Recensione a: Federico Leoni, “Jacques Lacan. Una scienza di fantasmi” (Salerno: Orthotes 2019)

 

Spicco un salto per scavallare un fosso.  Spicco un salto per gustare l’allure del balzo stesso.

Il verbo “scavallare” fa da ponte tra le due scene.  Significa da una parte “scavalcare” e, dall’altra, abbandonarsi senza freno a corse e giochi, godersi la vita, insomma.  Per tentare di comprendere  la diversità e contiguità di queste scene, la storia del pensiero, da Aristotele in poi, ha messo in campo due narrazioni: nel primo caso, sarebbe in gioco la sfera di un’azione assorbita dallo scopo, di un atto che si deposita, si sedimenta nella sua conseguenza (lo scavalcare), nel secondo, sarebbe operativa una finalità senza scopo, per dirla con il Kant della terza critica, una finalità immanente, disinteressata (lo scavallare).

Esiste una terza via?  Ma, soprattutto, perché cercarla?  Perché, a ben guardare, queste prime due, che sembrano alternative e in parte lo sono, condividono una stessa atmosfera di pensiero.  Entrambe presuppongono infatti un soggetto costituito, già formato, che coltiva e nutre l’intenzione, la volontà, di non bagnarsi e saltare l’ostacolo, oppure, nel secondo caso, di godersi lo slancio del salto senza altro scopo.  Un soggetto risucchiato nello scopo (non bagnarsi) o nella finalità interna dell’atto (l’allure del balzo).  Il disinteresse della seconda azione è solo apparente, in quanto un soggetto che gode di un suo atto è vischiosamente e sintomaticamente catturato da quella finalità, per quanto immanente essa sia.  Come già ci consigliava Benjamin, e come ci ha invitato a fare recentemente Agamben, occorrerebbe divincolarsi dalla finalità, troppo magnetica, anche quando interna, se si vuole cogliere l’atto alla sorgente di sé stesso, come “mezzo puro”.  Cos’è il mezzo puro?  È il mezzo in quanto sospeso, in sé vibrante, non cooptato dal fine, e stretto al vivente.  Un mezzo che assomiglia a una causa.

L’ultimo libro di Federico Leoni, Jacques Lacan. Una scienza di fantasmi, è un viaggio nella storia del pensiero e delle sue figurazioni, per sorprendere, con uno sguardo in tralice, il vivente. È un allenamento, una esercitazione allo strabismo dello sguardo, alla diplopia.  Guardo intensamente una figura, con i suoi inevitabili punti di stabilità e di equilibrio, per vederla muovere, per sentirla sobbalzare, quasi fosse colta nel sussulto di una risata.  Non potrei scovarne l’intimo brulicare se non partendo dal consolidamento della figurazione, eppure si tratta, diciamo, di sfruttare l’occasione di quella configurazione senza lasciarsene abbindolare, sorprendendola appena mi volto, cogliendo il rossore del volto dietro il pallore della maschera.  Un progetto animistico: scatole che ridono, pietre che arrossiscono, istantanee che singhiozzano.  Un progetto che non disdegna il pensiero magico.  Che cos’altro è il fantasma se non una figurazione stabile, ma intimamente radioattiva, borbottante, una scena che mentre si consolida non cessa di far sentire il suo ritmo, la sua pulsazione?  Una scena che può sempre subire un morphing, ma che in questa alterazione non si tradisce mai?  Una figura che, se avesse una voce, più che parlare, canterebbe, rendendo via via più irriconoscibili le parole pronunciate, fino a risolversi in un sussulto, in una delle solenni risate di Carmelo Bene, ad esempio, in un battito.  Pensiamo a un volto congelato dalla paura, un volto che si fa inespressivo per pudore.  A ben guardare, il pudore causa simultaneamente la cristallizzazione dell’espressione e l’affiorare del rossore che tradisce un movimento profondo, sanguigno, un intimo fermento.  Questo libro di Leoni è un invito insistito, ribattuto, a scorgere il pudore delle figure e accompagna questo invito col rifiuto di ogni psicologismo.  È il pudore della natura a essere in gioco.  Purché non si scambi il pudore con la vergogna, con la censura, e lo si intenda, al contrario, come l’improvviso zampillo del vivente.

Lo stile della scrittura di Leoni mima questo contenuto.  Fa un bagno nel punto di insorgenza di qualcosa e fa sgorgare con una straordinaria naturalezza, spontaneità, il rivolo delle parole.  Insomma, una volta che la sentina è ben piazzata nella falda dell’Uno, tutto ne discende con un ritmo incalzante e disteso nello stesso tempo.

Entriamo un po’ nel merito del libro, partendo dalla cornice più esterna, più ampia: il rapporto filosofia e psicoanalisi.  Tema intorno al quale giriamo da anni, incrociando le nostre ricerche.  Lo sguardo della psicoanalisi, per quanto avvinto alle urgenze della clinica, non è uno sguardo altro da quello della filosofia.  È piuttosto uno sguardo che crea disaderenze, che insinua uno stent, una forcella nel discorso filosofico per

 

scollarne le due facce: quella rappresentativa e quella immanente, quella dei molti e quella dell’Uno, quella eretta e quella orizzontale, quella desta e quella ipnotica.  Non si tratta, allora, di scegliere una filosofia più adatta delle altre a complottare con la psicoanalisi, ma di cogliere il lato ipnotico di qualsiasi proposta filosofica, della filosofia in quanto tale.  La psicoanalisi è come una sorta di reagente che se applicato alla filosofia ne porta in evidenza l’implicito.

Qual è questo implicito? E’, direi, la sua radice leibniziana e la sua vocazione etica più che conoscitiva, come invece saremmo tentati di pensare.  Non si tratta cioè di conoscere il fantasma o, per riprendere le molte figurazioni che di esso Leoni ci propone, l’Uno, il mana, la scatola assemblata da Cornell, ma di sintonizzarsi col suo movimento.  “La fatica estrema della filosofia sta tutta nel misurarsi con questo tentativo di far oscillare la sua scrittura sul filo della perversione, di sconfessare la natura testamentaria della scrittura intanto che la omaggia con la stesura di quello che sarà l’ennesimo testamento.  Di qui le sue formule, che in fondo vorrebbero far rivivere il morto a testamento ormai aperto, e che sono fatte per destituirsi in tanto che vengono istituite: l’Uno è lo scriversi dell’uno e del due, l’uno si produce nel modo dell’uno e del due e cioè dei molti, dunque non è altro e non è altrove da quei molti tra i quali è come qualcosa di tutt’altro” (p. 15).

Se l’Uno non è altro che i molti senza coincidervi totalmente, si tratta dunque di insinuare un piccolo cuneo, una differenza minima, un disturbo che, producendo un lieve scollamento mette in vibrazione e in risonanza i molti.  Li fa ridere, sobbalzare, cantare e arrossire come le donne della brigata nella novella quinta della prima giornata del Decameron: “la novella da Dioneo raccontata, prima con un poco di vergogna punse i cuori delle donne ascoltanti e con onesto rossore ne’ loro visi apparito ne diedon segno; e poi quella, l’un l’altra guardando, appena del ridere potendosi astenere, sogghignando ascoltarono”.  In questo bellissimo passo, tutto è preso al suo inizio, al suo sorgere; il pudore e il riso sono pulsazioni sorgive che occorre saper vedere, mentre d’altro canto si omaggia la consistenza della figura.

Sempre sulla scia di questo paradosso, vale a dire del tentativo di scollare l’unica realtà che possiamo maneggiare (quella dei molti), il libro di Leoni sfrutta supporti, apparati, dispositivi, tessuti, con tutta la forza e l’aderenza di uno sguardo fenomenologico e con l’intenzione di farne emergere, quasi per deiscenza, come fossero appunto sporangi, il punto di inizio, di innesco, di attacco, quell’infanzia che per definizione sfugge a ogni apparato e a ogni supporto.  Quel punto di inizio, quell’attacco prende vari nomi allora: il mana, da non intendere tanto come lo zero matematico, ma come evento di corpo che inaugura la fuga da se stesso, secondo l’interpretazione di Marcel Mauss preferita a quella di Levy-Strauss; il fantasma, come scena ripetuta, ma anche come punto di fuga di tutte le scene possibili; la scatola di Cornell, artista amato da Leoni, che non è un contenitore, una cornice preformata, ma che si lascia definire dai concatenamenti interni fra gli oggetti in essa assemblati.  E si potrebbe continuare.  Sono apparati che mirano a cogliere sul nascere il soggetto e a immetterlo in un processo di soggettivazione sempre in atto.  Secondo questa prospettiva il processo di identificazione, che Leoni analizza a partire dal Seminario IX di Lacan, va letto nella sua radicalità al limite del pensabile.  Dobbiamo cioè buttar via l’idea che l’identificazione coi baffi di mio padre presupponga già un soggetto e un oggetto costituiti: io stessa ben piantata al di qua del processo e i baffi di mio padre come oggetto cui si protende l’identificazione, e dobbiamo piuttosto familiarizzarci con l’idea che ci sia solo processo di soggettivazione.

Resta per me una questione aperta, che ho già tante volte discusso con Federico Leoni e su cui torno ora, approfittando di tutte le suggestioni che derivano dalla lettura del suo ultimo libro.  Formulerei la domanda in questi termini: quei baffi sono dei catalizzatori o rappresentano piuttosto un polo magnetico? Quando Leoni scrive che l’Uno è una entità intensiva, una miniatura di partes intra partes, fa del tratto unario un catalizzatore, qualcosa che, a partire da un gesto, da un tic, fa essere le differenze contenute in modo intensivo nell’Uno.  Se invece si insiste sulla primità assoluta del gesto, del tratto, allora si vedrà che il gesto stesso si spoglia di qualsiasi pars, sia essa intra o extra.  Il gesto diventa un punto di esplosione verso il totalmente altro.  In questo secondo caso, si rompe definitivamente il punto di equilibrio intensivo dell’essere, e si pensa a un vivente sempre sbilanciato, sempre in aggetto.  Riferendosi allo sguardo dell’Alice di Carrol, Leoni ci parla di uno sguardo che esplode, che precipita verso la scena, senza mai smettere di precipitare.  C’è solo soggettivazione senza soggetto.  Mi chiedo se sia compatibile la vertigine, la precipitazione senza il magnetismo della forma o della fine.  La soggettivazione sempre in atto ci permette ancora di parlare di precipitazione? Un precipitare che non smette mai di precipitare è sempre innervato dalla vita, in esso non è immaginabile un altrimenti che essere, un altrimenti dalla vita, per riprendere una bella espressione di Levinas.  Insomma dovendo scegliere tra un pensiero magico e l’altro, dato che di questo si parla nel bellissimo libro di Leoni, più che all’animismo che scorge il pullulare della vita mentre ne omaggia le parziali e momentanee ossificazioni, penserei piuttosto a un gesto che pur estendendo la mia portata non garantisce la presa dell’oggetto, un gesto che sospende le innervazioni, come in fondo accade quando Freud descrive nel Progetto di una psicologia, il rapporto tra coscienza e inconscio.  Ma qui si finisce in una filosofia del discreto e della separatezza, che è a tutti gli effetti una alternativa secca al continuismo.

26 Maggio 2020

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059