Post-scriptum alla conversazione “Contro il lacanismo”

Scambio di lettere tra A. Green e S. Benvenuto

 

La conversazione precedente è stata pubblicata in inglese come ”Against Lacanism. A Conversation with André Green” nel Journal of European Psychoanalysis, n.2, Fall 1995-Winter 1996, pp. 169-185.
http://www.journal-psychoanalysis.eu/against-lacanism-a-conversation-with-andre-green/. Una traduzione italiana fu pubblicata come “Conversazione con André Green” in Psicoterapia e Scienze Umane, anno XXX, n. 3, 1996, pp. 37-54.

Non c’è mai stata una pubblicazione in francese perché il nastro originale purtroppo è andato smarriuto.

Dopo la pubblicazione in inglese della conversazione, André Green mandò una lettera a Sergio Benvenuto in inglese; a cui Benvenuto rispose in inglese. Questa corrispondenza è stata pubblicata in “Sergio Benvenuto to André Green”, Journal of European Psychoanalysis, N. 3-4, Spring 1996-Winter 1997, pp. 202-208.
http://www.journal-psychoanalysis.eu/a-correspondence-between-a-green-and-s-benvenuto/.

Pubblichiamo qui la traduzione italiana di questa corrispondenza.

 

 

 

 

Lettera da André Green

 

 

Caro Sergio Benvenuto

 

Ho ricevuto una copia del Journal of European Psychoanalysis, number 2 (Fall 1995-Winter 1996), in cui lei ha pubblicato la nostra conversazione.  Mi dispiace di dirle che non sono molto contento del risultato e perciò le chiedo di pubblicare questa lettera nel prossimo numero.

Innanzitutto, le ricordo che quando abbiamo deciso di fare un’intervista (all’epoca non si trattava di una conversazione), concordammo che lei mi avrebbe mandato, prima di ogni accordo finale per la pubblicazione, una trascrizione della registrazione per apportarvi modifiche ed eventuali completamenti. Nessuna di queste sue promesse è stata mantenuta. Inoltre, dato che il nostro scambio è avvenuto in francese, non ho avuto alcuna opportunità di controllare la correttezza della traduzione. Terza cosa, non ho ricevuto alcuna bozza prima della stampa, così che posso obiettare che sono in disaccordo totale con quello che ha pubblicato.

Non c’è alcuna possibile scusante per queste pratiche giornalistiche, dato che lei non può sostenere che limitazioni di tempo le avrebbero impedito di procedere così come era stato stabilito. La nota che segue il titolo afferma che la conversazione ha avuto luogo il 14 maggio 1994, due anni e mezzo prima della pubblicazione del journal.  Ho molte serie obiezioni al contenuto di quel che è stato pubblicato.

In molti casi la traduzione è erronea. Per esempio, a pagina 170, non ho detto che uno psicoanalista deve avere a che fare anche con persone “outside his field” quando mi stavo riferendo a pazienti dell’analista.

A pagina 171 non potevo aver detto che Bouvet era uno psicologo clinico, dato che era uno psichiatra. Né avrei mai potuto prendere Wallon per un teorico dell’alienazione.  Nella stessa pagina: “Lingu-hysteria” o “lingui deli”[6] non potrebbero essere state mie parole, dato che non le conosco.

A pagina 173, non potevo aver detto che Conrad Stein lasciò Lacan, in quanto non era mai stato altro che un membro della società di Parigi a cui io stesso appartengo e non è stato mai membro dell’istituzione a cui Lacan apparteneva. Sempre nella stessa pagina, non posso aver detto che i problemi connessi con Ferenczi e Rank furono confinati all’istituzione, quando intendevo invece che entrambi restarono nell’istituzione.

A pagina 180, non potevo aver detto che René Major era un analista importante, io non ho alcuna responsabilità in questa frase, frutto di una sua aggiunta o di un errore del traduttore.

A pagina 183, non potevo avere detto che “the price Lacan paid was not going on beyond these limits” [il prezzo pagato da Lacan era di non andare oltre questi limiti”], dato che intendevo esattamente il contrario. Ovvero, che Lacan era disposto a pagare qualsiasi prezzo per riuscire nella sua impresa di essere riconosciuto nel mondo intellettuale. Non ho detto nemmeno, nel paragrafo successivo, che il suo stile di scrittura era eccellente, posso aver detto che era intrigante, che colpiva, letterariamente affascinante, ma sicuramente non eccellente.

Sono davvero sorpreso dalla nota 6 a pagina 179, dove lei si prende la libertà di interpretare un lapsus che avrei commesso, che non vedo proprio, dato che intendevo realmente “l’interpretazione cristiana della teoria psicoanalitica”, come la frase successiva chiaramente indica. Inoltre lei dice di aver lasciato senza correzioni altri lapsus che sarebbero emersi nella conversazione. Lei non li menziona, ma questo prova la sua volontà deliberata di pubblicare una versione non revisionata né corretta, senza il mio controllo.

Più in generale, leggendo la conversazione, sono colpito dal fatto di non ricordare certe parti delle sue domande. Questo può essere dovuto a una mia dimenticanza di oggi, ma può anche essere che lei abbia modificato le sue domande.  Il risultato di questo cambiamento è che io appaio al lettore come qualcuno che non risponda alle obiezioni da parte del partner della conversazione perché io non avrei alcuna risposta convincente. Ma non è mia abitudine lasciare le domande senza risposta. Potrebbe anche essere che lei abbia preso la libertà di tagliare parti delle mie risposte senza il mio consenso. In ogni caso, lei non può produrre la prova che la sua versione è stata sottoposta alla mia approvazione come accade abitualmente, né provare che lei mi ha sottoposto la trascrizione della registrazione per un mio accordo finale, come era stato deciso.

 

Dato che voglio rispondere ad alcune sue osservazioni, qui ci sono le risposte a molte delle sue domande:

 

-Pagina 173- La rottura tra Freud e Jung e Adler da una parte, e i suoi disaccordi con Ferenczi dall’altra, non hanno tutti lo stesso significato.  Jung e Adler non condividevano l’interpretazione di concetti fondamentali della teoria di Freud, e si allontanarono definitivamente da lui. Ferenczi non smise mai di considerarsi un discepolo di Freud. Egli propose solo dei cambiamenti nella pratica delle interpretazioni nella cura e un maneggiamento diverso del transfert senza lasciare il movimento freudiano. Il suo disaccordo non ha mai impedito a Freud di considerarlo uno dei maggiori collaboratori della psicoanalisi.

 

- Nella stessa pagina, il suo mettere assieme Reich, Reik, Rank e Meltzer è veramente un melting pot.  Sappiamo che Reich a un certo punto divenne una persona molto disturbata e sono sorpreso dal fatto che lei non consideri quanto la sua tecnica di mettere la gente in scatole lasciando operare l’”orgone” fosse una ragione sufficiente per decidere di escluderlo. Reik venne appoggiato pubblicamente da Freud nel suo conflitto con l’American Psychoanalytical Association dovuto a regole burocratiche che non avevano più senso. A Masud Khan sono state bloccate le sue possibilità di fare training per aver sedotto una delle sue analizzanti ed è stato escluso in seguito per aver espresso apertamente opinioni anti-semite. Lei approva tutto questo? E infine, Donald Meltzer è stato espulso a causa di un suo comportamento personale che è apparso incompatibile ai membri della British Society con la loro concezione dell’etica professionale.

 

-Pagina 175- Di nuovo lei amalgama i casi di Tausk, Ferenczi e Rank.  Freud pensava che la fissazione omosessuale di Tausk nei suoi confronti fosse troppo forte, così rifiutò di prenderlo in trattamento. Quanto a Ferenczi e Rank, dette loro l’opportunità di esporre i loro disaccordi, aprì una vasta discussione su di essi, e concluse dando la sua opinione, enfatizzando le ragioni della sua opposizione. Non ci furono esclusioni in nessuno di questi casi.

 

Nella stessa pagina, di nuovo, lei fa confusione. Lei sembra eguagliare lo sfruttamento e la manipolazione del transfert da parte di Lacan e altri tratti della sua cattiva pratica – lei dice persino che egli si sarebbe comportato sadicamente con gli analizzanti per il loro bene – con i difetti di Freud.  Lei ritiene che non ci siano differenze essenziali tra il comportamento di Lacan e il fatto che Freud abbia dato da mangiare all’Uomo dei Topi (nel 1910!) e abbia analizzato sua figlia.  Certamente, a riguardo di questo ultimo fatto, si trattò di un pesante errore di Freud che non va scusato. Ma questo non può essere paragonato al comportamento di Lacan, costantemente e regolarmente apertamente cinico, con persone venute a lui per essere analizzate e perché la loro sofferenza venisse lenita. Per quanto riguarda la relazione tra le simpatie naziste di Heidegger e la sua filosofia, si tratta di una questione ancora dibattuta, ma che va oltre la portata della nostra conversazione.

Per concludere, come lei dice – che le caricature rivelano più verità delle copie esatte – io oserei dire che il suo pensiero dovrebbe essere molto veridico, dato che è platealmente una caricatura. Le lascio la responsabilità della sua opinione, che confonde un genere satirico con la ricerca della verità. Rovesciando l’argomento delle connessioni di Lacan con il cattolicesimo contro di me, lei sostiene che io voglio che I filosofi siano nei confronti della psicoanalisi quel che I teologi sono nei confronti della Chiesa cattolica. Non chiedo una cieca obbedienza a un dogma, ma solo una sufficiente accuratezza nella discussione quando riguarda la psicoanalisi. Gli intellettuali che lei ha citato, fingendo di promuovere un dialogo con la psicoanalisi, di fatto non erano sempre in buona fede nei suoi confronti, fraintendendone il vero spirito. La psicoanalisi non ha beneficiato in alcun modo dei loro contributi – con l’esclusione naturalmente di Kristeva e Castoriadis, che sono psicoanalisti praticanti di gran valore. Nella maggior parte dei casi, non è solo una questione di accordo o disaccordo, di elogio o di critica, ma una chiara espressione di un totale fraintendimento di quel che la psicoanalisi è in effetti. Temo che la nostra conversazione suscitata dalle sue domande non abbia aiutato a chiarificare la natura della relazione tra la psicoanalisi e l’intelligentsia, relazione molto ambigua.

Penso che lei concorderà sulla necessità di pubblicare queste correzioni e chiarificazioni per informare propriamente il lettore.

Sincerely Yours

 

André Green

 

Parigi, 5 ottobre 1996

 

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Risposta di Sergio Benvenuto ad André Green

 

Caro dottor Green,

 

In realtà la bozza inglese della nostra conversation (e non interview, come lei sa bene) le fu inviata nel luglio 1995, ma si vede che lei non l’ha mai ricevuta – i disguidi postali tra Italia e Francia, purtroppo, sono all’ordine del giorno. Comunque, il nostro Journal si scusa per il disguido.

Detto questo, pur comprendendo la sua irritazione per non aver potuto migliorare il suo testo, non mi pare però che le sue critiche nella maggior parte dei casi abbiano un serio fondamento.  Nella seconda parte di questa lettera risponderò punto per punto alle sue obiezioni sulla traduzione o l’editing, e cercherò di mostrare che – a parte due o tre casi, su aspetti non centrali, dovuti effettivamente a errori di traduzione o di stampa – il traduttore ha compiuto scelte legittime a partire da un originale ambiguo.

Porterò ora solo due esempi. Quando lei ha detto “Bouvet, un clinicien“, il traduttore ha interpretato come “clinical psychologist” (pagina 171) anziché come “psychiatrist”, perché in francese suona un po’ strano dire “un clinicien” per dire “un psychiatre“.  E così, parlando di René Major, lei ha detto “…un psychanalyste, qui n’est pas n’importe lequel, puisqu’il est dans votre liste“. È probabile che nella sua frase ci fosse dell’ironia, ma non si può rimproverare il traduttore di non averla colta, e di aver reso l’epiteto con “an important analyst” (pagina 180).  Seguivano sue affermazioni polemiche nei confronti di René Major che abbiamo tagliato seguendo il principio di non pubblicare mai polemiche troppo personali.  Ma il traduttore (che aveva letto quegli attacchi tagliati) ha avuto la conferma che comunque René Major fosse per lei uno “important”: altrimenti perché darsi la pena di attaccarlo pubblicamente con tanta durezza?

Comunque, anche se tutte le sue critiche alla traduzione fossero giustificate, ognuno può ben rendersi conto che si tratta di punti marginali, che non compromettono in nulla the meaning di quello che lei ha detto. Quanto alla sua insinuazione secondo cui alcune parti delle sue risposte sarebbero state tagliate, la verità è che abbiamo tagliato due sole parti di una certa ampiezza: oltre ai riferimenti a Major, una sua lunga argomentazione sull’irrilevanza del pensiero di Heidegger, in quanto l’abbiamo giudicata estranea al tema della conversazione. Il suo sdegno quindi mi appare alquanto pretestuoso.  Mi pare che la sua lettera manifesti piuttosto il suo desiderio di usufruire di un secondo round in una boxelike discussion.  Il nostro Journal non le nega questa “seconda possibilità”, ma allora anche il suo avversario replicherà ai suoi “pugni”.

 

Prima di tutto occorre chiedersi: perché la nostra conversazione ha avuto l’andatura di un match di boxe, che prosegue nella sua lettera?  Non per il fatto che io sono un lacaniano, perché non lo sono (nello stesso numero è pubblicato anzi un mio paper sui limiti, a mio parere, dell’approccio lacaniano), né appartengo ad alcuna società psicoanalitica rivale della sua.  La vispolemica quindi non è dovuta a uno scontro tra due scuole o teorie psicoanalitiche, ma a una questione di stile, se non di etica in senso lato.  Se è vero che, come diceva Buffon, le style c’est l’homme, in certi casi è vero che le style c’est la chose même.  Per me la cosa non era difendere Lacan a ogni costo – non ho mai giustificato Lacan per la sua clinica alquanto disinvolta – ma la mia perplessità sul suo [di lei] modo secondo me troppo semplice di fare i conti con un pensiero che, nel bene o nel male, ha marcato il pensiero non solo psicoanalitico, e non solo in Francia.

Ho ascoltato alcune sue conferenze nel corso degli anni: lei, come molti altri ex-allievi di Lacan, pare tuttora ossessionato dal compito di liquidarlo.  Ma dire che Lacan va liquidato perché era sadico con i pazienti, e tutta la sua teoria serviva a sedurre l’intelligentsia parigina – questo mi pare essere il succo della sua tesi – non rende giustizia nemmeno alle sue ossessioni.  Anche perché Lacan non è stato il solo a prendersi delle libertà sia con la pratica che con la teoria – gran parte dei “padri fondatori” della psicoanalisi se ne presero. E poi porterò alcuni esempi che le dovrebbero essere ben noti.

Chi la conosce sa bene che lei è un guerriero, che si trova a suo agio quando può attaccare qualcuno o qualcosa (anche un intervistatore). Ammetto che anche quella del guerriero è una forma di spiritualità.  Ma nel caso del dibattito psicoanalitico l’atteggiamento bellico – sia contro gli avversari interni che contro quelli esterni – a mio avviso è cosa negativa, e finisce col discreditare la psicoanalisi. Chi l’ha seguita (ma anche chi semplicemente legge la nostra conversazione) sa bene che lei attacca tutti coloro, dentro e fuori la psicoanalisi, che non accettano quello che per lei è il Canone intangibile: grosso modo, un insieme clinico-teorico che comprende soprattutto Freud, M. Klein, Winnicott e Bion. Ad esempio, in alcuni seminari tenuti a Roma, lei ha detto:

 

Sono psicoanalista dal 1956-57 (..) Ogni tre o quattro anni, e per ragioni diverse, ho sentito proclamare la morte della psicoanalisi. Nel 1955-57 ancora trionfava il marxismo. Allora, con Pavlov, ci si accingeva a spazzare via Freud. (…) Dov’è oggi Pavlov? Dopo, verso gli anni 60, ci è stato detto che ora avevamo lo strutturalismo. L’inconscio di Saussure si apprestava a spazzare via l’inconscio di Freud. Dov’è oggi lo strutturalismo? (…) Oggi abbiamo a che fare con i cognitivisti e i neuroscienziati, gente che non ha mai visto un paziente. (…) Allora, le imprese tipo Wittgenstein, Popper, Grünbaum e compagnia bella non m’impressionano granché. (…) La psicoanalisi è loro nemica perché la temono.

 

Applicherei a lei quel che si attribuisce spesso alla chiesa cattolica (lei è ebreo, ma persino gli ebrei possono peccare di “cattolicesimo”, talvolta): un certo trionfalismo. Alle critiche spesso acutissime di cui la psicoanalisi è oggetto, anche da parte di menti di prim’ordine – da Karl Kraus fino a Foucault – lei risponde con il disprezzo. In questo consiste una differenza tra lei e Lacan: quest’ultimo, almeno, ha cercato sempre di rompere lo “splendido isolamento” della psicoanalisi prendendo da altre teorie e discipline quel che poteva essere utile alla psicoanalisi, senza curarsi del fatto che gli autori di quelle teorie e discipline fossero spesso ostili alla psicoanalisi. Ad esempio, Claude Lévi-Strauss nel saggio “Lo stregone e la sua magia” avanzò delle critiche di fondo alla psicoanalisi; ma Lacan pensò lo stesso che il metodo dell’analisi strutturale applicato da Lévi-Strauss potesse essere di grande aiuto per lo sviluppo della psicoanalisi; e si confrontò con quello scritto di Lévi-Strauss. Lacan cercò il contatto persino con Chomsky, padre del cognitivismo di oggi, perché non condannò subito, come lei ha fatto, il cognitivismo. In conclusione, Lacan, malgrado i suoi difetti, aveva un atteggiamento nel fondo aperto, tollerante, non settario (e non così intellettualmente narcisistico come altri hanno).

A mio avviso, il suo trionfalismo psicoanalitico le fa sottovalutare la crisi che oggi sta attraversando la psicoanalisi – e non solo perché essa è oggetto di un attacco concentrico da più parti che non ha precedenti nella sua storia. L’importante è che questa crisi non è proclamata dai cognitivisti o da qualche filosofo, ma dagli analisti stessi, che lamentano il diradarsi della clientela e una caduta del loro prestigio. Credo allora che la psicoanalisi potrà sopravvivere anche nel prossimo secolo se sarà capace di rimettere in discussione tante proprie certezze, se si apre al dialogo – anche con i dissidenti interni – e se soprattutto recupera un po’ di auto-ironia.  Attaccare, come lei di solito fa, ogni eventuale rivale della psicoanalisi è un barricarsi, con corazze o altari, in una fortezza. Invece è più saggio “lasciar fiorire i cento fiori”.

 

Freud, in Psicologia delle folle e analisi dell’Io, descrisse due Massen che per lui erano il paradigma di ciò che l’analisi non doveva essere: la chiesa e l’esercito. Invece le società e movimenti psicoanalitici hanno funzionato più spesso come chiese ed eserciti (e spesso per colpa di Freud stesso) che come la società che molti analisti sognavano.  Anche lei attacca tanti (da Lacan a Derrida) come un soldato e un sacerdote (o rabbino, se preferisce); ma credo che oggi agli analisti occorra umiltà, più che disciplina.  Comunque, la mentalità dell’esercito e della chiesa sono estranee al nostro Journal, che persegue un fine opposto: dialogo spregiudicato tra correnti non solo psicoanalitiche, ma anche esterne al “Freudian field”, rinuncia a ogni settarismo di scuola o corrente, cercando di trovare spunti proficui anche in tendenze di pensiero alquanto lontane, e rispondendo con rispetto e serietà alle critiche di rilievo mosse alla psicoanalisi. La psicoanalisi non si salverà denunciando chiunque la critichi come “uno che non vuole accettare la sessualità”. Questo è il vero punto di scontro tra lei e me, non alcuni punti marginali di traduzione o di editing.

 

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Cominciamo dalle precisazioni in cui lei ha ragione:

Pagina 170 – È vero, i pazienti dello psicoanalista non sono “outside his field”. Credo però che il contesto del discorso chiarisca comunque il significato: ogni lettore intelligente si rende conto che lei sta dicendo che, a differenza dei filosofi che si confrontano solo con colleghi, l’analista si confronta soprattutto con gente comune.

 

Pagina 171 – È vero, Lacan aveva flirtato con le teorie di Henri Wallon, non con le “teorie dell’alienazione” di Wallon, come la traduzione lascia intendere.  Ce ne scusiamo.

 

Sugli altri punti, le sue rimostranze sono meno giustificate.

 

Pagina 171 – “Lingu-hysteria” et “lingui-deli” sono semplicemente due traduzioni possibili del neologismo lacaniano “linguisterie” da lei citato.  Ci è parso che con questo termine Lacan volesse make a pun con le omofonie di “lingu-hystérie” e di “charcut-erie” o “pâtiss-erie” o “bouch-erie“, cosa che può esser resa con “deli shop” in English.

 

Pagina 173 – Lei ha detto: “Piera Aulagnier, Perrier (…), Valabréga, plus les gens qui, du côté de ma Société, également ont été intéréssés par lui, comme Conrad Stein et moi-même, pour prendre les deux qui se sont manifestés le plus directement, nous tous l’avons quitté“. È vero, il copy-editor, comprimendo la sintassi, ha eliminato la differenza tra gli “anciens élêves” et “ceux qui ont été intéréssés par lui“; ma il vostro “nous tous l’avons quitté” ha fatto pensare che le relazioni di Stein con Lacan fossero state più strette di quanto non lo fossero state nella realtà. Lei ha messo Stein nella stessa lista di Aulagnier, Perrier, Valabréga, e Green.

 

Pagina 179 – Lei ha detto: “…en fait, ce qu’on me semble pas vouloir prendre en considération c’est le côté profondément théologique et chrétien de la théorie psychanalytique; c’est une réécriture chrétienne de la psychanalyse…” Non posso credere che veramente lei rimproveri a Lacan di non riconoscere che la psicoanalisi ha un lato teologico e cristiano! Per questa ragione l’ho interpretato come un lapsus. Se c’è un difetto di traduzione, è nell’aver attribuito a Lacan quel “ne pas vouloir prendre en considération“, mentre il contesto fa pensare che lei si riferisse piuttosto agli intellettuali, “qui ne veulent pas prendre en considération le côté profondément théologique et chrétien de la théorie de Lacan“. Questa interpretazione è la sola che possa dare un senso coerente alle sue parole.

 

 

Pagina 183 – Lei ha detto: “..on la paye du prix du désir de séduire, et de dire aux intellectuels, même si on les secoue, même si on leur dit ‘mais enfin, vous avez un inconscient’ (…), il y a quand même des frontières à ne pas dépasser; et donc le prix qu’on la paye, le prix de Lacan, ça a été celui d’une extraordinaire séduction intellectuelle“.  In questo caso la traduzione è corretta: gli intellettuali non vogliono che certe frontiere siano sorpassate [crossed è stato tradotto] dagli psicoanalisti [suppongo: rivelare le pulsioni animali anche negli intellettuali], perciò Lacan non le ha sorpassate [crossed], e in questo modo è potuto diventare una vedette per gli intellettuali.

 

 

Pagina 183 – “Because its style of writing is excellent” traduce il vostro “c’est une pensée aussi qui a une qualité d’écriture“, un’espressione molto patois parisien, che non ha alcun equivalente preciso in inglese. Del resto più sopra avevate detto, parlando del pensiero di Lacan, qu’”indéniablement c’est mieux écrit, c’est mieux pensé que dans la plupart des écrits psychanalytiques“. Da qui l’opzione per “excellent”.

 

Da nessuna parte ho detto che c’erano ancora altri vostri “slips of tongue” oltre quelli rilevati nelle note a piè di pagina (solo due, quindi).

 

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Pagina 173 – È vero, Ferenczi non ha mai rotto con Freud esplicitamente – anche perché Freud ha avuto sempre un debole particolare per lui (avrebbe voluto che diventasse suo genero). È vero però che, per un periodo alquanto lungo, Ferenczi è stato calunniato dalla comunità psicoanalitica e i suoi scritti volutamente ignorati (Ernest Jones convinse molti che negli ultimi anni Ferenczi fosse psicotico).  A Ferenczi Freud poteva perdonare deviazioni che non avrebbe tollerato in altri.  Anzi, il suo affetto per lui lo ha portato a diventarne complice: Ferenczi, per anni, ha informato Freud della sua relazione sconcertante con le sue pazienti-amanti, Gizella ed Elma Palos. Freud non reagì espellendo Ferenczi dalla Società psicoanalitica, anzi, coperse per certi versi, per anni, questa tresca. Se dovessimo applicare anche a Ferenczi il criterio che lei usa nei confronti di Lacan – e cioè che le pecche tecniche e deontologiche screditano anche i contributi teorici di un analista – dovremmo escludere il contributo di Ferenczi dallo sviluppo della psicoanalisi. Nemmeno lei potrebbe accettare una conclusione di questo genere, suppongo.

 

Pagina 173, following – Il tratto comune tra Reich, Reik, Masud Khan e Meltzer è che ognuno, anche se per ragioni diverse, è stato espulso dall’istituzione analitica, o non ammesso (nel caso di Reik) in essa. Li ho citati giusto per correggere la sua affermazione precedente secondo cui dopo il 1912 non ci sarebbero state più rotture insanabili nell’istituzione analitica.  Non mi pronunciavo sulla giustificatezza o meno della loro esclusione o espulsione. Evidentemente, lei si identifica talmente al suo ruolo di paladino dell’establishement psicoanalitico, che non coglie questo tratto comune tra i nomi da me fatti. Per lei conta piuttosto separare i “buoni” dai “cattivi”, e magari dai “cosî-e-cosî”? Per lei evidentemente Reich e Masud Khan sono “cattivi”, Reik e Rank sono “buoni”, e a Meltzer, mi pare di capire, concede il beneficio del dubbio.  Citandoli non intendevo affatto giustificarli: citavo semplicemente degli analisti famosi che sono stati eliminati dalla loro società di appartenenza. Questo spiega il fatto che lei talvolta ha l’impressione di non rispondere (nella conversazione stampata) alle mie domande; evidentemente non le ha colte [qualche deficienza del mio francese parlato potrebbe giustificare questi malintesi]: prova ne sia che non ne coglie il senso nemmeno quando sono scritte.

Lei sembra voler dire, tra le righe: “ma tutte queste espulsioni sono avvenute per mancanze di etica professionale, non per seri contrasti teorici”.  Temo che questa sia una favola utile all’immagine ufficiale che le società analitiche tendono a dare di sé stesse.  C’è da sospettare che dietro molte espulsioni per “comportamenti personali” si nascondano non tanto divergenze teoriche quanto lotte di gruppi di potere, e scontri tra personalità (Meltzer è stato espulso soprattutto da kleiniani come lui ostili alla Tavistock Clinic di cui egli è il leader).  Del resto, dietro lo stesso conflitto tra Freud e Jung c’era davvero soltanto un conflitto teorico? Ma non sopportò Freud benissimo le “deviazioni” di Binswanger e di altri? Non cercò di portare nella sua “tribù” persone che la pensavano in modo molto diverso da lui come Jelgerma, Ophuijsen o Groddeck? Oppure piuttosto quello tra Freud e Jung era un conflitto di leadership e di personalità?  E non furono soprattutto un conflitto personale e di potere le famose Anna Freud-Melanie Klein Controversies, che lei trova tanto affascinanti? Se davvero il ruolo della sessualità era una ragione sufficiente per estromettere Jung dalla Associazione, avrebbe dovuto essere sufficiente per estromettere moltissimi altri – a cominciare da Winnicott, per esempio. Il fatto che la teoria ortodossa non ammetta come fondamentale la “volontà di potenza” non è una buona ragione per essere ingenui, e non vedere conflitti di potere e di personalità dietro lo schermo delle “dissidenze teoriche” e dei “delitti deontologici”.

 

Pagina 175 – Ho citato insieme Tausk, Ferenczi e Rank, perché tutti e tre, pur senza mai essere stati ufficialmente espulsi dalla Società analitica, hanno avuto rapporti drammatici (qualcuno direbbe: morbosi) con la figura di Maître che Freud impersonava.  Non mettevo affatto in gioco, quindi, come lei ha voluto vedere, gli eventuali conflitti di questi tre con l’istituzione; piuttosto il loro rapporto personale con Freud.

Dopo il libro di Paul Roazen sui rapporti tra Tausk e Freud (Brother Animal), mi pare semplicistico il modo in cui lei riduce il complesso rapporto tra Tausk e Freud alla fissazione omosessuale del primo su Freud.  Non solo Freud non prese in analisi Tausk, e lo mandò da una delle sue allieve meno sperimentate, Helen Deutsch: impose poi alla stessa Deutsch di interrompere l’analisi con Tausk, cosa che quest’ultimo interpretò – non a torto – come la sua espulsione de facto dal circolo psicoanalitico; da qui il suo suicidio.  Roazen mette in evidenza piuttosto la gelosia di Freud (Tausk era stato l’amante di Lou Andreas Salomé, della quale Freud era grande ammiratore), e i suoi timori nei confronti di un suo discepolo “troppo dotato” (tutti convengono che “Della genesi della ‘macchina per influenzare’ nel corso della schizofrenia” è un testo di grande rilievo).  È un esempio clamoroso del risvolto mortifero dell’atteggiamento di Freud come maître.

 

Pagina 175, following – Anche qui per lei è essenziale contrapporre “il buon Freud” al “cattivo Lacan”, seguendo il manicheismo ufficiale imperante in molte società analitiche.  Grazie agli storici, conosciamo molti atteggiamenti di Freud, oltre quelli che ho già citati, che gli avrebbero fatto meritare l’espulsione dall’attuale IPA.  Oltre alla sua complicità nelle tresche di Ferenczi, avrei potuto citare la sua ipocrisia nell’affaire Jung-Spielrein.  Freud seppe che Jung aveva avuto una relazione sessuale con la sua paziente Sabina Spielrein, e anche che Jung la aveva calunniata quando la cosa cominciò a sapersi fuori (nel 1909 Jung lascia il suo posto alla clinica di Bleuler probabilmente travolto da questo scandalo). Ma invece di denunciare la cosa, Freud protegge Jung, fa appello “alla ragione e al giudizio” di Sabina affinché la giovane ceda in nome “della carriera e del matrimonio” di Jung.

Ma del resto Freud stesso non scriveva, dal 1903 al 1906, lettere dal tono equivoco alla sua paziente Anna von Vest? Non ha egli sostenuto finanziariamente il suo paziente noto come l’Uomo dei Lupi, Serghey Pankejeff, perché convinto che il suo caso avrebbe confutato finalmente le tesi di Jung? E che cosa direbbe un analista didatta dell’IPA dell’atteggiamento che Freud ebbe con i suoi analizzanti Hilda Doolittle, Joseph Wortis e Smiley Blanton?

Se poi da Freud passiamo ai freudiani – anche a quelli che a lei sono più cari – ci sarebbe da scrivere un libro su tutte le irregolarità che si sono scoperte col tempo. Quanto alle infrazioni della norma che proibisce contatti sessuali tra medico e paziente, potremmo stilare una lunga lista di “peccatori” famosi.  Le loro infrazioni sono non meno gravi di quelle che lei imputa a Lacan. Freud non fu il solo ad analizzare la propria figlia, dato che fu una pratica molto diffusa tra gli analisti delle prime generazioni. Anche Abraham e M. Klein sottoposero ad analisi i propri figli (P.  Grosskurth, Melanie Klein. Il suo mondo e il suo lavoro, Bollati Boringhieri, Torino, 1988, pp. 117 e 120). Peggio, la Klein, essendo a corto di bambini pazienti, pubblicò i risultati dell’analisi del figlio Erich senza rivelare che si trattava del di lei figlio (Ibid., p. 111). I bambini analizzati dalla Klein furono, almeno in una prima fase, tutti figli di suoi colleghi inglesi, di persone cioè con cui lei era a strettissimo contatto (Ibid., p. 123)(non fu fatta venire da Jones in Inghilterra a patto che analizzasse sua moglie Katherine (Ibid., p. 189) e i suoi figli?). Una delle probabili ragioni della drammaticità del clima plumbeo nella British Psychoanalytic Association negli anni 30-50 fu proprio la promiscuità di rapporti tra i suoi membri: mescolavano rapporti amichevoli, analitici e scientifici, analizzavano figli e mogli dei colleghi, intrecciando allegramente i loro rapporti su molti piani possibili.

La stessa Klein arrivò al punto di proporre a Winnicott (in supervisione da lei dal 1935 al 1940) di fargli la supervisione dell’analisi che Winnicott stava facendo al [di lei] figlio Erich (Ibid., p. 274) – proposta che Winnicott ebbe la saggezza di rifiutare. Ancora più impasticciato e “perverso” (difatti portò a una rottura tra le due donne) fu il rapporto tra Paula Heimann e la Klein.  La Heimann era grande amica della Klein e di sua figlia Melitta, finché, nel 1934, non entrò in analisi con la Klein! Questa analisi riprese (senza alcuna rottura delle relazioni amichevoli, tutt’altro) tra il 1942 e il 1944; ma allora persino la Klein sentì che non era il caso di andarne molto fieri, difatti proibì alla Heimann di dire in giro che era in analisi con lei (Ibid., pp. 444 e 447).

Se evochiamo questi aneddoti, non è per giustificare tutti questi “crimini” di deontologia, né per gettare il discredito sugli psicoanalisti in generale.  Ricordando tutto questo, non mi rivolgo all’analista-poliziotto e nemmeno all’analista-avvocato, mi rivolgo semplicemente… all’analista.  Tutte queste infrazioni dovrebbero essere cioè viste come sintomi di un disagio della relazione analitica classica.  Questo disagio oggi viene riconosciuto da molti analisti (ma non da lei), che parlano sempre più di “crisi della psicoanalisi”.   È come se la psicoanalisi, per riuscire ancora a incidere, non riuscisse spesso a star dentro norme, ruoli, schemi – ma anche teorie – che ormai sono superati dai tempi. Lei pensa che il Pantheon Freud-Klein-Winnicott-Bion basti per mantenere la psicoanalisi ben solida. Ci vuole ben altro che le interminabili analisi kleiniane, oggi, o le teorie di Bion sul pensiero, per far sopravvivere la pratica analitica.

Ma soprattutto, tutti questi flaws tecnici o etici non sono ragioni sufficienti per “rimuovere” i contributi teorici o clinici di questi analisti. Forse che l’interesse del pensiero di Freud viene appannato per essersi comportato in modo inaccettabile in tutti quei casi citati sopra?  Masud Khan sarà stato anche anti-semita – anche Shakespeare, Ezra Pound, e molti altri grandi creatori lo furono, purtroppo – questo non toglie che egli resti il migliore allievo di Winnicott, e che i suoi studi sulla perversione siano acuti.  Il fatto che non solo Heidegger, ma anche Gottlieb Frege, Karl Schmitt o Ernst Jünger, fossero conservatori di destra o anti-semiti è una ragione sufficiente per negare ogni rilevanza al loro pensiero?  La coincidenza che lei presuppone tra opzioni politiche, comportamenti etici e contributi intellettuali è una forma che già da tempo gli americani chiamano political correctness.  Invece uno dei corollari fondamentali della psicoanalisi è che l’Ego etico-politico non potrà mai prosciugare lo Zuydersee dell’Es, vale a dire la creatività intellettuale, anche quando essa non ha altro modo di esprimersi che in atti illeciti e infrangendo delle regole tradizionali.

 

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059