Recensione: Darian Leader, “What is Madness?”, Penguin, 2011

1.

Ernst Wagner era uno stimatissimo maestro di scuola di Stoccarda, colto e intelligente, sposato e padre di quattro figli. Fino al 1913 non aveva mai attirato l’attenzione di medici o psichiatri. La notte del 4 settembre di quell’anno, a 39 anni, tagliò la carotide a sua moglie e ai figli. Dopo di che andò in treno nel piccolo villaggio di Mülhausen, dove cominciò a sparare su qualsiasi uomo incontrasse; uccise otto uomini e una ragazza, e ferì altri dodici, prima di essere disarmato.

Lo psichiatra Robert Gaupp e i suoi studenti di Tubinga scoprirono che quel serial killer era un paranoico che si sentiva perseguitato da vent’anni, da quando, a 18 anni, aveva cominciato a masturbarsi. Pensò che tutti si rendessero conto del suo “peccato” solo guardandolo, e che facessero continue allusioni a questo davanti a lui. In seguito ebbe contatti sessuali con animali a Mülhausen, da qui la sua convinzione che tutti gli uomini di quel villaggio sapessero che cosa avesse fatto. Aveva ucciso moglie e figli per porre termine a una stirpe degenerata.

Questo è uno dei tanti casi di psicosi evocati da Darian Leader nel suo libro What is Madness? [Che cos’è la pazzia?]. Il caso di Wagner illustra bene uno degli assunti essenziali del libro: mostrare che si può essere psicotici anche in assenza di comportamenti psicotici. Ovvero, una cosa è “essere matto”, altra cosa è “uscir fuori di matto”. In effetti, sappiamo della psicosi di quel maestro di scuola solo perché a un certo punto lui ha compiuto atti funesti; ma se per una qualche ragione non fosse passato all’atto, nessuno probabilmente si sarebbe accorto mai che delirava, nemmeno sua moglie.

Ma Leader alza ancora la posta. Dedica un intero capitolo al caso di Harold Shipman, un medico inglese che uccise almeno 250 persone negli anni 90. Le sue vittime erano donne e uomini anziani affetti da una malattia cronica o in lutto, in particolare vedove; li uccise dando loro “medicine”. Venne scoperto e arrestato nel 1998, si impiccò in prigione nel 2004.

La sfida del caso Shipman che Leader raccoglie consiste in due aspetti:

-       Tutte le perizie degli psichiatri concordarono nel non trovare alcuna malattia mentale in Shipman

-       Era un medico di base molto stimato nella regione, completamente dedito alla sua missione di medico. “Era un santo”, disse un suo paziente.

La ricostruzione del caso Shipman da parte di Leader mira a concludere che quel medico era psicotico anche senza aver mai articolato alcun delirio: il suo essere un serial killer mostra la sua psicosi. Insomma, non l’atto di uccidere in sé, ma il senso che esso aveva per Shipman era psicotico.

E allora, siccome una psicosi può restare “privata” per tutta la vita, a meno che un evento non precipiti il soggetto in uno stato psicotico, un sospetto ci afferra: e se ognuno di noi avesse da qualche parte un “buco” psicotico, che certi eventi – specifici per ciascuno – riaprirebbe?

 

2.

Leader è un analista lacaniano inglese, anzi, possiamo dire il leader – mi scuso per il bisticcio – del movimento lacaniano in Gran Bretagna. E’ presidente del College of Psychoanalysis e co-fondatore del Center for Freudian Analysis and Research (CFAR). E’ autore di vari volumi, tra cui uno in cui spiega il pensiero di Lacan a fumetti (Introducing Lacan, 2005); un altro tradotto anche in italiano, da Feltrinelli, Perché le donne scrivono più lettere di quante ne spediscano? (1996); Freud’s Footnotes(2000); The New Black. Mourning, Melancholia and Depression (2008). Nel 2013 è uscito Strictly bipolar (Penguin). Svolge tra l’altro un’intensa attività di critico d’arte. Siccome i suoi libri sono scritti in English, non in Lacanish, sono talvolta bestseller.

Leader non è un lacaniano esegetico, ovvero non si dedica a un’esegesi pia degli scritti e seminari di Lacan. Leader è piuttosto un lacaniano missionario, nel senso che ha la missione di spiegare il pensiero clinico lacaniano ai britannici, psicoanalisti o altro che siano, in modo suggestivo e convincente. E’ è un lacaniano laico, non ecclesiastico. Perciò pesca i suoi esempi non solo dalla letteratura lacaniana e dalla propria esperienza clinica, ma da autori delle scuole più varie, inclusi i classici della psichiatria. L’ambizioso progetto di questo abrégé è di essere una Summa enciclopedica della psicosi in chiave lacaniana.

Ora, la teoria lacaniana delle psicosi si basa sul presupposto che essa non sia un insieme di certi atti e discorsi, ma una struttura soggettiva. Ovvero, un soggetto può essere strutturato psicoticamente anche senza dar luogo a una psicosi clinica, socialmente riconosciuta.

In effetti, Lacan dedicò un seminario (il XXIII, 1975-6) a James Joyce, mostrando come la struttura di Joyce fosse psicotica, anche se lo scrittore non ha mai dato fuori di matto (in verità udiva voci, che egli “trascriveva” nei suoi romanzi). Quel che gli ha impedito di precipitare nella psicosi conclamata fu la sua scrittura, secondo Lacan, con la quale egli dette soluzione al suo “ammanco” psicotico. Così come una protesi può compensare l’assenza di una gamba. In effetti, per i lacaniani la psicosi è connessa sempre a una mancanza specifica, come vedremo.

 

3.

Pensare che ci sia dello psicotico in tanti che non esplicitano sintomi clinici psicotici mette subito l’approccio lacaniano in divergenza con due modi tra loro peraltro opposti.

Primo. La teoria lacaniana è l’inverso dell’anti-psichiatria anglo-americana degli anni 60 e 70, per la quale la psicosi in sé non esiste, ma è una valutazione sociale che cambia a seconda delle culture. R. Laing soleva dire che se una donna va in deliquio per una crisi mistica in una chiesa è una fedele esemplare; se ha la stessa crisi mistica a cento metri da una chiesa, viene ricoverata in ospedale psichiatrico. Leader direbbe piuttosto che una signora può sviluppare un delirio mistico “quieto”, senza cioè mostrarne i segni all’esterno, né in chiesa né altrove.

Secondo. Leader oppone l’approccio lacaniano ai criteri costitutivi del DSM. Il DSM tratta le 360 categorie nosografiche da esso isolate come un cluster di comportamenti, anche verbali, ma senza alcun criterio strutturale. In effetti – aggiungerei – è stupefacente come questo Manuale svolga un ruolo egemonico in psichiatria pur non dando alcuna giustificazione alle sue “scelte”, ovvero al perché raggruppi certi sintomi in una data categoria se questi sintomi persistono per oltre sei mesi. Insomma, chi non ha contribuito a elaborare il DSM deve accettarlo senza discutere, supponendo ai suoi estensori un super-sapere psichiatrico che non ha bisogno di essere argomentato.

 

4.

Ma cosa significa che la psicosi, ancor prima di essere una patologia, è una struttura soggettiva?

Per Lacan ogni soggetto umano rientra in una delle tre strutture: nevrosi, perversioni, psicosi. La persona cosiddetta normale, quindi, è per lo più un nevrotico senza sintomi nevrotici. Il problema è come infilare in queste tre strutture – un letto di Procuste? – anche altre psicopatologie che i lacaniani accettano, come disturbi alimentari, tossicodipendenze, ecc. I lacaniani respingono invece come categoria il borderline, che vedono in sostanza come una forma d’isteria. Comunque, Leader ammette che categorie come la psicosi maniaco-depressiva e l’autismo pongano problemi alla tripartizione. Benché citi il caso del bambino autistico Joey, raccontato da B. Bettelheim (1967), sembra nutrire dubbi sul fatto che l’autismo sia una psicosi (chi scrive pensa che considerare l’autismo una psicosi sia un errore).

Per Lacan, le tre strutture – nevrosi, perversione, psicosi – corrispondono a tre negazioni fondamentali costitutive della soggettività. Lacan nasce come psichiatra, non ha mai abbandonato il trattamento degli psicotici, e dà un contributo originale alla teoria della psicosi: la struttura psicotica è effetto di una negazione specifica che chiama forclusion (foreclosure in inglese), termine giuridico intraducibile in italiano, e che tradurrei con ‘esclusione’. Una psicosi in senso clinico scatta quando un soggetto si trova confrontato, nel corso della vita, a qualcosa che riattiva un’’esclusione’ del tutto speciale: quella del significante Nome-del-Padre. Per questa ragione un lacaniano non parlerà mai di “nuclei psicotici” in una persona, dato che un soggetto o è psicotico (sin dall’infanzia) o non lo è; non può avere parti psicotiche.

In che senso la paternità è un significante focale? I lacaniani fanno notare che, per tutte le culture e le epoche, non basta che ci sia un genitore maschio, ‘causa efficiente’ che feconda una donna. Perché un genitore divenga “padre”, occorre una sorta di transustanziazione simbolica, che ogni cultura elabora a suo modo. In effetti, in molte società primitive si pensa che una donna resti incinta perché incontra uno spirito, o una certa roccia, o una certa sorgente. Ma questi selvaggi non sono stupidi, sanno bene che la causa della gravidanza è lo sperma, questo non toglie che ci voglia anche una ‘causa simbolica’ – per dir così – che dia un senso intraducibile alla paternità. Anche nella nostra società, che si vuole razionalista, usiamo i patronimici, e occorre che un padre riconosca qualcuno come suo figlio o figlia, anche quando (come nell’adozione) non ne è materialmente il genitore.

Secondo me, la scelta del Nome-del-Padre da parte di Lacan non è stata felice, dato che lega questo significante troppo alla figura concreta del padre. Volendo tenere il riferimento alla Trinità cristiana, avrebbe potuto dire “Nome dello Spirito Santo”, quello che ingravidò Maria, appunto. Lo Spirito Santo è un’istanza simbolica che supera la relazione padre-figlio, e si pone come “terzo”, significante assoluto, senza senso.

Leader si cimenta con una mole di vignette cliniche per farci toccare con mano la pregnanza di questa esclusione costitutiva delle psicosi. Egli cerca così di sistematizzare il quadro delle psicosi, quadro che Lacan aveva lasciato per molti versi abbozzato. Ad esempio, Lacan sembrava non sapere dove mettere la “schizofrenia”, a cui si riferiva sempre con un prefisso, “la cosiddetta schizofrenia”. Leader invece cerca di descrivere le tre grandi strutture psicotiche – paranoia, schizofrenia, malinconia – attraverso un gioco rigoroso di permutazioni. Vedremo poi quale.

Quel che ci spinge a qualificare qualcuno di “matto” è il fatto che uno legga un eccesso di significazione nel mondo.  Nella psicosi “il mondo significa troppo”, “il mondo parla”. Il paranoico legge intenti persecutori, ad esempio, in gesti o parole per noi insignificanti; lo schizofrenico sente voci che lo insultano o gli ordinano qualcosa, percepisce cioè un linguaggio in più rispetto a quello che riconosciamo noi. Quanto al malinconico, legge le cose che accadono come significanti una sua colpa irreparabile. Insomma, la psicosi è attribuire una iper-significazione al mondo. Ma allora, “se la realtà è capace di fare questo, non è perché la realtà è costituita, in parte, dal linguaggio?” (p. 43), scrive Leader. In altre parole, la psicosi mette a nudo quel che per Lacan è l’essenza stessa dell’essere umani: il fatto che il nostro rapporto alla realtà – intersoggettiva e materiale – è permeato dal linguaggio. La psicosi rispecchia il fatto che la realtà stessa, in quanto per noi ha senso, è strutturata simbolicamente. Questo mondo parlante e significante in cui vive lo psicotico è la rivelazione del fatto che ogni soggetto e il suo mondo sono strutturati come un linguaggio. Lacan chiama questo linguaggio che ci struttura l’Altro, e che però sempre si “incarna” in “altri” concreti che hanno per noi il potere di dare senso al mondo: la madre in primo luogo, e il padre; e poi il Maestro se ne troveremo uno; e la persona che amiamo; e il nostro analista…

Non a caso molto spesso gli psicotici ci parlano di un “sistema” in cui sono incapsulati o dal quale sono perseguitati. Da dove viene questo tema del sistema o della macchina per influenzare nel vissuto psicotico? Secondo Lacan “il sistema” o “la macchina” sono il linguaggio stesso. Che fu descritto come sistema dallo strutturalismo linguistico. Ferdinand de Saussure paragonò ogni lingua a un gioco di scacchi. Noi non psicotici non ci rendiamo conto di essere intrappolati nel “sistema” linguaggio perché esso è per noi adeguato a dare senso al mondo. La psicosi segnala quindi uno scacco fatale del sistema, da cui il crollo del senso.

Lacan identifica il linguaggio all’Altro, in quanto il linguaggio è anche sempre un interloquire, c’è sempre un sé e l’Altro. Per Leader, come per C.S. Peirce, pensare è sempre un dialogare. Di volta in volta il sé e l’Altro sono nella posizione del locutore o del destinatario. Il soggetto dell’erotomania – scrive ad esempio Leader (p. 245) – dopo tutto crede non tanto nell’amore quanto nel fatto che questo amore sia comunicato, significato a lui.” Un paranoico sente che certi eventi od oggetti sono “messaggi” indirizzati a lui, anche se non sa da chi. Da qui la sua perplessità, che per lo più si dissolve in certezza delirante. La corrispondenza tra locutore e destinatario è scardinata.

 

5.

Leader prende molto sul serio la tesi di fondo di Freud sulla paranoia: che il delirio non è la malattia stessa, ma un tentativo di guarigione. E qual è la “malattia” vera che lo psicotico delirante cerca di medicare? “Esperienze primarie di terrore, frammentazione e invasione”, un vissuto di radicale annichilimento,. Il delirio, soprattutto se sistematizzato, finisce col dare ordine e senso a un’esperienza di caos insopportabile. Leader pensa, sulla scia di Lacan, che questa reazione accada quando il soggetto si trova di fronte a un evento o a una situazione in cui non può più ignorare il “buco”, quel significante escluso. Un significante – la paternità – a cui non corrisponde alcun significato. Ora, questo confronto col “buco” può produrre lo sfaldarsi completo dell’assetto di senso del soggetto, insomma schizofrenia. Per Leader, uno psicotico è qualcuno che lotta soprattutto per delle questioni di senso da dare a sé e al mondo. Perciò la psicosi non è certi comportamenti, ma un certo senso che certe cose hanno per un soggetto.

Per distinguere le tre grandi forme psicotiche, Leader evoca i tre “problemi” fondamentali che, secondo lui, ogni soggetto umano deve risolvere. Ovvero:

- Come può esser dato un senso alla mia realtà?

- Come può la libido corporea essere ancorata? Essa può investire il mondo o ripiegarsi sul mio corpo (da notare che Leader ripristina il termine originario di Freud, ‘libido’, e trascura il termine che lo trascrive nella rielaborazione lacaniana, ‘desiderio’);

- Come può venir creata una distanza di sicurezza tra me e l’Altro? Ovvero, come situarmi in relazione a un’istanza che si distingue da me in quanto appunto radicalmente altra da me?

Nella paranoia. Qui il senso viene prodotto attraverso un delirio, che fornisce una descrizione del mondo e di quel che c’è di sbagliato in esso. La libido è localizzata nell’Altro, nel senso che colui che ama e odia è sempre un altro al di fuori di me. In effetti, io paranoico assumo la libido sempre in modo passivo: o sono perseguitato dall’Altro, o sono tradito dall’Altro perché ama un altro (delirio di gelosia), o sono amato dall’Altro (erotomania), o sono ammirato ed esaltatodall’Altro (megalomania). Nella misura in cui il soggetto separa rigidamente sé dall’Altro, l’Altro agisce sul soggetto sempre dall’esterno (Kraepelin [1899] notava che nella paranoia non c’è mai l’idea di un’abolizione della propria volontà.)

Nella schizofrenia. Qui invece il senso non può essere fissato, così il soggetto resta alla sua mercé. La “fuga di idee” esprime questa corsa del soggetto verso un senso che sfugge sempre. La libido dello schizofrenico non è localizzata al di fuori del soggetto come nella paranoia, ma si ritorce, per così dire, per invadere il corpo della persona. La distanza dall’Altro non è assicurata, così che l’Altro può installarsi nella mente e nel corpo del soggetto. Leader cita una sua paziente: “Guardo le mie braccia e non sono mie. Si muovono senza che io le guidi, qualcun altro le muove. Tutti gli arti e tutti i miei pensieri sono attaccati a corde e queste corde sono spinte da altri.” (p. 98)

Infine, nella malinconia. Qui il senso è fissato (come nella paranoia): il soggetto è la causa di ogni calamità ed errore. La libido qui sommerge l’immagine-di-sé, e sopraffà l’io. L’Altro è incluso nel soggetto, ma senza generare le immani battaglie di inclusione-esclusione che troviamo nella schizofrenia.

Notiamo che gli elementi per lui fondamentali – senso di sé e della realtà, impiego della libido, distanza tra sé e Altro – non coincidono del tutto con i tre registri – Immaginario Simbolico e Reale – che Lacan ha messo in primo piano. C’è uno slittamento rispetto all’ortodossia lacaniana.

 

6.

Leader oppone nevrosi e psicosi in relazione specificamente alla libido: mentre nelle prime il soggetto lamenta sempre una carenza libidica, un “meno” che lo inibisce o l’angoscia, nelle psicosi invece la libido è “in più”. La libido psicotica è sempre positiva, in eccesso. Nella schizofrenia questo sovrappiù libidico si addensa nel corpo stesso del soggetto; nella paranoia l’eccesso caratterizza l’Altro, tale da renderlo o persecutore, o innamorato, o infedele. Nella malinconia, la libido non è situata nell’Altro (come nella paranoia) né nel proprio corpo (come nella schizofrenia), ma nell’immagine di sé che ha il soggetto come feccia, irrilevanza, spreco di spazio (p. 91).

Insomma, Leader tenta una sistemazione teorica globale delle psicosi. Ma riesce davvero a riportare – senza forzature – la variegata fenomenologia psicotica, di cui il libro ci offre tanti esempi, a una chiave così semplice, e pur così sfuggente, come l’esclusione della metafora paterna? La chiave – potente ma troppo flessibile – che Lacan propone riesce a dar ragione di tutte le forme di sragione che la psicosi ci offre? Non è una domanda retorica. E’ una domanda che rivolgo anche a me stesso.

Ad esempio, Leader nota che il soggetto psicotico quasi sempre si sente situato in una posizione unica, eccezionale, irriducibile a qualsiasi altra rete di luoghi. Lo psicotico si sente un’unicità nell’universo. Di solito si mette in relazione questo “unicismo” dello psicotico con la sua megalomania; Leader riporta invece questa posizione dello psicotico a quel “buco” unico – la metafora paterna – entro cui lo psicotico va a situarsi proprio per riempirlo di senso. Eppure lo stesso Leader nel libro sfuma molto questa unicità del Nome-del-Padre, sottolinea che il Lacan più tardo parla di “nomi del padre” (p. 63); insomma, non è evidente che l’esclusione significante all’origine della psicosi sia unica e singola.

Quanto al trattamento degli psicotici, Leader riafferma le indicazioni di Lacan. Questi pensava che non si dovesse applicare agli psicotici la tecnica psicoanalitica, pensata per nevrotici, ma per lui lo psicoanalista doveva incontrare lo psicotico, non “in quanto persona” (come suol dirsi oggi) ma in quanto psicoanalista. Non psicoanalisi degli psicotici, ma rapporto tra uno psicoanalista e uno psicotico. In particolare, non bisogna interpretare sogni o atti come si farebbe in analisi: perché lo psicotico tende a leggere la metafora interpretante (ogni interpretazione è metafora) come un giudizio di realtà, e può recepire le interpretazioni in modo persecutorio. Lacan raccomanda l’opposto della valanga interpretativa che tanti analisti riversano sugli psicotici. L’analista, dice Lacan ripreso da Leader, deve essere “lo scriba dello psicotico”, registrare quel che dice, prenderne atto, senza mai porsi in una posizione gerarchica superiore di “colui che sa”, “colui che interpreta”. Con lo psicotico, l’analista deve proporsi anzi come allievo, come “chi non sa”. Ben sapendo che la cura della psicosi è un care più che una cure (gli anglo-americani insistono su questa distinzione). Un care che dura di solito l’intera vita dello psicotico, o dell’analista.

 

 

Bettelheim, B. (1967) The Empty Fortress: Infantile Autism and the Birth of the Self Tr. It. La fortezza vuota: l’autismo infantile e la nascita del sé, tr. it. Anna Maria Pandolfi (Milano: Garzanti, 1976).

 

 

Guapp, R. (1914) Zur Psychologie des Massenmords: Hauptlehrer Wagner von Degerloch (Berlin: Springer).

 

Kraepelin, E. (1899) Psychiatrie. Ein Lehrbuch für Studierende und Ärzte.  6.,vollständig umgearbeitete Auflage, 2 Bde. (Leipzig: Barth Verlag, 1927).

 

 

Lacan, J.:

- (1966) “Di una questione preliminare a ogni trattamento possibile della psicosi”, Scritti (Torino: Einaudi, 1995).

- (1981) Il Seminario, libro III. Le psicosi (Torino: Einaudi, 2010).

- (2005) Il seminario, libro XXIII. Il sintomo (Torino: Einaudi, 2006).

 

Peters, C. (2005) Harold Shipman: Mind Set on Murder (London: Carlton).

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059