Sull’Après-Coup. Un dibattito

Sull’Après-Coup. Contrattacco

Jonathan House

L’EuropeanJournal of Psychoanalysisha gentilmente accettato di pubblicare la risposta all’intervento di Jamieson Webster e Marcus Coelen (d’ora in avanti J&M).  Èinteressante osservare che, sebbene né Jamieson né Marcus siano tra i miei amici più intimi, Marcus è attualmente un mio collega presso l’Institute for Comparative Literature and Society della Columbia University, mentre io e Jamieson ci conosciamo da diversi anni e siamo in rapporti amichevoli.

 

Quindi, per venire al punto, nello scambio finale della loro intervista per EJP, questi amici e colleghi hanno scritto quanto segue:

 

EJP: Molti filosofi si sono interessati particolarmente al pensiero di Jacques Lacan. Che valore e che senso lei dà al contributo après coup di Lacan?

J&M: Un’ultima storia straziante: in un numero recente del Journal of the American Psychoanalytic Association (APA) c’era un articolo sull’après-coup e Jean Laplanche, il quale accreditava il concetto a Laplanche, affermando che ciò che Lacan aveva portato all’attenzione era importante, sebbene non ci fosse tornato sopra più di qualche volta.  Quest’affermazione è manifestamente falsa come molti di noi possono sapere; Lacan lavorò attorno a questo concetto per tutta la vita.  Nel seminario V, sul quale abbiamo lavorato di recente per una pubblicazione, si sofferma sul concetto per parecchie centinaia di pagine per elaborare varie inversioni e movimenti dialettici nello svolgimento del complesso di Edipo.  Un altro collega ha portato alla nostra attenzione il fatto che il JAPA fu allertato su questa “fake news” ma non fece niente al riguardo.  Non è questa violenza mitica parte dell’après-coup stesso, in cui da un lato c’è un lavoro volto a chiudere radicalmente elementi del passato, e dall’altro senza volerlo, lo rompe; e che ogni idea di progresso storico, linearità, in realtà il “progresso” stesso, sia impossibile, che è da una parte una benedizione, e dall’altra una maledizione?  Naturale che Lacan sia una maledizione, una maledizione per aver scoperto qualcosa di diabolico come la concezione di Freud di après-coup, e ci ha lasciato con essa, senza alcuna protezione, neanche la bella protezione di un’idea come la traduzione.  Comprendiamo che l’istituzione psicoanalitica desideri seppellirlo una volta per tutte.  Ma l’inconscio non si può tradurre completamente; è una macchina infernale in cui tutto ritorna e niente è semplicemente nel passato.

Sono io l’autore di quell’articolo.

 

Per cominciare, riproporrò il passaggio suddetto aggiungendovi dei commenti tra parentesi e in grassetto.  In secondo luogo, difenderò la mia scuola di pensiero, in quanto credo che ciò che ho detto rispetto a Lacan sia vero; quanto affermo rispetto al suo lavoro è tanto accurato quanto concreto.

Terzo, per finire, risponderò a questa specie di attacco all’integrità intellettuale e/o alla scuola di pensiero del collega.   Tali screzi non sono rari nel movimento psicoanalitico.  La versione proposta da J&M è un attacco composto da asserzioni prive di ogni evidenza – come capita spesso, del resto – che, nondimeno, trattandosi di una pubblicazione, è formulato in termini scurrili, cosa che evidenzia ancor di più l’ardore delle loro ingiurie.

 

J&M:Un’ultima storia straziante: in un numero recente del Journal of the American Psychoanalytic Association (APA) c’era un articolo sull’après-coup a Jean Laplanche il quale accreditava il concetto a Laplanche,[Vinse il premio JAPA.  Io ne sono fiero e sarei felice di inviarne loro una copia.] che attribuiva il concetto a Laplanche, e affermava che la scoperta di Lacan era importante, sebbene lui stesso vi fosse tornato solo poche volte.  [J&M avrebbero potuto ricorrere a un’espressione persino più forte, ossia avrebbero potuto dire precisamente che io affermo che Lacan non ha mai elaborato l’après-coup o la Nachträglichkeit se non nella misura in cui egli lo identifica con la retroattività.]

Quest’affermazione è manifestamente falsa come molti di noi possono sapere; Lacan lavorò attorno a questo concetto per tutta la vita.  [È vero che Lacan e molti altri hanno scritto diffusamente sul tempo, Levinas, per dirne uno, ma benché tali scritti si occupino di “rovesciamenti dialettici” – come vedremo più avanti – non si può dire che facciano riferimento all’après-coup o alla Nachträglichkeit freudiana.]

 

Nel seminario V sul quale abbiamo lavorato di recente per una pubblicazione, si sofferma sul concetto per parecchie centinaia di pagine per elaborare i vari inversioni e movimenti dialettici nello svolgimento del complesso di Edipo.  [si potrebbe dire che quanto Lacan “esamina” nel seminario V è in qualche modo equivalente a un’analisi della Nachträglichkeit o dell’après-coup, ma non me la bevo e non dovreste nemmeno voi.  È interessante che Lacan non ricorra a nessun termine per riferisi a qualcosa come un “rovescio dialettico ecc.” e mi occuperò dell’unico riferimento alla Nachträglichkeit più avanti.]

 

Un altro collega ha portato alla nostra attenzione il fatto che il JAPA fu allertato su questa “fake news” ma non fece niente al riguardo. [Al momento qui in America, si ha la tendenza a vedere nell'espressione “fake news” una paraprassia, un complimento inconscio – infatti, per quanto ne so, J&M sono ben intenzionati, ed è forse per questo che non si può ritenere la loro un’analisi selvaggia.]

Non è questa violenza mitica parte dell’après-coup stesso, in cui da un lato c’è un lavoro volto a chiudere radicalmente elementi del passato, e dall’altro senza aver voluto, lo rompe; e che ogni idea di progresso storico, linearità, in realtà il “progresso” stesso, sia impossibile, che è da una parte una benedizione, e dall’altra una maledizione?  [Dopodiché J&M sembrano attribuire il movente a me e\o a JAPA – probabilmente agli editori di JAPA – nel modo che segue:]  Naturale che Lacan sia una maledizione, una maledizione per aver scoperto qualcosa di diabolico come la concezione di Freud di après-coup, e ci ha lasciato con essa, senza alcuna protezione, neanche la bella protezione di un’idea come la traduzione. [Accorgendosi dell'errore, J&M ne hanno immediatamente manifestato la consapevolezza.]  Comprendiamo che l’istituzione psicoanalitica desideri seppellirlo una volta per tutte. [E J&M concludono in modo confortante:] Ma l’inconscio non si può tradurre completamente; è una macchina infernale in cui tutto ritorna e niente è semplicemente nel passato.” [Il conforto è di solito ben accetto, ma questa definizione non mi è chiara.  Di quale inconscio stiamo parlando?  Presumibilmente del mio.  Ma è ciò che è nel mio inconscio che non può essere tradotto in quello di Lacan?  O, più in generale, è l'infernale che non può essere convertito?]

 

Il titolo del mio articolo su JAPA è “The Ongoing Rediscovery of Après-coup as a Central Freudian Concept”, e consta, bibliografia inclusa, di 26 pagine.  La prima parte, un’introduzione storico-concettuale del termine, è lunga 5 pagine, di cui quasi una intera è dedicata a Lacan, la maggior parte del paragrafo si concentra sull’uso freudiano della Nachträglichkeit e del nachträgliche sulle varie traduzioni dei termini fornite da Strachey.  Ecco l’intero passaggio su Lacan, note incluse:

 

Lacan: 1953 e 1955

 

Lacan è stato il primo a individuare il concetto in Freud. Nel Discorso di Roma del 1953, parlando del caso freudiano dell’Uomo dei Lupi, evidenzia l’uso da parte di Freud dell’avverbio nachträglich, reso in francese con “après coup”.  Nella traduzione inglese degli Écrits di Bruce Fink il passaggio è reso come segue:

 

“Freud demands a total objectification of proof when it comes to dating the primal scene, but he simply presupposes all the resubjectivizations of the event that seem necessary to him to explain its effects at each turning point at which the subject restructures himself—that is, as many restructurings of the event as take place, as he puts it, nachträglich, after the fact” (Lacan 1953, p. 213).

 

[“Freud esige un’oggettivazione totale della prova finché si tratta di datare la scena primitiva, ma suppone senz’altro tutte le risogettivazioni dell’evento che gli sembrano necessarie per spiegare gli effetti a ciascuna delle svolte in cui il soggetto si ristruttura, cioè altrettante ristrutturazioni dell’evento che si operano, secondo il suo termine Nachträglich, successivamente (après coup).”

(Lacan, 1974, p. 250)]

 

Ma a Lacan non piacque la propria traduzione.  In una nota a piè di pagina, come ho notato, egli definisce l’après coup una “traduction faible du terme”, “una traduzione debole del termine”.

 

Due punti andrebbero messi in evidenza: primo, sembrerebbe che Lacan utilizzi l’espressione après coup solo tre volte.  Dopo il 1953, con una sola eccezione, non utilizzò più l’espressione in nessuna pubblicazione o conversazione privata consultabile, eccetto una volta, nel 1955, durante il Seminario 2.

 

[nota aggiunta nel 2019: per quel che vale, il mio conteggio è finito. L’espressione ‘après coup’ appare due volte nel seminario XIX. Inoltre, Patricia Gherovici rileva l’uso della parola nachträglich da parte di Lacan nei seminari XV, XVI e XIX.  Se si consultano queste ricorrenze brevi e piuttosto marginali, si nota come ogni volta Lacan usi nachträglich nel senso di retroattività.  Penso che Patricia non sia d’accordo con me.]

 

In questo periodo, Lacan utilizza nachträglich, l’avverbio, poche volte, e Nachträglichkeit una sola volta.  Ancor più importante, Lacan dà a nachträglich il senso di modificazione retrospettiva o, semplicemente, di retroattività, di solito esplicitamente.

 

[In una nota si legge:]

 

“Non è modificato ciò che viene dopo, ma ciò che precede.  Abbiamo un effetto di retroazione - nachträglich, come si esprime Freud – specifico della struttura di memoria simbolica, in altri termini della funzione di rimemorazione.”

(Lacan, 2006, p. 213)

 

Laplanche e Pontalis (1967) sembrano generosi quando scrivono, “il merito di aver posto l’attenzione sull’importanza di questo termine è di Jacques Lacan”.  Proprio qualche anno prima, questi eminenti allievi di Lacan si sono separati dal suo pensiero e hanno rifiutato di unirsi alla sua nuova scuola, l’École freudienne de Paris, amara controversia che divise l’universo psicoanalitico francese.  Bisogna considerare la loro generosità come una formazione reattiva o come un favore fatto al loro vecchio mentore?  O forse, in tale circostanza, si trattava di una necessità tattica? [2019: questo paragrafo sembra aver catturato l'immaginazione di J&M e di altri colleghi.]

 

[In una nota si legge:]

 

A essere significativo qui è un passaggio della revisione del 1964 fatta da Lacan ai commenti perduti della conferenza di Bonneval del 1960 su L’Inconscio: Un saggio psicoanalitico (1960) di Laplanche e Leclaire.  Nel suo commento del 1964 insiste sulla sua priorità:

 

“Ci si accorge così che è la chiusura dell’inconscio a dare la chiave del proprio spazio, e particolarmente dell’improprietà che risulta dal farne un “dentro”.

Esso dimostra anche il nucleo di un tempo reversibile, da introdurre necessariamente in ogni efficacia del discorso; già sensibile nella retroazione, su cui insistiamo da tempo, dell’effetto di senso nella frase, per chiudersi esige l’ultima parola.

Il nachträglich(ricordiamo che siamo stati i primi a estrarlo dal testo di Freud), il nachträglich, l’après coup, il dipoi secondo cui il trauma si implica nel sintomo, mostra una struttura temporale di ordine più elevato.

Ma soprattutto l’esperienza di questa chiusura mostra che per gli psicoanalisti non sarebbe un atto gratuito riaprire il dibattito sulla causa, fantasma del pensiero, critico o no, impossibile da scongiurare.

Infatti la causa non è, come si dice anche dell’essere, un’illusione delle forme del discorso, – perché già lo si sarebbe dissipato. Essa perpetua la ragione che subordina il soggetto all’effetto del significante.” (Lacan, 1974, p. 842)

 

Dal 1955 al 1967

 

In questi anni, l’après-coup – sia come parola che come concetto – scompare dalla letteratura psicoanalitica.  Ci sono solo due cavilli riguardo questa asserzione: primo, ci sono due riferimenti all’“azione differita” nella letteratura psicoanalitica anglofona; secondo, in Lacan ci sono poche menzioni del nachträglich e una sola dell’après-coup.

 

[In una nota si legge:]

 

Per un altro esempio dell’uso del nachträglich da parte di Lacan, si veda il Seminario I:

“Vedete al contempo che, contrariamente alla prospettiva di Balint, e in modo molto più conforme alla nostra esperienza, dobbiamo partire da un’intersoggettività radicale, dall’ammissione totale del soggetto da parte dell’altro soggetto.  È retrospettivamente, nachträglich, a partire dall’esperienza adulta che dobbiamo affrontare le esperienze originali supposte, stratificandone le degradazioni, senza uscire mai dal dominio dell’intersoggettività.  Nella misura in cui restiamo nel registro analitico, siamo costretti ad ammettere l’intersoggettività all’origine.” (Lacan, 1978, p. 255)

 

L’attribuzione della priorità teorica è interessante alle volte, ma raramente importante.  Sono le differenze teoretiche ad essere importanti.  Per molti colleghi, l’attribuzione della differenza è importante da un punto di vista teorico – ma sto divagando.  Primo, in merito alla differenza teorica rispetto all’après-coup.  L’attribuzione della motivazione – accurata o no – porta all’apprezzamento delle differenze teoriche.  Come per l’après-coup, vedo un’importante differenza tra la visione di Lacan e quella di Laplanche e Pontalis del 1967 (in The Language of Psychoanalysis), quella di Laplanche dopo il 1967 e quella di Pontalis dopo il 1967 (si veda la conversazione di Sergio Benvenuto con Pontalis del 1989 su EJP: http://www.journal-psychoanalysis.eu/apres-coup-la-memoria-retroattiva-conversazione-di-sergio-benvenuto-con-jean-baptiste-pontalis/).  Penso che L&P sottovalutino, senza riguardo, questa differenza in The Language of Psychoanalysis (1967).  Qualunque sia la loro motivazione, ritengo non abbiano prestato sufficiente attenzione alla differenza, che penso che sia e rimanga importante.  Ritengo che le due concezioni di après-coup siano fondamentalmente differenti.  Sebbene io e Sergio Benvenuto siamo sostanzialmente in disaccordo, come me, Sergio, in un suo recente scritto in “Language and Psychoanalysis” dal titolo“The Après-Coup, Après Coup: Concerning Jean Laplanche Problématiques VI. L’Après-Coup”, enfatizza la differenza tra Lacan e Laplanche.

In merito alla priorità concettuale: se le differenze tra Lacan e Laplanche sono importanti, la questione della priorità non si pone. O, per lo meno, la priorità dovrebbe essere data a Freud.

 

In merito alla priorità della traduzione: ci riferiamo all’après-coup con un trattino, un neologismo della lingua francese, o all’après coup (una comune espressione francese di due parole che Bruce Fink rende come “after the fact” (“dopo il fatto”))?  Stiamo parlando del nome di un concetto o di un avverbio?  Lacan definisce l’après coup, nella sua traduzione del 1953 dell’avverbio\aggettivo nachträglich “una fragile traduzione del termine”.  Cosa che Laplanche elogia particolarmente!

 

In una discussione on-line sull’attacco di J&M, il mio amico David Lichtenstein, cercando di chiarire la questione (e di calmare le acque), ha scritto:

 

“Questa disputa è ben accetta.  Da quello che ho letto, Marcus e Jamieson hanno imputato a JAPA (in questo caso l’”istituzione” e la rivista che ha pubblicato il saggio di Jonathan) di aver permesso a Jon di essere alquanto sbrigativo sul lavoro di Lacan, ossia di aver attribuito il riferimento di L&P a una “formazione reattiva (…) di cortesia, o di necessità tattica” di Lacan, anziché creder loro sulla parola.  Se infatti JAPA è stata negli ultimi dieci anni molto attiva nell’offrire pubblicazioni da differenti prospettive, inclusa quella lacaniana, credo che in questo caso abbiano ragione.

Jonathan sembra voler liquidare Lacan piuttosto che riconoscere quanto Laplanche and Pontalis hanno costruito sul suo pensiero.

Sostanzialmente, sono in disaccordo con l’interpretazione di Jonathan sull’uso della nozione di après-coup da parte di Lacan, che egli utilizzi l’espressione francese in un determinato momento o meno.  “Risoggettivare”, come dice Lacan nel 1953, non ha a che fare con la semplice retroattività, ma vuol dire dare il via a un processo necessariamente bidirezionale.  Infatti Lacan vi si riferisce come a una ‘struttura temporale di ordine più elevato.”  Jonathan lo sa benissimo, difatti lo cita, dunque mi sembra che stia cercando di creare una scissione ancor più marcata tra Lacan e L&P rispetto a quanto affermino questi ultimi e a quanto si ritiene al momento.”

 

In una sede pertinente ho risposto:

 

Voglio ringraziare il mio amico David Lichtenstein per il suo commento.  Penso però che sia stato fin troppo generoso con i nostri amici Jamieson e Marcus, come Laplanche e Pontalis hanno fatto con Lacan.  (…)  Sono d’accordo con David quando intende l’”istituzione” di J&M come un riferimento a JAPA.  (in altre parole, non prenderò il silenzio di David come un consenso).  Inoltre, è onesto nei confronti di JAPA… Non intendo neanche entrare in polemica con lui, quando dice che “Jon è stato alquanto sbrigativo sui testi di Lacan”, se non per sottolineare che ciò che David riferisce come “alquanto sbrigativo” è esattamente la mia interpretazione del Nachträglichkeit (après-coup) di Lacan, non del Lacan come uomo e non in riferimento a tutto il suo pensiero. Sbrigativo o no, penso che la mia interpretazione sia corretta; dal mio punto di vista, ho un certo numero di prove a favore. (…)

 

Penso che la nozione lacaniana di “risoggettivazione” del discorso di Roma sia proprio una questione di risoggettivazione retroattiva.  Analogamente, penso che ciò che lui chiama “una struttura temporale di ordine più elevato” si riferisca proprio alla retroattività.  Bruce Fink traduce l’”après coup” lacaniano del discorso di Roma come “after the fact” (“dopo il fatto”), quindi sono in buona compagnia.

 

Sono certo di ciò che leggo, ma sono tutt’altro che uno studioso di Lacan.  Un vero studioso di Lacan è David Lichtenstein, che mi ha scritto quanto segue:

 

“ (…) chi tra noi ha impiegato anni a leggere e divulgare i testi di Lacan si rende ben conto del suo utilizzo di una funzione di causalità bidirezionale retroattiva nel suo approccio alla rappresentazione inconscia, il suo ruolo rispetto alla formazione del soggetto, della sessualità e del desiderio, così come la sua importanza nel trattamento.  Ciò non mette assolutamente in dubbio l’approccio indipendente di Laplanche a queste idee e l’importanza di dove queste ultime lo hanno condotto.

Penso che tu lo abbia detto nel migliore dei modi, quando hai affermato che è sulla differenza tra i loro approcci che dobbiamo concentrarci, prima che sulla questione della priorità.

Se riconoscessimo che entrambi hanno avuto da dire cose importanti rispetto a questa funzione indipendentemente da come vi si riferivano in un determinato testo e che ciascuno, a suo modo, stava sviluppando un’idea che era seminale in Freud, allora potremmo lasciarci alle spalle quello che è un arido dibattito sulle priorità e impegnarci in un confronto molto interessante sulle differenze.”

 

Pertanto, questioni come la funzione del significante inconscio che, come dici giustamente, è centrale nell’après-coup; come la questione della de-significazione può entrare in rapporto con la questione del Reale al di là (jenseits) della rappresentazione; come funziona la dialettica “altro\Altro” durante il trattamento in termini di transfert e interpellanza; in che modo l’enunciazione come evento discorsivo possono riordinare il ruolo causale dei momenti più precoci, eccetera…

 

Una volta assodato che sia Laplanche che Lacan hanno fornito dei contributi senz’altro importanti, potremo, ritengo, in linea con l’argomento di questa discussione, reinscrivere le loro differenze come causali rispetto al discorso attuale.

 

Ora per la parte speculativa.

 

Jamieson Webster e Marcus Coelen sono colleghi esperti e di successo.  Se gli psicoanalisti arrivano a essere “ben noti” è perché se lo sono meritato.  Nessuno che ha letto i loro lavori o li ha sentiti parlare può dubitare del loro pensiero ricco ed intelligente.

Di certo, un dibattito vigoroso e appassionato è una buona cosa.  Ma per quale ragione hanno scritto ciò che hanno scritto?  Non sono certo i soli nella storia della psicoanalisi.

 

Re Mida desiderava che ogni cosa da lui toccata divenisse oro.  Il suo desiderio fu esaudito e, secondo Aristotele, morì di fame.  Re Mida non passò il suo tocco dorato ai figli.  La situazione è diversa per i re della psicoanalisi. Loro non muoiono di fame.  Sembra che trasmettano il loro dono alla loro progenie psicoanalitica.  Ogni cosa toccata dai loro seguaci si trasforma in oro, diventando più o meno arguta, più o meno oscura, liquida o ben consistente, ma rimane sempre un derivato, se non una ripetizione, del discorso del Padrone.

 

Questo fenomeno non è limitato a una sola scuola psicoanalitica.  Ma, rispetto al legame di J&M con Lacan, c’è un passaggio di “Excusez, moi, je ne faisais que passer” di Jeanne Farvet-Saada’s del 1977, ripubblicato nel 1977 in Les Temps Modernes, e successivamente in Penser/rêver, e ancora, più recentemente, in Œdipe.org (https://www.oedipe.org/documents/favret), che mi sembra appropriato.  È la sua lettera di dimissione dall’École.  Sebbene incentrata su la passe, contiene un’importante riflessione sull’istituzione e sull’educazione psicoanalitica.  Per chi mastica il francese, vale la pena che la legga. Segue un singolo paragrafo in francese e poi la mia traduzione.

 

Je n’assistais plus aux congrès, ni aux journées, ni aux séminaires, ayant compris assez vite que si, dans cette École, on peut tout dire, rien n’est jamais entendu qui ne soit la répétition du discours du Maître ou sa confirmation dans un champ nouveau mais limité.  Les coups de gueule de tel ou telle sont, par avance, intégrés dans la liturgie; et, à une prise de parole plus soutenue, il n’est jamais répondu que par le silence, l’isolement, l’interprétation sauvage et le mépris (“c’est une merde”, “il est nul”).

Non ho più partecipato a congressi, conferenze, o seminari, in quanto ho capito abbastanza velocemente che, nonostante in questa scuola si possa dire tutto, niente che non sia la ripetizione del discorso del Padrone o la sua conferma in un nuovo ma ristretto ambito è veramente ascoltato.  Gli sproloqui di questo o quel collega sono, in anticipo, integrati nella liturgia; mentre un discorso più sostenuto non riceve mai risposta che non sia il silenzio, l’isolamento, l’interpretazione selvaggia o il disprezzo (“questa è una stronzata”, “una nullità”).

Traduzione dall’inglese di Veronica Rensi

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Risposta alla replica di Jonathan House

Marcus Coelen & Jamieson Webster

 

Non siamo d’accordo rispetto allo scopo del concetto di après-coup in Lacan. Per dirla in termini assai generali, la questione della temporalità è così grande in Lacan che laNachträglichkeit è in essa solo un elemento, un elemento che Lacan isolò da Freud. In Laplanche, l’après-coup è molto più limitato (in senso matematico) e sempre legato allaNachträglichkeit come “processo psichico” per essere inteso a livello interpersonale.  Le idee di anticipazione, futuricità, rovesciamento dialettico, tempo logico, esemplificazione, e altri ad essi connessi si possono  ritrovare in Lacan fin dal 1936: a partire dallo “Stadio dello specchio”, per continuare col saggio del 1946 sul “Tempo logico” strutturato intorno alla temporalità della precipitazione; alla lettura poco dopo del caso Dora visto come un dispiegamento logico dei rovesciamenti dialettici attraverso l’elaborazione del transfert; al “grafo del desiderio” che appare negli anni 1950 quando la relazione fra desiderio e domanda è sempre una rielaborazione dialettica che punta in avanti più che all’indietro; alla sua traduzione di Wo Es war, soll Ich werden, dove in “là où c’était” l’imperfetto è usato nel suo senso di incompletezza; al suo Seminario XI degli anni 1963-1964 in cui l’inconscio è definito come un significato “non realizzato” che è sempre aperto, e la cui modificazione per retroazione è solo un lato di questa struttura di latenza. Anche l’introduzione di sedute di durata variabile è una tecnica legata ai problemi di temporalità e precipitazione in relazione aimodi di usare il tempo.  (Nell’introduzione a un numero della Psychoanalytic Review in cui era stata pubblicata una versione precedente dell’articolo uscito sul JAPA  di Jonathan House, e che si proponeva di fornire una rassegna della “psicoanalisi francese”, questa tecnica è erroneamente identificata come “séances courtes”, sedute brevi—“séances scandées” o “séances à durée variable” sarebbero stati più corretti  specialmente in relazione alle dispute nei primi anni 1950 e 1960 [si veda Emery 2015:610]. Ritorneremo in seguito sul tema di questo numero). Si potrebbe condensare l’intero corpus lacaniano ricostruendo la sua teoria in accordo con l’idea di aperta futuricità, di anticipazione e del suo rovesciamento dialettico nella direzione della cura.

 

Alla fine, Lacan ha radicalizzato nel lavoro successivo la sua idea di tempo, seguendo l’affermazione di Freud per cui non c’è tempo nell’inconscio, fondata su strutture topologiche che potrebbero tagliare il tempo cronologico in vari modi. il sovvertimento del super-io era parte di questo taglio, il che vuol dire che il giudizio mira a un momento futuro in cui la finalità è famtasticata, una stasi che potrebbe potenzialmente svanire in una ‘cura’. È per questo motivo che agli analisti che studiano Lacan non viene data un’interpretazione genetica (l’esempio di interpretazione lacaniana fornito da Jonathan House e Julie Slotnick nel loro articolo del 2015 dedicato allo stesso argomento [House/Slotnick 2015: 697] è un’interpretazione che nessuno di noi può riconoscere come qualcosa che un lettore di Lacan farebbe necessariamente, specialmente rispetto alla sua certezza riguardo alla verità storica). In un certo senso, ci risulta un po’ strano anche il dover discutere questo punto concernente l’importanza della temporalità, dal momento che sembrerebbe piuttosto ovvio a chiunque abbia studiato Lacan, per non parlare di una vasta letteratura di altri autori di questo campo che ha preso le mosse da questo. Ci sono altri punti di disaccordo fra Lacan e Laplanche che sono ben noti, che si concentrano a un certo momento attorno alla conferenza di Bonneval e all’idea di significante, enigmatico, designificato, etc. e il grande Altro. Ci sono anche altre discussioni riguardanti la relazione fra psicoanalisi e scienza. Non è certo che Lacan e Laplanche, anche quando sembrano usare gli stessi termini “Nachträglichkeit”/”après-coup,” stiano parlando della stessa cosa; il divario epistemologico è profondo. Tutte queste questioni sono di grande interesse ma non per gli scopi che ci prefiggiamo qui.

Nell’articolo di Jonathan House su JAPA (2018), Lacan era citato allo scopo di metterlo rapidamente in difficoltà. Jonathan House scrive che “Laplanche e Pontalis sembrano generosi” nell’accreditare a Lacan la scoperta e l’elaborazione di questo concetto freudiano. Lo scopo ci sembra quello di tracciare una ben riuscita elaborazione di après-coup, specialmente dopo i primi anni 1990 quando le letture di analisti dell’IPA dell’opera di Laplanche fecero seguito a una conferenza sul concetto, abbattendo decadi di insegnamento di Lacan e dei lacaniani sulla temporalità in psicoanalisi. I problemi e le questioni metodologiche concernenti la temporalità in psicoanalisi sono rubricati in parte come Nachträglichkeit/après-coup ma non garantiscono l’uso esclusivo di questi termini soltanto.

 

Per semplificare allo scopo di illustrare il divario, Jonathan House sembra dire che i problemi di temporalità in psicoanalisi sono concentrati in Nachträglichkeit/après-coup  in modo tale da farli equivalere a quei termini; che la parola nachträglich  fu scoperta in Freud da Lacan nel 1953; che non se ne fece granché fino agli anni 1964 e 1967 quando essa fu riscoperta da Laplanche/Pontalis; che ancora non accadde molto fino agli anni 1989 e 1990 quando Laplanche vi lavorò; che i frutti del suo lavoro stanno ora venendo ancora riscoperti in Francia e negli USA in particolare. (Si potrebbe aggiungere che questa serie di scoperte, questo lavoro e la sua “fruizione”, se davvero esistono, accadrebbero nell’alveo di una successione storica situata nell’edificio solido sebbene più volte ristrutturato di un’istituzione che sottoscrive la possibilità di essere riconosciuta dalla Città della Scienza come se risiedesse in uno degli immobili di sua proprietà).

Diremmo che la questione della temporalità e della storicità è esplosa all’inizio delle scoperte e delle invenzioni di Freud; e pure che i suoi scritti, le amicizie e gli sforzi politici si sono chiusi attraverso i tentativi di venire a patti con questa; che la stessa Nachträglichkeit  è un effetto di ancora un’altra complicazione dell’inconscio; che il tempo, la cronologia, la costruzione storica non possono avere l’ultima parola in psicoanalisi; che Lacan tentò di orientare sé e gli altri in queste complessità proiettandole (in senso geometrico) su parecchie superfici differenti (linguistica, topologica, politica, etc); che fu anche punito per questo: per non aver ceduto al senso comune. alla naiveté scientifica, ai poteri consolidati basati su ideologie storicistiche; che è impossibile sperare tranquillamente di identificare dove collocarsi in questa storia perché non c’è un posto solo quando si sperimenta che si tratta anche di una battaglia su immagini e identificazioni; che il tempo è nomadico, un esilio; che non c’è alcun concetto teorico puro in psicoanalisi. Per noi, la costruzione concettuale e storica di House è anche una continuazione del rapporto di potere mantenuto dall’IPA, a seguito dell’espulsione di un analista che si considerava (ed era considerato da molti) un freudiano, proveniente dal campo freudiano—o dal corpo freudiano—che rimane un trauma, le cui ripercussioni sono ancora da capire. Ma sono di certo sentite da una generazione più giovane che deve stare su due piattaforme divise per metà. L’introduzione (da parte di Edward Sieveking Emery) al numero della Psychoanalytic Review in cui comparve nel 2015 il precedente articolo di Jonathan House e Julie Slotnick, fa uso della loro argomentazione ai fini di ciò che può essere chiamato soltanto “borsa di studio per sentito dire” per promuovere stereotipi come “il discorso del Maestro”, e in realtà è sbagliato, impreciso, o oscuro rispetto a parecchi particolari—leséances courtes già menzionate; l’attribuzione di “discorso” a Kojève accanto all’omissione di altre influenze importanti su Lacan; l’espressione “strategica, e a volte illuminante, lettura di Freud”; la strana figura in cui Lacan diventò “Lacan”; l’uso improprio del teorema“discours du maître”, pensato da Lacan per analizzare l’istituzione di potere e non per designare il discorso di un individuo fra gli altri.

 

Era questo il problema da noi incontrato rispetto all’articolo. Non si tratta di un disaccordo sulla priorità o di una qualche contesa rispetto alle origini, ma dell’uso di una certa narrativa e di una certa metodologia per ribadire un’immagine ben nota e logora di Lacan, esattamente la stessa che è stata riportata alla fine della replica di Jonathan House dopo una disputa amichevole che doveva svolgersi su un terreno accademico. House scrive che “ [...] data la relazione di J&M con Lacan, sembra opportuno citare un passo dello scritto di Jeanne Favret-Saada del 1977 ‘Excusez, moi, je ne faisais que passer’.” E quello che segue è parte di una lettera di dimissioni, che è un documento interessante e indignato, che testimonia un momento di follia e fragilità in un tempo preciso in una situazione di gruppo in cui Lacan era malato e si verificavano intensi conflitti di potere in una scuola isolata a livello internazionale e nazionale. Ma in che rapporto sta col rapporto che abbiamo con Lacan adesso? Cos’ha di appropriato questo passo rispetto alla nostra questione che si riferisce a una lettura tendenziosa di Lacan? E cosa vuol dire estrarre questa testimonianza da un momento complesso della storia, forse una prova del fatto che i lacaniani siano in un certo modo? Votati al dogmatismo, all’interpretazione selvaggia, e all’arroganza? Per Lacan, l’arroganza e il dogmatismo non stanno mai dalla parte degli individui ma delle istituzioni, con cui l’individuo può tentare di identificarsi. Tale era la sua generosità, anche nei confronti di Laplanche da cui si sentì amaramente tradito. È per questa ragione che che il nostro discorso era rivolto al JAPA o alla Psychoanalytic Review, l’Associazione Psicoanalitica Internazionale per procura, e non al nostro amico Jonathan House.

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Ai fini di una filologia corretta, ricordo che, oltre al Seminario 5 già discusso in questo dibattito, Lacan si è occupato specificamente della nozione freudiana di Nachträglichkeit molte volte. Spesso Lacan si riferisce a questa nozione usando, come nota Jonathan House, la forma avverbiale nachträglich. Nota che nel 1972 questa nozione non è usata come retroattività né come modifica retrospettiva, e, in modo molto simile a Laplanche, Lacan dà a questa nozione uno statuto fondamentale in psicoanalisi.

 

Per chi fosse curioso di sapere dove e quando, cito le occorrenze:

 

Seminario 1, sessione del 2 Giugno 1954 (raggiungere il bambino per mezzo dell’adulto)

Seminario 15, sessione del 22 Novembre 1967 (nachträglich e l’azione sintomatica)

Seminario 16, sessione del 7 Maggio 1969 (nachträglich e il seminario)

Seminario 16, sessione del 25 Giugno 1969 (nachträglich, tratto unario e S1)

Seminario 19, sessione dell’8 Marzo 1972 (elaborato come cosa diversa dalla retroattività o dalla modifica retrospettiva)

Seminar 19, sessione del 10 Maggio 1972 (nachträglich e rivelazione)

 

Patricia Gherovici

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Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059