”Se i conti non tornano, tra Wittgenstein e Freud”, Reset, n. 71, 2002, pp. 50-55.

Due erano i campi che interessavano maggiormente il Wittgenstein più tardo: la matematica e la psicologia. Egli pensava che la riflessione filosofica potesse avere un influsso benefico proprio nei confronti di queste due discipline. Egli intendeva qui la psicologia in senso lato, ma si riferiva specialmente alla psicoanalisi.[1]

Questa preferenza per due saperi così diversi può stupire: non paiono appartenere alla stessa razza. Eppure ogni tanto Psicoanalisi e Matematica hanno incontri brevi o prolungati, comunque appassionati: un amore morganatico dell’una per l’altra. L’interesse di Wittgenstein per le due discipline segnala infatti una segreta omologia tra le due, che le porta a congiungersi a dispetto delle vistose differenze razziali. Questa affinità elettiva sta nel fatto che ambedue hanno grossi problemi familiari con il reale.

 

Ma che cosa deve intendersi per Psicoanalisi? Grosso modo due “filosofie” diverse guidano l’interpretazione che gli psicoanalisti danno della loro professione interpretativa.

La prima concezione considera la psicoanalisi un’attività scientifica come un’altra, parente stretta quindi delle scienze cognitive, e in genere di tutte le scienze. Essa ammette che il metodo clinico freudiano è diverso dal metodo sperimentale delle scienze: ma tra clinica e sperimentalità si tratterebbe di differenze tattiche che rientrerebbero in un’unica strategia, quella della conoscenza oggettiva. La psicoanalisi formulerebbe teorie di natura non fondamentalmente diversa dalle teorie della fisica; se essa talvolta ricorre ad algoritmi matematici, questo uso non è sostanzialmente diverso dall’uso della matematica da parte del fisico. Di solito, questa interpretazione attribuisce alla psicoanalisi un oggetto specifico: le emozioni, il feeling. La psicoanalisi sarebbe una scienza, che si sforza di essere oggettiva, della vita affettiva dell’uomo.

La seconda concezione invece assimila l’attività psicoanalitica piuttosto a una costruzione. Essa non ha a modello la fisica, ma piuttosto la matematica, come Wittgenstein l’ha intesa: cioè come un “gioco” che non scopre nulla del reale, ma “costruisce” un reale distinto dalla realtà empirica. Secondo questa concezione, la differenza tra il metodo nel suo procedere – il metodo detto clinico, ma che chiamerei dialettico – e quello della fisica determina la differenza tra la natura dell’oggetto psicoanalitico e quello delle scienze. L’oggetto della psicoanalisi risulta quindi costitutivamente diverso dall’oggetto di ogni psicologia behaviorista o cognitivista. Inoltre questo oggetto della psicoanalisi è problematico come è problematico l’oggetto della matematica.

Anche se fosse vero che lo psicoanalista è interessato particolarmente alle emozioni, queste da lui evocate hanno un rapporto di semplice “somiglianza di famiglia” con le emozioni che vengono studiate in laboratorio dal behaviorista o cognitivista. Le emozioni con cui tratta l’analista non sono oggetti specifici della sua conoscenza, ma tutt’al più materiali che egli interpreta e con cui interpreta.

Secondo questa lettura “non scientifica” e non positivista della psicoanalisi, l’analista interpreta, non spiega: dà una forma agli eventi narrati dal paziente, non designa delle cause proponendo quindi anche il modo di verificarle (o di falsificarle, come oggi si preferisce pensare).

Ora, mi pare che – aldilà di quel che Wittgenstein pensava precisamente dell’oggetto della psicologia e della psicoanalisi[2] - egli criticasse gli psicologi per ragioni molto analoghe a quelle per cui criticava certi matematici. Nelle Ricerche Filosofiche egli dice che la psicologia è sterile a causa di confusioni concettuali. Aveva in mente gli psicologi sperimentali, i quali partono da una visione mitologica della natura dei processi mentali, presa dal linguaggio comune, che essi accettano senza porla in discussione, come base sperimentale della loro ricerca.

D’altro canto Wittgenstein ha criticato, in quanto anch’essa mitologica, la concezione della matematica dei suoi maestri: Frege e Russell. Ha attaccato il loro platonismo, l’idea secondo cui la matematica è una scienza oggettiva.

Per i “platonici” i numeri e le loro relazioni sono oggetti reali, anche se non si tratta di oggetti sensibili ma intelligibili. Non c’è differenza di natura tra la matematica e la zoologia: la seconda formula descrizioni e teorie sugli animali, la prima formula descrizioni e teorie sui numeri. Al contrario, Wittgenstein ha sviluppato una concezione della matematica chiamata costruttivista, o addirittura convenzionalista: i numeri non sono cose sui generis, ma costruzioni, risultati di una attività umana che inventa regole e procedure, sottoponendosi a esse. Il matematico non scopre leggi matematiche, anche se certo non inventa secondo il suo capriccio: egli “gioca”, costruisce. Le ferree regole della matematica sono solo le conseguenze accettate della libertà costruttiva dell’uomo.

Secondo Wittgenstein, applicare un calcolo significa “applicarlo in modo che dia luogo alla grammatica di un linguaggio”, qualcosa di simile allo stabilire le regole di un gioco. Di conseguenza, “la matematica è sempre una macchina, un calcolo, e come tale non descrive nulla”[3]. Il calcolo è come un gioco che obbedisce a regole. In quanto tale esso non ha bisogno di essere fondato logicamente o matematicamente. L’unica giustificazione che le regole del gioco richiedano è la giustificazione dell’uso: “si fa così”.

Ora, Wittgenstein descrive la teoria di Freud in termini alquanto analoghi a quelli con cui descrive la matematica. “E’ molto importante dire che i sogni sono appagamenti di desideri, soprattutto perché ciò indica il tipo di interpretazione desiderata – che tipo di cosa sarebbe l’interpretazione di un sogno”[4]. L’analista non formula, se non miticamente, delle leggi della formazione dei sogni: di fatto, interpretandoli in un certo modo costruisce un gioco. Questa attività interpretante non ha bisogno di essere “fondata” nel metodo scientifico: è una attività che esprime le proprie regole.

Come si vede, c’è un parallelismo tra le due concezioni della psicoanalisi – l’”esplicativa” e la “costruttiva” – e le due concezioni della matematica che abbiamo or ora evocato. Oggi del resto alcuni in psicoanalisi portano avanti una riforma parallela a quello che Wittgenstein ha portato avanti nella matematica: un programma “costruttivo” contro i programmi “realisti” o “platonici” dell’inconscio.

Ma intanto, qualche lettore dirà che, malgrado la critica di Wittgenstein al platonismo logico, restano interi il mistero e il fascino della “scoperta” matematica. E’ vero che tutta la geometria euclidea è dopo tutto una gigantesca inferenza a partire da qualche assioma, applicando un numero limitato di regole. Resta il fatto che i pitagorici scoprirono appunto certe proprietà importanti del triangolo, così come, esplorando un continente, ci si imbatte in un importante picco o in un lungo fiume. Una volta stabiliti assiomi e regole costruttive, la mente umana si trova ad esplorare un nuovo reale – un reale matematico, ma reale comunque.

In verità questa modalità di scoperta avviene anche in altri giochi, che non ci appaiono così fondamentali come la matematica. Ad esempio, negli scacchi si scoprono teoremi. Anche se gli scacchi derivano da alcune regole costitutive, possiamo comunque esplorare la “scacchità” come se si trattasse di un continente a noi in gran parte ignoto. Le regole sono inventate, ma le conseguenze delle regole vanno scoperte.

Inoltre, la tesi costruttivista di Wittgenstein pare confutata da alcuni teoremi detti di incompletezza, a cominciare dal teorema di Gödel. Questo teorema dimostra che avremo sempre una certa classe di proposizioni aritmetiche che dobbiamo considerare vere ma indimostrabili. Esistono delle proposizioni vere formulate nel linguaggio dell’aritmetica le quali non possono essere dimostrate a partire dagli assiomi e dalle regole di inferenza accettate in aritmetica. Questo mette in crisi un presupposto che lo stesso Wittgenstein pare accettare: che la verità matematica coincida con la sua dimostrabilità. Se questa coincidenza fosse vera, ciò che è vero in matematica si ridurrebbe al dimostrabile, anzi al dimostrato: il “reale” manifestato dalla matematica si ridurrebbe a corretti processi dimostrativi.

Ma il teorema di Gödel introduce una sfasatura tra l’insieme delle proposizioni matematiche vere e l’insieme delle proposizioni matematiche dimostrabili: tutte le proposizioni dimostrabili sono anche vere, ma il contrario non è vero, perché, comunque si arricchisca l’insieme originario di assiomi e regole di inferenza, resteranno sempre delle proposizioni vere ma indimostrabili. Le macchine di dimostrazione sono sempre macchine finite, mentre la verità matematica è infinita.

Una conseguenza filosofica dell’incompletezza potrebbe essere appunto il “platonismo” realista che Wittgenstein criticava. E difatti la posizione personale di Gödel inclinava al realismo: proprio perché l’insieme delle proposizioni vere non si riduce alle dimostrazioni, il matematico, costruendo dimostrazioni, è nella posizione dello scienziato naturale. Il sogno delle scienze è di ridurre il mondo al suo sapere, il sogno del matematico è di dimostrare teoremi in modo da far coincidere – all’infinito – dimostrabilità e verità. Ma si tratta appunto di un sogno perché ci sarà sempre un resto di proposizioni vere e indimostrabili.

Ma Wittgenstein indica anche una terza strada, sghemba rispetto al costruttivismo e al realismo. Egli sottolinea come, una volta costruito un gioco – e l’aritmetica ne è uno – esso “genera” un reale, non assimilabile al reale generato o presupposto da altre pratiche. Allora, ci sono tanti reali quanti sono i giochi? E’ vero che la verità matematica è oltre la dimostrazione matematica: ma questo oltre è un effetto di ciò che è al di qua, il calcolare matematico. Il “gioco” della matematica, la pratica del calcolare, generano una sorta di reale. Il reale insomma è “costruito” non meno di un linguaggio. Quindi, ci sono tanti diversi reali quanti sono i linguaggi? Questa è la conclusione tacciata di “relativistica”.

 

E per quanto riguarda la psicoanalisi? Anche qui i “realisti” hanno qualche buona carta da giocare: evidenziano l’inconscio non come la proiezione allegorica delle interpretazioni dell’analista, ma come qualcosa di reale.

Ora, uno psicoanalista ha la sensazione di scontrarsi con qualcosa di reale in tutti i fenomeni di resistenza. Malgrado la profusione di interpretazioni più o meno acute e ingegnose, malgrado il maneggiamento raffinato del transfert, il sintomo non recede. Qualcosa resiste al discorso, all’interpretazione – così si può sospettare un’origine organica del disturbo persistente. Molti psicoanalisti credono nella realtà dell’inconscio proprio perché pensano che molta parte dell’inconscio non sia analizzabile: è una riserva di resistenza, che si oppone come reale opaco all’attività interpretante. E’ ciò che, a proposito del sogno, Freud aveva indicato come suo “ombelico”. Come in aritmetica ci sarà sempre un margine di vero che non sarà accessibile alla dimostrazione, così analogamente il paradosso dell’inconscio, secondo Freud, è che esso riserva un margine inaccessibile all’interpretazione: l’inconscio è reale proprio perché non si riduce all’interpretabile. Al contrario, è (non del tutto) interpretabile perché è reale. Quando Freud dice che l’inconscio non è mai completamente analizzabile – non è “prosciugabile”, a differenza di quel che gli olandesi fecero col mare – egli dice che l’inconscio è reale, che non è l’alone ontologico spruzzato attorno, nell’atmosfera epistemologica, dalla pratica interpretante. E’ in quanto l’attività dell’analista ha un limite che egli ha ragione: che l’inconscio freudiano esiste, ovvero re-siste all’interpretazione.

Il reale della matematica, invece, pare essere un reale senza resistenza: l’universo dei numeri e delle relazioni si accorda come per incanto con la ragione. Nella matematica, tutto ciò che è reale è razionale, e tutto ciò che è razionale è reale. Se non ci fossero appunto i teoremi di incompletezza, a mostrarci che anche in matematica reale e razionale non coincidono completamente.

 

Ma la considerazione di sintomi che resistono alqaunto all’attività interpretante – i sintomi ossessivi – conforta la teoria secondo cui la pratica dell’inconscio può non essere interpretata “realisticamente”.

La forma di vita ossessiva più di ogni altra pare illustrare la forza del reale matematico nell’esistenza concreta dell’uomo. Un ossessivo è tutto occupato con i numeri: con conti che non tornano, con debiti che è più o meno impossibile saldare, con pene da scontare e contabilizzare, con calcoli e rituali. Di solito, l’analisi scopre la dipendenza del soggetto ossessivo da una colpa – reale o immaginaria – del genitore. Egli figlio in qualche modo “sconta”, senza godere di alcuno sconto, la dipendenza da un debito che ha ereditato, e che lo impegna in un debito inestinguibile. Così la fenomenologia ossessiva non cessa di parlarci di delitti o truffe da pagare, di saldi e di soldi, di ammanchi e di deficit, di rate impagabili, di pene senza debito e di debiti senza pene. La vita dell’ossessivo pare tutta infiltrata dall’universo dei numeri. L’ossessivo è un platonista non de facto ma de vita: grazie a lui, constatiamo quanto i numeri siano reali. Quando gli analisti dicono che l’ossessivo scinde l’affetto dalla rappresentazione, nel linguaggio “positivista” del feeling essi alludono a qualcosa di molto serio: le rappresentazioni ossessive non rientrano nell’universo affettivo del senso, della vita libidica, del discorso comprensibile e creativo. Nelle ossessioni, il reale matematico si emancipa dai suoi significati affettivi e vitali – fino a paralizzare del tutto il soggetto. E’ come se le forme e relazioni matematiche prendessero il sopravvento sui rapporti vitali. E’ come se i numeri e i conti si emancipassero, per un miracolo mostruoso, da ciò a cui si applicano, andandosene per conto loro. Li immaginate dei numeri che prendono l’autobus, che si siedono al caffé? Il mondo disumano in cui vive l’ossessivo è il risultato di questa soperchieria del mondo simbolico del mathema sui pathemai dei sensi vitali.

Immaginiamo un mondo in cui gli oggetti non obbediscano più alle leggi della fisica, ma alle leggi formali della matematica – come nella Wonderland di Lewis Carroll. In quale mondo il sorriso del Cheshire Cat può apparire prima dello stesso Cheshire Cat? Solo in un mondo logico, non certo nel mondo fisico. In questo universo arduo è intrappolato l’ossessivo. Questi “vive” diviso, dilaniato tra due reali: quello del mondo delle azioni vitali e intenzionali, e quello della matematica.

Che cosa allora direbbe uno psicoanalista wittgensteiniano?  Egli vedrebbe forse la coazione ossessiva come il prezzo da pagare per una forma di vita che ha rotto i ponti con l’universo delle cose utili e gradevoli, con il flusso temporale del vivere. Il “reale” ossessivo si ridurrebbe a una implicazione logica che l’ossessivo prenderebbe alla lettera.

Egli direbbe che l’ossessivo, lungi dal dimostrare l’efficienza del mondo affettivo, commetterebbe un errore parallelo, o isomorfo, a quello che commette il logico matematico “realista”. Secondo questi realisti, l’inferenza matematica è qualcosa di alquanto misterioso, che “avverrebbe nel bel mezzo del nostro intelletto, un ribollire di vapori dai quali poi salta fuori la conclusione”[5], e che accade in un mondo di entità extra-temporali. Anche l’ossessivo, come lo psicoanalista realista, pensa che la coazione (una forma di inferenza psicologica) “avverrebbe nel bel mezzo del suo intelletto, un ribollire di vapori dal quale poi salta fuori la coazione”. Anche l’ossessivo vive in un mondo di comandi, di oracoli e profezie genitoriali, di fatalità implacabili, vive insomma in un mondo tuffato nell’eternità dell’inconscio, come è eterna la verità della logica. Ma tutto questo non autorizza lo psicoanalista a commettere la stessa svista dell’ossessivo, vale a dire a prendere come una realtà – anche se realtà sui generis, affettiva ed immaginaria – la strana forza che costringe l’ossessivo ad agire, pensare o contare contro la propria volontà. In questo modo la stessa teoria psicoanalitica si colora di feticismo ossessivo. Come il matematico costruttivista, lo psicoanalista dovrebbe ricordarsi invece che l’ossessivo è uno intrappolato dal proprio stesso gioco: lui dà forza di realtà alle inferenze, ma di per sé queste inferenze mentali non hanno alcuna forza reale.

Non ne hanno perché in realtà, in matematica come in logica, nulla ci costringe né ci forza. L’idea comune, secondo cui la Logica è una sorta di spietata tiranna, che non ci lascia alcuna libertà – e ci coarta ossessivamente – è una svista che attribuisce alla Logica una potenza che è in realtà quella del nostro impegno. “Logica ed etica sono fondamentalmente la stessa cosa: ambedue non sono altro che dovere nei confronti di se stessi”, diceva Otto Weininger. La forza costrittiva della logica e del calcolo non è che il riverbero protettivo della forza costrittiva della nostra forma di vita. E in che cosa consiste questa forma di vita che ci porta a calcolare, a contare, a inferire?

 

“Ciò che chiamiamo ‘contare’- dice Wittgenstein[6]- è una parte piuttosto importante della nostra vita, non è un semplice passatempo. Il calcolare è una tecnica che si impiega quotidianamente nelle più svariate operazioni della nostra vita”. E quindi “la verità è che questo contare ha dato buoni risultati… Della successione naturale dei numeri – così come nel nostro linguaggio – non si può dire che è vera, ma soltanto che è utile, e innanzi tutto che viene impiegata.”[7] In altre parole, la costrizione logica o matematica non è altro che la persistenza dei nostri usi, e dell’utilità che traiamo dal “giocare” con i numeri in quel determinato modo.

Se però a un certo punto l’inferire, il calcolare, il contare, cessano di essere al servizio di attività utili, questo significa che da qualche parte c’è stato un errore, diciamo etico, nella nostra vita. L’analista dovrebbe allora cercare di ricostruire questo contrattempo etico di cui il sintomo nevrotico è lo scotto. La forza delle pulsioni inconsce non è altro che la forza della forma di vita a cui ci siamo rassegnati, e di cui non vogliamo pagare il prezzo – sperando, come tutti, che sia possibile avere la botte piena e la moglie ubriaca. Da qualche parte abbiamo sbagliato i conti, e questo errore costituisce la forza demonica del sintomo. Come il realista, che feticizza i numeri facendone delle entità slegate dalla pratica sociale del contare, anche l’ossessivo – e lo psicoanalista che lo segue nella teoria – feticizza i numeri e i pensieri. Egli ha staccato le regole e le entità dalla pratica, e questo distacco dà la sensazione che abbiamo a che fare con un’oggettività che si impone a noi.

Allora, pensare all’inconscio, o ai numeri, come a cose – di cui quindi è possibile una scienza – è il risultato di un oblio, di una scissione. L’oblio della pratica interpretante ci porta a formulare l’inconscio come un’ipotesi scientifica, e non come il concetto che esprime il nostro interpretare, il nostro saperci fare con i sintomi, con i sogni, o con le battute di spirito; e ci porta a scindere i concetti dalla pratica sociale dell’analisi. Grazie a questo oblio e scissione, lo psicoanalista – almeno quando teorizza – cade nell’errore ossessivo, e come l’ossessivo paga un prezzo salato: una caratteristica impotenza. L’ossessione del debito impagabile è in realtà esso stesso il prezzo da pagare per avere separato regole e concetti dalle proprie forme di vita. Mutatis mutandis, lo psicoanalista “realista”, teorizzando l’inconscio come una forza reale nella mente, si trova a far fronte a questo reale come resistenza invalicabile, come costrizione e potere irresistibili.

 



[1]In particolare, vedi L. Wittgenstein, “Conversazioni su Freud” in Lezioni e conversazioni sull’etica, l’estetica, la psicologia e la credenza religiosa, Milano 1967, pp. 121-138.

[2] Cfr. Wittgenstein, Remarks on the Philosophy of Psychology/ Bemerkungen über die Philosophie der Psychologie, 2 voll., Oxford 1980.

[3] In F. Waismann, Wittgenstein und der Wiener Kreis, B. F. McGuinness ed., Oxford 1967, p. 126 e p. 106.

[4] Wittgenstein, “Conversazioni su Freud”, op. cit., pp. 132-133.

[5] Osservazioni sopra i fondamenti della matematica, Torino 1971.

[6] Ibid;, I, 4

[7] Ibid

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059