MATERIALE PER LA DISCUSSIONE SUL “DINIEGO”: “Non è mia madre”

Summary

Nel testo viene ripresa la lettura del breve ma densissimo saggio di Freud “La Negazione” (Die Verneinung), seguendo lo svolgimento dell’argomentazione, a partire dall’incipit ”Non è mia madre”, proposto come esemplificazione paradigmatica di ‘Negazione’ con cui un paziente svela all’analista il ‘vero’ contenuto del suo pensiero. L’A. prova dunque a esplicitare  l’insaturazione teorica e metodologica della ‘trascrizione’ clinica del concetto introdotto da Freud fin quando si resta al livello immediato dell’espressività ‘retorica’ evidenziabile nell’episodicità della seduta. E infatti è soltanto quando si apre la ‘cerniera’ fra il livello clinico e il livello teorico che la riflessione di Freud permetterà di riconoscere nelle ipotesi sulle complesse vicissitudini “trascrittive” endopsichiche dell’originario impatto oggettuale l’effettivo fondamento di quella che, sul piano clinico-descrittivo, era rimasta una “libertà interpretativa”. Ma è proprio la radicalità della originaria Ausstossung, sotto l’egida imperativa del Principio di piacere, a produrre una ‘negazione’ talmente ‘assoluta’ da imporne una vera e propria ‘inesisenza’ in quella Realtà esterna che risulterà prodotta e al contempo abitata soltanto da quegli oggetti riconosciuti ‘buoni’ da un giudizio attributivo (che di fatto assume valore esistentivo), attraverso il complesso movimento che intreccia percezione, rappresentazione e ri-presentazione. 

 

“Il modo in cui i nostri pazienti presentano le loro associazioni durante il lavoro analitico ci fornisce lo spunto per alcune osservazioni interessanti. ‘Ora Lei penserà che voglio dire qualcosa d’offensivo, ma in realtà non ho questa intenzione’ Comprendiamo che questo è il ripudio, mediante proiezione, di un’associazione che sta or ora emergendo. Oppure: ‘Lei domanda chi possa essere questa persona del sogno. Non è mia madre’. Noi rettifichiamo; dunque è la madre. Ci prendiamo la libertà, nell’ interpretazione di trascurare la negazione e di cogliere il puro contenuto dell’associazione” (Freud, 1925).

Il modo piano e discorsivo in cui Freud introduce il lettore ad un testo che ben presto svelerà le sue impegnativissime mire teoriche può fornire, a sua volta, anche a noi lo spunto per alcune osservazioni — ci auguriamo — interessanti.

Non c’è dubbio: possiamo considerare gli esempi forniti da Freud come casi di “trascrizioni della clinica” al tempo stesso tipiche ed estreme. Risalta subito, con immediata chiarezza, come l’interpretazione, la forma canonica a cui tende e in cui si compie in psicoanalisi l’elaborazione transcrittiva della clinica, provenga da un intreccio complesso, ma, almeno in linea di principio, metodologicamente solvibile, seppure in termini costitutivamente insaturi. Il materiale fornito dal paziente assume significato clinico solo attraverso una griglia di lettura – l’interpretazione guidata dalla teoria - che può determinare distanziamenti dal senso oggettivamente manifesto e soggettivamente proposto, fino a giungere a un vero e proprio ribaltamento.
Non solo. Gli esempi, apparentemente occasionali, hanno in realtà valore paradigmatico e dunque metodologicamente prescrittivo. Freud è, come sempre, abilissimo: come se niente fosse, con misurata nonchalance, ci porta a considerare del tutto ovvio un procedimento interpretativo e comunicativo che in qualsiasi altro contesto verrebbe giudicato non solo socialmente disdicevole, ma anche logicamente eccepibile.
Ricordo ancora la prima impressione di lettura, giunto a questo punto del saggio freudiano, una sorta di vago spaesamento per la concomitanza di due sentimenti a ben vedere alquanto incongrui: un certo ammirato stupore e assieme un’accettazione fin troppo “ovvia” nei confronti di quella “libertà nell’ interpretazione” che Freud rivendicava.
Solo a distanza di qualche tempo mi sono consentito, a mia volta, qualche libertà, e nei confronti dello stesso Freud.
Intanto, cominciando con il notare che, in entrambi gli esempi di Freud sopra riportati, sono i pazienti stessi, in una sorta di récit intempestivo e gratuito a dire e contraddire. “Ora Lei penserà… ma in realtà…”, “Lei domanda chi possa essere.. non è…”  Perfino nel caso in cui Freud sembra porsi come “inter-locutore” nei confronti del suo paziente, svela, in effetti, una strategia letteralmente “pro-vocatrice” e prescrittiva.  Ecco il suggerimento di Freud: “Si domanda: Qual è secondo Lei la cosa più inverosimile fra tutte in quella situazione? Che cosa a Suo parere era più lungi da Lei?”  Si tratta, ci spiega bonariamente Freud, di ‘un modo assai comodo’ per ‘procurarsi un chiarimento desiderato sul materiale rimosso inconscio’, per essere più espliciti — sono sempre parole di Freud — di una vera e propria ‘trappola”.
Dunque, le “negazioni” esemplificate da Freud, autonomamente o su richiesta prodottesi, sono ritagliate in una sottoclasse riferita a una “contraddizione” del soggetto con se stesso. Sono convinto che sia esattamente questa delimitazione a fornire il criterio di plausibilità e la chiave di accordo con la “libertà nell’interpretazione” di Freud.  Solo che Freud a siffatta circostanza non dedica alcuna esplicita attenzione.  Eppure non si tratta di cosa di poco conto: se così è – se così fosse – il prezzo sarebbe quello di ricondurre il tutto alla vecchia formula della excusatio non petita, accusatio manifesta, o - per dirla in modo più spiccio, giacché lo si sa pure in “volgare” — alla più prosaica, ma non per ciò meno retoricamente efficace, “coda di paglia”!
Una simile riduzione (e perfino banalizzazione) dei criteri e degli ambiti applicativi di questo tipo di “libertà interpretativa” ha tuttavia più di un merito.
Innanzitutto coniuga esplicitamente, come è sempre bene che sia e che si ricordi quando si tratta di “interpretazione”, il vettore rivendicato dalla “libertà” con quello imposto dai “vincoli”, ricordando all’analista la necessità, al contempo etica e scientifica, di un realistico e moderato atteggiamento di “sobrietà”.
In secondo luogo e conseguentemente, delimitando lo spazio di indagine su moduli espressivi per quanto già noti e intuitivamente compresi nella loro fin troppo ingenua pretesa difensiva, essa consente di rivolgere l’attenzione speculativa esattamente sulle radici di tali “sintomi” comunicativi, nell’intento di articolare l’immediatezza di una “fenomenologica” comprensione “modale” con i risultati “esplicativi” di un’approfondita indagine teorica.
E infatti a questo impegno teorico, immediatamente di séguito, Freud si dedica; ed è per questo impegno teorico che il saggio freudiano è soprattutto celebre.  E dunque giusto “essere giusti con Freud” e seguire, con tutta l’attenzione che merita, lo svolgimento del suo percorso di pensiero.
Il contenuto rimosso di una rappresentazione o di un pensiero può dunque penetrare nella coscienza a condizione di lasciarsi negare.  La negazione è un modo di prendere coscienza del rimosso, in verità è già una revoca della rimozione, non certo però un’accettazione del rimosso.
È questa la cerniera proposta da Freud tra il piano clinico e quello teorico.  A ben vedere si tratta di tre proposizioni ordinate consecutivamente, ma che pongono implicazioni non necessariamente conseguenti.  Tralasciando qui l’ultima — che, essendo quella più cruciale, è stata a più riprese ampiamente ed autorevolmente commentata — mi sembra opportuno notare che il caso particolare illustrato dalla prima proposizione (il contenuto rimosso può penetrare nella coscienza a condizione di lasciarsi negare) non implica che in generale la negazione sia un modo di prendere coscienza del rimosso (si tratta della “trascrizione” in termini logici della critica sopra svolta in relazione alla casistica).  Dunque la seconda proposizione non va intesa come indicazione di una superiore legalità sussuntiva relativamente al concetto di “negazione”, ma soltanto come un modo “riflesso” di ribadire quanto era stato già affermato nell’ambito delimitato dalle occorrenze esplicitate nella prima proposizione.
Se siamo qui giunti a individuare una “cerniera” tra livello clinico e livello teorico, potremmo ritenerci per ciò stesso giunti così al limite cui la restrizione tematica della nostra riflessione — le “trascrizioni della clinica” — ci consente di spingerci. Ma poiché una cerniera è al tempo stesso uno svincolo e un vincolo, un’attenzione ulteriore al testo freudiano permetterà di riconoscere nelle ipotesi sulle complesse vicissitudini “trascrittive” endopsichiche del reale, che esiteranno per l’Io nella scoperta e nell’uso della “negazione”, l’effettiva ragione e fondamento di quella che, sul piano clinico-descrittivo, Freud aveva definito “libertà interpretativa”.
Portiamoci dunque al cuore dell’argomentazione teorica proposta da Freud:

“La funzione del giudizio ha in sostanza due decisioni da prendere. Deve concedere o rifiutare una qualità a una cosa e deve accordare o contestare l‘esistenza nella realtà a una rappresentazione. La qualità sulla quale si deve pronunciare potrebbe essere stata in origine buona o cattiva, utile o dannosa. Espressa nel linguaggio dei più antichi moti pulsionali orali: questo lo voglio mangiare o lo voglio sputare, e, in una versione successiva: questo lo voglio introdurre in me e questo escludere da me. Cioè: questo ha da essere dentro di me o fuori di me. L’originario Io-piacere vuole, come ho indicato altrove, introiettare in sé tutto il bene e rigettare da sé tutto il male. Per l’Io ciò che è male, ciò che è estraneo all’Io, ciò che si trova al di fuori, sono in un primo tempo identici.
La seconda decisione della funzione del giudizio, quella che concerne l’esistenza reale di una cosa rappresentata, interessa l’lo reale definitivo… Ora non si tratta più di stabilire se qualcosa che è stato percepito (una cosa) debba essere accolta nell’Io oppure no, ma invece se una certa cosa, presente nell’Io come rappresentazione, possa essere ritrovata anche nella percezione (realtà)… Per comprendere questo progresso è necessario ricordare che tutte le rappresentazioni derivano da percezioni, sono ripetizioni di esse. In origine dunque l’esistenza della rappresentazione è essa stessa garanzia della realtà del rappresentato. Il contrasto tra soggettivo e oggettivo non esiste sin dall’inizio. Esso si instaura soltanto per il fatto che il pensiero possiede la facoltà di rendere nuovamente attuale, mediante la riproduzione nella rappresentazione, qualche cosa che è stato percepito in passato. senza che sia necessaria la presenza all’esterno dell’oggetto in questione. Il fine primo e più immediato dell’esame di realtà non è dunque quello di trovare nella percezione reale un oggetto corrispondente al rappresentato, bensì di ritrovarlo, di convincersi che è ancora presente” (il corsivo è mio).

 

Si noti come Freud distingua subito due diversi compiti che la funzione del giudizio deve assolvere.  Già Hippolyte, classicamente, li aveva riconosciuti come giudizio “attributivo” e giudizio “di esistenza”.  Vale la pena di notare che per Freud, testualmente, essi non si applicano al medesimo oggetto: il primo a “una cosa”; il secondo a “una rappresentazione”.  Mi sembra che con ciò Freud intenda indicare un’indipendenza originaria della cosa, che si pone di fronte al soggetto, gli si im-pone per il fatto stesso della sua realtà.  Di fronte a essa (che — ho detto altrove — è a questo momento Gegenstand più che Objektil soggetto non ha pretese fondazionali (il che, d’altronde, comporterebbe problemi di ricorsività infinitiva e di radicale indecidibilità — il contrario di ciò che si richiede a un giudizio, come Freud stesso lo intende), ma pratico-attitudinali.
Qui tornano, a mio avviso, alcune perplessità. Riprendiamo un passaggio degno di nota: “la qualità sulla quale [la funzione del giudizio] si deve pronunciare potrebbe essere stata in un primo tempo buona o cattiva, utile o dannosa”.  Che cosa vuol dire esattamente che un giudizio attributivo di qualità si deve applicare a una qualità che è già stata (è già stata riconosciuta come) buona o cattiva?  A che “serve” esprimere questo giudizio?  Se si tratta di un momento ulteriore, come l’inciso “in un primo tempo” potrebbe indicare, saremmo costretti a spostare la nostra riflessione proprio a questo “primo tempo”, e così di seguito.  Rimane allora da pensare che la funzione del giudizio, in questa primordiale declinazione attributiva, coincida con il fatto stesso che una qualità possa essere considerata (il che peraltro non ne garantisce l’attendibilità) come buona o cattiva, utile o dannosa; che la possibilità stessa di esercitare una tale funzione esprima un originario rapporto del soggetto con l’oggetto; che pertanto ciò che può essere differenziato in questo brano freudiano è solo la conseguenza pratico-operativa derivante dal giudizio attributivo: se la qualità è stata riconosciuta come buona/utile, allora questo lo voglio mangiare, introdurre in me, ritenerlo appartenente a me; se essa è stata riconosciuta come cattiva/dannosa, allora lo voglio sputare, escludere da me, considerarlo fuori da me.
Ma giunti a questo punto ci accorgiamo che l’esercizio di un simile giudizio tende a raggiungere risultati di ben altra portata, che - a rigore – dovrebbero riguardare il giudizio di esistenza: giacché sputare, escludere, rigettare da sé sembrano, fino a questo momento, evacuazione nel vuoto piuttosto che in uno spazio esterno.  Le “cose” cattive/dannose sono, attraverso l’espulsione, tentativamente distrutte, nullificate, negate piuttosto che ordinate in un altro spazio esistente, anche se esterno al soggetto e di esilio irrevocabile.  Questa operazione, essendo sotto l’egida tautologica del principio di piacere (“mi piace perché è buono” equivale a dire: “è buono perché mi piace”) è puramente affermativa dell’esistenza del buono e negativa dell’esistenza del cattivo… eppure questa negazione, essendo un’azione del soggetto conseguente a un giudizio è - per meglio dire - ancora un’affermazione: l’affermazione dell’inesistenza del cattivo.
A complicare le cose, subito dopo Freud afferma: “Per l’Io ciò che è male, ciò che è estraneo all’Io, ciò che si trova di fuori sono in un primo tempo identici”.
Vorrei intanto notare che in questa asserzione che conclude logicamente, attraverso una sorta di ripetizione riassuntiva, il primo momento della riflessione avviata sulle “due decisioni” che “la funzione del giudizio deve prendere”, non si fa più uso del contrappunto equilibrato presente in tutto lo svolgimento precedente dell’argomentazione freudiana: buono/cattivo, utile/dannoso, dentro/fuori, mangiare/sputare, introdurre/escludere, introiettare/rigettare. Giunto alla conclusione del suo ragionamento, Freud si sbilancia: parla solo del polo negativo.
A me pare che ciò indichi come il campo di questa sua riflessione non fosse veramente concepito nei termini di una simmetria contrappuntistica, e che il suo vero obbiettivo fosse quello di dare risposta a un difficoltoso interrogativo: l’espulsione, il rigetto (da cui deriverà la stessa negazione?) producono con il loro stesso movimento il “fuori”, l’alterità oggettuale?  Oppure li negano?  Sono i primi rudimenti di un ordinamento conoscitivo o rappresentano un fondamentale e originario assetto resistenziale verso l’alterità del mondo e dunque verso la conoscenza?  Ovvero ancora è la contraddizione stessa tra conoscenza e disconoscimento che deve essere reinterrogata e infine a propria volta contraddetta?
Da questo punto di vista il problema del “dentro” e del “fuori” non può essere esaurito nei termini di un’attività soggettuale autonomamente ordinatrice: non c’è solo l’introiezione desiderata ma anche l’intrusione subita; non solo il potere di espellere ciò che dispiace, ma anche l’impotenza ad appropriarsi di ciò che piace.  Freud ha dubitato a più riprese che il trauma dovesse essere considerato reale, ma mai che la realtà possedesse un’originaria e ineludibile valenza traumatica: “il male e il fuori sono in un primo tempo identici” è una proposizione in cui i termini sono coordinati e non subordinati.
Ma, incalza Freud, la seconda decisione della funzione del giudizio, quella che concerne l’esistenza reale della cosa rappresentata,

 

“interessa l’Io reale definitivo… Ora non si tratta più di stabilire se qualcosa che è stato percepito (una cosa) [ciò è garanzia di esistenza reale] debba essere accolta nell’Io oppure no, ma invece se una certa cosa, presente nell’Io come rappresentazione [che è dunque una conseguenza-prosecuzione della percezione, successivamente capace di riprodursi anche in sua assenza: questo è il punto problematico: se la permanenza nella rappresentazione, indipendente da una coeva presenza nella percezione, non è l’explanandum, ciò che fa problema, ma è già un explanansuna strategia psicologicamente derivata e psicologicamente significante, orientata a neutralizzare il vissuto di mancanza correlato alla percezione dell’assenza, allora ci sarebbe già stato una sorta di originario “esame di realtà”, che ha esplorato il “fuori”, per giudicarvi attualmente assente l’oggetto desiderato. Se è la mancanza a produrre il reale, il riconoscimento della mancanza non può non fondarsi su una previa conoscenza del reale] possa essere ritrovata anche nella percezione (realtà)… L’esperienza ha insegnato che non è importante solo il fatto che una cosa (oggetto di soddisfacimento) possegga la qualità “buona”, vale a dire meriti di essere accolta nell’Io, ma anche il fatto che essa esista nel mondo esterno, di modo che ci si possa impadronire di essa secondo il proprio bisogno”.

Ritorna qui il problema, ciò che si era tentato di distinguere nuovamente si confonde: la “cosa” di cui bisogna riconoscere l’esistenza nel mondo esterno si riduce alla cosa con qualità “buona”; la dimensione conoscitiva coincide con quella apprensiva; sotto “l’Io-reale definitivo” si riconosce “l’iniziale Io piacere” da cui esso si è sviluppato; il mondo viene identificato con il mondo godibile.
C’è in tutto lo svolgimento del discorso un’ambiguità che non si risolve: il giudizio sulle qualità si mostra essere fondante soggettivamente l’esistenza del reale; il giudizio sull’esistenza si scopre delimitato e piegato a ciò che qualitativamente viene riconosciuto come “buono”.  Di più: in un discorso che dovrebbe esplorare le origini della negazione (e del negativo) troviamo sostanzialmente giustificata l’affermazione (del positivo).  Nel percorso indicato da Freud, schematizzabile nelle tappe: percezione-rappresentazione-assenza o perdita dell’oggetto esterno-riproduzione della percezione-nuova presentificazione dell’oggetto assente e perduto nella rappresentazione-percezione reale dell’oggetto ritrovato all’esterno, qual è il posto della negazione?  Qui si dà semmai ragione della negazione del no, della mancanza, dell’assenza, non della negazione di una presenza o di un’affermazione.
Alla base di tutte queste difficoltà mi pare ci sia una certa ambiguità nella riflessione freudiana tra definizione della natura e definizione dell’uso di una funzione. Il principio di realtà è un principio effettivamente autonomo rispetto al principio di piacere, oppure, infine, un suo détour?  Freud, in questi passi, sembra privilegiare l’alternativa “riduzionista”, anche se più avanti parla di polarità che “sembra corrispondere all’antitesi esistente tra i due gruppi di pulsioni di cui abbiamo supposto l’esistenza”.  Ma la prima opzione non consente soluzioni al problema che Freud stesso introduce — riconoscere il cattivo, e quindi il dannoso, e quindi il dispiacere, seppure nella forma della negazione.  Ne spiega solo l’espulsione e quindi la tendenziale sparizione: l’oggetto esiste solo in quanto buono e dunque fruibile.  Si intravede un mondo predisposto per l’uomo (anche se è l’uomo stesso a costruirlo in vista di questa predisposizione), secondo un modello di antichissima e consolidata fascinazione.  Ma non dobbiamo dimenticare che anche in quel racconto delle origini cui qui si allude qualcosa sfuggiva a una totale fruibilità.  C’era un oggetto dis-adattante, discordante, non fruibile, e perciò specificamente oggetto di desiderio, proprio in quanto eccedente la fruibilità mondana.  Un oggetto posto in quel mondo ma ad esso non appartenente.  Proprio questo oggetto verrà ricercato dall’uomo, che dimostrerà così di essere fin dall’inizio irrimediabilmente disadattato al mondo, costretto dalla sua condizione di essere desiderante a chiedere al mondo soddisfazioni che ne eccedono la capacità, per una sorta di cieca e tragica pretesa di trascendenza.
E così, pur continuando a fidarci, con Freud, di una qualche buona ragione per non fidarci delle “negazioni” dei nostri pazienti, forse non sappiamo ancor oggi darcene una spiegazione migliore di quella che ci suggerisce il senso comune.

 

 

Bibliografia

 

De Renzis, G. (1993) “Da Freud alla psicoanalisi: un problema di fondazione”, Psicoterapia e Scienze Umane, Volume XXVII.

 

Freud, S (1925) “La Negazione”, OSF X (Torino: Boringhieri, 1989).

 

Hyppolite, J. (1966) “Commento parlato sulla Verneinung di Freud”, in Lacan, J., Scritti(II) (Torino: Einaudi, 1974).

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059