Sergio Contardi (Milano 23 gennaio 1947 – Milano 29 settembre 2017)

Sergio Contardi, psicoanalista, è stato per anni membro del nostro Istituto di Studi Avanzati in Psicoanalisi, partecipando attivamente agli incontri milanesi che per anni si sono svolti cercando di dare vita e linfa alla nostra scommessa.

Ha contribuito al nostro Journal con:

- Recensione di: Gabriella Ripa di Meana, Figures of Lightness. Anorexia, bulimia, psychoanalysis

(London: Jessica Kingsley Publishers, 1998)

http://www.psychomedia.it/jep/number5/contardi.htm

 

- Round Table Discussion: “Psychoanalysis and the law”
Held in Milan, at the SGAI (the Italian Group-Analysis Society), March 14, 2004

http://www.psychomedia.it/jep/number18/roundtable.htm

_____________________________________________

 

contardi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UN TRATTO DI UN VIAGGIO PSICANALITICO…

 

FLUCTUAT NEC MERGITUR: GALLEGGIA E NON AFFONDA, è il motto che Freud privilegia per indicare il suo muoversi nelle acque, spesso tempestose, della psicanalisi.

E Sergio Contardi ha continuato sino all’ultimo a navigare nelle acque tempestose della psicanalisi sia attraverso la sua pratica psicanalitica sia attraverso gli innumerevoli scritti teorici che ci ha lasciato.Sergio Contardi come introduzione ad un suo lavoro, scrive: “La metafora del viaggio – da sempre, potremmo dire – viene usata per indicare i tratti essenziali dell’umana avventura. E alle soglie del terzo millennio questa metafora conserva tutta la sua forza evocativa, la sua attualità, pur nelle infinite metamorfosi che ha subito. Il “viaggio”, da quello spirituale a quello materiale, resta a indicare che l’avventuradell’uomo è condannata a essere intellettuale: a essere scritta, raccontata, tramandata…”

E un tratto del viaggio che propongo attraverso queste parole, mi riportano sia un documento programmatico dal titolo Precisazioni sullo status di NODI FREUDIANI Associazione Psicanalitica: spunti, idee, riflessioni, scritto da Sergio nell’ottobre del 2003 sia al passaggio da Associazione Movimento proposto attraverso un altro DOCUMENTO: I cinque punti costitutivi di Nodi Freudiani MovimentoPsicanalitico, ancora in essere, datato marzo 2008.

Dunque quando appresi della morte di Sergio Contardi provai sia un’emozione dolorosa sia la sensazione di aver perso una persona famigliare, oltre che uno psicanalista con cui ho attraversato varie fasi transferali: psicoanalisi personale – analisi di controllo – e da ultimo, ciò che con Lacan possiamo definire come transfert di lavoro, ossia una collaborazione, con altri, all’organizzazione pratica e teorica,  della “vita quotidiana” di NODI FREUDIANI Movimento Psicanalitico.

Ed è stato il concetto di famigliaritàdato dalla continua collaborazione per N.F. e quindi per il discorso psicanalitico,ciòche mi ha portato a pensare al concetto di eredità. L’eredità  che Contardi ci ha lasciato attraverso NODI FREUDIANI Movimento Psicanalitico. Certo pensare a un’eventuale eredità significa, innanzitutto, prendere in considerazione un qualsiasi tipo di legame (Bindung) preesistente alla morte della persona. E erede, etimologicamente significa anche entrare in possesso…

Ma di cosa sarei entrata in possesso, attraverso questo vuotoo questa mancanza, determinata dal  legame transferale (Bindung) preesistente alla sua morteCertamente non di qualcosa di materiale, ma come la psicanalisi ci insegna, di qualcosa che concerne il proprio desiderio. Per dirne qualcosa cito solo una frase ripresa da uno scritto di Sergio Contardi: “(…) Insomma a ciascuno il suo passo! Nel rispetto del passo dell’altro, ossia in una adeguata distanza simbolica (in/differenza).

Concludo con le ultime parole di commiato che Nodi Freudiani Movimento Psicanalitico ha postato sul suo sito: Grazie Sergio, ci mancherà la libertà di uno spirito alto. I tuoi Amici e colleghi di Nodi Freudiani.

Franca Brenna

 

__________________________________

 

Lo stile dell’uomo

 

 

Sergio aveva un vezzo alquanto parigino e del periodo della “meglio gioventù”, indossare la giacca sulle spalle con una fine distrazione di cui lui solo era testimone.

La sigaretta perenne, come un’amica alla quale non si può rinunciare, era la griffe della sua formazione francese con l’armonia intellettuale di psicanalisti quali Moustapha Safouan. Jacques Lacan non era solo il pensiero tradotto nella tecnica psicanalitica ma la costruzione quotidiana dell’esserci nel proprio desiderio: il desiderio dell’aver cura dell’altro.

Sebbene documentasse il tragico nell’uomo di cui parlano gli antichi greci, lavorava l’argomento con quella mossa ironica del dire che lo rendeva libero oltre il sintomo.

Era giustamente sfuggente ed imprendibile ma non mancava di esserci e con appartenenza quando il fato toccava oltre il destino duramente qualcuno che lo riguardava.

Era consueto a una risatina contenuta che lo rendeva, nel tratto oscuro, così somigliante a Freud, e si ritrovava quasi zen, senza volerlo essere, di fronte alle vicende del nostro movimento Nodi Freudiani.

Ho avuto la fortuna, certamente insieme ad altri, di studiare con lui per un confronto sull’Etica della Psicanalisi.

Sebbene qualche volta apparisse sprezzante verso la conservazione della vita, restituiva di ognuno e ad ognuno il proprio senso di esistere. Si potrebbe descrivere una tenacia ma anche quasi indifferente. A volte, con una certa severità si muoveva lentamente e come un principe trasformava una mancanza in un più di vivere.

Lo ritrovo spesso nei miei pensieri e lo rivedo a Roma insieme a parlare del padre con altri di altri linguaggi.

Con lui teoricamente ho ricevuto protezione, senza che intendesse farlo. Mi permetto di cedere al ricordo con emozione e sento che vive in me quando nel dubbio di un’interpretazione mi dico “ecco Sergio…” come avrebbe sorriso?

Costretti ad essere adulti nel lasciare andare chi se n’è andato, mi permetto ogni tanto di soffrire, perché non preservando sé stesso ma facendo grande uso di sé, ha sottratto troppo velocemente la sua presenza unica e irripetibile. Perché contrariamente a quanto qualcuno mi disse un giorno, le persone non sono sostituibili, ci adattiamo a non averle più. Teniamo un resto di un suono, di una parola, di un frammento di stile. E poi troviamo anche altro.

 

Mariapia Bobbioni

_______________________

 

Sergio Contardi, fondatore di Nodi Freudiani, sviluppò una pratica liberale del movimento psicanalitico assieme a una ventina di psicanalisti scevri da vincoli di scuola o di pensiero.

Ispiratosi doverosamente al pensiero di Freud e alla rivoluzione copernicana di Lacan, ebbe sempre il massimo rispetto per le differenze individuali esaltandone il valore e lo stile, tanto che il ‘Movimento’ non raggiunse mai un’omologazione e una riduzione a norme e parametri, correndo anche il rischio di non appartenere a un contesto ufficialmente riconosciuto.
Ciò’ corrisponde coerentemente a un’etica del desiderio e all’accettazione di un esilio dal canone sociale. La posizione di Sergio fu aristocratica, nel senso dell’apprezzamento del meglio di ciascuno ma anche del rifiuto del compromesso. La pratica intellettuale che abbiamo condiviso con lui ci ha permesso di mantenere un livello di impegno e di responsabilità che ha fatto da collante, anche nel caso di posizioni contrastanti. Il grande convegno del 2013, “Il disagio della cultura nella nostra modernità” è stato l’ultimo grande sforzo di Sergio, l’ultima opera che ha lasciato le orme di un percorso che inaugura un lavoro per gli anni a venire.
Umanamente Sergio è stato un caro amico, un paziente gestore di progetti e di iniziative che hanno preso forma grazie alle sue intuizioni e alla finezza del suo pensiero.
La sua figura ci ha accompagnato anche a un commiato, lento e difficile, che solo oggi riesce a diventare un affettuoso addio.

 

Pietro Andujar

 

_____________________

 

PENSIERO PER SERGIO

 

Sebbene la scrittura non possa restituire nella sua completezza l’essenza di un uomo dallo stile inarrivabile, desidero comunque omaggiarne la memoria, nella viva speranza che qualche riga possa testimoniarne la commozione del ricordo.

Dedico al grande Maestro e Amico Sergio Contardi uno dei miei pensieri più preziosi affinché la traccia indelebile della sua raffinata presenza possa ancora aleggiare fra i nostri discorsi e il nostro quotidiano affaccendarsi.

Durante gli ultimi quindici anni della sua vita – ahimé troppo breve, per non potere più attingere a una tale ricchezza – ho avuto il privilegio di ascoltarne gli insegnamenti e di percepire quella sincera vicinanza propria agli spiriti eletti; Sergio aveva il dono di restituire all’altro un tale senso di esclusività che ognuno di noi, al suo cospetto, si sentiva speciale. L’ascolto che sapeva porgere, sia in sede analitica che in contesti più amicali, era insostituibile.

Nell’attraversamento di varie elaborazioni del transfert, con Sergio ho respirato la giustezza e l’eleganza di un dire che, dimorando fra il circolo dell’ironia e l’abisso profondo della sua sensibilità, sapeva vedere oltre i grovigli del pensiero. Nell’avanzamento di questo resto irriducibile, Sergio era unico: la sua parola giungeva sempre inaspettata e con precisione si incuneava lì, con una tale densità di significato da restituirne la nobiltà della misura.

Sì, lui sapeva vedere oltre. Un sapere che dispensava la saggezza di un amore che mai veniva nominato: un pudore questo, che ne svelava l’umiltà. Un’umiltà elegante che discretamente ha preso commiato da noi, delegando al silenzio della riservatezza il compito di lenire il doloroso esilio degli ultimi tempi… A volte il mio pensiero si incanta là, sulle note di Simon & Garfunkel – The sound of silence – uno fra i brani a lui più cari :«Nei sogni agitati io camminavo solo/ per strade strette e ciottolose/ sotto l’alone di un lampione/ sollevavo il bavero per il freddo e l’umidità/ quando i miei occhi furono colpiti dal flash di una luce al neon/ che attraversò la notte/ e toccò il suono del silenzio…».

Ciao Sergio caro, mi mancherai, mancherai a tutti noi

 

Laura Darsié

 

_____________

 

LO STUDIO

 

 

Quando sono entrato, in quei giorni terribili, non sapevo cosa avrei trovato di te. Sei sempre stato geloso di quel luogo, raramente mi hai permesso di entrarci. Culla di passioni, il tuo Studio, luogo di incontri, di tormenti, di parole. Quanti discorsi, quante storie avranno respirato queste mura negli anni.  Sono stato geloso, di queste storie in cui non c’ero, anche se era a me che le raccontavi. Anche se non sempre ascoltavo. Questa è la prima cosa che ho sentito quel giorno. Quell’odore di tabacco e di legno e di libri e di casa. Il tuo profumo che mi è capitato di detestare perché nella tua passione per il fumo vedevo l’avvicinarsi di questo giorno tremendo in cui sarei entrato. Qui, senza di te. Poteva essere solo oggi. E in quel momento ho provato una nostalgia che portava con sé già l’eco delle nostalgie future. Ma più di ogni altra cosa ho sentito la tua presenza. L’ho vista. Nel legno trascurato all’aspetto, ma di stile, nel lettino sul quale negli anni molte persone hanno deciso, sdraiandosi, di affidarti il loro tempo. Quanti fogli c’erano, ovunque (non hai mai voluto saperne della tecnologia). Alcuni scritti da te, appunti, riflessioni. Disegni (questi non potevano essere tuoi, erano piuttosto belli). Sogni. Tuoi? dei tuoi pazienti? Ora non fa differenza. Ma in questo caos ogni cosa era li, avevi un’attenzione distratta per ciascuna di loro. Fare ordine significa riporre un pezzo di vita e lasciarlo andare mi hai detto una volta.

Eri disordinato perché non volevi perderti nulla. Le hai portate tutte con te, le persone, i colleghi, i pazienti, gli oggetti, gli affetti, i ricordi, i dolori e le gioie, fino al momento di andare, anche se per farlo veramente, fino in fondo, da molti di loro ti sei dovuto allontanare, prima. E ora mi lasci, mentre io faccio ordine, almeno un po’. E mentre ripongo i libri, gli oggetti, scopro altri libri e altri oggetti. Mi accorgo di cassetti chiusi a chiave, di ante nascoste e di cose che arrivano da un mondo in bianco e nero e ognuno mi racconta una storia diversa.

Attraverso questi incontri incontro te, nei diversi momenti della tua vita indietro fino a perdersi in un tempo che non ci riguarda più. Chi l’ha detto che quando qualcuno se ne va si smette di imparare a conoscerlo?

È passato un anno e mentre ascolto persone che hanno deciso, sdraiandosi, di affidarmi il loro tempo, nella tua assenza, la tua presenza è più viva che mai. E mi chiedo quale storia ascolteremo oggi.

 

 

Dario Contardi, tuo figlio.

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059