Recensione di: Bruno Moroncini “Lacan Politico”

Lacan politico (Napoli: Cronopio, 2014) 200 pp., 18 €

Lacan e la spirale politica

Il recente testo di Moroncini Lacan Politico è compatto, denso, e i suoi quattro capitoli costituiscono altrettante tappe d’una riflessione articolata che è stata sviluppata nel volgere di pochi anni (2012-2014) a partire da alcune occasioni di confronto costituite da interventi a convegni e articoli. Per questo motivo non tentiamo neppure di sintetizzare o riassumere la struttura del testo, ma ci limiteremo a proporre alcune glosse e spunti di riflessione che la nostra personale lettura ha suscitato.

Il testo è intrigante sin dal titolo, che associa il nome dello psicoanalista francese all’aggettivo ‘politico’. Vorremmo proporre di leggere questo titolo lacanianamente, ovvero après-coup, a partire dalla fine del libro e, più precisamente, dalle ultime due pagine dove si precisa che “Lacan è in genere parco per quel che riguarda le prese di posizioni politiche e le affermazioni sulle forme di governo […] è più preoccupato della vicissitudine cui va incontro il desiderio”. Tuttavia, sottolinea Moroncini, Lacan si è “sempre schierato, di fronte ai tragici eventi della storia […] dal lato dell’emancipazione e dell’innovazione” sebbene rifiutasse esplicitamente di “essere definito un progressista”  (Moroncini, 2014, p. 198). Crediamo che la ragione d’un tale rifiuto risieda nella dinamica della clinica e della teoria analitica lacaniana, poco incline a seguire la linearità d’una evoluzione unidirezionale e priva di resti. Infatti, se dovessimo scegliere un modello geometrico per il suo percorso teorico, proporremmo una spirale che costituisce la traiettoria del percorso clinico. Nel suo primo seminario lo psicoanalista utilizza proprio la figura spiralica per illustrare  il percorso dell’analisi che il paziente e il lettore di Lacan devono faticosamente compiere, sino a un possibile arrivo individuato dalla “nozione inconscia dell’io del soggetto” (Lacan, 1953-1954, p. 333).

Percorrere questo itinerario necessita di un tempo lungo e d’una peculiare ciclicità (Lacan, 1953-1963, pp. 23-25) irriducibile a uno sviluppo semplicemente lineare e progressivo.  In questo senso, forzando il testo di Moroncini e uscendo per un momento dai suoi confini, potremmo dire che forse la definizione di ‘rivoluzionario’, inteso in tutta la complessità della sua area semantica, si avvicina maggiormente alla sensibilità psicoanalitica di Lacan qualora fosse applicata alla politica.

Non dobbiamo dimenticare che il termine ‘rivoluzione’ gode anche di un significato astronomico relativo all’orbita di un corpo celeste che, come la Terra, riassume periodicamente le stesse posizioni rispetto al corpo attorno al quale orbita. Tale significato può essere, almeno metaforicamente, riferito ad alcune cesure che imprimono sulla storia il segno del ritorno, quali possono essere considerate la riforma protestante, tesa a riscoprire l’originario messaggio evangelico, o ai numerosi movimenti politici e filosofici del ventesimo secolo, volti a liberare i testi marxiani dalle deviazioni riformiste. Un classico riferimento in proposito è costituito dal libro di Michael Walzer (1985) che legge il libro dell’Esodo come paradigma “di una storia politica rigidamente lineare” confrontandolo con le “concezioni mitiche dell’eterno ritorno – e perciò alla concezione ciclica del cambiamento politico, da cui deriva la […] parola ‘rivoluzione’” (Walzer, 1985, p. 17).

La tradizione psicoanalitica non è priva di un’analoga tensione rivoluzionaria, sebbene di carattere clinico e culturale, come mostrano alcuni suoi prestigiosi esponenti che si sono proposti di ritornare ai testi di Freud liberandoli da quelle che consideravano superfetazioni o, peggio, deviazioni teoriche. Questo è stato anche la direzione complessiva dell’operazione di Lacan, che ha posto la sua intera riflessione sotto la protezione del “ritorno a Freud” e dell’après-coup. Ribadiamo, comunque, che la nostra forzata interpretazione rivoluzionaria del pensiero lacaniano deve essere intesa nella complessità del termine che abbiamo evocato senza cedere a forme di slittamento semantico, come potrebbe essere quella seguita da Badiou (Moroncini, 2014, p. 61) e, soprattutto, senza indulgere in semplificazioni ideologiche. Queste ultime sono ben illustrate dall’incomprensione tra Lacan e gli studenti di Vincennes che lo contestavano nel corso della seduta del diciassettesimo seminario, tenuta in quella sede universitaria il 3 dicembre del 1969, puntualmente ribadita da vari snodi  del testo di Moroncini.  Infatti non è inutile ricordare che Lacan, in quell’occasione, invitava a riconoscere “dietro la veemenza rivoluzionaria nient’altro che la voglia di un padrone”(Moroncini, 2014, pp. 70-71,  198).

Il libro di Moroncini propone un’interpretazione più fedele e meno distante della nostra provocatoria lettura rivoluzionaria del testo di Lacan e, riprendendo una tesi di Jacques-Alain Miller, definisce nell’ultima pagina lo psicoanalista francese come “un erede dello spirito dei Lumi”, sebbene lo psicoanalista francese dovrebbe essere inteso più come  “uno spirito […] illuminista che illuminato” (Moroncini, 2014, p. 198).

Da qui deriva la complessità del rapporto tra la teoria lacaniana e la filosofia della politica che Moroncini esamina alla luce di alcuni famosi pensatori contemporanei quali Badiou, Laclau e Žižek, i quali sono stati recentemente definiti da Yannis Stavrakakis (2007) come esponenti della sinistra lacaniana ispirandosi a una celebre corrente della filosofia hegeliana.

Il volume affronta il complesso rapporto tra psicoanalisi e politica da entrambi i lati evidenziando innanzitutto, nelle prime pagine, che “gli analisti tendono a oscillare fra l’indifferenza nei confronti delle scelte degli stati in cui operano […] e la pubblica e indignata critica della cultura dal tono inevitabilmente moralistico”. La seconda posizione viene esemplificata,  in una nota che meriterebbe d’essere senz’altro discussa e sviluppata, dai testi di Charles Melman, L’uomo senza gravità (2002) e al libro intervista di Massimo Recalcati, Patria senza padri (2013) (Moroncini, 2014, p. 15 e n. 6).

Dall’altro lato ci sono i filosofi della politica che non mostrano esitazione nel “pescare fra i concetti lacaniani quelli che appaiono, estratti a forza dal contesto in cui erano stati elaborati, i più facili da usare per ridare fiato a ipotesi di trasformazione sociale” (Moroncini, 2014, pp. 15-16).

Il libro prova a “illustrare il rapporto tra psicoanalisi lacaniana e la dimensione politica” facendo ricorso “all’immagine del parallelogramma delle forze utilizzata da Walter Benjamin” per illustrare la relazione  tra il fine della storia, costituito dalla felicità, e quello del “regno di Dio” rappresentato dalla redenzione. Forte di questo modello l’autore del testo ritiene che “la forza che spinge l’umanità verso l’emancipazione” possa  essere sostenuta e “favorita da quella che imprime la direzione alla cura analitica e che procede in senso opposto” (Moroncini, 2014, p. 11).

L’autore alla conclusione del primo capitolo sottolinea che “se Lacan può apparire […] apolitico, a meno d’un’estrapolazione forzosa di concetti […] dal loro contesto originario […] è perché la politica che professa non è costituente ed edificante, bensì destituente” (Moroncini, 2014, pp. 15-16). Dove possiamo vedere all’azione questa funzione “illuminante” e “destituente” di Lacan? Probabilmente nella critica alla favola post-moderna della fine delle ideologie, che ha visto nella dissoluzione del marxismo quella di ogni pensiero ideologico, che invece è più vivo che mai, almeno nella sua variante neoliberista.

Grossolanamente potremmo dire che il liberismo si fonda sulla finzione di un mercato che sarebbe libero in quanto costituito da soggetti razionali e informati. La critica a questo presupposto può partire da uno dei fenomeni più interessanti del mercato contemporaneo costituito dalla pubblicità, la quale fa interamente leva su narrazioni surreali intessute d’elementi inconsci, come mostra la riflessione di Žižek sulla natura feticista della merce esaminata in un’interessante riflessione proposta in una porzione del testo (Moroncini, 2014, pp. 115-117). La forza della riflessione lacaniana in proposito emerge, con ancor maggior forza, nel cortocircuito tra politica e pubblicità costituito dalle campagne elettorali contemporanee esaminate in un altro paragrafo dedicato al corpo del capo (Moroncini, 2014, pp. 168-181).

Un’ultima considerazione sullo stile denso del testo di Moroncini, ma sempre decomprimente rispetto al discorso lacaniano; per dirla altrimenti, nemmeno questa volta l’autore si concede, per così dire, delle lacanate giocate sull’imitazione della prosa dello psicoanalista francese, come fanno talvolta altri studiosi con esiti discutibili. Al contrario, mantiene sempre quell’approccio esplicativo che abbiamo avuto modo d’apprezzare sin dalle nostre prime letture dei suoi commenti ai seminari lacaniani e, in particolare, al settimo. Infatti questo testo, seppure caratterizzato dall’approfondimento teoretico, presenta alcuni momenti esplicativi di grande chiarezza tra i quali segnaliamo le pagine dedicate ai costituenti delle matrici del diciassettesimo seminario ($, S1, S2, a) e all’ipotesi relativa al debito che la teoria foucaultiana dei discorsi ha probabilmente contratto con l’insegnamento lacaniano (Moroncini, 2014, pp. 78-79 e 93-99).

Pensiamo, soprattutto, alla pagina nella quale chiarisce una delle più criptiche massime di Lacan secondo la quale “non c’è rapporto sessuale”. Il termine ‘rapporto’ possiede una sostanziale ambiguità nella formulazione lacaniana, poiché indica sia l’accoppiamento dei corpi sia un quoziente privo di un resto che la matematica definisce come razionale.  Allora la frase di Lacan deve essere intesa nel senso che tra maschile e femminile non esiste “misura comune” e che essi non formano mai “un intero”. In questo modo Lacan “porta il suo contributo decisivo all’affossamento definitivo dell’illusione dell’amore genitale come ricomposizione della differenza” (Moroncini, 2014, p. 197).

Per la chiarezza di queste pagine e dello stile argomentativo riteniamo che il testo di Moroncini possa essere utile non solo a chi voglia approfondire la riflessione politico-filosofica a partire da Lacan, ma anche a chi voglia chiarire alcuni snodi fondamentali della riflessione dello psicoanalista francese, spesso citati senza essere compresi.

 

Bibliografia

Lacan,  J.:

-         (1953-1954) Il seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud (Torino: Einaudi, 2014).

-         (1953-1963) Dei Nomi-del-Padre in Dei Nomi-del-Padre seguito da Il trionfo della religione (Torino: Einaudi, 2006).

-         (1969-70) Il seminario. Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi (Torino: Einaudi, 2001).

Melman, C. (2002) L’uomo senza gravità. Conversazioni con Jean-Pierre Lebrun (Milano: Bruno Mondadori, 2010).

Recalcati, M. (2013) Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana (Roma: Minimum Fax).

Stavrakakis, Y. (2007) The Lacanian Left. Psychoanalysis, Theory, Politics (Edinburgh: Edinburgh University Press).

Walzer, M. (1985) Esodo e rivoluzione (Milano: Feltrinelli, 1986).

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059