Mario Mieli. Archeologia del Queer

E’ stato pubblicato da Marsilio, per la cura di Paola Mieli e di Massimo Prearo, La gaia critica. Scritti 1972-1983, raccolta dei testi brevi di Mario Mieli apparsi su periodici e quotidiani. In forma organica e criticamente ordinata, sono proposte le idee di un pensatore eretico e raffinato, provocatorio e trasgressivo, che ha avviato in Italia il settore degli studi gendertransgender, in una parola, Queer. Non sono inclusi nel volume gli Elementi di critica omosessuale del 1977 – l’opera più nota – ma i suoi temi, i concetti e le intuizioni, la sua vivacità, irruenza e immaginazione sono tutti presenti e potenziati dall’eterogeneità delle forme. Una disseminazione di saggi, recensioni e interviste che illumina al meglio il campo aperto del lavoro intellettuale e dalla scrittura esplosiva di Mieli.

Leggendo e rileggendo vediamo che la gaia critica di Mieli occupa un posto preciso nell’evoluzione del pensiero gay italiano. La sua stagione si è manifestata nella fase successiva a quella degli intellettuali omosessuali che definirei «ellenisti»: Saba, Penna, Pasolini. Mieli – nato nel 1952 e quindi di pura generazione sessantottina – non ostenta la grandeur culturale di quei pionieri. Gli omosessuali «ellenisti» erano filosofi e poeti suggestionati dai riferimenti classici, ispirati da divinità neopagane e, anche se innamorati del popolo, erano intrisi di alta cultura e di platonismo.

Quella in cui Mieli ha vissuto e creato, è stata un’epoca tutta diversa. Dopo la dirompente contestazione globale del 1968, gli anni ’70 furono anni di intensa lotta sociale e sindacale, di battaglia culturale e politica – anche violenta – all’interno della sinistra italiana tra riformisti e rivoluzionari. In quegli anni il pensiero gay si sviluppò in parallelo al femminismo della differenza sessuale: in lite sia con la cultura marxista-leninista della sinistra extraparlamentare, sia con il tradizionalismo della sinistra istituzionale. Lo scontro con l’Italia del boom economico e della DC fu acceso e violento. Se il sistema sociale sembrava diventare dialettico e, in parte, disposto all’innovazione nell’economia, nell’arte e nell’informazione, l’Italia reale restava profondamente conservatrice nell’ideologia e nei poteri, nei ruoli sociali e nei modelli etici. In quegli anni di oggettiva «rivoluzione culturale» la vita e il pensiero di Mario Mieli si fecero «scrittura» di lettere, testi poetici e teatrali, saggi, articoli e materiali diversi: la sua era una mente che si faceva parola, sintesi comunicativa, invettiva, che aggrediva i confini e i limiti dei saperi e delle ideologie a quel tempo disponibili.

Negli anni ’80 del Novecento, l’Italia avrebbe conosciuto un profondo cambiamento. Lo si chiamò con un eufemismo il «riflusso». Sarebbe svaporata l’epoca dell’«omosessualità rivoluzionaria» di cui Mieli era stato grande protagonista. Sarebbe cominciata, dopo qualche esitazione, la stagione postindustriale e postmoderna del Gay Pride, della multisessualità come diritto, delle formazione delle prime famiglie «arcobaleno», dei nuovi orizzonti della bioetica e del biodiritto. In quel tempo – il primo Gay Pride nazionale si svolse a Roma nel 1994 – il mondo del transgender e dell’omosessualità sarebbe diventato un mondo Queer, un insieme di soggettività e gruppi che si muovevano come il flusso più intenso nello scorrere di una società che diventava più instabile e magmatica. Sottoposta a intensi cambiamenti economici, ideologici e tecnologici, anche l’Italia cominciava a somigliare all’Europa e agli USA in tutte le classi sociali. La soprastruttura nazional-popolare si sgretolava per lasciare il posto alla polimorfia dei mondi massmedializzati. Gay e lesbiche, e soprattutto le donne, sarebbero divenuti da movimenti nuove lobby, avrebbero chiesto e imposto alle élite e ai partiti politici nuovi diritti e nuove regole. Per questo, oggi, donne, transessuali e gay si propongono quotidianamente in televisione e sul web, nell’arte e nella politica, senza che ciò entri in conflitto con quella «coesistenza pacifica degli opposti» che è la chiave della postmodernità. Certamente l’omosessualità aulica e perversa, l’omosessualità rivoluzionaria e ribelle, l’omosessualità dei nuovi diritti e delle nuove libertà sono presenti ognuna con le sue forme e i suoi linguaggi specifici nell’arte, nella letteratura, nella vita sociale, ma i toni più estremi del neopaganesimo gay, dell’impeto trasgressivo del FUORI si sono attenuati e diluiti nel fluire del magma sociale.

Al di là, però, della contestualizzazione storica, quella che è e resta interessante è la cifra concettuale propria di Mieli, quando scaglia la sua omosessualità e la sua dinamica mentale contro il sistema e contro il potere della religione e delle leggi autoritarie, ma anche contro il sinistrismo conformista. Alla fine Mieli è contro l’intera soprastruttura dell’Occidente. Per entrare più a fondo nella sua cultura – vasta, transdisciplinare, oppositiva – e nella trama della sua «scrittura» è preziosa la Biografia critica che chiude il volume, da pagina 327 a pagina 352. La scrittura di Mieli diventa la «sua» solo se ne si conosce il necessario complemento: la biografia. L’extratesto è la premessa della lettura. Il testo resta espressione, esternazione, occasione intuitiva e fruitiva, ma ciò che può dargli senso, ciò che può mostrare il cratere da cui proviene è il testo extratestuale. La parola vuota, la radice rimossa della frase, hanno bisogno della conoscenza di quel flusso esistenziale e evenemenziale che oscurandosi le ha originate.

Mieli non è stato un «intellettuale di professione», un sapiente distaccato, un lavoratore della conoscenza. La sua è una scrittura sintomale, una scrittura che è prassi, autoproduzione di soggettività, autonarrazione e autocostituzione. La posizione dell’omosessuale in Italia negli anni ’70 è la posizione di Atteone, di colui che viene sbranato dai suoi stessi cani, che deve sfuggire all’accerchiamento, alla cattura, alla rieducazione, alla normalizzazione.

Due sono le faglie da cui ha avuto origine la scrittura di Mieli: l’intuizione della femminilità nascosta e repressa del mondo e la lotta contro l’energia di dominio e soggezione della follia. Dalla volontà di far esplodere queste due faglie, di farle irrompere nella società ha avuto origine il dinamismo della sua scrittura sintomale. Sarebbe riduttivo vedere in lui soltanto la trattazione precategoriale e categoriale del pensiero LGBT: in realtà c’è ben altro.

L’omosessualità e il transgender sono per Mieli soltanto una postazione di partenza, il punto di visione dal quale tuffarsi nel mondo, nei saperi e nei poteri sociali. La dinamica della follia – con le connesse esperienze degli allucinogeni, degli incontri travolgenti, delle pellegrinazioni esotiche – è un flusso più potente dell’omosessualità. Le ideologie della «rivoluzione» gli consentono di dare forma linguistica – artistica e intellettuale – ai suoi pensieri e ai suoi vissuti. La fine del tempo «rivoluzionario» degli anni ’70, quando sia i gay, che le donne, che la folliaentreranno nel Parlamento e nella legislazione, troverà Mieli isolato e impreparato all’esistenza. Finito il flusso del 1968, Mieli non avrà più nulla da dire né da fare in Italia. La sua filosofia Queer diventerà così disarticolata e irrelativa da non poter disegnare il sottofondo dissonante della società postmoderna. Il Queer diventerà bisogno di suicidio.

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059