“Senso e godimento. La follisofia di Jacques Lacan” di Fabio Milazzo – Galaad Edizioni 2017

Fabio Milazzo copertina

E’ uscito il 14 Febbraio, per Galaad Edizioni, nella collana di filosofia e psicoanalisi Matemi, sotto la direzione scientifica di Massimo Recalcati e Rocco Ronchi, “Senso e godimento. La follisofia di Jacques Lacan” di Fabio Milazzo. Quella che segue è una scheda di presentazione.

 

Psichiatra, psicoanalista, filosofo, clinico, surrealista, dandy. Tutto questo – e molto altro ancora – è Jacques Lacan, originale e discussa figura del panorama intellettuale Novecentesco. I suoi seminari, tenuti davanti ad un pubblico estatico e adorante, hanno contribuito a fissare l’immagine straniante e oracolare di un sacerdote visionario alla guida di una setta, tanto più numerosa quanto più ermetico andava diventando il suo discorso. L’idea che fa da sfondo a questo libro è che, attraverso il suo stile ellittico, evocativo e allusivo, Lacan abbia cercato di estendere lo sfondo della seduta analitica alla vita ordinaria. Un modo per far risuonare il clamore dell’inconscio, la sua muta insistenza. Una clinica in atto, dunque, che nel libro viene indagata alla luce di due nozioni centrali del percorso clinico e teorico di Lacan: il “senso” e il “godimento” [Jouissance], concetti che non si escludono ma che concorrono alla definizione della soggettività. Questo perché – ed è la vera intuizione lacaniana – il soggetto pensando gode e godendo pensa: «c’è godimento dell’essere» sostiene Lacan. Si tratta, allora, di vedere in che modo ciò ridefinisce alcune nozioni classiche della filosofia, ma anche della psicoanalisi: essere, soggetto, sostanza, linguaggio, pensiero, conoscenza, senso, inconscio.

Il saggio si propone dunque nei termini di un attraversamento dell’opera di Lacan alla luce di due nozioni, tradizionalmente ritenute in contrapposizione tra di loro. Più in particolare, i due concetti vengono sviluppati in riferimento ai tre registri dell’Immaginario, del Simbolico e del Reale. La tesi che fa da sfondo al testo ritiene che i due ambiti cui i concetti si riferiscono, lungi dall’essere alternativi l’uno all’altro, interagiscano offrendo controluce una inedita prospettiva sulla soggettività divisa a seguito dell’immersione in quello che Lacan definisce «un bagno di linguaggio». In particolare il concetto di «senso» non può essere limitato alla sfera simbolica ma svolge un ruolo decisivo, anche se perlopiù inespresso, in relazione altri due registri e per molti versi ne definisce l’ambito semantico (non soltanto per differenza). Il risultato è quella che possiamo definire una filosofia del godi-senso, che è un sapere del nesso tra godimento e senso e degli effetti che ciò comporta sulla soggettività. Il riflesso principale di questo discorso è che la realtà non è qualcosa di oggettivamente disponibile allo sguardo, agli altri organi di senso e ai processi di significazione ma risulta essere una costruzione effetto dell’interazione tra un pensiero goduto e ciò che in ogni processo di simbolizzazione offre resistenza nei termini di nocciolo insignificabile. Una tale filosofia, che implica la relazione sempre in atto tra la sfera della comprensione simbolica e quella dell’affettività, non può dunque ambire a nessuna verità universale sull’essere, poiché il principio trascendente utile per elaborare il sistema appare essere la condizione e l’effetto di una ricerca non disinteressata ma che riguarda il godimento del corpo e i suoi effetti di senso. Se dunque quella di Lacan non è una filosofia cos’è allora? E qual è quel discorso che riesce a fare fino in fondo i conti con il fatto «che l’essere, parlando, gode»? L’ipotesi del libro- inquadrabile alla luce del seminario XXIII dove il termine appare – è che questo sapere folle si possa definire «follisofia». Cos’è una «follisofia»? E’ un discorso «sensato e pertanto pieno di rischi di sbagliarsi» – come Lacan afferma – ma, soprattutto, è un sapere inseparabile dalla prassi – etica – in cui prende forma, cioè dal modo di vita e, quindi, dalla forma di godimento attraverso cui si costituisce. Follisofia è il nome della categoria all’interno della quale si inscrive questo percorso nell’opera di Lacan; un percorso che muove dall’idea secondo cui esiste un godi-senso alla luce dell’immaginario, uno per il simbolico e uno per il Reale, che altro non sono che tre pieghe della medesima substantia che si caratterizza per il fatto di annodare i tre registri alla luce del godimento.

Al centro del libro si trova dunque il corpo, «Un corpo – il mio corpo – dice Lacan, è sempre un corpo che vomita linguaggio, che cerca di raggiungere, al di là delle proprie barriere fisiche, l’altro, l’Altro. La voce, il grido, il sussurro, il singhiozzo, il pianto, che sono dietro ciò che si dice restano, però, dimenticati. Fabio Milazzo restituisce – e questo è solo uno dei pregi del libro – questa dimensione tragica del corporeo che sta dietro la catena significante, e lo fa affiancando a Lacan, nella sua gigantomachia, una serie di protagonisti che rendono lo studio che segue del tutto peculiare: Gilles Deleuze, Slavoj Žižek, André Green sono solo alcuni di coloro che accompagneranno il lettore nel suo cammino». (dalla Prefazione di Antonio Lucci).

Alla luce delle ipotesi sviluppate nel testo la quaestio fondamentale della filosofia, cioè che l’essere sia e il non-essere non sia, perde di valore, tanto da apparire un ritornello – lo dice Lacan – «stupido». Ma perché? Per il fatto che «il godere di un corpo, di un corpo che, l’Altro, lo simbolizza, […] comporta qualcosa di idoneo a far sì che sia messa a punto un’altra forma di sostanza, la sostanza godente». In altre parole Lacan sostiene che l’obiettivo fondamentale della scienza prima, «la conoscenza del “più perfetto”», così come «della famosa sostanza estesa», diventa argomento risibile, anzi stupido, visto che «di sostanze, santo Dio, ai giorni nostri ce n’è a iosa. Abbiamo la sostanza pensante e la sostanza estesa» ma abbiamo dimenticato «che all’essere quale si sostiene nella tradizione filosofica, […] io oppongo che siamo giocati dal godimento». Osservare la questione evidenziando il ruolo del godi-senso significa postulare una sostanza assolutamente diversa da quella cui si è interessata tradizionalmente la filosofia, una sostanza che implica il duplice evento di corpo e di pensiero. Dunque, c’è sempre godimento e c’è sempre senso, anche nella forma di non-senso. Quanto detto ci conduce ad affermare che il «C’è dell’Uno!»[1], che tanta parta ha nella tarda produzione di Lacan – e nelle pagine di “Senso e godimento”-, ancor prima di indicare il significante incarnato, l’Uno, afferisce all’unicità della sostanza-patematica, quel godi-senso di cui la soggettività è eterogenea e molteplice espressione, declinabile in modi diversi in base al punto di vista adottato. C’è così un godi-senso alla luce dell’immaginario, uno per il simbolico e uno per il Reale – «ab-senso»[2] – che altro non sono che tre pieghe della medesima substantia. Da qui la scelta adottata per la struttura del libro che dopo un preludio introduttivo, prevede un capitolo dedicato a Freud, un intermezzo. Non un percorso sistematico all’interno della metapsicologia freudiana, quanto una selezione parziale di elementi che dovrebbero situare il particolare ritorno a Freud di Lacan, perlomeno quello che è più idoneo alla luce della prospettiva adottata nel volume. Seguono quattro capitoli nei quali il nodo tra senso e godimento viene letto alla luce dei tre registri, immaginario, simbolico e reale, che Lacan ha utilizzato per descrivere la soggettività. Ognuno dei capitoli si sviluppa sullo sfondo di una topologia che rappresenta, volta per volta, un ideale nodo a tre elementi: il senso, il godimento e il registro adottato come punto d’osservazione. Il centro del nodo è il punto di consistenza che secondo noi tiene l’insieme e, quindi, il nodo stesso, per questo è l’obiettivo verso cui, in maniera ideale, tende il capitolo. Infine, un post-scriptum prova a tirare le fila del discorso declinandolo in chiave etica, quella che dovrebbe rendere, almeno un poco, comprensibile lo stile di Lacan.

Dunque, senso come non-senso, pulsione come fallimento, godimento come piacere nella sofferenza, sono questi alcuni degli elementi intorno ai quali si sviluppano le pagine del libro, una sorta di attraversamento parziale e assolutamente soggettivo dell’opera lacaniana, frutto di un personale corpo a corpo con il testo, per questo senza alcuna pretesa di esaustività. «Questo non è, infatti, principalmente un libro su Lacan, ma un libro con Lacan. È un libro scritto dalla prospettiva di Lacan, una prospettiva che ha sempre mirato – coscientemente – a sfuggire alle angustie del detto, al fine della impossibile ricostruzione delle fonti del dire. Per questo non può essere (solo) uno studio monografico su un autore, ma deve necessariamente ripetere – mimare e affiancare – la lotta impossibile che Lacan intraprese con i confini dell’espressione, e con quelli della descrizione dell’animale umano, dell’animale (ridens) ammalato di linguaggio. Va dunque tenuta presente una duplice prospettiva nella lettura del testo: quella che qui trova espressione è una riflessione a tutto tondo sulle strutture dello psichico, sulla funzione del linguaggio, sull’essenza del trauma, che utilizza Lacan come strumento fondamentale, ma anche e soprattutto come sparring partner. E sul ring del confronto dialettico, dipanantesi come le spire di un nastro di Möbius, si articolano i capitoli del libro in un confronto critico con Lacan. Con Lacan, ma anche contro Lacan, laddove necessario. Ad ogni modo, a partire da Lacan, dai suoi metodi, canoni, lessici, testi, per trovare una via d’accesso ai temi più complessi che la sua psicoanalisi ha trattato: lo stadio dello specchio, l’inconscio simbolico, das Ding, Lalingua, per nominare solo i concetti che – fin dal titolo – innervano i capitoli del testo di Milazzo».

Se proprio si vuol riassumere, in fin dei conti, questo libro attesta che «un fuori-linguaggio non c’è, ma quel linguaggio non è un senso, è un godi-senso, che trova significato solo nello stile individuale, nella propria forma-di-vita. » (dalla Prefazione di Antonio Lucci)



[1] Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro XX, Ancora (1972-1973), trad.it. a cura di A.Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2011, p.22.

[2] Cfr. J. Lacan, Lo stordito in Altri Scritti, trad. it. A cura di A.Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2013, p. 455.

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059