Sull’«impossibile» formazione degli analisti
Conversazione di S. Benvenuto con Elvio Fachinelli

       Nel maggio del 1987 Elvio Fachinelli accettò di avere con me una conversazione sui temi della formazione degli psicanalisti. Da anni egli era stimolato da questo problema, e aveva partecipato attivamente, assieme all’intervistatore, a un comitato ristretto di un partito politico che si proponeva di studiare modifiche alla proposta di legge Ossicini (allora non ancora approvata) sulla regolamentazione della professione di psicologo.

          Egli sperava così di innescare un dibattito tra psicoanalisti, di smuovere le acque su una questione che egli considerava della massima importanza per la stessa sopravvivenza della psicoanalisi come attività creativa.

          Purtroppo nel dicembre dei 1989 Fachinelli si è spento. Oltre al rammarico di aver perso un caro amico, l’autore dell’intervista è rattristato dal fatto che Fachinelli non sia riuscito a vedere la pubblicazione integrale di un’intervista alla quale teneva.

          È un intervento in linea con lo stile di pensiero e di vita cui Fachinelli è rimasto sempre fedele: il non esitare a lavare i panni sporchi della famiglia in pubblico, la tendenza a non ac­cettare i tabù e i luoghi comuni anche tra gli analisti, il dovere di dire pane al pane e vino al vino, l’ardore polemico non sostenuto mai da acrimo­nia personale, ma sempre da una forte tensione etica.

                                                                                                                                      S.B.

 

 

          Tu sei analista della Spi (Società psicoanalitica italiana), nella quale esiste una gerarchia ‑ in ordine crescente ‑ tra can­didati, associati e ordinari.

          lo sono nella Spi, ma solo come associato. In effetti la metà circa degli ordinari è costituita da didatti, vale a dire da analisti che hanno la licenza di svolgere analisi cosiddette di­dattiche.

 

          Quanti sono gli ordinari didatti?

          Saranno una sessantina. Vari anni fa, a un’assemblea del­la Spi, presentai una proposta per abolire la qualifica di di­datta. Anche perché i didatti non sono o non erano neanche un’istituzione universale in tutte le società aderenti all’Asso­ciazione internazionale di psicoanalisi (Ipa). Allora fa nomi­nata una commissione di studio su questo problema, che ve­gliò per due o tre anni, dopo di che si sciolse senza aver fatto nulla. E da allora le cose si sono ulteriormente appesantite! In questa situazione di gerarchizzazione spinta, da un lato non ho voluto uscire dalla Spi, perché la mia matrice è lì, ho fatto l’analisi con Musatti, e forse un residuo transferale, di­ciamo un affetto, mi ha trattenuto lì e il voler evitare l’ostra­cismo… dall’altra ho deciso risolutamente di non far carriera, di rimanere nella posizione laterale di associato. Una provocazione, se vuoi, qualcosa che molti imbecilli che mi sono passati davanti non capiscono neppure. Ma mi è sembrato coerente con ciò che ho sempre sostenuto nei confronti della società.

         

          Come si esce dalla Spi? E come ci si entra?

          Ogni anno si paga una quota, come per l’iscrizione a qualsiasi club. Se uno non paga, dopo qualche anno è consi­derato dimissionario. Ma credo che siano pochissimi i dimis­sionari. Per passare da un livello all’altro occorre presentare delle osservazioni di casi e così si sale via via la scala: da can­didato ad associato, a ordinario e finalmente si arriva alla po­sizione di didatta. Per tutti, ma soprattutto per gli ultimi gra­dini, vale in fin dei conti un criterio di cooptazione. Quanto a me, non ho mai fatto nessuno dei passi necessari per passare oltre la semplice associatura. Ho continuato a scrivere e a pubblicare per mio conto. Proprio per rifiuto di queste corse a tappe, di queste procedure nelle quali si coniugano buro­crazia e infantilismo.

 

          Se è la struttura che non ti va perché hai proposto l’aboli­zione del didatta, piuttosto che proporre l’intera ristrutturazione dell’iter?

          Perché non mi sembra insensata una differenziazione tra chi fa l’analista da un anno o due e chi lo fa da cinque, sette o più anni. Ora, l’analisi che per abitudine si continua a chia­mare didattica dovrebbe esser condotta da un analista esper­to, senza che entri in campo l’appartenenza a una specie di corporazione di «didatti». Fatta l’analisi, chi desidera entrare nella società di psicanalisi fa la sua domanda e la società è li­bera di accettarlo o rifiutarlo. E chi entra, entra a parte inte­ra, senza riduzione di diritti che poi deve conquistarsi gradi­no per gradino. La sua analisi entrerebbe il meno possibile nell’ordine di passaggi controllati dall’organizzazione.

          C’è spesso, anche se non sempre in modi evidenti, il desi­derio di entrare a far parte dell’ordine costituito. Ma questo desiderio di una destinazione societaria per la propria analisi didattica dovrebbe essere ridotto al minimo, e posto nella condizione di poter essere analizzato. Invece l’esistenza di un circolo di didatti conferisce all’analisi una sorta di imprima­tur preliminare, di garanzia, al diritto di ingresso nella socie­tà, che ostacola l’analisi stessa. E questo sia che il didatta sia poi impegnato direttamente nella procedura di ammissione, sia che non lo sia, come succede nella società italiana. Il di­datta stesso, proprio perché si considera didatta, è interessa­to a che i suoi didattizzati siano ammessi. C’è qui qualcosa che falsa radicalmente il processo analitico. Forse al posto di analisi didattica si dovrebbe sistematicamente dire pseudo-analisi. Uno dei vari tipi di pseudo‑analisi esistenti oggi.

         

          Attraverso la richiesta di eliminare i didatti mettevi in di­scussione il concetto di analisi didattica. Per esempio, nell’Ai­pa, una delle associazioni junghiane, prevalgono posizioni ‑così mi pare ‑ simili alle tue: per loro non c’è analisi didattica distinta dall’analisi comune. Aldo Carotenuto ha anzi dichia­rato che «l’analisi didattica» per lui è una truffa.

          lo sostengo questo paradosso: ogni analisi personale è un’analisi didattica nel senso che, inevitabilmente, se l’analisi procede, c’è l’assunzione della posizione di analista. Impari un pezzo di arte, insomma, e ne farai ciò che vorrai, che tu divenga analista oppure no. Con un’eccezione, che è, proprio quella dell’analisi didattica di oggi. Perché questa è condizio­nata pesantemente da una meta esterna, l’iscrizione al club Spi o altra società simile, e quindi falsata.

 

          Un analista della Spi, D’Errico, disse in un congresso ‑ ci­tando il suo barbiere, il quale parlava del suo apprendista ‑ che «il mestiere si deve rubare». Però nella Spi occorre avere dei colloqui con tre analisti didatti prima di essere presi in analisi e quindi in formazione.

          Nel momento stesso in cui uno va a farsi ascoltare da un analista didatta ‑ che sia uno, due, o siano tre o quattro ‑ si propone dì farsi cooptare nella società. Quanto ai criteri con cui si viene ammessi o non ammessi, sono sempre, e per for­za maggiore, dei criteri extra‑analitici, basati su impressioni, colpi d’occhio, idiosincrasie… o su quello che il didatta consi­dera il suo fiuto, come quello di un cane da tartufi… È evi­dente che di fronte a questo primo passaggio dell’areopago psicoanalitico il candidato si muoverà in modo prudentissi­mo, in ogni caso in modo artificioso, s’informerà sui gusti di ogni esaminatore, così da presentare sempre a ciascuno di loro la faccia più bella, più seducente o semplicemente una faccia «media», che non evidenzi peculiarità pericolose… Questo è uno dei passaggi in cui la psicoanalisi è già comme­dia, pronta a diventare spunto teatrale o cinematografico, se qualcuno ne avesse voglia.

          Dopo quest’esame, se il candidato è accettato, si conside­rerà destinato a entrare in questa società che gli promette sicurezza, riconoscimento e ‑ last but not least ‑ clienti. Egli si sente promosso analista della società sin dall’inizio e baderà bene a non far nulla che possa minimamente ostacolare o rinviare questa sua destinazione.

 

          Nemmeno il tuo iter personale è sfuggito a questa carenza? E che esperienza hai del fatto che le analisi didattiche nella Spi sono paradossalmente analisi poco didattiche, anzi le meno didattiche di tutte?

          Ho fatto un’analisi con Cesare Musatti che probabilmen­te, con i criteri attuali, sarebbe giudicata un’analisi «selvag­gia» ‑ come del resto le analisi fatte dalle prime generazioni di psicoanalisti. Eppure secondo me è stata una buona anali­si: ho ricevuto sorprese, e questo per me è fondamentale in ogni analisi ho imparato e mi sono anche divertito. Merito certo della personalità di Musatti, che nei suoi momenti mi­gliori è un clown di genio, un folletto, e non corrisponde cer­to alla figura neutra o addirittura assente predicata, ma non praticata, da Freud. Si era nel periodo in cui la Spi non aveva assolutamente la posizione centrale che ha attualmente: era il centro di se stessa, non il centro della vasta nebulosa psico­terapeutica che si è formata negli ultimi anni. La società so­migliava più alle prime baracchette freudiane che alla fortezza burocratica che è diventata in seguito. Del resto Musatti personalmente era molto incerto sull’avvenire della psicoa­nalisi, non escludeva per i suoi allievi prospettive di naufra­gio professionale, se non di miseria. L’appartenenza era mol­to meno una garanzia di quanto non sia adesso. In un certo senso, era molto più significativa; si apparteneva a un gruppo di lavoro, di ricerca, c’erano direzioni diverse e ciascuno era libero di pensare con la sua testa; ne venivano fuori contrasti personali molto forti, non diplomatizzati. Non voglio idealiz­zare: il fatto che l’appartenenza alla Spi di allora fosse diver­sa da quella odierna non significa che non contenesse anche, in nuce, seppure non in modo fatale, l’evoluzione che c’è sta­ta. Anche la mia analisi è stata incrinata dal problema dell’appartenenza al gruppo. Non esistono analisi assoluta­mente «pure». Ma il livello d’impurezza raggiunto dalle at­tuali analisi didattiche mi sembra ormai eccessivo. E i risulta­ti, in termini di grigiore e di mediocrità o di livellamento a uno standard uniforme, mi sembrano palpabili.

 

          Che cosa ti fa pensare che oggi questa situazione sia cata­strofica ?

          Catastrofica! È un termine un po’ drastico, per una situa­zione in cui la Spi vive come una società potente, prospera… Eppure lo stato delle cose mi sembra profondamente distor­to e non analizzato. Prendi un dato macroscopico: tra quelli che vengono in analisi, l’idea di fare in seguito l’analista è oggi molto più diffusa rispetto a quindici anni fa. Il numero crescente di laureati in psicologia, effetto a sua volta da una crescente psicologizzazione della società, e poi l’interesse a farsi una formazione psicoanalitica da parte non solo di psi­chiatri, ma anche di medici non psichiatri, insomma l’enorme aumento di una domanda professionale ‑ tutto questo ha rafforzato l’importanza della Spi come centro di formazione e appartenenza.

          Nello stesso tempo, il rapporto personale con l’analisi tende a passare in secondo piano rispetto alla prospettiva d’inquadramento professionale garantito. Di conseguenza, la Spi tende a diventare per forza di cose una specie di ordine professionale, come quello dei medici, degli avvocati, un ordine che conferisce legittimità a chi ne fa parte e la toglie ‑ o si sforza di toglierla ‑ a chi ne è fuori. Vedi la questione dell’appellativo psicoanalista, da riservare secondo alcuni esponenti della Spi a quelli che appunto fanno parte della Spi, mentre gli altri sarebbero psicanalisti: distinzione ridicola, grottesca; nessuno in Italia dice psicoanalista, e perciò è la spia di un’aspirazione legittimante.

Resta vero d’altra parte che la domanda di formazione professionale si fa prevalente, in tutto il mondo. Io stesso ho oggi molte più richieste di questo tipo di una volta. È una situazione inquietante: spariscono i pazienti veri e propri, au­mentano i futuri colleghi.

 

          Vengono in tanti da te, anche se non sei un didatta. Non mi sembra questo, per loro, il modo migliore per garantirsi una carriera.

          La mia posizione è nello stesso tempo di forza e di debolezza. Se nei primi colloqui con chi mi chiede un’analisi viene fuori che la persona ha l’intenzione di fare l’analista, dico su­bito che non sono didatta e non ho nessuna intenzione di diventarlo e che quindi, se pensano di entrare nella Spi, do­vranno fare un iter burocratico da cui io sono completamen­te fuori. In genere però quelli che vengono da me e hanno in mente di diventare analisti conoscono già questa mia posizio­ne. Vogliono fare un’analisi con me. Alcuni dicono di non avere alcuna intenzione di entrare nella Spi. Altri invece di­chiarano che decideranno in seguito per una tranche, come si dice in gergo, con un didatta della Spi. Si profila un regime di doppio gioco: l’analisi personale con me, quella professionale con un abilitatore della Spi.

 

          Si rivolgono a te per imparare l’arte, piuttosto che per fare una carriera.

          In fondo, è in qualche misura l’esatto rovescio di ciò che accade nell’analisi con un didatta. Da me vengono per quello che sono o che si immaginano che io sia. Dal didatta vanno per quello che rappresenta rispetto alla Spi. E così molte ana­lisi cosiddette didattiche sono condotte da persone inesisten­ti sul piano culturale e scientifico o anche semplicemente «umano», quando non si tratti di autentici imbecilli. Ma im­becilli patentati…

          Sì, da me vengono per imparare l’arte. E qui vale in pri­mo luogo, per paradosso, il fatto che con me si tratta di ana­lisi personali, nelle quali il modo, il perché, del desiderio di diventare analista è indagato come il resto. E si analizza an­che perché hanno scelto me, che non sono nella posizione più favorevole per garantire una carriera. Con tutte le ambi­valenze che questo comporta, come la nostalgia per una figu­ra genitoriale piena, senza buchi, e così via.

 

          Allora non metti su bottega, come nelle arti medievali?

          È vero che la bottega, come tu dici, significa mettersi in un gruppo e che un gruppo tende subito a promuovere prati­che e ideologie che, guarda caso, in quest’ambito somigliano molto a quelle della Spi. Insomma, diffido dei gruppi psicanalitici, come forse di ogni gruppo organizzato, sulla base un’esperienza storica risultata senza dubbio negativa. Freud volle fare un gruppo organizzato rigidamente e meglio avrebbe fatto a indagare in profondità questa suo desiderio gruppo… E indagare il gruppo stesso, una volta costituito, come ha fatto per l’esercito e la chiesa, anziché criticarlo privatamente. Anche Lacan volle fare un gruppo, sia pure su basi diverse e gli esiti non sono stati certo incoraggianti. In fondo, l’analisi è per me un’avventura, un viaggio privato compiuto dentro una figura storica di rapporto tra uno parla il più liberamente possibile e uno che sta a sentire, essenzialmente. Freud ha inventato qualcosa che ha una fisionomia peculiare, irriducibile a quelle preesistenti. Qualcosa che rimane, come rimane, per esempio, il dialogo platonico. È una configurazione su cui a ciascuno è, consentito di esercitarsi, che non esaurisce certo l’ambito delle relazioni umane e che ha ben poco a che fare con le Società che si richiamano ad essa. Per queste, valgono altre regole e sono necessari altri tipi di osservazione.

          Per tornare alla mia attività, vengono da me anche persone che, dopo aver fatto un’analisi «regolare», oppure no, mi chiedono una supervisione clinica.

 

          Anche a livello della supervisione la Spi prevede delle regole precise?

          No, sarebbe il massimo del ridicolo se esistesse il titolo «supervisore», qualcosa di gogoliano… Ma non si può escludere che con lo sviluppo attuale, venga creato: un titolo intermedio tra analista ordinario e didatta. Oggi, i didatti sono supervisori, ma ci sono probabilmente supervisori non didatti. È invece rigidamente organizzato lo svolgimento delle supervisioni. Vale a dire, il candidato deve farne un paio, così mi pare, con casi clinici selezionati, andando regolarmente dal suo supervisore per un paio di anni. Il criterio è essen­zialmente quello dell’impegno quantitativo nell’analisi. Mi è capitato talvolta di sentirmi chiedere da un candidato: «Non avresti per caso da mandarmi un paziente da quattro ore a settimana? Mi è stato posto come condizione per la supervi­sione». Ogni commento mi pare superfluo.

          Chi mi chiede una supervisione sa, se fa parte della Spi, che la mia supervisione non gli serve per la carriera nella Spi. Viene da me per vedere concretamente come lavoro, per sentire cosa ho da dire di fronte alla situazione che mi pre­senta (se ho poi qualcosa da dire … ). Ritengo essenziale fare supervisioni brevi, perché nel giro di sei mesi uno capisce ab­bastanza come lavoro, e voglio evitare il pericolo di diventare un modello impositivo, uno che mette il timbro, il placet… così può andare da altri.

         

          Comunque, sono persone interessate più al «caso Fachinel­li» che a farsi controllare i loro casi…

          Precisamente. Poi faccio anche un gruppo di discussione, insieme ad analisti, psicoterapeuti e persone comunque inte­ressate ai discorsi che si fanno lì. Partecipo molto volentieri a questo gruppo, come del resto ad altri analoghi cui mi è capi­tato di partecipare in passato, perché non c’è nessuna pro­spettiva di carriera, ma soltanto il gusto della discussione.

          Suppongo che questa attività sia vista negativamente dalla Spi ‑ formalmente, gli psicoanalisti parlano tra di loro solo all’interno della Spi. E così per esempio Johannes Cremerius che viene dalla Germania a Milano a fare corsi e conferenze in un gruppo, senza minimamente interpellare quelli della Spi, fa certamente una cosa sbagliata, secondo gli ortodossi. Si ripropone insomma la divisione tra «selvaggi» o «cani sciolti», e psicoanalisti, che non ha più molto senso secondo me. Anzi, all’esterno della Spi c’è spesso più spirito di ricer­ca che non all’interno. Naturalmente, fuori della Spi ci sono anche ciarlatani e spiriti vaghi! Ciò che però mi sembra signi­ficativo dell’attuale fase è il proporsi, da parte di alcuni ana­listi, della figura del «libero maestro», scelto dai suoi allievi e liberamente parlante a chi lo vuol ascoltare, fuori degli stec­cati di scuola. Ed è verosimilmente una reazione al senso di chiuso che si respira nelle società psicoanalitiche in genere.

 

          «Liberi maestri» come nelle università medievali, insomma «Liberi docenti», come si diceva anche di recente.

          Proprio così. Con gli allievi che portano la legna per scal­dare il locale e il pane e salame per nutrirlo, il maestro.

 

          Queste persone che vengono a chiedere supervisioni, sono per lo più persone già analizzate, bene o male, sono psichiatri, sono medici che lavorano nelle istituzioni?

          Sono persone piuttosto diverse. Medici, psichiatri e an­tipsichiatri, per usare la terminologia di anni fa. Persone che a un certo punto si chiedono: «Cosa posso fare con questa persona in difficoltà?». Me lo chiedono, ne parliamo insieme e loro lavorano sulla base di ciò che riescono a dare nel loro ambito specifico, non sulla base di ciò che dovrebbero fare dal punto di vista psicoanalitico.

 

          Queste supervisioni sono brevi perché a un certo punto dici loro «adesso basta!»?

          No, lo dico già in partenza. Le supervisioni che si trasci­nano per anni presentano lo stesso rischio delle analisi didat­tiche ‑ il supervisore tende fatalmente, ne sia consapevole o meno, a imprimere sul supervisionato il suo marchio. Alcuni sono proprio dei marchiatori deliberati. E va detto che sono molti gli allievi che desiderano avere la punzonatura. Con l’analisi didattica e la supervisione tende facilmente a istituir­si un rapporto di tipo pedagogico, spesso anche autoritario. il transfert viene inflesso in questo senso.

 

          A me sembra davvero arduo, per un candidato Spi, o per un allievo in analisi didattica, sapere che il proprio analista è contemporaneamente il proprio giudice. Ciò provocherà dei di­lemmi angosciosi; il fatto di mettere nell’analisi in ballo delle questioni molto profonde ‑ considerate dall’analizzante, a torto o a ragione, psicotiche ‑ entrerà continuamente in conflitto con la necessità di dare la migliore immagine di sé all’analista‑giu­dice. Egli penserà: «Se faccio vedere che sono anche pazzo, non verrò più cooptato». Insomma, che il ruolo di analista e quello di giudice siano in rotta di collisione mi sembra una co­sa del tutto ovvia.

          Anche quando analista e giudice non coincidono nella stessa persona, ma si ripartiscono in figure diverse. In ogni analisi, oltre alla rimozione e altri procedimenti difensivi in­consci, si aggiungono reticenze e menzogne. Questa quota di dissimulazione tende ovviamente a essere maggiore nell’ana­lisi istituzionalizzata.

 

          Com’è possibile che i dirigenti della Spi, che sono persone cariche di esperienza, non si rendano conto di queste cose che a noi due sembrano ovvie?

          Credo che molti ne abbiano la percezione, ma lo conside­rano un problema irrisolvibile. Riconoscono l’esistenza di queste distorsioni, se vengono loro indicate e se non sono persone già deformate dalla loro immedesimazione nel ruolo societario. Ma pensano sia inevitabile. Non riescono a pensa­re fuori della prospettiva istituzionale. Dicono: «Comunque abbiamo un cursus di studi, analisi e supervisioni tali che for­miamo persone mediamente preparate».

 

          Qualcuno però obietta che, è vero, per ora la Spi forma in media i migliori psicoanalisti classici, ma non forma psicotera­peuti capaci di confrontarsi con situazioni inedite (psicotici, caratteriali, psicopatici, gruppi ecc … )

          Questo è, un problema collegato, e di grande interesse Ma per rimanere nell’ambito della psicanalisi classica, il pro­cesso di formazione e cooptazione seleziona in fin dei conti personalità smussate, arrotondate, senza spigoli. Senza aspetti abnormi evidenti ma anche senza personalità. È la folla di candidati «grigi», di analisti senz’anima, di spiriti ritualisti dell’analisi. Questo per i più lucidi è il problema fon­damentale.

 

          Lo è anche per te?

          Non esattamente. L’analista grigio è solo il risultato di un’istituzione, e questa è il problema fondamentale. In ogni caso si tratta di un’obiezione diffusa: selezioniamo dei perso­naggi un po’ spenti, si sente dire spesso, e così la nostra so­cietà è, una società di mediocri.

 

          Sono spenti in partenza, o è il training che li spegne?

          Viene effettivamente da chiedersi: questi «giovani», che spesso hanno i capelli bianchi e due tre figli, erano cosi già prima dell’analisi o sono diventati così con l’analisi? Una domanda da far tremare i polsi… Ci sono dei candidati di trentacinque‑quaranta anni che alle riunioni se ne stanno assolutamente e sempre zitti. lo li chiamo «le lingue tagliate». Certo, l’analisi provoca situazioni di regressione, ma dovrebbe an­che risolverle! A queste riunioni (per inciso, quasi nessuno dei didatti è presente ad esse, come se per loro non fossero di alcun interesse), chi presenta un lavoro è quasi sempre un associato, o un ordinario; su una cinquantina di presenti, pe­niamo, ci sono trenta trentacinque candidati e pochissimi aprono bocca. Una cosa molto inquietante.

 

          Forse questo è un problema non solo della Spi. Anni fa, in una scuola di ispirazione lacaniana, di cui facevo parte, accadeva lo stesso fenomeno dei neofiti con la bocca chiusa in una misura tale che a me faceva ridere. È come se ogni «giova­ne» si dicesse dentro di sé.‑ «Anziché parlare e rischiare di fare una figuraccia, meglio tenere la bocca cucita». È come se nel seminario teorico loro fossero gli analisti, quelli che devono ascoltare.. Nemmeno per fare domande, per chiedere chiari­menti. Si tratta quindi di un’infantilizzazione scolastica, oppure di un rapporto reverenziale di sacro timore?

          Non vorrei dare una risposta semplificata e generica. C’è una situazione di attesa, si aspetta un completamento, un perfezionamento che è sempre al di là dei cerchi da superare… È qualcosa che oltrepassa di gran lunga il disagio e l’esi­tazione di chi è all’inizio di un’esperienza. Ed è notevole che i due livelli estremi della società ‑ candidati e didatti ‑ siano in maggioranza e stabilmente a bocca chiusa: i primi anche se presenti; i secondi proprio perché per lo più assenti.

         

Ma al di fuori della Spi, in Italia, c’è una vivacità media de­gli analisti superiore al «grigiore», come lo chiami tu, e ai silen­zi degli Spi?

          Mi è difficile dire. Però, almeno in Italia, l’appartenere o meno a una società «seria» è un punto molto discriminante. Questa appartenenza agisce su quelli che ne fanno parte, nel senso: «Noi attraversiamo tutte queste forche caudine, però alla fine abbiamo una preparazione molto seria». Ma agisce anche su quelli che non ne fanno parte. I primi ricavano dalla società senso di sicurezza, i secondi, direi insicurezza corre­lata a una tendenza a idealizzare la società da cui sono esclu­si. Ho anche l’impressione che ‑ tranne i gruppi lacaniani, che hanno un riferimento piuttosto forte, preciso ‑ le altre organizzazioni critichino e/o imitino la Spi.

 

          Mi chiedo se questo vale anche per gruppi folti come, a Ro­ma, quello che fa capo a Massimo Fagioli, o quello che fa ca­po a Sandro Gindro. Sono gruppi piccoli rispetto alla Spi, ma indubbiamente hanno un capo carismatico, da cui gli allievi sono letteralmente affascinati. Sono andato a qualche seminario di Gindro a «Psicoanalisi contro»: c’era una calca di circa 10Opersone, per lo più ex sessantottini riciclati alla psicoanalisi..

          Ma queste sono vere e proprie masse, non gruppi! A ogni modo se fossero mille, sono sicuro che una certa parte di quei mille pensa: «Sono qui, mi fa piacere; ma sono vera­mente preparato, posso domani cominciare a fare l’anal­ista?» E la stessa cosa sarà anche per il gruppo di Fagioli e qui a Milano con il gruppo di Verdiglione.

 

          Come fai a essere così sicuro dell’insicurezza delle persone formate nell’Associazione di Verdiglione?

          Mi baso su alcuni contatti personali con allievi di Verdi­glione. Sempre ho notato in loro una particolare esitazione e insicurezza sulla figura del maestro ‑ che viene fuori talvolta dopo un’esaltazione estrema.

 

          Perché la Spi è così forte in Italia e il suo prestigio è in crescita? Essa pare più forte che le società ufficiali in altri paesi di lunga tradizione psicoanalitica, e questo anche se in verità dalla Spi solo di rado sono usciti maestri di fama internazionale. Dopo Edoardo Weiss, il fondatore, l’unico che godeva di una fama internazionale (anche perché se ne andò negli Stati Uniti), nessun analista italiano ha mai avuto un credito internazio­nale ‑ dall’Italia non sono mai usciti fuori delle M. Klein, dei Winnicot, dei Lacan, dei Bion, dei Balint, dei Kohut ecc. Tranne forse Matte Blanco, che scrive però in inglese.

          Ma il localismo, per così dire, è un problema della cultura italiana in genere che, per dirla in breve, importa molto ed esporta poco. Le ragioni sono molte. In ogni caso, non mi sembra opportuno né giustificato dedurne, come sembri fare tu, un giudizio di valore. Altrimenti si cade nel tipico atteggiamento italiano di autodenigrazione, che per parte mia preferisco di gran lunga all’atteggiamento di arroganza na­zionalista dei francesi, tanto per fare un esempio, ma che alla fine può risultare dannoso. Può essere valutato un tratto pe­culiare della psicoanalisi italiana: quello di adottare un mae­stro lontano. È il caso di Bion, che oggi è il maestro indi­scusso nella Spi.

 

          Come spieghi la grande fortuna di Bion, superiore a quella di cui Bion gode in Gran Bretagna? Lì Bion, certo, è considera­to un analista importante, ma non quel faro indiscusso, come è qui in Italia. La Tavistock Clinic ha aperto da anni una suc­cursale a Roma che tende ormai a essere quasi più importante della centrale londinese. E poi la Spi non avrebbe mai espulso R. Meltzer, come hanno fatto in Inghilterra…

          Il faro indiscusso, come dici tu, è frutto appunto di un’in­sicurezza provinciale, idealizzante, che rischia di non com­prendere il modello stesso che adotta e di cui alla fine smi­nuisce la vera grandezza. Quanto all’espulsione di Meltzer, quando me l’hai detto non ci volevo credere. Per ciò che ri­guarda il kleinismo, esso è entrato in Italia attraverso Franco Fornari che ne ha divulgato alcuni temi e altri ne ha elabora­to in modo originali. Ci si potrebbe chiedere se la fortuna della Klein in Italia non sia stata anche legata a una generica consonanza tra cattolicesimo e tematica della colpa‑depres­sione tipica della Klein. Ma la Klein è stata negli anni ’50 un’autentica ventata d’aria fresca nell’ambito della Spi, so­prattutto nell’ambito della conduzione dell’analisi; per me personalmente, i seminari di Marcelle Spira e Salomon Re­snik sono stati molto significativi. Melanie Klein funzionava in quegli anni, per la Spi, come un’eterodossa consentita, in quanto tutti i tentativi di espellerla erano falliti. E così diven­ne addirittura una moda per alcuni anni l’andare frequente­mente a Londra a seguire corsi e seminari, e anche fare un’analisi personale con un analista di scuola kleiniana. Credo che ben pochi si siano mossi per seguire Anne Freud…

 

          Volevo tornare su queste persone che ti chiedono un’analisi, se non didattica, certo per imparare il mestiere. È possibile che portino questo come loro desiderio principale?

          No, questo no, evidentemente. Però per alcune persone questo desiderio è a prima vista prevalente, e questo dato è in buona consonanza con la tendenza magistrale‑professionale della psicanalisi attuale. Poi in effetti vengono fuori sempre anche altre motivazioni, che investono per esempio la stessa scelta di fare lo psichiatra o lo psicologo o il medico. È essenziale poter analizzare a fondo questo desiderio di fa­re l’analista ‑ può rivelarsi un desiderio che ne copre altri più personali. Va pur detto che il desiderio di fare l’analisi perdura, di solito. Intervengono molte ragioni sussidiarie: in­teresse, prestigio, prospettiva di denaro… Insomma ho l’im­pressione che più volte il fare l’analista corrisponda a una mezza vocazione, che mette in ombra altri interessi.

 

          Alcuni analisti ammettono di considerare la richiesta reite­rata di essere formati come analisti come un sintomo nevroti­co, da analizzare. Del resto, per affrontare questo groviglio La­can aveva proposto la formula della «passe». Per te è un fatto negativo che l’analista, proprio perché tale, sia ancora alle pre­se con certi problemi che lo portarono all’analisi?

          Nessuno evidentemente ha mai finito la propria analisi. Il supporlo vorrebbe dire ammettere una sorta dì totale traspa­renza e addomesticabilità dell’inconscio. Una fine dell’incon­scio, certo non augurabile! D’altra parte, bisogna dire che la persona in analisi arriva fin dove può arrivare il suo analista: le impossibilità di costui sono il limite dell’analisi che condu­ce. Dico: dove può arrivare il suo analista, non dove è arriva­to, personalmente. Ammetto cioè una trascendenza dell’analista a se stesso (come in fondo in ogni umano…), altrimenti dovrei accettare quello che si sente spesso dire nei circoli analitici, che un omosessuale o una lesbica non possono fare gli analisti. Nello stesso tempo, questo problema del limite dell’analista è un fatto serio. Nel momento poi del passaggio alla posizione di analista ‑ la passe di Lacan – c’è una dinami­ca personale e a questa si sovrappone il passaggio istituzio­nale, come nella Spi. Sono due situazioni diverse, ma che nel­la pratica vengono assimilate ‑ o ingarbugliate…

 

          È come se l’istituzione facesse la «passe» al posto del can­didato, perpetuandone la dipendenza e quasi l’irresponsabili­tà…

Si può dire, anche se il momento del riconoscimento non può essere teoricamente soltanto autoriconoscimento, impli­ca sempre necessariamente l’altro… sono i modi di questo ri­conoscimento che sono in discussione. In ogni caso, per me è sempre stata più interessante la persona che non desidera fa­re l’analista. Almeno nel primo colloquio. Quando viene uno psicologo e mi dice che vuol fare l’analista, provo un senso di peso… mi sembra uno che vuol stare sempre dentro la stessa macina e che trascina anche me dentro questa macina…

 

          Eppure la percentuale delle persone che chiedono di fare l’analisi per ragioni di formazione professionale tende ad au­mentare.

          È un fatto generale, e si è accentuato fortemente negli ul­timi anni. L’analista, come hai detto, diventa poco a poco una macchina che riproduce se stessa. E le persone che non hanno intenzione di diventare analisti si tolgono in qualche modo dal circuito, lo avvertono come troppo lungo e oneroso e in fin dei conti non adatto. È un percorso storico che porta a una situazione paradossale: sempre meno pazienti nel sen­so classico, e sempre più futuri colleghi.

 

          Allora la Psicoanalisi,cessa di essere poco a poco una care/cure, come dicono gli anglofoni, e diventa una corporazione intenta alla propria autoriproduzione, come quella dei monaci. 0 meglio, definisce una nuova aristocrazia, che attraversa trasversalmente le attività sociali: quella degli analizzati/analisti. Un tempo fu la nevrosi a generare come sua risposta la Psicoanalisi, ma adesso sembra quasi che la nevrosi sia una funzione dell’essere Psicoanalisti ‑ è come se la nevrosi si perpetuasse generando Psicoanalisi.

          È ciò che aveva visto Karl Kraus, quando diceva che la Psicoanalisi è il sintomo della malattia che dovrebbe guarire.

 

          Eppure questa tendenza è solo uno dei lati della medaglia. Sopravvive la tendenza inversa, che chiamerei del «colonialismo psicoanalitico»: portare la psicoanalisi fuori dalla sua clientela abituale. Portare la Buona novella psicoanalitica del «territorio», nei servizi, nelle UssI; dal paziente si passa all’utente. Penso al vero e proprio boom della psicoanalisi dell’infanzia: l’analisi infantile che funziona è tutto l’inverso dell’autori­produzione. L’autoriproduzione sembra raccogliere piuttosto lo scacco della care/cure.

          Quello che tu chiami il colonialismo psicanalitico è anche il suo pionierismo, la sua capacità di fornire un ascolto, preliminare a tutto il resto, a tutto ciò che si può tentare in altre direzioni. Non Parlo di un bagaglio teorico, che del resto è ampiamente disperso in numerose valigie che vanno di qua e di là. Parlo di una disponibilità alla ricezione dell’altro, che parte storicamente da Freud e su cui si misura effettivamente

la capacità di un analista, di uno Psichiatra, di chiunque si muova con qualche curiosità sul «territorio». È questa ambi­guità della psicoanalisi, il suo essere una specie di nuovo pas­saggio, nato in questo secolo, che non può essere ignorato neppure da chi si muove in tutt’altro modo. Quando parli di autoriproduzione e di colonialismo, fenomeni certo reali, tu sembri concludere: questa è la psicoanalisi. Se fosse così, tutto sarebbe già concluso e sistemato. La situazione mi sembra invece più complicata. Mi sembra importante che di fronte a un bambino che ha dei problemi, come si dice in gergo, anziché ricorrere a tranquillanti e sedativi per tacitarlo, oppure a manovre pedagogiche, ci sia qualcuno che dica a se stesso: un momento, lasciamolo parlare, quale che sia il suo modo di parlare – o di non parlare. Questo momento di sospensione, di vuoto, è il momento sorgivo della psicanalisi come posibile coscienza. E certo questo è un modello molto diverso da quello in cui è in questione il desiderio di diventare analista e di entrare nella Spi.

 

          Comunque, il lavoro che tu chiami «conoscitivo» – e cioè l’essere in grado di aiutare un’altra persone cogliendo qualcosa di lui – non avviene malgrado ciò che si pensa di conoscere, piuttosto che applicando le cosiddette conoscenze «scientifiche»del proprio training. Tu parlavi di bambini difficili, di pazienti enigmatici: è noto che questi casi rognosi vengono sempre più lasciati ai giovani, ai principianti. Gli anziani, i capi, preferiscono fare comode analisi didattiche.

          Verissimo. Sono del parere che se nell’analisi non c’è sorpresa, e in ciascuno dei suoi interlocutori, non c’è analisi affatto. C’è soltanto il ritrovamento di qualcosa che è già stato trovato, niente di nuovo. La scolastica non funziona neanche nel settino più rigoroso, e non è un caso che nell’analisi istituita si insista fin quasi all’ossessione sul rigore del settino, sulla sua purezza – e ben poco sul tipo di atteggiamento interno che dovrebbe avere sempre l’analista, sulla sua necessità in primo luogo, di lasciarsi cogliere anche alla sprovvista. È l’ovvia conseguenza del posto normativo occupato dall’analisi didattica come analisi conforme a certe regole date, come analisi modello e da ripetere. E ciò che tu dici sui «casi rognosi» corrisponde appunto all’abbandono delle zone di frontiera da parte della maggioranza dei didatti incalzati dalle richieste di coloro che vogliono ricevere l’ammae­stramento vero. Ma poi non hanno niente da dire sui «casi rognosi», sulle novità talvolta angosciose che riferiscono i più giovani. I didatti, i supervisori emettono in questi casi senten­ze o giudizi che sembrano consigli da vecchie zie.

 

          Mi chiedevo anche se questo atteggiamento, di silenzio o ciarliero, dell’analista nei seminati, non abbia un rapporto ma­gari anche di scotomizzazione, con la sua pratica come anali­sta… Un analista che aveva avuto una doppia formazione, kleí­niana e lacaniana, osservava questo: gli analisti kleiniani teorizzano sempre in termini di pre‑verbale, di feelings, di sentimenti grezzi ed elementari, mentre poi nelle sedute sono mol­to chiacchieroni, spesso parlano più loro dei pazienti; è come se nella teoria rimuovessero quel che secondo loro è il loro ve­ro «mestiere», quello di parlare… Invece molti lacaniani ci ten­gono ad esibire ai loro analizzanti un muro di silenzio, spesso davvero eccessivo: eppure sono veramente logorroici nei con­gressi e seminari loro… È come se tra loro si rifacessero di un ascolto eccessivo, per cui si parlano addosso…

          È un’osservazione interessante: vari sistemi di compensa­zione al training, al lavoro analitico stesso… Ci sarebbe da andare avanti in questa direzione.

          Ma per tornare alla Spi, una delle cose valide è costituita dai convegni interni ai seminari multipli, che avvengono ogni due anni circa. Chi lo desidera propone un tema di ricerca e le persone interessate a questo tema si iscrivono. Ne viene fuori una discussione che dura un paio di giorni. Ogni volta ci sono in totale venti o trenta argomenti, seguiti ovviamente da un numero variabile di analisti, secondo l’interesse dell’argomento stesso. Queste riunioni sono la cosa scientifi­camente più seria che si fa nella Spi. Ancor più dei seminari clinici serali, nei quali la discussione è piuttosto ristretta o cerimoniale, con tanti salamelecchi reciproci; e soprattutto più dei congressi veri e propri nazionali e internazionali (or­ganizzati questi ultimi dall’Ipa), nei quali prevalgono in mo­do assoluto temi di scuola, predisposti dall’alto, inanimati, inanimabili, nei quali i singoli espositori sono scelti dall’alto sulla base di opzioni di potere, come nella peggior tradizione dei congressi accademici. Lo stesso Freud smise rapidamen­te di andare ai congressi della sua società, che erano di certo più liberi e interessanti di quelli attuali. Qui si affaccerebbe il tema dei rapporti tra la burocrazia nazionale e quella della società internazionale, ricca di spunti comici o grotteschi, perché gli analisti a capo dell’associazione internazionale, perlopiù americani, sono dei tipi piuttosto bruschi, che vanno per le spicce, in netto contrasto con lo stile soft dei dirigenti italiani. Perché, va detto, nella Spi non c’è una direzione au­toritaria del sapere, una direzione monolitica intollerante. Nell’insieme vige un andamento ecumenico. Per variare il vecchio detto di Croce: come e perché non possiamo non direi cattolici… Ma cattolici all’italiana, è chiaro!

 

          Quindi non ci sono prevenzioni contro le opzioni teoriche dei singoli. Ad un verticismo della formazione nella clinica corrisponde un ampio liberalismo teorico… Ma questa disponi­bilità si estende anche a Jung, a Lacan, a Reich?

          Ma non mi sembra ci sia contrasto. L’ecumenismo, l’eclettismo teorico nasce anche all’assenza di un reale inte­resse critico per il proprio lavoro. Ecco quell’insistenza sul setting di cui ti dicevo, anziché sulla ricerca, sull’esplorazione di novità cliniche e teoriche. Ne segue che gli autori da te ci­tati potrebbero benissimo convivere con altri ortodossi e se non convivono è perché è intervenuta una loro messa fuori del gruppo, pecore allontanate dal gregge. Qui interviene un altro fattore: la forza del gruppo e non soltanto del gruppo psicanalitico, anche se proprio il gruppo psicanalitico sembrerebbe in grado di criticare e modificare i feroci procedi­menti di esclusione di ogni gruppo. Pensa a ciò che significa il semplice latinetto: Nulla salus extra ecclesiam… In ogni ca­so, nessuno si scandalizza di una citazione extra ecclesiam, o se qualcuno basa un suo lavoro su un reprobo. In Italia, c’è più tolleranza, o indulgenza, rispetto ad altre società…

          Nel 1953, Lacan tenne a Roma, accolto dalla società ita­liana, il suo celebre «Discorso di Roma», proprio in un pe­riodo in cui infuriava la guerra tra lui e la società francese. È difficile immaginare in Italia un’esclusione come quella prati­cata nei confronti di Lacan ‑ anche se Lacan era in grado di far saltare i nervi a qualunque società. In Italia i casi di esclu­sione sono rarissimi. Quando nel 1969 io organizzai con Ber­trand Rotschild, a Roma, addirittura un convengo contro il congresso internazionale, che si teneva a pochi passi, ci furo­no vivaci discussioni interne, ma non si giunse mai a votare una mia esclusione.

 

          Eppure Massimo Fagioli e Antonello Armando sono stati espulsi.

          È vero, e anni prima era stato espulso Modigliani, pare per motivi di scorrettezza professionale. Nel caso di Fagioli, era riuscito a irritare in modo davvero formidabile il gruppo romano. E forse aveva già cominciato a dare del cretino a Freud. In ogni caso, io votai contro l’esclusione sua e di Ar­mando.

 

          Fagioli si compiace molto nel dare, ancora oggi, del cretino a Freud.. Ma Armando, fu espulso in quanto allievo di Fagio­lì?

          Forse lo si considerò «traviato» da Fagioli di cui però era anche l’editore. Le accuse erano basate su questioni formali e che mi sembrano poco significative. Ebbi allora l’impres­sione di un processo intentato da didatti ai loro allievi ribelli. Di Fagioli, che non conoscevo, ricordo soprattutto gli occhia­li neri, inquietanti, un po’ alla Jaruzelski. Di Armando avevo stima.

 

          A proposito della legge Ossicini sul riconoscimento degli psicoterapeuti non medici, tu avanzasti una proposta di trai­ning particolarmente «pluralistica».

          In effetti, sarebbe semplicemente sensato avere un curri­culum formativo con una piena libertà di opzioni, perlomeno a livello di conoscenze. La tendenza è invece quella di costi­tuire dei training separati, per cui chi ha fatto un’analisi jun­ghiana viene a conoscere soltanto l’impostazione junghiana, chi ha fatto l’analisi con un freudiano conosce solo Freud ec­cetera. È importante invece acquisire esperienze diversifica­te. Come si può pensare oggi di formare come psicoterapeu­ta uno che non sappia nulla della scuola di Palo Alto?

          Quindi ci vorrebbe nel training anche qualcuno che par­lasse di Bateson, di terapie di tipo sistemico e così via. Invece oggi con il patriottismo delle singole scuole questo rischia di non esserci.

 

          Che tipo di reazione susciti tra i tuoi colleghi Spi con queste tue affermazioni, anche pubbliche, sulla stampa?

Dipende. Per alcuni probabilmente sono, o ero, come il fumo negli occhi. Per altri no: questi si rendono conto dei problemi e delle situazioni di cui ho parlato e nutrono stima, anche amicizia, per me. Non mi sembra che ci sia ostilità dif­fusa nella Spi nei miei confronti. Certo c’è una differenza «istituzionale». lo provoco l’istituzione e quindi è legittimo che ci siano reazioni da parte dell’istituzione. Ma non mi in­teressa il «lungo viaggio» attraverso le istituzioni, di cui par­lava Rudi Dutschke nel ’68, per mutarle; e neppure mi ha mai convinto l’idea, peraltro appassionante, di una nuova istituzione, radicalmente diversa, da fondare. Ogni gruppo rivela, presto o tardi, problemi difficili e soprattutto invi­schianti. In fondo, credo soltanto a ciò che si può ottenere, alla lunga, con l’intelligenza personale, con il proprio minimo personale. Questo sarà eventualmente raccolto da sconosciuti inaspettati. I raggruppamenti vengono sempre dopo! È ne­cessario evitare l’ostracismo altrui e insieme le proprie ten­denze alla chiusura, all’autoesclusione. Evitare il settarismo altrui e quello proprio. L’astuzia galileiana vista da Brecht, se vuoi. Di fronte a questa chiesa psicanalitica così sicura di se stessa…

 

          Fa parte della sua sicurezza il fatto che la Società di psicoa­nalisi abbia spostato di 180° la sua posizione sulla legge Ossici­ni [nel 1987]? Prima l’ha appoggiata, poi, quando ha rischiato di passare, ha tenuto a dire che non vuole essere riconosciuta come scuola di formazione nei termini della proposta Ossicini.

          Ha cambiato posizione perché non aveva più interesse a inserirsi in quel meccanismo di legge. Prima, negli anni ’70 e nei primi anni ’80, si è sentita minacciata dall’esterno ‑ dai la­caniani in primo luogo, persino da Verdiglione! Da qui l’idea di farsi mettere un timbro addirittura statale sulla formazio­ne, per garantirsi.

          A un certo punto l’istituzione si è accorta che, mutato il clima culturale generale, essa rimaneva al centro della nebu­losa psicoterapeutica, e non aveva quindi bisogno di ricono­scimento statale. E così è riemersa la posizione di fondo del movimento psicanalitico dal tempo di Freud: «Noi psicanali­sti dobbiamo rimanere in una posizione libera, indipendente dallo stato». Ma la giravolta è stata troppo evidente. Col tempo, gli analisti a capo della Spi si sono resi conto che il la­canismo, in Italia, così inquietante e minaccioso all’inizio, si è rivelato dal punto di vista istituzionale un movimento debole, frammentato, che non poteva certo fare concorrenza alla so­lida struttura Spi e all’attrattiva che essa esercita.

 

          Ma questa debolezza del lacanismo in Italia non è dovuta proprio al fatto che è rimasto un composto fluido? Che l’istitu­zione «École freudienne» sia stata soft è dimostrato proprio dal suo scioglimento finale ad opera dello stesso Lacan.

          Non credo che l’École freudienne sia stata un’istituzione soft ‑ ci sono testimonianze in contrasto con quanto dici, vedi per esempio l’espulsione di Luce Irigaray e le ripetute «epu­razioni» interne. Ma in ogni caso si è trattato di una vera e propria istituzione, con caratteristiche diverse da quella or­todossa, e però con un suo peso e un suo destino istituziona­le.

          Lacan volle, come Freud, fondare una sua propria istitu­zione. Ho conosciuto Lacan personalmente nel 1965, prima che egli diventasse Lacan, per così dire, il Gran Maestro uni­versalmente noto, prima che uscissero gli Écríts. Seguivo da alcuni anni ciò che scriveva sulla rivista La psychanalise e al­trove. Erano saggi che bisognava andare a cercare, ed egli era per me un vero maestro segreto, come per altri pochi in Italia, credo, e di questi conoscevo Michel David, Andrea Zanzotto e Michele Ranchetti, ma per nessuno psicanalista (ricordo il disprezzo di Fornari, quando gli accennai a questa mia scoperta). Ebbene, quando lo incontrai personalmente a Parigi, egli insistette subito sulla necessità di farsi un’école sua, di farsi dei disciples. Mi permisi di dirgli apertamente che non vedevo questa necessità. Prenda il caso mio, gli dissi. lo sono venuto da lei attraverso certi suoi testi, la considero un mio maestro e forse addirittura il mio maestro. Ma quan­do lei parla di un’école, subito mi sento davanti a una pro­spettiva che non mi va. Così facendo lei ripete l’errore di Freud. Ma Lacan evidentemente era sordo a questo discor­so.

          Oggi però mi chiedo se la dissoluzione generale dell’école che egli ha pronunciato alla fine ‑ questo gesto ammirevole e nello stesso tempo del tutto vano ‑ non sia nato proprio dalla consapevolezza di questo errore. L’errore di aver creduto che il suo discorso, il testo Lacan, avesse bisogno di un supporto istituzionale. Un supporto che in fin dei conti, nel bel mezzo di una marea di lacaniani, nel pieno del successo, di fatto lo isolava, limitava le sue possibilità di comunicazione. Per usare una sua definizione, la parola piena diventava, at­traverso il salmodiare lacaniano dell’istituzione, una parola vuota.

          La debolezza del lacanismo in Italia può quindi essere le­gata, come dici tu, anche al fatto di non essere un’istituzione come la Spi, di essere più fluida. Ma da un altro punto di vi­sta, questa debolezza poteva essere una forza. Poteva essere il nucleo di un’irradiazione a tutto il resto, purché il lacani­smo si fosse presentato come un nucleo di ricerca, una punta viva. C’è stato invece il conato di costruire un’istituzione, e questo direttamente per iniziativa di Lacan; ma diventando un’istituzione, appariva subito perdente rispetto alla Spi.

 

          Che cosa pensi della sua idea della passe?

          È stata una delle sue innovazioni più note e più contro­verse e nello stesso tempo, mi pare, è rimasto un oggetto mi­sterioso per chi non fa parte direttamente dì un gruppo laca­niano. Quest’innovazione trovava il suo punto forte nel mettere al centro il momento di passaggio alla posizione di analista, che è un momento chiave dell’analisi. Lacan ha cer­cato di legare questo momento personale, autonomo, che è un movimento reale, alle esigenze dell’istituzione, vista come garante dell’autenticità di questo passaggio. Per raggiungere quest’obiettivo, ha inventato la figura di un testimone, il pas­seur (che in italiano si potrebbe tradurre con passatore o traghettatore, se questo termine non evocasse in primo luogo la figura di un bandito molto noto), insomma un testimone dell’école al quale chi vuole essere accettato come membro dell’école, cioè il passant, il passante, deve parlare della propria analisi. Il passeur si trova nella stessa posizione del pas­sant, cioè in posizione di passe e deve riferire al jury d’agrément, cioè alla commissione di accettazione, di quanto ha sentito, dopo di che il jury decide se accettare o meno il pas­sant.

          Questo mi pare lo schema originario di Lacan, che susci­tò subito una frattura nel gruppo e si risolse, secondo Lacan stesso, in una impasse. In sostanza Lacan si proponeva di di­stanziare istituzione e candidato attraverso la creazione di una figura intermedia ‑ si potrebbe dire una figura di fratello, al quale spetta il peso di testimoniare per procura sull’atten­dibilità della richiesta fatta e dal quale dipende quindi in buona parte la responsabilità della decisione finale, anche se non fa parte del collegio giudicante (il jury).

          La soluzione escogitata da Lacan ha una meta condivisi­bile ‑ evitare la cooptazione paternalistica e burocratica in­sieme delle società freudiane ‑ ma nello stesso tempo non ri­solve affatto il problema del peso della società accogliente, che diventa ancora più incombente e onnipresente attraverso la figura ambigua del passeur. Questi infatti ha in sé, i conno­tati indecisi, e forse indecidibili, del testimone per la verità, del testimone a favore del reo e del «testimone della coro­na», per usare termini giudiziari. Per non parlare della rottu­ra della riservatezza analitica che si viene a compiere attra­verso questo parlare della propria analisi a un estraneo e delle conseguenze che questo ha nei rapporti tra le varie fig­ure dì «fratelli» in fase di passe. È un procedimento confusi­vo, che rischia di creare un certo tipo di società perversa, in cui assumono enorme importanza le dicerie circolanti… un po’ come nella repubblica di Venezia al tempo delle accuse anonime.

          In effetti Lacan si accorse dello scacco e lo dichiarò aper­tamente. E forse anche da questa consapevolezza nacque la decisione di sciogliere l’école stessa. In ogni caso, non conosco finora un resoconto completo e circostanziato dell’esperienza. Moustapha Safouan imputa lo scacco a una deficienza fattuale dell’école, fondata sul carisma del leader e divenuta in breve una società di massa. Non credo a questa spiegazione, che intende salvare a ogni costo la proposta di Lacan, contro Lacan stesso. Credo che lo scacco fosse implicito nella proposta originaria, come notarono subito i dissen­zienti.

          Per tornare all’Italia, ho l’impressione che una difficoltà del lacanismo sia stata legata allo sforzo pervicace di Lacan stesso, di amalgamare in una sua società persone molto diverse tra loro, come per esempio Giacomo Contri e Armando Verdiglione. Una volta ho detto a Contri che Vermiglione era il suo coboldo, un diavoletto ribaldo antitetico alla sua figura ascetica… Insomma persone assolutamente diverse.

 

          Lacan propose nel 1975 un «tripode», come lui lo definì, che comprendeva suoi analizzanti. E cioè Verdiglione, Muriel Drazien e Giacomo Contri. Tre suoi analizzanti che avevano formato un gruppo di seguaci attorno a loro. Eppure in un pri­mo tempo lui pensò proprio a te, che pure non avevi avuto nessun rapporto analitico con lui, come un punto di riferimento le dì privilegiato.

          La cosa mi stupì sin da allora: anche pubblicamente tu allora eri noto per le tue prese di posizione anti‑istituzionali, fosti molto duro nel dire «perché formare un ‘istituzione?». Ebbene, viene a chiedere proprio a te di diventare il perno di una nuova istituzione! Mi chiedo allora se in questa richiesta a te non trasparisse come un’ambivalenza da parte di Lacan: da una parte fondare un’istituzione, dall’altra parte distruggerla.

          L’istanza contraddittoria si è rivelata alla fine, all’atto della dissoluzione della sua scuola; forse è stata una rivelazione enorme anche per Lacan… Ma nelle sue venute in Italia certo egli non le manifestava. Voleva fortissimamente la sua scuola in Italia; e voleva fermamente che ne facessi parte. Per raggiun­gere questo obiettivo, egli trascurava completamente le mie obiezioni, che dal suo punto di vista istituzionale gli appari­vano marginali; o che comprendeva, ma nei confronti di un’altra istituzione, non della sua… C’era ovviamente in La­can un tratto dispotico, che i membri dell’école hanno prova­to sulla loro pelle, e di cui molti portano ancora le tracce. La sua contraddizione consisteva nel fatto che, pur avendo par­lato in modo straordinariamente lucido dell’analista come soggetto supposto sapere, nel momento in cui dirigeva la sua scuola e dispensava il suo insegnamento era il sapere, anzi l’unico assoluto sapere, e lo affermava orgogliosamente.

 

          Mi sembri comunque tuttora molto interessato alla storia del lacanismo, pur senza essere stato seguace di Lacan.

          Ma bastava leggere dieci righe di Lacan per accorgersi che egli volava alto ‑ o altrove… ‑ rispetto alla maggioranza degli analisti contemporanei! La sua idea di fondare la psica­nalisi come scienza del significante era certo parziale, perché tagliava fuori per sua esplicita ammissione una parte notevo­le di quel che succede in analisi, ma era un’idea nuova, origi­nale, trainante. Lacan è un testo ‑ complicato, barocco… ‑ an­zi, curiosamente, a distanza, mi sembra una sorta di poema fantastico come in musica c’è Berlioz… un poema che pesca in ogni punto della cultura… è strano quest’effetto, per un uomo che tutta la vita ha cercato di fondare una scienza rigo­rosa. In ogni caso, è questo testo o poema che mi ha sempre interessato in Lacan ‑ molto più dei suoi tripodi e delle sue società. La sua invenzione della passe mi è sembrata, vista da fuori, una provocazione nei confronti delle società freudiane, di Freud stesso se vuoi, e insieme la rivelazione su scala enorme, e quindi buffa, di un suo personale aspetto sadiano. «Psychanalistes, encore un effort pour être vraiment…» Che co­sa? Mah, è uno degli scherzi che Lacan ci ha giocato.

 

Pubblicata il 19 marzo 2016



Versione rivista e corretta dall’Autore dell’intervista apparsa nel libro di S. Benvenuto‑O. Nicolaus, La bottega dell’anima, F. Angeli, Milano. Uno stralcio di questa conversazione, registrata, era stato pubblicato da L’Espresso, il 9 aprile 1989.

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059