Metafisiche del dolore

Sarà vero che solo, o quasi, nel dolore si riconoscono gli amici? È comunque, questa, un’opinione diffusa, un’espressione proverbiale, di saggezza popolare. Riassume bene una quantità di idee “metafisiche” sul dolore, che proprio in quanto metafisiche, nel senso non solo descrittivo ma anche (s)valutativo che Heidegger ha impresso al termine, meritano di essere ripensate e, possibilmente, distorte, verwunden, come la metafisica stessa. A pensarci bene, si potrebbe dire addirittura che il dolore è l’essenza stessa della metafisica, che non c’è metafisica se non del dolore.

Imparare soffrendo?

Questo in tanti sensi. Perché i veri amici si conoscono nel dolore? Ovviamente, se c’è una verità di questa tesi, essa consiste nella presupposizione che viviamo in un mondo dove apparenza e realtà autentica sono distinte, e che è il dolore a permetterci di passare “di qui là”, secondo l’espressione platonica. La tradizione preferisce al termine dolore il termine ascesi, ma la sostanza, mi pare, non cambia. L’ascesi, soprattutto nel senso che la parola ha acquisito con il cristianesimo, è la sofferenza della rinuncia che si deve sopportare per raggiungere la virtù; con il che il significato di esercizio quasi sportivo che le veniva attribuito dagli antichi si colora di una più intensa connotazione morale e, se connessa al sacrificio di Cristo, espiativa e redentiva.
In ogni caso, anche nel discorso più banale della chiacchiera quotidiana, chi ha “molto sofferto” sembra meritare ovviamente un rispetto molto maggiore di chi ha molto goduto. Il motto della saggezza tragica classica, pathei mathos – impara soffrendo – rivela che tutta questa valutazione positiva del dolore non è solo un affare cristiano. Tanto che, per quanto ci si ribelli al bigottismo metafisico che essa certamente comporta, sembra difficile liberarsene del tutto. Appunto come nel caso della metafisica nei termini di Heidegger. Per il quale essa non si può metter da parte come un abito smesso o come un errore finalmente riconosciuto e dissipato, perché è la condizione di partenza di ogni nostro atto di pensiero e determina la struttura stessa del linguaggio con l’uso del quale vogliamo liberarcene.
La dialettica hegeliana, per cui l’esperienza è sempre “negativa”, giacché ci impone un urto con ciò che non è come vorremmo, ci aspetteremmo che fosse, è l’estremo punto di arrivo, probabilmente, dell’occidentale metafisica del dolore. La quale in lui si rivela nella sua essenza di riscatto consolatorio, di suprema affermazione della positività della “realtà” anche contro il nostro modo di percepirla. Il fatto che soffriamo non indica che ci sia qualcosa di “sbagliato” nell’essere, ma solo che noi sbagliamo nel considerarlo tale. Se poi si obiettasse che anche il fatto che sbagliamo nel considerare la sofferenza come qualcosa di sbagliato è, per l’appunto, il segno che nell’essere c’è comunque uno sbaglio – il nostro errore – si finirebbe per incontrare sempre di nuovo la dottrina del peccato originale, dunque ancora una volta l’idea di una colpa che possiamo e dobbiamo correggere per ristabilirci nella verità dell’essere.

Una mentalità doloristica che ha influenzato la medicina

Astrazioni che appassionano solo filosofi e teologi? Sì e no. Sono astrazioni che riassumono e condizionano molti dei modi pratici, anche medici, di trattare il dolore, nei rapporti singoli e nelle istituzioni. Chi ha subito un intervento operatorio, diciamo, una trentina di anni fa, sa quanto le suore infermiere fossero restie a concedergli, nella prima notte dopo l’intervento, anche solo una goccia di qualche analgesico. C’era sicuramente la prudenza dettata dalle più limitate conoscenze delle terapie del dolore; ma questi limiti sono stati superati più lentamente proprio a causa di quella mentalità dolorista che compenetrava anche le coscienze più laiche.
E oggi ancora, in ambiti terapeutici diversi da quello strettamente fisico, si incontra ancora sempre lo stesso atteggiamento. Se è stata inventata un terapia farmacologica contro la depressione e altre sintomatologie psichiche o psicosomatiche, perché curarsi ancora con le terapie psicoanalitiche? La tesi dei partigiani della psicoanalisi, per quanto mascherata, è pur sempre condizionata da un pregiudizio metafisico-ascetico: solo il doloroso (e lungo e costoso) processo che si sviluppa nel rapporto con l’analista libera davvero, arriva alle cause profonde, promette una “guarigione” più stabile. Applicato alla cura delle tossicodipendenze , spesso del resto affidata a guaritori orientati religiosamente, questo atteggiamento conduce alla costruzione di nuove dipendenze psicologiche che si limitano a sostituire la vecchia dipendenza dalla droga (mai come in questi casi – penso a Muccioli e alle sue porcilaie – è stata vera l’identificazione della religione con l’oppio!).
Tutto questo, e molto altro che è difficile esporre entro i limiti di un breve intervento, viene in mente quando si cerca di filosofare sul dolore. Ma: stabilito, o almeno ammesso in via di ipotesi, che c’è un modo metafisico di considerare il dolore e che noi ne siamo profondamente intrisi, sia nella nostra mentalità individuale sia nelle istituzioni e negli usi sociali, che cosa significherà liberarsene attraverso quel distorcimento (Verwindung) che, per ciò che abbiamo imparato da Heidegger (ma forse anche da Nietzsche, da Schopenhauer), è il solo modo in cui possiamo sperare di dispiegare la nostra rivolta?

La lezione di Heidegger

Ciò che “non va”, nella metafisica considerata dalla prospettiva heideggeriana, è l’idea che al fondo delle cose ci sia un ordine stabile, una struttura eterna necessaria e perciò stesso razionale, che noi avremmo il compito di conoscere e assumere come norma (ma già questo regge poco: se è un dato necessario, perché norma? Ciò che si è anche chiamato, impropriamente, la “legge di Hume”: non si può ricavare una norma da un fatto, semplicemente non ha senso) .Per lo Heidegger di Essere e tempo (1927) pensare l’essere vero in questo modo “oggettivistico” implica che: a) la storicità dell’esistenza umana non “è”; b) essere autenticamente dovrebbe significare uscire da questa storicità – conformarsi a un ordine razionale necessario; c) e perciò tendenzialmente progettare una società razionalizzata che prescinda dalle vicende individuali – la società che Adorno chiamò poi della “organizzazione totale”, e che Chaplin rappresentò in Tempi moderni. Sono i temi dell’esistenzialismo e dell’avanguardia di inizio Novecento, che ispirano anche Heidegger e che, in lui più che in altri pensatori, legittimano la polemica contro la metafisica.
Storicità, apertura dell’esistenza umana, sua irriducibilità alla struttura eterna di un essere vero perché immutabile, significa però mortalità. In breve, allora: una considerazione non metafisica del dolore richiederebbe una considerazione non metafisica della morte. È questo che Heidegger si sforza di realizzare quando, nella sua opera del 1927, mette al centro della propria dottrina l’idea dell’ “essere-per-la-morte” e dell’anticipazione decisa della propria morte come chiave per l’autenticità dell’esistenza. Poiché il mondo si dà come mondo solo allo sguardo che l’uomo è, al suo “progetto gettato” (era già una acquisizione del kantismo, questa), e questo progetto è per l’appunto finito, nasce e muore, si dovrà pensare che l’essere non è struttura eterna data una volta per tutte, posta di fronte (ob-jectum) alla mente che con l’ascesi si rende capace di vederla; ma è per l’appunto evento, accadimento, storicità.
In una prospettiva come questa il dolore e la morte – possiamo ragionevolmente prendere i due termini quasi come sinonimi: si soffre sempre della, per la, mortalità; anche il male fisico è segno, conseguenza, sintomo di mortalità – sono insieme insuperabili e irredimibili. Non si spiegano e non si giustificano, perché non danno accesso a nessuna verità più vera; sono, anzi, ciò che ci libera dalla schiavitù e dal risentimento nei confronti di qualunque verità più vera (legge dell’essere, Dio creatore o giudice, destino malvagio..). Si può persino pensare alla risposta di Gesù a proposito del cieco nato: non è colpa sua né dei suoi genitori, ma solo “così è piaciuto…”: che va inteso proprio nel senso di assoluta eventualità; non c’è alcuna ragione, neanche una precisa e misteriosa volontà divina, per il dolore.

Oltre la metafisica del dolore

Con ciò si pongono le basi per una duplice non metafisica concezione e trattamento del dolore. Da un lato, il dolore non ha nessuna dignità, non merita nessun rispetto in quanto tale, è proprio solo ciò che accade, e in quanto è anche sempre un accadere che non desideriamo (a differenza dall’accadere che attendiamo e desideriamo, il piacere, la riuscita, ecc.) è il puro accidente, in tutti i sensi del termine, è l’evento schlechthin, puro e semplice. (Sartre ha scritto belle pagine sulla morte intesa come accadere senza senso, ritenendo, probabilmente a torto, di criticare così Heidegger). La storia c’è e si sviluppa fino a che non c’è la morte, e dunque anche fino a che si riesce a limitare la potenza del dolore. Di fronte al dolore non c’è altro da fare, di ragionevole, che cercare di eliminarlo.
D’altro lato, restano, con senso cambiato, tutte le nostre idee tradizionali sul dolore, a cominciare da quella che lo lega all’amicizia. L’unico dolore degno di rispetto è il dolore dell’altro, e così la morte dell’altro. Qui sta, probabilmente, la verità del proverbio popolare sul dolore e gli amici, ma anche la verità dell’antico pathei mathos. Nel dolore, nella morte e nel timore che essi ci ispirano si riconosce bensì la propria finitezza; non però di fronte a un essere trascendente, in fondo tracotante e violento, che sta come un blocco di mistero davanti a noi, che si impone come una potenza che dobbiamo accettare (la realtà, ancora per molti, è sempre solo ciò “contro cui si urta”), senza pretendere di capirla. La finitezza è invece lo stare con altri, la scoperta dell’alterità da cui non possiamo prescindere.
Così, sebbene non sia tanto esplicito nel testo, la decisione anticipatrice della morte che apre all’esistenza autentica secondo lo Heidegger di Essere e tempo non è altro che l’accettazione della propria radicale storicità: proveniamo da mortali e lasceremo il posto ad altri mortali; è verso di loro che abbiamo una responsabilità-responsività; dobbiamo rispondere ai messaggi, e ai valori, inviatici da chi ci ha preceduto o dagli altri che stanno con noi al mondo, e abbiamo da rispondere a quelli che verranno dopo di noi. Le suggestive , e anche molto criptiche, pagine di un’altra opera di Heidegger, Sentieri interrotti (1950), dedicate al “detto di Anassimandro” – secondo cui le cose devono pagare il fio della loro ingiustizia, di stare nell’essere a preferenza di altre, lasciando loro il posto secondo l’ordine del tempo – vanno forse lette proprio in questo senso, magari concedendoci un certo arbitrio interpretativo, verso Anassimandro e verso Heidegger stesso. L’essere non è altro che un tale succedersi e pagarsi il fio. (Troppo poco? Ma davvero, per evocare Galileo, pensare i corpi celesti come immobili pietre prive di vita e morte, sottratte al divenire, sarebbe meglio, più rispettoso, che concepirle invece come luoghi analoghi alla nostra terra, dove si nasce e si muore e, per questo, si È? ).
È anche vero, dunque, che nel dolore si riconosce l’amico, che il dolore ci “perfeziona”, che si impara soffrendo, e che chi soffre o ha sofferto merita rispetto anche e soprattutto per questo. La lotta contro il dolore, o, che è lo stesso, la ricerca della felicità ha un solo limite, che è appunto la solidarietà verso gli altri, l’assunzione della propria finitezza che comanda di non cedere alla hybris, alla tracotanza di chi assolutizza se stesso e si espone così a tutte le implicazioni violente della metafisica, compresi il risentimento per non essere immortale e la particolare intensità con cui qualunque dolore finisce per colpirlo perché non può che apparirgli come qualcosa di misteriosamente voluto proprio contro di lui da una potenza misteriosa e malvagia.
E c’è un altro senso del detto di Anassimandro che, anche da un punto di vista non romanticamente nostalgico della Grecia, ma proprio consapevole del senso redentivo del cristianesimo, va qui ricordato, contro ogni mentalità “dolorista” e contro il tragicismo (risentito) che dilaga nella cultura di oggi delusa dal fallimento delle rivoluzioni. Il fio che si paga, secondo l’ordine del tempo, lasciando il posto nel mondo ad altri che verranno dopo di noi, è tutto ciò che ci è richiesto per espiare le nostre (eventuali) colpe. Ogni altra esaltazione del dolore e santificazione della sofferenza è solo pretesa, non di rado esplicitamente autoritaria, di potersi richiamare a un fondamento che, nella sua assolutezza, non può far altro che perpetuare (come ascesi, come punizione, come ricerca di una presunta autenticità) la violenza di cui il dolore è manifestazione, effetto e causa.

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059