L’Innominato è nudo

 

Il filosofo non demorde.  Attaccato da più parti per i suoi precedenti interventi sul contagio, attaccato alle volte in maniera seria, altre in modo becero, replica ancora.  E peggiora la situazione.  La sua tesi è la seguente: se tutti noi, me compreso, filosofo in pensione e con acciacchi vari, ci preoccupiamo, restando chiusi in casa, evitando i contatti, della nostra salute e della nostra vita, siamo nel migliore dei casi dei mentecatti, nel peggiore dei servi del potere.  Secondo lui per dimostrare di non essere ridotti a nuda vita e di conseguenza oggetti inermi del potere (che è cattivo per definizione qualunque cosa faccia), dovremmo scendere allegramente nelle strade andando incontro al corona-virus e con tono spavaldo e sguardo seducente invitarlo a contagiarci: «Contagiami, contagiami, non sono nuda vita, sono vita vera e propria, anche se con ogni probabilità già cadaverica».

Lascio perdere un’analisi del lemma ‘nuda vita’ ben lontano dai modelli cui pure intende riferirsi – la pura vita del Benjamin della Critica della violenza e la nuda vita della Arendt delle Origini del totalitarismo – ; quel che fa più male leggendo il testo del filosofo e che mi colpisce più di tutto è il disprezzo che sembra trasparire dalle sue parole, il disprezzo per noi povere creature che invece di lottare contro lo stato d’eccezione, contro il capitalismo e contro le norme liberticide assunte ormai da tutti i governi e in tutto il mondo, pensiamo solo a come evitare di morire, a come non morire noi e a come non far morire gli altri, sia quelli che amiamo sia gli sconosciuti, compresi i filosofi che ci augurano la morte.  Oh caro Nancy, come ti capisco!

Dove sbaglia il filosofo?  Nella sua furia gnostica per cui il potere non è un assetto sociale impersonale e neutro, l’effetto di molteplici gesti ed intenzioni che per l’eterogenesi dei fini generano situazioni non imputabili a un soggetto unico (questo ha insegnato Foucault per chi lo legge con la mente sgombra), ma piuttosto una realtà personalizzata cui, come al Demiurgo di Marcione, si attribuisce una volontà rivolta al male e un intento perverso, egli crede che sia quest’ultimo a ridurci a quella nuda vita che come l’homo sacer chiunque può uccidere senza averne danno, ma anzi con animo sereno e soddisfatto.  In realtà quel che ci riduce a nuda vita, che ci costringe ad occuparci della sopravvivenza, rimandando a domani gli affetti, le relazioni sociali e gli scambi culturali, è la vita stessa quando impone la sua presenza senza quegli schermi che di solito servono a proteggerci.  Intendo proprio lui, il virus, che oggi ha preso le sembianze del corona-virus, è lui la nuda vita, la vita vera e propria, la vita tutta intera.  Lo sapeva Lacan, che il filosofo ignora, che la vita non è altro che contagio, infezione, potere tanatologico, peste.  Quando la vita rompe gli argini – ma nel caso del virus nemmeno la vita, ma un facsimile, un non vivente che finge di vivere e lo fa a nostre spese, a spese degli organismi viventi – e sconvolge l’esistenza che noi siamo, si diffonde l’angoscia; perché l’angoscia non è altro che questo: essere dalla vita ridotti a corpo, organismo, budella in via di putrefazione, cadavere ambulante.  Contro la vita che produce morte l’unico imperativo è non morire, è questo oggi che ci rende degni d’esistenza.  E per non morire alle volte occorre diradare il legame sociale, ridurre gli incontri, stare a casa (oh la retorica sulle libertà piccolo-borghesi: libertà di passeggio, di aria pura, di bagni di sole, di sbaciucchiamenti e abbracci!).  E usare internet: perché, ciliegina sulla torta, al filosofo la rete dà fastidio.  Come tutti gli umanisti di ritorno è convinto che la tecnica sia disumanizzante: non capisce che al contrario è antropogenica.  Ma per uno che teorizza l’uso dei corpi secondo la regola francescana, la comunicazione a distanza non può non apparire che, al pari del denaro, come lo sterco del diavolo.  Oggi più che mai al contrario usate skype, whatsApp, gli sms, state uniti nella separazione, fatevi forza restando a distanza, almeno un metro.  E buona fortuna!

 

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Bruno Moroncini è professore di Filosofia morale presso l’Università di Salerno. Fra i suoi libri più recenti: Gli amici non si danno del tu (Napoli: Cronopio, 2011); Il lavoro del lutto. Materialismo, politica e rivoluzione in Walter Benjamin (Milano: Mimesis, 2012); Sur l’amour. Jacques Lacan et Le banquet de Platon (Bruxelles : EME, 2013); Lacan politico (Napoli : Cronopio, 2014).

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059