Mario Perniola (Asti, 20 maggio 1941 – Roma, 9 gennaio 2018)

Addio a Mario Perniola, il filosofo dal pensiero originale e complesso

La vastità dei suoi interessi spazia dalla letteratura alla filosofia, dall’arte alla religione, dalla sociologia alla scienza delle comunicazioni, fino alla produzione di testi narrativi e teatrali. La sua opera, impossibile da contenere nelle etichette tradizionali, è stata definita  ”within & outside”, dentro e fuori le categorie, tra l’accademia e la trasgressione, l’essere professore e il rivoluzionario, il sentire e il distacco. Mario Perniola è stato un pensatore che si è mosso su terreni poco battuti, vicini all’anomia e al tempo stesso al rispetto delle forme e dei riti. Simile a una metafora barocca che avvicina ciò che è lontano e allontana ciò che è facilmente accostabile, lui stesso si è visto come una camera che dà su due diversi affacci: sulla piazza e sul cortile. Un “prisma sfaccettato” che rifrange la passione del mondo e la tragicità dell’esistenza.

Neque hic vivus, neque illic mortuus [Non qui vivo, non là morto]

(questo è l’epitaffio che Mario vuole sulla tomba)

Caterina di Rienzo

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Mario Perniola o del transito (Sergio Benvenuto)

http://www.doppiozero.com/materiali/mario-perniola-o-del-transito

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Mario Perniola, il filosofo combattente per il sentire

Fabrizio Scrivano

(Il Manifesto, 10.01.2018)

 

«Nulla mi disinganna. Il mondo mi ha incantato»: sono tra le ultime parole che Mario Perniola ha scritto, in Estetica italiana contemporanea (2017), forse di sé, uomo e filosofo. Non è stata solo una questione di teoria filosofica tenere lo sguardo sulle cose del mondo sempre vigile e innocente, senza mai slegarsi dallo stupore per ciò che accade e per ciò che è, senza mai rinunciare a vedere ogni ovvietà come l’avvento di un fatto straordinario. Quella di Perniola, il suo pensiero militante e combattente, analitico e indagatore, è una ragione che non si accontenta della ragione, è un cinismo che non si accontenta della minimizzazione, è un situazionismo che non si accontenta di occupare i luoghi. Estetologo fino in fondo, Perniola si è preoccupato di dare alle questioni più urgenti e presenti della cultura contemporanea, la politica e la religione, l’arte e la comunicazione, una veste aderente al corpo, mettendo cioè in primo piano, in ogni occasione, la forza che il sentire ha, più di ogni ragione, nell’influenzare e nel determinare le scelte umane.

Raccontare la sua lunga attività filosofica e il suo lungo magistero universitario significa ripercorrere più di cinquant’anni di quella filosofia, non solo italiana, che non si è mai accontentata di sé, che non ha mai voluto produrre un’identità «strapaesana», che non ha mai cercato l’avallo nel pregiudizio. Ai suoi allievi e ai suoi lettori, Perniola ha saputo esemplificare, insegnare e comunicare il valore delle inquietudini, delle rabbie, delle provocazioni, del dissenso, della lotta, e nello stesso tempo ha voluto fornire una misura etica di contenimento, di pacatezza, di distanza, di lucidità, di antiretorica. Era persuaso che il conflitto fosse una condizione, e un esito, irrinunciabile, più ancora che inevitabile, un modo buono per capire senza dissimulazione e autoinganno.

Negli ultimi vent’anni aveva dedicato molte energie e molto tempo a dirigere una rivista. «Agalma. Rivista di studi culturali e di estetica» (Mimesis) desiderava avere due anime e due volti (anche molto ben rappresentati nella redazione e tra i collaboratori, spesso giovani e giovanissimi, ma certamente specchio del modo che Perniola aveva di programmare e immaginare l’azione culturale), che tra loro si scambiavano le parti abbastanza “furfantescamente”. Il rigore accademico, il monitoraggio accurato delle informazioni e delle fonti, il piacere di dare spazio e visibilità agli studi e alla ricerca universitaria era sempre rivitalizzato, e temperato dai pericoli di aridità, con l’innesto di un meno vincolato vociare di opinioni e di prese di posizione, che poi diventavano abitualmente materia di pubblicazione. Lo sa chi ha partecipato ai seminari che, in tempi recenti, ogni estate organizzava a Nemi, il paese sospeso sull’omonimo lago dove aveva eletto una sua residenza, quanto quegli incontri fossero aperti e propositivi.

Solo riprendendo in mano la pila dei suoi saggi, e rubricandone titoli e argomenti, ci si può accorgere che, al di là della varietà di soggetti e temi, nel modo di procedere di Perniola rimane costante la volontà di fare della filosofia uno strumento di orientamento nella cultura della contemporaneità. E in un questo suo cammino c’è un titolo miliare, non solo per il suo pensiero, che è Transiti (1985), un saggio con un sottotitolo spiazzante: come si va dallo stesso allo stesso. In quel libro Perniola si riagganciava saldamente alle discussioni sul postmoderno, sul globalismo, sulla omologazione dell’informazione, mettendo a nudo una pratica di agire e pensare che aveva reso inattuali i concetti di tradizione e innovazione. Le figure dello spostamento verticale nel tempo o del viaggio nello spazio, le grandi metafore su cui la modernità aveva costruito le sue mappe, gli sembravano fruste e illeggibili: al presente si imponeva un terzo modo di pensare (o di subire) l’esistenza, di determinare le emozioni e di regolare il sentire, del fare esperienza insomma, ed era questa nozione di transito in un presente storico non eludibile. Nella cultura della comunicazione costante e della connessione perpetua, non si richiede più la memoria o la capacità del racconto del passato, non si richiede più di saper costruire un progetto per il futuro, utopico o concreto che sia. Si richiede invece la presenza, la capacità di muoversi nel presente, dallo stesso allo stesso, appunto. Le molte pubblicazioni che ancora sarebbero seguite, da Del sentire (1991), passando per Il sex appeal dell’inorganico (1994), fino a L’arte espansa (2015), non ne hanno forse ampliato l’analisi, eppure ne hanno prolungato gli effetti teorici, adeguando e adattando alle più diverse circostanze questa visione di fondo dell’esperienza storica, e secolarizzata, e approfondendo la conoscenza della sua genesi e della sua radicazione nel e attraverso il concetto di sentire.

Del resto, in lui la via del lavoro rigoroso nel produrre un pensiero estetico e filosofico, si era sempre intrecciata con quella della partecipazione e della volontà di ingaggio. Da ultimo Perniola, a dimostrazione della sua tenacia di combattente e di promotore del dibattito, aveva proposto ad alcuni suoi amici e collaboratori di varare insieme a lui un’altra iniziativa, anche questa dal titolo provocatorio: «Chi se non noi? Pubblicazione aperiodica». Avrebbe voluto scherzare e ironizzare sul mondo e sulla cultura, sulla politica e sull’arte, avrebbe voluto mischiare le carte, creare gioco e tensione. Un altro transito, un’altra esperienza del presente.

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Il mio amico Mario (Anna Camaiti Holstert)

http://www.succedeoggi.it/2018/01/il-mio-amico-mario/

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Mario, così come io lo ricordo di Aldo Marroni.

 

Con Mario è iniziato il mio lungo e appassionante apprendistato filosofico. Lo considero il mio Maestro anche se non ho mai frequentato le sue lezioni, né sia stato un suo “allievo” in senso disciplinare. Ma conoscerlo e frequentarlo per oltre trent’anni è valso sicuramente più di un freddo e occasionale rapporto docente-discente. Lacan, il “maestro assoluto”, sembra abbia detto a coloro che affollavano i suoi seminari: “Fate come me, non imitatemi!”. Eco ha distinto due tipi di maestro: quello che crea modelli da applicare; quello che invece invita alla “sfida” i suoi stessi allievi. Mario non lo si poteva imitare, né lo si poteva “sfidare”. Non perché fosse un intoccabile, soprattutto perché il suo pensiero cambiava continuamente posizione, dislocava la sua riflessione entro luoghi problematici tra loro apparentemente singolari se non opposti, per cui si rendeva imprendibile. Non finivi di leggere un suo libro, cercare di capirlo, che già la sua attenzione si era spostata da qualche altra parte, di interesse filosofico, letterario, artistico o massmediologico. Con ciò non voglio dire che non avesse una sua idea ben precisa della ricerca filosofica, al contrario ne aveva – a mio parere – una molto netta e ben ponderata: attraversare tutto il nichilismo contemporaneo per approdare ad un nuovo e proficuo rapporto tra sapere e potere. Come ha scritto Heidegger in Cosa significa pensare, il filosofo pensa una sola cosa durante tutta la sua vita. Mario era dotato di una curiosità infinita (la nota curiositas evocata anche da Petrarca) che gli permetteva di percorrere sia le linee direttrici, sia le linee occulte e meno battute del sapere occidentale, senza paraocchi. Curiosità che ha trasmesso a tutti coloro che lo frequentavano. Ricordo una sua lunga telefonata una domenica mattina, in cui, con particolare entusiasmo, mi ragguagliò sulla sua recente scoperta: Andrea Emo. Com’era possibile che un uomo, lontano da qualsiasi ambito accademico e nella totale solitudine, senza farne menzione con nessuno, avesse potuto riempire migliaia di pagine con riflessioni filosofiche di alto livello, dimostrando una cultura filosofica eccezionale? Era incuriosito e affascinato da questo aristocratico anomalo, tormentato dall’esistenza e da Dio. Mario era un maestro sui generis. Rifiutava l’appellativo di maestro, perché lo faceva sentire immobilizzato in una condizione quasi sacerdotale intento a divulgare un qualche mistero, un po’ come Bataille fondatore della setta che si riuniva sotto le insegne di Acéphale. Quando gli ricordavo che per me era un grande privilegio essergli amico, far incontrare le nostre rispettive famiglie nella sua casa di via Tittoni (di cui conservo decine di foto. A proposito la sua foto, di profilo, mentre guarda fuori dalla finestra, pubblicata sulla bandella della prima edizione di Transiti è mia) gli veniva da ridere. Mi considerava al suo stesso livello, cosa che mi metteva in grande imbarazzo.

 

Per quanto rifiutasse l’idea di dare luogo ad una “scuola” sotto le insegne del suo nome, nei fatti non poteva non riconoscere che stava formando una “comunità operosa” di studiosi giovani e meno giovani. Una “comunità spirituale” che, in piena autonomia, si richiamava al suo pensiero. Ne sono testimonianza palese i seminari che negli ultimi anni organizzava a Nemi, per discutere di Ágalma (la rivista da lui fondata) e per mettere a fuoco problematiche che apparivano di grande attualità. Un drappello di una ventina di ricercatori che andava a costituire, e qui voglio usare una parola grossa!, una comunità di “spiriti liberi” (Nietzsche). Insomma se Lacan era un “maestro assoluto”, Mario era e voleva essere un “maestro occulto”, la cui definizione attribuiva a Pierre Klossowski (altra figura enigmatica). Il “maestro occulto” è colui che non cerca le luci della ribalta, lo show televisivo (aborrito anche da Cristina Campo che ne ha stigmatizzato l’effetto di decadenza sulla cultura), ma opera in maniera sotterranea, come la talpa di Marx, e pur operando nel rifiuto di ogni tipo di comunicazione spettacolare agisce più in profondità e con maggiore longevità della moda del momento (è stato Leopardi ad accomunare la moda e la morte in un breve e denso dialogo).

 

Ho conosciuto Mario in maniera del tutto casuale. Era il lontano 1982, aveva pubblicato da poco Dopo Heidegger. In un clima culturale in cui il linguaggio del filosofo tedesco aveva iniettato in tutti noi il virus di un astruso procedere nel pensiero, mi sembrava giusto leggerlo e farne la recensione, tanto più che si parlava finalmente di un “dopo”. In effetti si trattava di un “dopo” molto singolare, perché Heidegger, a suo avviso, lo si poteva superare solo attraversandone e approfondendone il nichilismo. Questa è stata sempre una sua caratteristica, non ha mai buttato a mare nulla senza rilevarne prima gli aspetti utili alla comprensione del presente. Ai tempi di Transiti mi disse che la sua posizione filosofica era sia contro l’utopia concreta di Bloch sia contro l’ermeneutica di Gadamer (in particolar modo quella di Vattimo esemplata nel pensiero debole, libro a cui si rifiutò di partecipare e su cui scrisse una Lettera sul pensiero debole). D’altra parte il sottotitolo di Transiti. Come si va dallo stesso allo stesso è enigmatico ed esplicito nel contempo, ed è diverso dal dire “dal medesimo al medesimo”.

 

La nostra amicizia è iniziata dunque all’ombra di Heidegger ed a sua insaputa. Lo incontrai subito dopo durante una sua conferenza, ci scambiammo gli indirizzi, mi invitò a mandargli i miei lavori (ben pochi all’epoca!), a fargli delle proposte di recensioni da pubblicare sulla Rivista di estetica (quando ancora era diretta da Vattimo e Mario nel comitato di direzione). Ero, naturalmente, al settimo cielo. Mi sembrava impossibile che grazie a lui mi si stessero spalancando le porte della più prestigiosa rivista italiana di estetica, oltretutto fondata proprio da Pareyson, il teorico dell’estetica della “formatività”, sotto il cui insegnamento si erano formati sia Mario che Vattimo. La sua generosità era infinita. In una occasione mise a disposizione mia e di mia moglie l’appartamento che ancora avrebbe avuto per poco in affitto nella piazzetta delle Coppelle, permettendoci di vivere alcune distensive giornate romane.

 

Credo che il suo libro più importante sia proprio Transiti perché è quello in cui meglio di altri mette a fuoco un concetto che dà il senso a tutto il suo lavoro successivo: l’attenzione al presente. In fondo se dovessi indicare, al di là di tutti i libri che ha scritto, cosa mi è apparso di importante nella sua ricerca, direi che è l’ispirazione “politica”. Da L’alienazione artistica, in cui fa capolino un concetto marxiano, all’ultimo dedicato all’estetica italiana (ed in cui registriamo delle clamorose esclusioni e delle imprevedibili inclusioni), scritto sotto le insegne di un “inconscio politico” presente nei filosofi, scrittori ed estetologi annoverati nel volume, l’elemento sociale e politico rimane invariato. Negli ultimissimi anni mi aveva confidato che avrebbe voluto trasformare Ágalma in una rivista politica. Cosa che non ha fatto per evidenti motivi legati al suo stato di salute.

 

Mario mi è sempre apparso oltre che un “maestro occulto”, un “filosofo guerriero” che usava l’arma del sapere e della galanteria al posto della violenza (ricordo il suo articolo Il disgusto della violenza: militiae sine malitia). Questo coraggio l’ho visto all’opera forse nel volume che gli ha dato la massima notorietà: La società dei simulacri. Al di là della sua tesi che percorre tutto il libro, quello che più mi impressionò durante la lettura fu il capitolo Fenomeno e simulacro. Come si permetteva Perniola di mettere a confronto un gigante come Heidegger con uno che si definiva un “monomane”, cioè Pierre Klossowski? Il primo autore di un’opera tanto complessa quanto immortale, il secondo autore di qualche romanzo, di una riscrittura del mito di Diana, ossessionato dall’erotismo, autore anche di un lavoro su Nietzsche nel quale in apertura confessava candidamente tutta la sua ignoranza sull’argomento. Non solo! Klossowski ne usciva vincitore, perché il simulacro è il falso che si presenta sulla scena come un falso, paradossalmente, autentico, cioè senza misteri e senza reticenze. Il simulacro, di cui Klossowski, senza tema di essere smentito, può essere considerato colui che ne ha riportato in auge il concetto la cui prima apparizione risale all’antichità (ricordo Sui simulacri di Porfirio), rappresentava per Mario una nozione destinata a diventare lo strumento per comprendere la condizione culturale e politica della modernità (volutamente non ho usato post-modernità perché aborriva il post-moderno. Lo definiva un concetto omologante: tutto è uguale a tutto. Cosa che lo induceva a sospettare di ogni libro che si richiamasse a quell’area filosofica e letteraria).

 

Mi disse di scrivere un libro sull’autore delle Leggi dell’ospitalità nel quale enucleare il suo pensiero multiforme, per capire finalmente cosa andasse cercando questo enigmatico scrittore, filosofo, artista che voleva essere solo un monomane. Fu lui a proporre all’editore Costa & Nolan la pubblicazione del mio libro e fu lui a suggerirmi il sottotitolo dove avrei dovuto inserire la parola “sessualità”. Fatto sta che Pierre Klossowski, grazie al suo suggerimento è divenuto nel tempo il mio contrassegno filosofico, anche se mi ha ossessionato per oltre venti anni, durante i quali sono divenuto un monomane anche io. In quel periodo ero e mi sentivo più klossowskiano di Klossowski!

 

Questa è la generosità di un maestro che, prima di essere tale, ti considera un amico e un confidente. Nel 1998 andai a trovarlo a Nemi. Era una assolata e asfissiante giornata di agosto. Aveva appena pubblicato Disgusti. Me ne fece omaggio di una copia, apponendovi la dedica: “Ad Aldo in affettuoso omaggio con fedele amicizia. Nemi, 8 agosto 1998. Mario”. Nessuna distanza tra di noi, solo “fedele amicizia”.

 

Mi sono sempre chiesto come mai decidesse di ritirarsi spesso a Nemi. La prima, la più esplicita motivazione sta sicuramente per fuggire dalla estiva afa romana. La seconda per il fascino esercitato dal culto della Diana Nemorensis ricordato perfino da Frazer ne Il ramo d’oro (Mario aveva dedicato dei lavori alla religiosità romano-arcaica). Mi sembra però che il vero motivo fosse la presenza del lago, dell’elemento liquido, che lo attraeva in modo particolare. Nemi era per Mario un luogo di pensiero, il suo pensatoio. So che faceva delle lunghe passeggiate battendo i sentieri che costeggiano il lago. Nietzsche faceva la stessa cosa a Sils-Maria dove ebbe la folle rivelazione dell’eterno ritorno. Voglio pensare che anche lui abbia tratto ispirazione filosofica, come Nietzsche, dalla sciabordio dell’acqua, proprio a Nemi, dove tra l’altro, da tempo, si era preparato la tomba (spesso ci scherzavamo sopra!).

 

Fatto è che era affascinato dall’elemento liquido (Bauman non c’entra niente!). Gli piaceva il mare e fare lunghe nuotate. Mi diceva che ne era attratto e ne provava un estremo godimento. Pensandoci bene credo che il mare fosse il suo elemento naturale. Per questo mi piacerebbe definirlo un “filosofo acquatico”, per il fatto di essersi reso imprendibile, in un continuo movimento di flusso e riflusso. Sfuggente al potere come gli stessi concetti che riusciva a creare. Deleuze e Guattari hanno definito il filosofo colui che crea concetti e Mario ne ha creati tanti. Tra cui quello di “enigma” che lo identifica come pensatore non identificabile, e questo fino al momento di essere preso per mano dallo psicopompo, come attesta l’epitaffio che ha voluto sulla sua tomba: Neque hic vivus, neque illic mortuus (Non qui vivo, non là morto).

 

 

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https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Perniola

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059