contro i nazisti. Mio padre era un dissidente. E so che anche qui in Russia ci sono molti dissidenti. Ne conosco alcuni, e dicono di avere vergogna, come russi, di quel che Putin sta facendo all’Ucraina. 600 scienziati e giornalisti scientifici russi hanno firmato un appello di condanna alla guerra in Ucraina, che il nostro Journal ha pubblicato. Non dicono affatto, come voi, ‘Putin è la Russia’”.

….

S.B.: “Cari amici, ho chiesto a ciascuno la vostra opinione perché mi rendo conto che siamo in guerra. E la guerra non è un conflitto inconscio, ma ben reale.

Non considero affatto questa una guerra tra europei dell’Ovest contro russi! Considero questa una guerra tra chi crede nella democrazia liberale – che è la pre-condizione della psicoanalisi – e chi non vi crede. Mi pare di aver capito che voi non ci credete. E mi sembrate tutti abbastanza compatti in questa idea.

A questo punto mancano le basi etiche di fondo che possano, almeno per ora, rendere possibile una collaborazione tra voi e me. Dato che c’è un’etica della psicoanalisi, c’è anche una politica della psicoanalisi.

Se volete, potremo ricominciare la nostra collaborazione dopo la guerra, e spero che questa sarà breve.

Voglio dirvi però che la cosa mi dà molta pena, sia perché vi stimo e vi voglio bene, sia perché, contrariamente a quel che si crede, voi russi siete in una posizione molto più pericolosa degli stessi ucraini! Certo ora sono gli ucraini a patire sulla loro pelle, ma temo che alla fine sarete proprio voi russi a pagare un prezzo alto, forse troppo alto. Non so se lo percepite, ma credo che la politica di Putin vi metta in serio pericolo, tutti. Non vorrei vedervi un giorno nella posizione dei tedeschi nel 1945 e dopo.

Per cui, anche se non sono credente, mi sento di dirvi sinceramente: che Dio vi protegga!”

Fine dell’incontro.

Ci salutiamo, alcuni mi sorridono, altri sono furibondi. Mi sembra che, dopo tutto, la mia franchezza non li abbia offesi. In fondo, anche loro convengono: siamo in guerra, non è possibile collaborare nemmeno sul piano scientifico. Siamo da due lati opposti della barricata, non perché loro sono russi e io sono italiano, la barricata è quella tra chi appoggia la politica di Putin e chi la combatte. Mi sono detto: se il tasso di sostegno alla politica di Putin in Russia tra questi analisti è lo stesso di quello che esiste nel paese, allora il sostegno è totale. Ma sappiamo che non è così.   Mi faccio molti scrupoli: non ho voluto imporre loro in qualche modo un’etica democratica e liberale, la nostra, senza avere rispetto della loro? C’è sempre il rischio etnocentrico. Immagino che cosa avranno tutti pensato di me: che sono un occidentale arrogante. Che ho una mia idea di correttezza politica e che, se la loro è diversa, li disprezzo e li abbandono. Avrei allora dovuto far finta di nulla, e fare supervisione clinica come se niente fosse? Parlare di una paziente russa mentre milioni di ucraini patiscono una guerra? Sarebbe stato un modo di negare il reale, e la psicoanalisi è nata proprio, invece, per farci accorgere del reale. Immagino nel 1940 uno psicoanalista di simpatie hitleriane che mi avesse chiesto una supervisione clinica: gliela avrei concessa? Sicuramente no. Anche se l’analista hitleriano non si fosse macchiato di alcun crimine, e si fosse lasciato semplicemente trascinare come tanti a seguire le idee del Führer.

Rompendo con amici con cui collaboro felicemente da molti anni, ho voluto contribuire un po’, nel mio piccolo, alla resistenza ucraina contro gli invasori. Ho cercato di mostrare loro che non si possono sostenere impunemente certi dittatori. Se si fanno certe scelte, bisogna pagarne il prezzo. Bisogna capire che le nostre scelte costano: questo è dare la misura della realtà. Certo ogni cultura ha i propri principi etici, ma anche la psicoanalisi si basa su una data etica. Sarà un’etica nata in Occidente, ma chi vuole praticare l’analisi deve seguire questa etica. E questa etica consiste nel non mettere in attoi nostri impulsi di violenza e di sopraffazione, che certo esistono in ciascuno di noi. Li dobbiamo riconoscere, non metterli in atto. Non so se siano occidentali o universali, ma sono i principi basilari della psicoanalisi. Altrimenti, si può benissimo fare un altro mestiere. Mi sono ricordato di aver discusso in precedenza un caso clinico portato da una psicoanalista del loro gruppo. L’analizzante era un sociopatico che faceva spaccio di stupefacenti, e suppongo che con i guadagni di quello spaccio pagasse anche l’analisi. Dissi all’analista che secondo me doveva imporre come conditio sine qua nondell’analisi il fatto che lui smettesse di spacciare. Altrimenti, di fatto, l’analista usufruiva di danaro guadagnato col crimine, ne era oggettivamente complice. Di solito i miei interventi sono bene accetti dai colleghi russi, ma con mio stupore quell’intervento non venne accettato. Secondo loro, il problema di come il paziente si finanziasse l’analisi era irrilevante. Qui è la differenza, e non credo che sia tra democrazia occidentale e democrazia orientale. La psicoanalisi è un legame sociale e, come tutti i legami sociali, dipende da principi etici che sono, anche, in parte, i principi della Polis in cui l’analista e i suoi analizzanti vivono. Nemmeno lo psicoanalista può essere imparziale.

 

01/03/2022

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059
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