Note a un commento di Lacan a
“Risveglio di primavera” di Franz Wedekind

Da Lacan (2013, p. 554):

Reste qu’un homme se fait L’homme à se situer de l’Un-entre-autres, à s’entrer entre ses semblables.”

“Resta il fatto che un uomo si fa L’uomo ponendosi come l’Uno-tra-altri, centrandosi[1] fra i propri simili.”

 

Questo frammento di Lacan è la prefazione a un dramma di Frank Wedekind, Frühlings Erwachen (Risveglio della primavera), che rappresenta le problematiche dell’adolescenza. Dei ragazzi di 14 anni – in particolare Wendla, Moritz e Melchior – incontrano la sessualità. Alcuni di loro soffrono per la severità della scuola e delle loro rispettive famiglie. Il dramma prende una svolta tragica: Moritz, che non riesce a studiare e teme di essere bocciato, si suicida; Wendla, che è rimasta incinta nel suo primo rapporto sessuale con Melchior, muore a causa di un aborto che le viene fatto praticare dalla madre.

I due personaggi principali, Melchior e Moritz, parlano tra loro del primo eccitamento sessuale che hanno provato, e Moritz ne è molto imbarazzato: preferirebbe non essere eccitato e immagina un mondo senza differenza sessuale. L’amico Melchior gli propone di andare a casa sua per dargli delle spiegazioni sulla sessualità, ma lui rifiuta. Poi, poco prima di suicidarsi, Moritz incontra Ilse, una ragazza che ha lasciato la scuola e che fa la modella per uomini più grandi. Lei lo invita a seguirla ma lui rifiuta. Nel momento in cui Moritz si decide a richiamarla, lei ormai si è allontanata e non può più udirlo. Sebbene Moritz manifesti il proprio imbarazzo nel parlare della sessualità persino con l’amico, e preferisca che lui gli mandi delle spiegazioni scritte – ragion per cui Melchior gli dice “sei una femminuccia” – ammette però di aver sognato delle gambe femminili con delle calze blu sopra a una cattedra. Freud aveva commentato questo dettaglio dicendo che la cattedra rappresenta il divieto del desiderio che si presenta insieme al desiderio[2].

Lacan elogia Wedekind: questi ci va rilevare come i ragazzi non penserebbero alla sessualità “senza il risveglio dei loro sogni”: i sogni contribuiscono a sviluppare le fantasie sessuali nelle quali il soggetto si confronta con la sessualità, e l’inconscio determina il modo in cui ciascuno si rapporta al proprio godimento. Tuttavia Lacan nota anche come il dramma di Wedekind evidenzi qualcosa che non va nella sessualità: “nessuno se la cava bene”. La fantasia di Wendla, ad esempio, è di essere picchiata, e il risveglio delle sue fantasie “anziché rendere il rapporto sessuale possibile (…) suscita delle fantasie [fantasmes] che lo allontanano”[3]. In effetti, Domenico Cosenza (2009, p. 47)[4] distingue due tempi nel commento di Lacan. Il primo tempo è quello in cui si evidenzia l’importanza della preminenza dell’inconscio del soggetto come dimensione che, attraverso il sogno, mette in scena il rapporto sessuale dell’adolescente con il partner. Il secondo tempo è quello dell’incontro con l’inesistenza del rapporto sessuale, inesistenza che Lacan introduce come “la sessualità fa buco nel reale”. Ecco dunque il problema dell’adolescenza. La discrepanza tra l’eccitazione sessuale e l’incontro del rapporto. Per esempio, quando Melchior vuole fare l’amore con Wendla, lei obietta “ma non c’è l’amore”, e lui passa oltre e la prende ugualmente.

 

Il gioco di parole tra centrarsi ed entrarsi.

 

Lacan fa un gioco di parole tra “centrarsi” e “entrarsi”: l’uomo per fare L’uomo deve centrarsi e farsi entrare tra i propri simili. Ciò viene chiaramente contrapposto al “fare eccezione” di Moritz, che rifiuta di prendere posizione rispetto alla sessualità.

Nel dramma c’è il gruppo degli alunni della scuola, ma c’è anche il gruppo degli artisti, rappresentati dagli uomini più grandi che frequenta Ilse, la modella. Per ritrarla nei loro quadri, gli artisti le chiedono di indossare una serie di travestimenti eccentrici e di mettersi in pose particolari, giocando col suo corpo mentre lei è seminuda. Questo suggerisce come la donna venga adattata all’oggetto del loro fantasme, e noi lo interpretiamo come un modo di parlare di quello che Lacan chiama “padre-versione”, giocando con la parola père-version, perversione. Questo è il punto rispetto a cui un uomo deve “centrarsi” come “Uno-tra-altri”; non si tratta soltanto di un’identificazione di appartenenza a un gruppo che lo accomuna ad altri in quanto hanno tutti lo stesso tratto identificatorio. L’originalità di questa definizione di Lacan consiste nell’indicare il fatto che un uomo, pur appartenendo a un insieme, non dipenda soltanto da un’identificazione, e lo stare “tra altri” comporti una diversità, una singolarità che viene mantenuta. Il gioco di parole su “entrarsi” comporta il fatto che debba farsi carico lui di se stesso nel farsi entrare, deve trovare una mediazione tra il proprio godimento e il proprio fantasme e qualcosa che vi risponda. In questo senso Lacan parla di Moritz che si fa eccezione in quanto non riesce a rapportarsi a nulla, né alla sessualità, né alla scuola, e immagina come unica soluzione la fuga in America. Perciò, non potendo attuare questo modo di sparire, si suicida. Come nota Philippe La Sagna (2009), per l’adolescente si tratta di passare dal fantasme in cui l’oggetto è a disposizione all’interno del fantasme, alla mancanza di oggetto, a un “meno a” che deve cercare fuori. Questo “entrare” è anche un uscire da sé: come i propri simili, l’adolescente deve trovare un oggetto, deve centrarsi rispetto all’oggetto. Possiamo interpretare questa strana espressione di Lacan come un modo di trovare un’alternativa alla “psicologia delle masse”: entrare a far parte del “gruppo degli uomini” presupporrebbe un’identificazione di tipo orizzontale, come nell’esercito o nella chiesa, dove ciascuno ha il proprio appellativo e il proprio grado, dove a ciascuno viene dato il proprio nome e il proprio posto. L’espressione “entrarsi”, o “centrarsi”, tra i propri simili invece è al contrario un discorso aperto, e comporta piuttosto fare come gli altri nel confronto con la sessualità.

 

L’Uomo mascherato

 

Infine, il dettaglio più originale e particolare di quest’opera di Wedekind, che Lacan prende in considerazione, è il personaggio dell’Uomo mascherato. Questa figura nel dramma viene a salvare Melchior che stava per suicidarsi come Moritz, perché si considerava responsabile della morte di Wendla che lui aveva messa incinta. Che cosa dice l’Uomo mascherato a Melchior? “Hai fame, vieni a mangiare, hai freddo, vieni a riscaldarti”. In una parola lo invita a occuparsi del proprio corpo, gli ricorda che il suo corpo è un corpo vivo, e lo allontana dallo spettro di Moritz che cerca di portare il suo vecchio amico tra i morti.

La maschera presenta due versanti. Uno è di far entrare in un personaggio: possiamo infatti considerare l’Uomo mascherato colui che invita a entrare in un personaggio, a stare al gioco. C’è poi un altro versante, quello che sottolinea Lacan: che è anche un nome. Ciò è sottolineato dal fatto che Wedekind dedica la sua opera all’Uomo mascherato, nome di qualcosa che non si vede (perché non se ne vede la faccia) e che non si sa. L’Uomo mascherato è uno dei Nomi del Padre, perché come nome proprio è un sembiante per eccellenza. Il fatto che sia mascherato sottolinea infatti come il nome proprio designi semplicemente qualcuno senza che si sappia nient’altro. Per questo Lacan lo definisce come uno dei Nomi del Padre: anche il Nome del Padre dà un nome a qualcosa che non può essere facilmente circoscritto, cioè al godimento.

Anche il rinvio alla Dea Bianca di cui parla Robert Graves (2009) va nella stessa direzione, ovvero di dare un nome a quel godimento. Come nota J.-A. Miller: “Freud, stabilendo la genealogia di Dio, si fermava al Nome del Padre. Lacan allarga la metafora fino al desiderio della madre e fino al godimento supplementare della donna. Da cui la nozione che potrebbe anche darsi che il padre sia soltanto uno dei nomi della dea materna, la Dea Bianca, che rimane Altra nel suo godimento”[5].

 

 Bibliografia

 

Cosenza, D. (2009) “L’initiation à l’adolescence », Mental, 23.

 

Cottet, S. (1985) « Puberté catastrophe », L’Ane, 22.

 

Freud, S. (1907) “Intervento alla Società Psicologica del mercoledì a Vienna”, in M. Lavagetto, a cura, Palinsesti freudiani. Arte letteratura e linguaggio nei verbali della società psicoanalitica di Vienna. 1906-1918 (Torino: Bollati Boringhieri, 1998).

 

Graves, R. (2009) La dea bianca (Milano: Adelphi).

 

Lacan, J. (2013) Altri scritti (Torino: Einaudi).

 

La Sagna, Ph. (2009) « L’adolescence prolongée hier, aujourd’hui et demain », Mental, 23.

 

Laurent, E. (2006) “Un nouvel amour pour le père”, La Cause freudienne, 64.

 

Mambrini, L.  (1996) ” La Dea Bianca come Nome del Padre”, L.P. 20.

 

Miller, J.-A. (2003) « Religion, psychanalyse », La Cause freudienne, 55.

 


[1] s’entrer,”entrare” reso riflessivo, omofono di centrer, “centrare”.

[2] Intervento di Freud alla Società Psicologica del mercoledì a Vienna (Freud 1907) (cfr.  trad. franc. di J-A. Miller, in Wedekind, L’éveil du printemps, Gallimard, 1974).

[3] Cottet S. (1985, p. 43).

[5] Miller J.-A. (2003). Questo articolo è commentato anche in: Laurent (2006). Cfr. Mambrini  (1996). Miller, “Della natura dei sembianti”, LP 15, p. 182 (L’Uomo mascherato); LP 16, pag. 162 (La Dea Bianca).

 

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