La ripresa di Elvio Fachinelli: tra Kierkegaard e Heidegger

Nel tempo, la figura di Elvio Fachinelli ha accusato un non indifferente blocco esegetico, che ne ha tenuto l’opera in balia di due fuochi: da un lato, la sua cieca e incondizionata adozione, che ne ha impedito un effettivo approccio critico; dall’altro, la sua aprioristica riduzione a pensatore del ’68 o, più generalmente, a paladino della sinistra radicale freudiana à la Wilhelm Reich e Herbert Marcuse.  Secondo il primo dei due approcci, che è sintetizzabile nell’espressione “non c’è nulla di tipico in Fachinelli”, la sua opera sarebbe una sorta di manifestazione non contestualizzabile nel panorama teorico e culturale in cui è stata scritta.  Le tesi di Fachinelli sarebbero qualcosa di radicalmente nuovo e non riconducibile a nessuna influenza specifica, che sia psicoanalitica, filosofica o politica.  Questo approccio quasi mistico alla sua opera, che assume la forma del memoriale, è grosso modo ciò che Fachinelli stesso, in Cultura e necrofagia, ha definito commemorazione: “un tempo ciclico […] come l’anniversario, la coincidenza, la ricorrenza”[i].  È chiaro che un simile atteggiamento, rifiutando l’impegno di una lettura critica, non può che paralizzare qualunque serio tentativo di discernere ciò che è un contributo originale di Fachinelli (e che dunque costituisce la vera e propria eredità del suo pensiero) da ciò che invece costituisce una semplice rilettura di un particolare aspetto del suo Zeitgeist.

 

Volendo continuare ad adottare la distinzione di Cultura e necrofagia, potremmo accostare il secondo approccio alla pratica della rievocazione: “l’atteggiamento di nostalgia per un evento o serie di eventi resi sublimi e unici appunto dalla nostalgia”.[ii]  Secondo questo filone, o Fachinelli non sarebbe altro che un freudo-marxista tardivo, oppure il suo contributo rimarrebbe indissociabile da una corrente di pensiero eversivo-utopistica stigmatizzata dalla cosiddetta “fobia del potere”,  come alcuni hanno detto di Foucault.[iii] Insomma, Fachinelli non sarebbe riuscito ad evadere dal circuito autoreferenziale della trasgressione, rimanendo un eterno polemizzatore, un anarchico che non avrebbe visto il lato oscuro e violento del ’68 ma si sarebbe limitato ad aderirvi entusiasticamente e in modo acritico.  Così, ad esempio, Luciano Amodio lo ricorda come qualcuno “rimasto vittima del mito dell’impegno”, del “ricatto moralistico” degli anni della rivoluzione fallita.[iv]

A riguardo, in questo breve scritto vorrei fornire un piccolo esempio della produttività di una lettura critica dell’opera di Fachinelli, una lettura che non si limiti né a rinchiudere le sue tesi e proposte in una teca da museo, né a stigmatizzare a prescindere la sua figura come quella di un anarchico disfattista.  Piuttosto, ritengo che gli scritti di Fachinelli contengano un intrico di rimandi, citazioni e riferimenti più o meno impliciti che, se scovati e seguiti fedelmente, possono condurre il lettore sulla soglia di un’altra scena, che meglio approfondisca il contenuto ‘manifesto’ della sua scrittura.  Per rendere ragione di quanto sto dicendo, intendo qui sfatare una convinzione piuttosto assodata, che riguarda il concetto di ripresa, apparso per la prima volta, si ritiene, nel terzo atto de Il paradosso della ripetizione.[v]  Ritengo che il seguente contrappunto sia passato sinora inosservato principalmente per due ragioni:

1)     Per la scarsa attenzione attribuita dai commentatori alle opere “giovanili” di Fachinelli, quelle che possono definirsi come appartenenti al suo periodo ‘psichiatrico’[vi]: difatti, si è soliti far risalire l’anno zero della produzione di Fachinelli al 1965, anno in cui è uscita la traduzione de La Negazione di Freud con il commento L’ipotesi della distruzione in Sigmund Freud, nel numero 1 della rivista Il Corpo.  Questa datazione imprecisa, a sua volta, deriva da un lato dalla elevata visibilità (e anche dalla maggior organicità) de L’ipotesi della distruzione, ripubblicato nella raccolta Il bambino dalle uova d’oro,[vii] oltre che nella ristampa completa de Il Corpo, curata da Giovanni Bonoldi[viii]; dall’altro, dalla difficilissima reperibilità dei testi precedenti, che secondo la Bibliografia cronologica completa degli scritti e delle traduzioni di Elvio Fachinelli ricostruita da Lea Melandri[ix] sono la Tesi di specializzazione in Psichiatria[x] e il testo Nuovo significato del disegno e recupero magico del passato nell’opera di un’artista psicotica[xi].

2)     Per il rimando esplicito – e sviante – che Fachinelli compie in Il paradosso della ripetizione, attribuendo la fonte della ripresa al filosofo danese Søren Kierkegaard e, più di preciso, alla traduzione del termine Gjentagelsen fornita da Angela Zucconi nell’edizione Comunità del 1973, che predilige “ripresa” al più piatto “ripetizione”[xii].

La mia tesi invece è che Fachinelli assuma il suo concetto di ripresa da Martin Heidegger, e non da Kierkegaard. Se non si tiene conto dei già menzionati due scritti del periodo ‘psichiatrico’, in particolare del secondo, il nome di Heidegger non può che suonare ambiguo se accostato a quello di Fachinelli. Eccetto un ampio riferimento in un paragrafo di Nuovo significato, il suo nome non comparirà più nei lavori dello psicoanalista trentino.  Ma resta il fatto che, per pervenire alla sua nozione di ripresa, Fachinelli terrà in grande considerazione la ripetizione (Wiederholung) di Essere e tempo.  Questa specificazione ci permette di capire come, a partire dal 1963, anno di presentazione di Nuovo significato, Fachinelli fosse già impegnato nella ricerca di una nozione ‘propulsiva’ di ripetizione, ovvero di una ripetizione non vincolata ad un’ingenua nozione di eterno ritorno dell’uguale e alla coazione a ripetere (Wiederholungszwang) descritta da Freud.  A riprova di quanto sto dicendo, lo stesso Fachinelli, in Il paradosso della ripetizione, non ha esitato alla fine ad annoverare la ripresa propriamente kierkegaardiana tra le ripetizioni “tristi”: la ripresa come Gjentagelsen non sarebbe meno insufficiente, pessimistica e negativa di quella freudiana (o, per lo meno, della ripetizione per come essa è intesa dalla doxa post-freudiana).

Per di più, colpisce come in Nuovo significato Fachinelli non si limiti ad abbozzare una prima distinzione tra una ripetizione coatta e negativa ed una ripetizione propulsiva e trasformativa (qui definita provvisoriamente “replica”, successivamente sussunta tra le ripetizioni negative), ma intenda quest’ultima nello stesso modo in cui Pietro Chiodi, nella sua traduzione italiana di Essere e tempo, traduce la Wiederholung di Heidegger: ripresa.

A sua volta, questa specificazione ci servirà a rimarcare come la nozione di ripresa aiutasse Fachinelli a sottolineare che la psicoanalisi, nella sua essenza politica, non fosse repressiva e reazionaria (come riteneva, ad esempio, Giovanni Jervis), ma uno strumento rivoluzionario, in quanto anzitutto capace di porre le giuste domande.

 

La ripresa come Gjentagelsen

Nella terza parte de Il paradosso della ripetizione (1973), uscito a puntate su L’erba voglio a partire dal 1971, Fachinelli propone la sua teoria della ripetizione.  Secondo lo psicoanalista trentino, la psicoanalisi post-freudiana (ma anche il Freud della seconda topica) concepisce solo il “lato cattivo” della ripetizione. Così intesa, quest’ultima non sarebbe altro che un meccanismo coatto che ritaglia la realtà secondo specifiche regole pregresse, da cui a sua volta scaturirebbe uno schema irriducibile e immodificabile.  In questa visione strettamente deterministica, l’individuo rimane imprigionato in un circuito che non può in alcun modo mettere in discussione: si ripete il proprio sintomo, si ripete il proprio Edipo, si ripete – nella versione impoverita della pulsione di morte – il proprio tentativo di fare ritorno all’inorganico.  Per Fachinelli, Freud avrebbe colto la prevalenza di questo lato cattivo della ripetizione attraverso la ricostruzione delle esperienze di vita dei suoi pazienti (veterani di guerra traumatizzati in primis) e dell’analisi del transfert.

“Per Freud […] il passato diventa presente: è il transfert, l’agire […].  Ma in questo modo il presente quasi non esiste di per sé, non incide; e poiché l’esperienza passata risulta essere, in buona parte, ‘al di là del principio di piacere’, la sua ripetizione tende ad essere ripetizione del negativo.”[xiii]

Insomma, Fachinelli imputa a Freud una concezione del presente unilateralmente vincolata al passato, ma questo vincolo non rimanda ad una diacronia che sarebbe immodificabile perché soggettiva e irripetibile, piuttosto il presente viene a coincidere con l’attualizzazione di una mera copia del passato e in questo modo subordina l’avvenire alla logica di quanto già avvenuto.  Ma, opponendosi alla “generalità dei fenomeni di coazione a ripetere”[xiv], Fachinelli non intende di certo negare l’esistenza stessa del fenomeno di ripetizione, né tantomeno farne prevaricare la controparte vitalista e generativa. Il riesame dei fenomeni di ripetizione non deve indagare la ripetizione in sé, ma quel qualcosa “che è al di là di [essa]”[xv] e che Fachinelli pone in stretta relazione con la pulsione di morte.  La ripetizione deve essere pensata non come una causa, la quale implicherebbe il rimando ad un modello deterministico e unilaterale, ma come principio.  Più di preciso, concepire la ripetizione come principio, e non come causa, permette non solo di mettere in crisi la logica meccanicistica e – soprattutto – non dialettica introdotta dagli eredi di Freud per sbarazzarsi della pulsione di morte, ma anche di intendere il fenomeno della ripetizione tout court come “due fasi o momenti [distinti] della vita umana”.[xvi]  Per Fachinelli infatti, poiché la realtà è prima di tutto una “realtà storico-sociale”, dunque diacronica e complessa, non esiste un ricalco perfettamente coincidente del passato sul presente.  La ripetizione non è aprioristicamente e puramente uguale a se stessa. Piuttosto, si tratta di scorgere, al di là della presunta flessibilità o rigidità individuale, lo “specifico tipo di ripetizione” tra i tre possibili:

1)     La replica, ovvero una “riedizione pressoché puntuale del già dato”[xvii] che si limita a trasfigurare il passato nel presente.

2)     La riduzione, cioè un tipo di ripetizione impoverita, “più schematica”[xviii] e degradata.

3)    La ripresa, quel particolare tipo di ripetizione che, ri-presentando il passato, rimette in atto la vita, aprendola alla conferma o alla modificazione.[xix]

Questa distinzione permette a Fachinelli di evidenziare “come la ripetizione sia solo un termine generale”[xx], un concetto che indica “varie possibilità” e “modalità distinte”.[xxi]  Questo risvolto è imprescindibile se pensiamo, ad esempio, all’inconscio da un punto di vista etico.  Dire che l’individuo è determinato dall’inconscio, che è totalmente asservito alla sua logica causale, vuole allo stesso tempo dire de-responsabilizzarlo dal proprio sintomo.  Con questa specificazione invece, Fachinelli può evidenziare come anche la più cieca delle ripetizioni rappresenti un tentativo di “riaprire una questione che ogni volta viene chiusa”[xxii], ovvero di riportare il registro inconscio dal caso/causa alla scelta, e di riconsiderare ogni formazione sintomatica, prima di tutto, come una formazione di compromesso nel senso strettamente freudiano del termine, e cioè come un modo particolare di godere. Il soggetto diviene dunque responsabile della propria ripetizione e la sua immobilità, il suo essere giocato dall’inconscio, non è altro che “un’immobilità ad andare oltre, a superare la prova che ogni volta essa stessa [la persona] si prepara”.[xxiii]

Per fornire un esempio, il caso più radicale di ‘responsabilizzazione’ rispetto al proprio sintomo proposto da Fachinelli è probabilmente quello delineato in Tutti cristiani, un articolo molto controverso e che gli costò il disaccordo di diversi suoi colleghi e collaboratori[xxiv]: qui Fachinelli interpreta il conflitto israelo-palestinese leggendo l’ostilità israeliana come un’inconscia identificazione collettiva con l’aggressore, e cioè con i nazisti[xxv], concludendo che la barbarie di quel determinato conflitto non era semplicemente un trionfo differito del nazismo (e dunque una mera ripetizione inscenata con attori diversi), ma anche – e soprattutto – uno specifico modo dei guerriglieri israeliani di godere del proprio sintomo (l’identificazione con l’aggressore nazista).

Poche pagine dopo, nel saggio sulla ripetizione, Fachinelli dichiara di aver adottato il termine ripresa dalla traduzione del testo di Kierkegaard Gjentagelsen, curata da Laura Zucconi (le precedenti traduzioni tendevano a soffocare il termine traducendolo semplicemente come “ripetizione”).  Ad esempio, in un passaggio molto significativo del saggio, Kierkegaard scrive:

“La dialettica della ripresa è facile, quello che si può riprendere è già stato, altrimenti non si potrebbe riprendere, ma proprio in questo essere già stato consiste la novità della ripresa.”[xxvi]

Dunque mentre nella ripetizione il presente è incatenato al ritorno di un passato puntuale e inemendabile, la ripresa permette di ricominciare il passato, di riaprirlo alla possibilità del cambiamento.

Per motivare la propria scelta terminologica, nella prefazione alla traduzione, Zucconi dice che “si parla di ripresa [ad esempio] nella musica (il segno che indica il punto in cui si deve ripetere parte del pezzo musicale); per chi gioca, la carta di ripresa è quella che serve a rientrare: così si parla della ripresa di un motore, della ripresa di una gara.”[xxvii]

Per dirla alla Kierkegaard, la ripetizione (negativa) avviene (e fallisce) esclusivamente sul piano estetico: il giovane Constantius si reca a Berlino, dove è già stato in passato, con l’intento di provare nuovamente un piacere già esperito.  A tal fine, cura meticolosamente ogni dettaglio che contribuisca alla perfetta riproduzione dell’esperienza precedente, ma questa esperienza non riesce. Il piacere ricercato ed una volta provato è irripetibile, contronatura, ma non nel senso interdittorio dell’oggetto perduto freudiano.  La ripetizione dell’uguale non esiste perché la realtà è troppo complessa per tornare sui suoi passi.  È ciò che André Green ha definito il vincolo della diacronia: niente può invertire il senso del percorso dalla nascita alla morte, l’ordine di andamento diacronico è, semplicemente, irreversibile.[xxviii]  La ricerca della ripetizione è vana, perché quel che è passato sul piano estetico è perduto per sempre.  Analogamente, la morale dell’apologo kierkegaardiano è che “chi tenta di ritornare sui propri passi sperando di trovare la felicità al punto in cui l’ha lasciata non solo s’inganna, ma finisce per perdere se stesso lungo la strada”.[xxix]  La scorciatoia (estetica) della ripetizione non garantisce al soggetto alcuna possibilità di soddisfacimento ma, al contempo, e qui sta tutta la problematicità della sua tesi, Kierkegaard specifica che l’autentica ripresa come “ricordare procedendo”[xxx] è possibile solo sul piano religioso. Infatti, pur indicando nella ripresa il fondamento di ogni concezione etica possibile, è solo la trascendenza dall’etica alla dimensione religiosa a garantire un’esperienza che rompa i limiti del fallimentare ritorno dell’uguale.  Fachinelli è molto attento nel notare questa clausola posta dal filosofo danese e può quindi dedurne che “fuori di questo ‘movimento religioso’, la conclusione di Kierkegaard sembra corrispondere a quella di Freud. La ripetizione non esiste, asserisce Constantius; la ripetizione è fondamentale, sostiene Freud: eppure entrambi finiscono per ritrovare, sembrerebbe, la ripetizione del negativo.”[xxxi]

Escludendo la dimensione religiosa infatti, ecco che anche il presente di Kierkegaard retrocede a “contenitore passivo”[xxxii] del passato, ristabilendo la monotonia della ripetizione negativa.  Nella ripresa fachinelliana invece, il passato assume parte in causa nel presente e offre la possibilità di trovare una direzione alternativa alla ripetizione.

Oltre tutto, per fugare ogni accusa di “euforico ottimismo verbale”[xxxiii], Fachinelli specifica che sottolineare l’importanza della ripresa rispetto alla nozione indistinta di ripetizione non significa aderire ad un presunto e banale vitalismo ideologico, per cui tutto ciò che è nuovo è buono e tutto ciò che è vecchio e passato è cattivo.  Piuttosto, la chiarificazione dei vari tipi di ripetizione permette di cogliere alla radice un tipo di funzionamento dell’umano che altrimenti, se lasciato preda del determinismo semplicistico di certa psicoanalisi ortodossa[xxxiv], rischia di apparire esso stesso ideologico e reazionario.

 

La ripresa come Wiederholung

Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, dire che Fachinelli abbia derivato in toto il suo concetto di ripresa da Kierkegaard appare un’affermazione piuttosto problematica.  Anzi, sembrerebbe proprio che nella discussione della Gjentagelsen Fachinelli finisca per prendere le distanze da Kierkegaard, limitandosi a conservare solo la traduzione del termine, e non il suo significato preciso: dicendo che la ripresa è attuabile solo sul piano religioso, il filosofo danese finisce per presentare un tipo di ripetizione che è persino più grigio di quello di coazione a ripetere freudiana.  Oltre tutto, sin dalla prima occorrenza del concetto, Fachinelli ne sottolinea la “forzatur[a]”[xxxv], come a suggerire l’esistenza di una ripresa ‘pura’, che coincida con le sue aspettative.

Evidentemente allora, il bisogno di Fachinelli di esaltare la faccia positiva della ripetizione viene da più lontano, e precisamente da uno scritto in cui lo stesso Fachinelli non può ancora essere considerato un vero e proprio ‘freudiano’.  A riguardo, si può arrivare persino a dire che la questione della ripetizione non si è posta a Fachinelli in termini psicoanalitici.  Essa sarebbe antecedente alla psicoanalisi e, in un certo senso, la lettura approfondita del testo freudiano non avrebbe fatto altro che riaprire una faccenda già in gioco. In poche parole, la ripresa riguarderebbe prima di tutto la questione della temporalità, un’ossessione che, evidentemente, per Fachinelli andava persino al di là del suo rapporto di amore/odio con la psicoanalisi.  Per corroborare quanto sto dicendo, è sufficiente fare un salto indietro di dieci anni e andare ad uno scritto del tutto trascurato dai commentatori, e cioè Nuovo significato del disegno e recupero magico del passato nell’opera di un’artista psicotica, lavoro presentato al II Colloquio internazionale sull’espressione plastica e uscito l’anno successivo nell’Archivio di psicologia, neurologia, psichiatria.  Già nel suo scritto precedente, la Tesi in Psichiatria, Fachinelli aveva avvicinato la questione della temporalità con un’analisi differenziale della fobia e della nevrosi ossessiva.  Detto molto brevemente, mentre il fobico affronterebbe la propria relazione con l’oggetto minaccioso in termini spaziali, il dilemma dell’ossessivo si porrebbe in termini temporali.  Inoltre, se nella Tesi il principale referente di Fachinelli era von Gebsattel, di cui in La freccia ferma conserverà la nozione di antieidosossessivo, qui i suoi interlocutori sono Ludwig Klages e Martin Heidegger.  Del primo, Fachinelli apprezzerà l’approccio eterodosso alla grafoanalisi, l’avversione all’iper-razionalismo e l’atteggiamento dichiaratamente antiaccademico; del secondo invece adotterà, in un riferimento isolato e senza continuazione, l’analitica esistenziale dell’angoscia e della paura, vere e proprie riconcettualizzazioni delle precedenti analisi su fobia e ossessione.  Dire che a quel tempo Fachinelli fosse ignaro della psicoanalisi è certamente un azzardo, visto che la sua analisi didattica con Musatti era cominciata già l’anno precedente, (oltre al fatto che a Ville Turre, la clinica in cui lavorava a quei tempi, l’approccio psicoanalitico era tutt’altro che denigrato).  Ma a giudicare dai pochi e polemici riferimenti a Freud di questo periodo, è altamente probabile che la sua forma mentis fosse più vicina alla Dasein-analyse di Binswanger e alla psichiatria dinamica.  Difatti, in questo scritto, il nome del padre della psicoanalisi ricorre una volta sola, stipato in una nota verso la fine del testo.  Qui Fachinelli, parlando della temporalità in psicoanalisi, non fa nemmeno riferimento alla Wiederholungszwang, la coazione a ripetere, ma si limita ad accennare al costrutto di regressione, prendendone drasticamente le distanze (anni dopo, l’operazione verrà ripetuta in Il paradosso della ripetizione, in cui Fachinelli rinominerà la regressione ‘riduzione’[xxxvi]):

“Mi rendo conto che l’interpretazione temporale qui proposta potrebbe da qualcuno essere ridotta a un particolare aspetto della regressione freudiana, ma si tratterebbe, per l’appunto, di una riduzione a uno schema interpretativo, laddove mi sono invece sforzato di non oltrepassare l’ambito di una analitica esistenziale di determinate situazioni.  E inoltre, il concetto di regressione difficilmente consente la distinzione tra i diversi modi, autentico e inautentico, di affrontare la propria finitudine, distinzione che pure rientra tra le possibilità dell’esserci.”[xxxvii]

Pertanto, da un lato, Fachinelli afferma di non essere interessato a ricondurre le proprie ipotesi allo schema interpretativo della psicoanalisi e, dall’altro, critica questo stesso schema perché eccessivamente semplicistico e unilaterale, e quindi incapace di favorire una riflessione sufficientemente aperta alla complessità dell’esperienza umana.  Ma perché Fachinelli ricorre alla questione della temporalità in questo scritto? Sinteticamente, Nuovo significato riporta il resoconto del caso clinico di Laura G., paziente di Villa Turro di 59 anni affetta da psicosi paranoidea. In particolare, viene presentata un’analisi dei disegni prodotti da Laura durante il ricovero, disegni che si discostano nettamente da quelli del periodo prepsicotico. Difatti, scrive Fachinelli, mentre questi ultimi sono “costantemente figurativ[i]” e “non dimostra[no] apprezzabili influssi di correnti pittoriche contemporanee più intellettualistiche” (mirando piuttosto a rappresentare momenti di vita “immediatamente comprensibili”), l’impressione che lasciano i disegni del periodo di degenza è quella di “una rappresentazione di momenti ‘estatici’ […] in cui lo scorrere del tempo consueto è per un attimo sospeso”.[xxxviii]  Spesso, i disegni contengono un punto di partenza “naturalistico” che si sviluppa in modo sempre più “enigmatico”, “stridente” e fuori da ogni possibile canone rappresentativo. Sembra che “siamo di fronte a un discorso segreto, di cui ci sfugge il senso perché ne ignoriamo le parole e la sintassi”, un discorso in cui la rappresentazione “mira al di là della rappresentazione”.[xxxix]

Per il Fachinelli del 1963, il disegno “permette di cogliere visivamente l’elaborazione simbolica di un dato elemento in modo sempre più personale e inconsueto, parallelamente al tentativo di recupero e di valorizzazione del passato personale”.  L’atto stesso del disegnare è concepito come medium che si interpone tra l’intenzione rappresentativa (il tentativo di riattualizzare un momento del passato più o meno vivido) e l’emersione contingente di un materiale nuovo, come un segno “vagante” che, nell’atto di riscoprire il passato, si apre al futuro.  Man mano che il disegno procede, la “rinuncia […] ad ogni strutturazione contenutistica” permette l’affluenza di una quantità innumerabile di materiale randagio, un “afflusso inaudito” di frammenti biografici staccati dal loro significato originario.[xl]

È il tempo il filo conduttore dei disegni di Laura.  Ma non un tempo cronologico, lineare, scandito dal susseguirsi di istanti tra loro equivalenti. E nemmeno un tempo riflessivo, soggettivato, introspettivo.  È più che altro un tempo “vissuto [in modo] patico”, in cui si intersecano avvenimenti della vita “diversissim[i] e cronologicamente disgiunt[i]”, che formano un unico avvenimento presentificato, “onnicomprensivo”[xli]. Gli accadimenti del passato ritornano in una forma distolta dal loro tempo originario e vengono saldati “in una sorta di istantaneità extrastorica”.  Come nel caso di Suzanne Urban di Binswanger[xlii], anche qui assistiamo a un vero e proprio “raggrinzimento della struttura temporale”[xliii].  Ma, specifica Fachinelli, la differenza tra Suzanne e Laura è che quest’ultima, con la ripresentazione del passato angoscioso, non si rinchiude in un tempo immodificabile.  Piuttosto, il futuro evocato dai frammenti del passato è un futuro che preme per la sua vicinanza angosciosa, un futuro che è già lì, aperto alla possibilità di una nuova tessitura del passato, a una sua combinazione inaudita.  È esattamente a questo punto che interviene Heidegger.

Per illustrare i rapporti tra il vissuto di Laura e la temporalità, Fachinelli evoca la distinzione proposta in Essere e tempo tra l’angoscia (Angst) e la paura (Furcht).  Mentre la prima trova il suo fondamento nell’estasi temporale del futuro, “la situazione affettiva [della paura] si temporalizza primariamente nell’essere-stato, nel passato”.  Anticipando la sua nota analisi della ripetizione freudiana, Fachinelli vede in queste due condizioni due diversi modi di entrare in relazione o di rivivere in maniera coartata il proprio passato.  La paura infatti, come aspettativa dell’oblio di sé, è un passato che ritorna e si imprime sul futuro, irretendolo.  Nella paura il soggetto vive la propria impotenza, si coglie come impossibilitato a far fronte agli eventi futuri e fugge nella prevedibilità anestetizzante del passato.  Nell’angoscia invece, sebbene il mondo intero precipiti in una fondamentale “insignificatività”, il ritorno del passato produce un’apertura (“la possibilità di un autentico poter-essere”, dice Heidegger) che sbocca verso “l’autentico avvenire”.  Mentre dunque la paura non fa che rimarcare l’aspettativa di un futuro minaccioso e sconvolgente, che immobilizza e rinchiude il soggetto nel ciclo dell’eterno ritorno, nell’angoscia abbiamo una “brusca rivelazione” che scuote il soggetto e lo sollecita a un ricominciamento trasformativo.  In Laura, questa brusca reminiscenza che infrange il ciclo piatto della monotonia è la malattia al cuore, la sua spada di Damocle, ma anche il segno di un’angoscia liberatrice.  In altre parole, la ripetizione e l’oblio non sono che due modi, rispettivamente autentico e inautentico, con cui il soggetto entra in rapporto con la propria temporalità.  Nell’angoscia, in particolare, il soggetto si coglie come mortale (nel caso di Laura, il frammento della malattia al cuore che le si impone ricordandole che la sua vita è in perenne pericolo), ma questo comprendersi come mortale equivale alla sua assunzione di ciò che egli è da sempre.  Se nell’oblio il soggetto fugge dinnanzi a se stesso, perdendosi nell’intramondano, nell’angoscia si mette in atto la ripresa, e cioè la ripetizione (Wiederholung) – per dirla alla Heidegger – del proprio essere fattuale, della propria inemendabile contingenza. Per quanto embrionale ed eccessivamente messianica, questa adesione di Fachinelli alla Wiederholung heideggeriana avrebbe un’applicabilità non riducibile alla sola esperienza artistica, confermando così l’impressione che Fachinelli stia cercando di delineare una specie di ripetizione ‘speciale’, in grado di rendere conto di un rimaneggiamento temporale che sia non senza radici con il passato e che si applicherebbe anche ad altre, svariate circostanze: la vecchiaia, la malattia grave, così come la Lebensbilderschau, l’esperienza catastrofale in cui, sul punto di morire, il soggetto è spettatore della rapidissima riproiezione della propria vita, che gli passa davanti agli occhi come in un’istantanea.

Come scrive Franco Volpi nel Glossario di Essere e tempo, la ripetizione è “l’attuazione autentica, ‘propria’ del passato in quanto indica la ‘ripresa’ di una possibilità già-stata di cui l’Esserci si ‘appropria’”.[xliv]

In conclusione, il Fachinelli ‘psichiatra’ avrebbe trovato nella ripresa heideggeriana un tipo di ripetizione più soddisfacente della coatta e imprigionante replica/regressione freudiana, un tipo di ripetizione che, indicando una riproposizione subitanea del passato, permette alla vita di riprendersi dal suo scadimento.

Un ulteriore e niente affatto trascurabile aspetto della vicenda è che Pietro Chiodi, nella sua traduzione italiana di Essere e tempo[xlv] (citata da Fachinelli), abbia scelto di tradurre Wiederholung con “ripresa”.  In questo senso, è probabile che la stessa Zucconi, nel dover tradurre la Gjentagelsen, si sia rifatta alla ripetizione propulsiva di Heidegger, e abbia così adottato anche lei la scelta di “ripresa” sulla base del suo potenziale modificativo (per quanto, in quest’ultimo caso, vincolato alla clausola della trascendenza religiosa).

Tirando le somme, il concetto di ripresa che Fachinelli espone in Il paradosso della ripetizione è concettualmente indebitato a Heidegger, tra i pochi (insieme a Deleuze e Lacan) ad aver offerto una possibilità pura e non trascendente di ripetizione non negativa.   In secondo luogo, stando così le cose, diviene chiaro come l’esigenza di Fachinelli di tematizzare una ripetizione rigenerante, modificante, sia stata inizialmente formulata all’esterno della psicoanalisi, la quale avrebbe riassorbito il concetto solo secondariamente. Ma allora, ci si potrebbe a ragione domandare, per quale motivo riportare la ripresa dentro la psicoanalisi? E soprattutto, perché la psicoanalisi avrebbe bisogno di un rovescio positivo della ripetizione?

 

Psicoanalisi reazionaria e psicoanalisi rivoluzionaria

Il saggio in cui Fachinelli aveva formulato la sua distinzione tra i tre tipi di ripetizione uscì nel numero de L’erba voglio di marzo-aprile del 1973.  Il 19 e il 20 maggio di quello stesso anno, a distanza di appena un mese, ebbe luogo a Padova il Convegno nazionale “Psicologia, ruolo dello psicologo e istituzioni”, un’iniziativa che intendeva discutere criticamente le motivazioni politiche che avevano portato alla creazione delle facoltà di Psicologia di Padova e di Roma. All’iniziativa, Fachinelli partecipò leggendo La gabbia di Freud, un testo che attaccava duramente l’istituzione psicoanalitica, tacciandola di essere una “corporazione” dotata di un “sapere-potere separato” rispetto al resto delle professioni cliniche e di aiuto.[xlvi] In particolare, Fachinelli criticava i metodi affiliativi della SPI, che anziché sciogliere non facevano che rafforzare i legami di dipendenza tra analista e supervisore.  Per far fronte a questa degenerazione del potere e della burocrazia, Fachinelli arriva a proporre il distacco dell’analisi personale dall’Istituzione e la predisposizione di gruppi di autoformazione di libero orientamento, in modo da permettere un confronto continuo delle esperienze dei partecipanti.

Alla lettura del testo, seguì una polemica con Giovanni Jervis, che rispose a Fachinelli prendendo la parola subito dopo di lui. È vero, disse Jervis, che la psicoanalisi rappresentava a quel tempo una realtà altamente corporativa formata da piccoli gruppi, ma il suo principale problema non andava localizzato nella congiunzione tra sapere e potere.  Piuttosto, il limite della psicoanalisi stava nella sua incapacità di far fronte alla crescente richiesta di trattamento da parte della popolazione. Mai come oggi, sosteneva Jervis, la psicoanalisi “si pone l’esigenza, la necessità dal punto di vista di mercato, di ampliare l’offerta, e di ampliarla al di fuori di quella che è l’offerta troppo ristretta delle società psicoanalitiche”[xlvii].  Secondo Jervis, ciò che dice Fachinelli è profondamente inattuabile, perché l’idea di un rinnovamento interno della psicoanalisi, di una destrutturazione del suo sistema affiliativo/corporativo è in contraddizione con la sua ideologia profondamente conservatrice: la psicoanalisi è qualcosa di essenzialmente “antirivoluzionario”. Essa è scienza borghese, un’ideologia non soltanto funzionale al sistema, ma ad esso necessaria.

Anzi, per Jervis, Fachinelli sarebbe rimasto abbindolato da quello che è il vero pericolo della psicoanalisi: il fatto cioè che essa si presenti, più di ogni altra disciplina, come falsamente rinnovatrice proprio perché “il suo contenuto reazionario” è “più nascosto” e “più subdolo”[xlviii].

La replica di Fachinelli sarà tempestiva (avvenne durante la stessa sessione del Convegno, per poi uscire anche sul successivo numero de L’erba voglio): mentre per Jervis l’aumento della domanda di trattamento psicoanalitico è frutto di una falsa emancipazione politica, grazie a cui la psicoanalisi riesce a dare un’immagine meno borghese di sé, per Fachinelli questo fenomeno vale a rovescio.  Non è il “riflusso” politico a permettere un allargamento della domanda, ma sarebbe proprio il successo della psicoanalisi nel cogliere gli spettri dell’involuzione politica a renderla così richiesta e attuale. Pertanto, non si tratta di porre l’esigenza di una ‘nuova psicoanalisi’, ma di formulare “un diverso modo di intendere il lavoro politico”, di prospettare cioè una politica che non divida ideologicamente la dimensione pubblica da quella privata, e dunque la politica stessa dalla non-politica.  La psicoanalisi, è vero, è intrinsecamente politica, ma è necessario distinguere una psicoanalisi reazionaria e regressiva, ovvero vincolata a una ripetizione identica e affiliativa del potere, da una psicoanalisi rivoluzionaria, che sappia mantenere aperto l’avvenire ponendo le giuste domande senza chiudersi nella cieca riproduzione del circolo sapere-potere.  Per Jervis, la psicoanalisi sta ritardando la propria dissoluzione, e il suo perseverare nei meccanismi istituzionali non è altro che un modo reazionario di ritardare la propria morte.  Per Fachinelli, “nella psicanalisi, nonostante gli anatemi zdanovisti lanciati contro di essa, e nonostante le distorsioni che ha subito storicamente, c’è qualcosa che dura, che pone delle domande, e non soltanto soddisfa delle domande di promozione sociale”.[xlix]  Non sarà la ripetizione reazionaria dei meccanismi affiliativi di potere a mantenere viva la psicoanalisi, ma la sua ripresa: in un mondo in continua trasformazione, non sarà resistendo alla mutazione della realtà (politica e sociale) che la psicoanalisi troverà la sua ragion d’essere, ma ponendosi nella prospettiva di chi, rispetto a tutto ciò, saprà porre le giuste domande sulla base delle precedenti e inadeguate risposte.  Così come “Socrate non può entrare a far parte dell’aeropago, pena un radicale stravolgimento del suo insegnamento”[l], così la psicoanalisi non può soggiacere alla cieca ripetizione del proprio modello istituzionale (affiliativo e di potere), pena il proprio decadimento a disciplina reazionaria, e cioè a istituzione della ripetizione.[li]

 

Bibliografia

Binswanger, L. (1994) Il caso di Suzanne Urban. Storia di una schizofrenia (Venezia: Marsilio).

Bonoldi, G. (cur.) (1976) Il Corpo 1965-1968 (Milano: Mozzi).

Borso, D. (cur.) Fachinelli, E. (2016) Al cuore delle cose. Scritti politici (1967-1989) (Roma: DeriveApprodi).

Ceccarello, F. De Franceschi, F. (1974) Psicologi e società (Milano: Feltrinelli).

Conci, M. Marchioro, F. (1998) Intorno al ’68. Un’antologia di scritti (Bolsena (VT): Massari).

Fachinelli, E.:

-        (1963) Nuovo significato del disegno e recupero magico del passato nell’opera di un’artista psicotica (ristampa inedita). 

-        (2010) Il bambino dalle uova d’oro (Milano: Adelphi).

Green, A. (2006) La diacronia in psicoanalisi (Roma: Borla).

Heidegger, M. (2015) Essere e tempo (Milano: Longanesi).

Kierkegaard, S. (1973) Timore e tremore/La ripresa (Modena: Edizioni di Comunità).

Melandri, L. (cur.) (2014) L’attualità inattuale di Elvio Fachinelli (Milano: IPOC).

Pirillo, N. (cur.) (2011) Elvio Fachinelli e la domanda della sfinge. Tra psicoanalisi e pratiche filosofiche (Napoli: Liguori).

 

 



[i] D. Borso (cur.), E. Fachinelli, 2016, p. 161.  Effettivamente, si direbbe che il ‘sapere’ fachinelliano, l’utilizzo di alcuni suoi concetti, se non addirittura la fruizione della sua opera tout court, abbiano trovato asilo per lo più in seminari, convegni ed altri eventi/’rituali’ a lui dedicati, trovando invece poca risonanza al di fuori di essi.

[ii] Ibidem.

[iii] È grosso modo la tesi di Francesco Conrotto, per cui “senza il riferimento alla lotta politica, intesa come ‘ideologia della liberazione’, [l’opera di Fachinelli] non sarebbe comprensibile”.  Cfr. F: Conrotto, Elvio Fachinelli tra psicoanalisi, filosofia e politica, in N. Pirillo (cur.), 2011, pp. 23-25.

[iv] L. Amodio, Un ricordo di Elvio Fachinelli, in M. Conci e F. Marchioro (cur.), 1998, p. 233.

[v] Cfr. E. Fachinelli, 2010, pp. 306-308, 310.

[vi] Definisco “psichiatrico” il triennio (1961-1963) in cui Fachinelli non aveva ancora adottato la psicoanalisi (e l’opera di Freud in particolare) come suo principale paradigma clinico, teorico e politico. Il suo campo di competenze, per quanto non del tutto estraneo alla psicoanalisi, verteva piuttosto sulla psichiatria dinamica, la psicopatologia descrittiva e la fenomenologia esistenziale.

[vii] Cfr. E. Fachinelli, 2010, pp. 21-42.

[viii] Cfr. G. Bonoldi (cur.), 1976, pp. 1-12.

[ix] Cfr. L. Melandri (2014), pp. 119-135.  Il primo testo riportato dall’indicizzazione della Melandri, non considerabile secondo il mio punto di vista uno scritto ‘psichiatrico’ è Albe Steiner: una difficile coerenza, apparso su Poliplast nel novembre-dicembre del 1959.

[x] Cfr. E. Fachinelli, A. Ermentini, Il contributo del test di Rorschach all’analisi strutturale della nevrosi fobico-ossessiva, in Rivista sperimentale di freniatria, vol. 85, n. 4, 1961, pp. 1-65.  Si tratta della Tesi di Specializzazione in Psichiatria, discussa presso l’Università di Milano nello stesso anno.

[xi] Cfr. E. Fachinelli, Nuovo significato del disegno e recupero magico del passato nell’opera di un’artista psicotica, in Archivio di psicologia, neurologia e psichiatria, vol. 25, n. 1, pp. 27-50, 1964.  Il testo fu precedentemente presentato al II Colloquio internazionale sull’espressione plastica, tenutosi il 3-4 maggio 1963 a Bologna.

[xii] Cfr. S. Kierkegaard, 1973, pp. 147-259.

[xiii] E. Fachinelli, 2010, p. 310.

[xiv] Ivi, p. 302.

[xv] Ibidem.

[xvi] Ivi, p. 303.

[xvii] Ivi, p. 306.

[xviii] Ivi, p. 307.

[xix] Sulla distinzione di replica, riduzione e ripresa e la loro politicizzazione nell’opera di Fachinelli si veda anche S. Benvenuto, La “ripresa” estatica di Elvio Fachinelli, in N. Pirillo (cur.), 2011, pp. 81-83 e, dello stesso autore, La “gioia eccessiva” di Elvio Fachinelli in M. Conci, F. Marchioro (cur.), 1998, pp. 266-268.

[xx] E. Fachinelli, 2010, p.306.

[xxi] Ibidem.

[xxii] Ivi, p. 307.

[xxiii] Ibidem.

[xxiv] Tra questi, Enzo Morpurgo: “fui tanto urtato e deluso da quell’intervento che per un po’ di tempo non ci frequentammo”.  Cfr. E. Morpurgo, Ricordo di un’amicizia, in M. Conci, F. Marchioro (cur.), 1998, p. 244.

[xxv] “Giacché sei stato bastonato, prendi il tuo bastone e bastona – un altro; giacché sei stato calpestato, sali sul tuo cavallo e calpesta – un altro (a che cosa serve ancora ripetere che, per Isaak Babel, un ebreo a cavallo cessa di essere ebreo e diventa cosacco.”  Cfr. E. Fachinelli, Tutti cristiani, in D. Borso (cur.), E. Fachinelli, 2016, p. 27.

[xxvi] S. Kierkegaard, 1973, p. 177.

[xxvii] Ivi, p. 155.

[xxviii] Cfr. A. Green, 2006, p. 42.

[xxix] S. Kierkegaard, 1973, p. 154.

[xxx] Ivi, p. 157.

[xxxi] E. Fachinelli, 2010, pp. 309-310.

[xxxii] Ivi, p. 310.

[xxxiii] Ivi, p. 311.

[xxxiv] Discorso in certa misura estendibile anche a Jacques Lacan: dopotutto, anche lui credeva nel determinismo dell’inconscio, sebbene fosse un determinismo simbolico e dunque meno semplicistico degli altri.

[xxxv] E. Fachinelli, 2010, p. 308.

[xxxvi] “Chiameremo infine riduzione una ripetizione più schematica e povera dell’originale […] preferisco quello termine a quello abusato di regressione” (ivi, p. 307).

[xxxvii] E. Fachinelli, 1964, ristampa inedita.

[xxxviii] Ibidem.

[xxxix] Ibidem.

[xl] Cfr. ibidem.

[xli] Ibidem.

[xlii] CfrL. Binswanger, 1994.

[xliii] E. Fachinelli, 1964, ristampa inedita.

[xliv] F. Volpi, Glossario, in M. Heidegger, 2015, p.611.

[xlv] Ivi, pp. 402-409.

[xlvi] E. Fachinelli, La gabbia di Freud, in D. Borso (cur.), E. Fachinelli, 2010, p. 95.

[xlvii] G. Jervis, Intervento di Giovanni Jervis, in F. Ceccarello, F. De Franceschi (cur.), 1974, p. 164.

[xlviii] Ivi, p. 169.

[xlix] E. Fachinelli, Replica di Elvio Fachinelli, in Ivi, p. 170.

[l] D. Borso, E. Fachinelli, 2016, p. 96.

[li] Il legame tra ripetizione e critica sociale rimarrà, per tutta l’opera di Fachinelli, un tratto fisso. Ad esempio, anni dopo, in un articolo apparso su La Repubblica (15 luglio 1977), Fachinelli definirà le istituzioni deputate all’inquadramento dell’ambiente sociale, alla sua computerizzazione e alla prevedibilità statistica dei suoi fenomeni come “istituzioni della ripetizione” (corsivo mio). Cfr. E. Fachinelli, Topi rodono il ministro, in D. Borso (cur.), E. Fachinelli (2016), pp. 149-150.

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059