L’esperienza oscura

 

“In filosofia non si può abbreviare nessuna malattia del pensiero. La malattia deve fare il suo corso naturale, e la cosa più importante è la guarigione lenta”

Ludwig Wittgenstein, Zettel, § 382

 

Questa discussione sulla pandemia di COVID-19[1] sembra implicitamente porre la domanda: esiste una norma per l’uomo? Un tempo era la filosofia che aveva il compito di istituire sistemi nei quali venivano posti dei limiti agli atti, e le loro nuove soglie ancora sconosciute Ha scritto Aristotele nella Politica:

 

“Per esempio una nave di una spanna non sarà più assolutamente una nave, così come non lo sarà una di due stadi e, in genere, una nave che sia troppo piccola o troppo grande non sarà in grado di affrontare bene la navigazione.” Aristotele, Politica, Libro 7, 1326b1

Queste restrizioni pertengono anche alla natura. Per esempio, c’è un peso critico corporeo sotto il quale la natura deve limitare la conformazione degli uccelli in grado di volare, dato il problema del librarsi in volo. Una volta che si ha il sistema, il quale determina la estensione di ogni elemento – apertura alare, peso corporeo, resistenza dei tessuti – a quel punto si può trovare il rapporto tra le varie estensioni possibili. Seguendo il sistema, o la critica in senso kantiano, arriviamo ai criteri o ad alcuni parametri che vanno a costituirsi come ‘norma’. I critici se ne avvalgono per formulare giudizi. Un critico di musica pop, adottando gli ultimissimi criteri, potrà quindi dire che una certa canzone pop presenta troppe progressioni di accordi.

Nello stesso testo, Aristotele pone i criteri che riguardano le città, in particolar modo la distanza ideale tra una città ben governata e il mare. Sembrerebbe che più il mare è lontano, tanto meglio sia. Ancora oggi, la minaccia che il mare pone è quella dello sconosciuto, dell’oscuro: stranieri, rifugiati, degenerati. Proprio per quelle ragioni che oggi suscitano avversione nella maggior parte di noi, i criteri di quella specie di cartello dotato di una costituzione che era la polis greca, gestita da pochi uomini che escludevano donne e schiavi dalla loro democrazia, non possono essere i nostri criteri della politica.

Dall’uso comune dei termini ‘naturale’ e ‘normale’, presumiamo che la natura sia un insieme di norme. Il principio generale di questo pensiero fuorviante è il conatus di Spinoza – la tendenza di tutti gli esseri a conservare sé stessi nel proprio essere. Però, se c’è una tendenza in ogni cosa (nella misura in cui le cose sono), è quella di prolungarsi a sufficienza in un ‘milieu’ per godere dell’essere-altro-da-sé ed essere altrove. Questi cambiamenti variano nella loro temporalità presso tutti i sistemi viventi e all’interno di ognuno di essi. Nel nostro corpo, la maggior parte delle cellule si rinnova nel giro di settimane, nuove immunità vengono acquisite e avvengono continue mutazioni. L’omeostasi rimanda a una stabilità relativa come caratteristica delle specie, mentre la speciazione produce uno scambio tra una serie di capacità precedenti con una serie nuova di capacità. Darwin si era occupato del rapporto tra milieu esterni e interni delle forme viventi, e noi possiamo intenderlo come reciproco adattamento di forme interne ed esterne. Difficile che la natura sia normale. Vale a dire, la forma nella forma vivente non è forma platonica, ma è qualcosa di simile al clinch, l’afferrarsi reciproco dei lottatori di wrestling che sembra indistinguibile dalla stretta di un abbraccio.

 

L’essere che attualmente ci sfida, il virus, si colloca in uno spazio intermedio nella nostra concezione di vivente e non vivente. Guido Pontecorvo, il genetista originario di Pisa, aveva fatto delle previsioni riguardo alle pandemie virali già nel 1948, ipotizzando che due forme non virulente di virus infettando uno stesso ospite possano generare una nuova forma da cui potrebbe in seguito derivare una pandemia del tipo di quella che stiamo attraversando. L’idea implicita in questa previsione era però che i virus si riproducano sessualmente, il che viola quella che è per noi la più comune ‘norma’ della vita. La concezione ‘normalizzata’ di riproduzione sessuale implica la presenza di organi specializzati allo scambio di materiale genetico. Ma, in realtà, qualsiasi meccanismo attraverso il quale abbia luogo una ricombinazione genetica è riproduzione sessuale.[2]

 

Abbiamo, specie in anni recenti, attribuito norme a noi stessi e a ciò che chiamiamo natura. Queste attribuzioni seguono un principio generale – l’ipofisica (hypophysics) – secondo il quale la natura coincide con il bene: una cosa è buona quando è in uno stato di vicinanza con la propria natura ed è male quando invece se ne distacca. È facilmente qui ravvisabile come il sistema Terra e gli animali siano stati moralizzati. Si sono prescritte norme anche per l’animale uomo. Per esempio, le ‘normali condizioni di vita’ sono presentate come un qualcosa di naturale per l’uomo da cui ogni deviazione viene vista con sospetto. Per Gandhi, questa norma era la vita idillica di un uomo facoltoso di casta superiore in un villaggio indiano. Per Giorgio Agamben, la norma consiste nelle ‘condizioni normali’ contornate di cultura in una idillica cittadina dove nelle chiese si continua a prescrivere il modo di vivere.[3] Sappiamo che sono sempre state le condizioni di vita di pochi privilegiati a diventare norme culturali, che alla maggioranza si son dovute negare queste stesse norme perché altri le ottenessero, e che i ‘pensatori borghesi’ teorizzano per conservare il proprio essere.

 

In questa serie di pensatori si distingue Pierre Clastres, perché anche lui possedeva una norma, benché non proveniente dal suo milieu, ma da quella che egli chiamava ‘società primitiva’. La deviazione dalla norma in una società primitiva fa sì che lo ‘stato’ appaia, e questo è l’istante preciso in cui l’uomo si snatura. Clastres ha cercato l’archeologia dello stato nelle società primitive. Ma tutto quello che è riuscito a trovare è che quando qualcosa, per esempio un’ascia di metallo, arriva in una società primitiva dall’esterno (il mondo moderno), il suo conatus crolla. Nelle sue parole vediamo l’immagine perfetta della norma umana, ovvero il conatus:

 

La società primitiva, quindi, è una società da cui nulla scappa, che non permette che nulla esca da lei, perché tutte le uscite sono bloccate.  È una società, di conseguenza, che dovrebbe eternamente riprodursi senza che nulla incida su di essa nel tempo.[4]

 

Possiamo chiamare a priori idillico le teorie dell’insieme di queste norme proposte, seguendo l’esempio usato da Foucault. L’a priori idillico è un derivato dell’ipofisica, vale a dire, un momento nella storia di pochi è interpretato come il modo naturale di essere poiché rappresenta la ‘condizione normale di vita’. Dietro molti fenomeni di ‘biopolitica’ ci sono rispettivi esempi di a priori idillico.

 

Fino al secolo scorso il compito di fissare norme apparteneva alla metafisica. La metafisica le fissava assumendo l’‘essere’ come differenziabile fondamentale. Nei ‘linguaggi di programmazione’ differenziabili troviamo la differenza tra ‘linguaggi assemblativi’ e ‘linguaggi compilati’. Il differenziato non è un predicabile del differenziabile, vale a dire, non diciamo mai che “la funzione è un’equazione lineare”. In metafisica questo tipo di operazioni hanno creato una serie di differenze come quelle tra Idea e cose, Dio e creature, e così via. Di questi abbinamenti, il primo termine è l’essere superiore che quindi fonda le norme per l’uomo. Sarà Heidegger a proporre una nuova importante divisione, quella tra essere ed enti, priva di un differenziabile, che chiamerà differenza ontico-ontologica. Questa strana differenza – che non si è mai capito se abbia senso o meno – ha portato la metafisica a un punto di stasi. Jean-Luc Nancy ha messo la parola fine a questo assillo quando ha scritto “l’esistenza si precede e si succede”.[5]

 

Queste riflessioni, che si costituiscono in una loro propria sequenza, ci mostrano che la natura non è naturale e indicano che ogni singola cosa ci accade non senza una ragione, ma anzi tutto ci spinge ad attribuire a esse una ragione. Infatti, sappiamo di essere in grado di prevedere il corso di una successione da una cosa a quella susseguente, o da uno stato a quello successivo. Anche questa pandemia era stata prevista varie volte in passato. Quando una previsione coglie il proprio obiettivo, si produce un senso di soddisfazione. Per esempio, si prevede che ogni anno ad agosto si manifesti il fenomeno delle stelle cadenti, e le nostre aspettative non restano mai deluse. Quando invece una previsione non viene soddisfatta dall’esperienza a subentrare è la sorpresa o la delusione. Malgrado tutte le previsioni di varie calamità nel mondo, continuiamo ad andare avanti con l’assoluta certezza che il mondo stesso non scomparirà, non verrà mai meno, anche se per questo non possiamo addurre alcuna ragione, perché non c’è nessuna ragione[6] per cui esso non debba svanire in questo preciso istante. La ragione ci spinge verso questa esperienza proprio come noi siamo da questa esperienza attratti. Da un punto di vista logico, possiamo accogliere questa esperienza – che è la più condivisa ma anche la più banale tra noi esseri umani – dicendoci che la fine del mondo non è un evento nel mondo, e quindi non è un evento.[7] Per adesso la indicheremo come esperienza oscura.

In tale frangente, da questa esperienza oscura consegue qualcos’altro. Come avrebbe in seguito scoperto Wittgenstein, le esperienze sono date a condizione che siano condivise nelle comunità, nel linguaggio collettivo. L’impossibilità di registrare un’esperienza assolutamente privata implica che nessuno riesce, da solo, a comprendere la suddetta esperienza. L’argomentazione di Wittgenstein mina del tutto l’autorità di ogni misticismo. Ci è rimasto invece questo banale mistero condiviso che non può essere codificato nella ragione, benché esso accerchi la ragione. Questa esperienza ordinaria – l’assoluta certezza che il mondo continuerà – non va a istituire nessuna norma, dato che è oscura. Pone viceversa l’esigenza di non ‘fare’ politica in modo tale che essa – l’esperienza più condivisa di tutte– si arrenda o a un apriori idillico o all’esuberanza tecnologica.

 

È arrivato il momento di ripensare il nostro rapporto con la tecnologia, sia che si tratti di bio-tecniche che di tecniche informatiche, e la loro crescente presenza. Qualcosa ha cominciato a cambiare radicalmente per l’umanità nell’Ottocento quando Semmelweis con la tecnica del lavaggio delle mani ha introdotto il concetto di barriera tra noi e i microbi. In seguito, grazie a Koch, Pasteur e molti altri, abbiamo cominciato a occuparci dei nostri ‘sistemi immunitari’ e a indirizzarli secondo i nostri interessi con l’uso di vaccini, antivirali e farmaci immunosoppressori. Il futuro avvento di nanomacchine (l’ingegneria su scala atomica è ormai una realtà)[8] che passeranno attraverso il nostro apparato circolatorio, in modo tale che i nostri sistemi immunitari siano completamente dipendenti dall’esterno, porterà a termine la nostra nuova speciazione.

 

Ma siamo anche la specie che ha tracciato un proprio sistema di circolazione sulla terra. Quando ‘noi’ all’incirca 50.000 anni fa abbiamo cominciato a vagare per la terra, abbiamo anche dato inizio ai processi di interconnessione tra regioni lontane, che avrebbero nel tempo portato alle vie della seta fino a internet. Da molti esempi ci è dato capire che il sistema immunitario esternalizzato e il sistema di circolazione globale di internet e delle merci sono collegati. Per esempio, proprio le medicine che regolano il sistema immunitario sono prodotte in Asia e poi viaggiano nel resto del mondo. I sistemi biomedici possono essere gestiti da lontano tramite internet. Tutti insieme stiamo per diventare un unico organismo creato da noi stessi sulla terra.

 

Che ne è della terra allora? Per quanto possa sembrare un pensiero che ci ripugna, anche ‘la Terra’ è già coinvolta in questo sistema di circolazione, che ha visto il suo inizio per lo meno con l’agricoltura. La salute dell’apparato circolatorio globale patirà nel futuro ancora traumi da parte di virus. Mohammed e Sandberg sostengono che la virulenza, sia dei virus organici che dei virus informatici, dipenderà dal livello di integrazione del sistema di circolazione globale, e ci mostrano che anche i virus organici saranno presto costruiti in laboratorio.[9]

 

Oggi i nazionalismi e varie inclinazioni etnocentriche pongono ostacoli allo stato di salute del sistema di circolazione globale. Dal canto suo lo stesso sistema circolatorio globale è in pericolo a causa di potenziali guerre bio-informatiche. Alla fine, le componenti di questo vecchio ordine mondiale saranno incluse in un insieme di nuove legislazioni. Comunque, è giunto adesso il momento e l’occasione (mentre si sta facendo esperienza di questa influenza nel sistema di circolazione globale) perché si pensino unitamente le forme future del nostro stare insieme, in quanto forme che sono condivise attraverso quella nostra comune esperienza, ordinaria ma comunque oscura. Ed è così che ritorniamo al principio: se noi, noi tutti e dappertutto, non capiamo che questo mondo è la coappartenenza in ugual misura di ognuno di noi nel condividere la misteriosa ma assoluta certezza della persistenza del mondo, e non creiamo nuovi concetti politici e nuove istituzioni, questa nave potrebbe rivelarsi troppo piccola o troppo grande per poter di nuovo salpare.

 

Traduzione dall’inglese di Fiorenza Conte


[2] Si veda: “Origin of Sex”, Journal of Theoretical Biology, Volume 110, n. 3, 7 ottobre 1984, p.323-351.

 

[3] Si veda: G. Agamben sul coronavirus, Chiarimenti, https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-chiarimenti

 

[4] Pierre Clastres, La società contro lo stato: ricerche di antropologia politica, Ombre Corte, Verona 2013.

 

[5] Jean-Luc Nancy, Il senso del mondo, Lanfranchi editore, Milano 2009.

 

[6] Nei limiti dell’uso della ragione.

 

[7] Questo è un pensiero qui solo suggerito. Per approfondimenti si veda https://antinomie.it/index.php/2020/03/30/cosa-ci-porta-avanti/

[9] Working paper intitolato “Hybrid Risk: Cyber-Bio Risks” gentilmente concessomi in lettura da Anish Mohammed e Anders Sandberg.

 

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Shaj Mohan è un filosofo che vive nel Subcontinente indiano. I suoi lavori rigurdano la metafisica, la filosofia della tecnologia, la ragione, la politica e la veridicità.  I suoi scritti politici sono apparsi su Le MondeLibérationLa CroixMediapart e The Wire. E’ autore, con Divya Dwived, di Gandhi and Philosophy: On Theological Anti-Politics (London-New Delhi: Bloomsbury Academic, UK, 2019).

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059