Über-Frau. Modello Lou

“Über-Frau. Modello Lou” è stato pubblicato in Aldo Marroni e Ugo di Toro, Muse ribelli. Complicità e conflitto nel sentire al femminile, Ombre Corte, Verona, 2012, pp. 33-43.

 

1.

Per gli storici Lou Andreas-Salomé (1861-1937) è una figura fondamentale della psicoanalisi. Ma perché? In effetti la celebrità di Lou non ha ragioni lineari, auto-evidenti, insomma del tutto confessabili – anche se di lei non possiamo certo dire quel che Heine disse di un critico, che era conosciuta per la sua celebrità.

Appignanesi e Forrester[1] scrivono che se Sigmund Freud è stato il padre della psicoanalisi, Salomé ne è stata la madre. Una maternità quasi letterale: Freud le affidò sua figlia Anna, della quale Lou fu analista e poi madre spirituale. Comunque, non è stata tanto la psicoanalisi a dar lustro a Lou Salomé quanto, piuttosto, è stata lei a dare lustro alla psicoanalisi. Come?

Innanzitutto con la sua bellezza. Davvero la sensibilità, la straordinaria capacità di comprendere e la poco comune intelligenza di questa russa sarebbero bastate perché uomini come Nietzsche, Georg Ledebourg (fondatore del partito socialdemocratico tedesco), Rilke, Tausk e Freud si innamorassero di lei? Sia la sua speciale bellezza che il suo modo di assumerla spinsero Freud a prenderla come paradigma del narcisismo femminile. Lou ha dato alla psicoanalisi le insegne lussuose dell’avvenenza femminile. Bella, intelligente, libera, cosmopolita e creativa: tutti gli ingredienti per farne un mito della intellighentja moderna. Ancor oggi, quale donna occidentale colta non vorrebbe essere come Lou? E quale uomo occidentale colto non vorrebbe esser stato amico o amante di Lou?

In effetti, Lou Salomé è ancor oggi un ideale per tante intellettuali proprio perché ha incarnato il nuovo ideale della donna anche per gli uomini. Il tipo di donna ideale che l’uomo delle tre C – colto, creativo, cosmopolita – desidera e vagheggia.

Ma che cosa di fatto si ammira dell’opera di Lou Salomé per costituirne il mito fino a oggi?

 

Lou ha lasciato tracce in più di un campo. Ma in nessuno di questi campi ha dato prodotti tali da farsi ricordare come pietre miliari. Certo alle biblioteche psicoanalitiche ha lasciato saggi pregevoli, ma – se vogliamo limitarci qui ai contributi femminili – il suo impatto non è a livello di quello che hanno avuto analiste come Helen Deutsch, Karen Horney, Anna Freud, Melanie Klein, Margaret Mahler, Françoise Dolto, Jessica Benjamin, e altre ancora. Pregevole scrittrice, certo, ma nulla a confronto con Edith Wharton, Virginia Woolf, Marguerite Yourcenar, Elsa Morante o Marguerite Duras, ad esempio. Saggista che alcuni ancor oggi frequentano, ma non certo a livello di una Simone de Beauvoir, di una Hannah Arendt, di una Susan Sontag o di una Julia Kristeva.

Il punto è che il mito di Lou non è frutto tanto di quello che lei ha prodotto, quanto di quello che lei è stata. Quello che lei è stata è stato il suo capolavoro[2].

I maligni direbbero che, in fondo, è stata soprattutto amica e amata – e talvolta ispiratrice, talvolta amante – di alcuni uomini illustri della sua epoca. In particolare, di tre giganti: Nietzsche, Rilke, Freud. Il fatto che questi tre dalle tre C l’abbiano amata e stimata, ci basta per amarla e stimarla a nostra volta? Ma allora, la luce di Lou è lunare, luce riflessa? Se così fosse, Lou sarebbe come Alma Mahler, famosa per i suoi due celeberrimi mariti; o come la corteggiatissima Alpha della farsa di Musil Vinzenz e l’amica degli uomini importanti. Sarebbe solo un sottoprodotto della mondanità post-romantica mitteleuropea nel gomito tra Otto e Novecento.

 

2.

In realtà, Lou attrae ancor oggi donne e uomini perché il suo essere – vita e opera – ha prodotto l’ideale dell’Io della donna del Novecento. Si è auto-prodotta come ideale. L’ideale dell’Io, secondo Freud, è un modello: Lou Andreas Salomé è stata uno dei grandi modelli a un tempo spirituali e mondani a cui si ispira la donna colta moderna, europea e americana. Lo è ancor oggi, per le donne colte di 30 o 40 anni? Non è certo ideale o modello per “la massaia di Treviso” (luogo comune che Nanni Moretti personificò in un film): perché l’ideale che Lou rappresenta è l’opposto della massaia di Treviso. Insomma, Lou è diventata, assieme a poche altre (Anais Nin, Hannah Arendt, Karen Blixen, Frida Khalo, Simone de Beauvoir, Susan Sontag…), il prototipo della donna colta, autarchica e creativa del Novecento.

Lou è un ideale femminile di oggi anche per gli uomini delle tre C. Gli ideali sessuali di ogni epoca sono sempre, in qualche modo, ideali dell’Altro sesso: l’uomo ideale a cui ogni maschio cerca di rassomigliare non è in fondo l’uomo che adorano le donne della propria epoca? e la donna a cui ogni donna cerca di rassomigliare non è in fondo la donna che adorano gli uomini della propria epoca?

Mi si permettano una divagazione e un’ipersemplificazione. Oggi gli uomini sembrano attratti soprattutto da tre tipi di relazione con le donne (ma ce ne possono essere altri): il rapporto può essere di tipo pederastico, omosessuale o trovadorico. Mi pare che Lou offra un esempio eloquente del terzo tipo.

Nel modello che chiamo pederastico, la donna oggi prende il posto dell’erómenos, dell’adolescente amato dall’erastés maturo nel mondo antico, greco in particolare: in questo caso l’uomo si lega a una donna, di solito più giovane di lui, o che gli piace per qualcosa di immaturo, facendone ad un tempo l’amata, la protetta e l’allieva. La differenza cruciale con la pederastia antica è che quest’ultima non esigeva erotismo reciproco: il pederasta si aspettava che l’amasio reagisse con filia, amicizia, non con libidine. L’uomo moderno si aspetta invece che la donna-allieva, l’eroméne, risponda a sua volta con eros.

Il modello omosessuale nel rapporto uomo-donna: si tratta della coppia modernista tra due eguali in tutti i sensi, eguali spesso anche per rango professionale, che condividono assolutamente tutte le funzioni, anche quelle domestiche e materne, che si vestono in modo simile, e dove quindi ognuno è attratto dall’altro come immagine quasi speculare di sé, a parte la differenza anatomica. Mi pare che questo cameratismo tenda a prevalere nelle società nord-europee e protestanti. Lo chiamo omosessuale perché il partner dell’altro sesso è investito come proprio similis: più ci si assomiglia, più ci si ama. La complementarietà dei sessi qui supplementa una fondamentale simmetria.

Chiamo il terzo rapporto trovadorico perché risale all’amor cortese medievale. In questo paradigma la donna è socialmente e spiritualmente superiore all’innamorato: moglie del signore, al limite è la regina stessa – l’altera Signora alta e bionda. L’innamorato le si offre come servitore e le dedica un culto erotico-estetico come a una divinità. Da questo tipo di rapporto viene il termine ‘donna’: domina. Questa venerazione per la donna-regina si prolunga nel culto moderno delle star femminili del cinema e della musica pop: essendo di solito irraggiungibili, per questo sono concupite. Se la donna si dà a qualcuno di rango inferiore al proprio, è come per una grazia che scenda dal cielo. Mi pare che, per gli uomini colti, Lou abbia preso il posto di questo tipo di donna del fin amor: è la nobildonna che l’uomo delle tre C ambiziosamente sogna.

Nietzsche scrisse: “Dal momento che conobbi [Lou], io divenni maturo per il mio Zarathustra”. Una serie di indizi fanno pensare che Nietzsche pensasse a Zarathustra – profeta dell’Über-Mensch, dell’Oltre-Uomo o Super-Uomo – come a una sorta di Lou. E’ Zarathustra ispirato da Lou – da una donna – piuttosto che da un maschio?[3] Mensch in tedesco è essere umano in generale, ma forse Nietzsche aveva in mente una Über-Frau, una Super-donna?

Lou ha agganciato sempre il cognome del marito, Andreas, al proprio, anche se il loro fu un matrimonio bianco, mai seguito da un divorzio: come se Lou avesse voluto marcare simbolicamente il fatto di non appartenere mai a un altro, dato che nominalmente era già di un altro, ma un essere-di vuoto. Quindi il suo concedere i propri favori a qualcuno non poteva mai esser preso da questi per un darsi a lui definitivo. Lou resta sempre altra, non di un altro ma dell’Altro. E’ la differenza con la Signora dell’amor cortese: mentre costei apparteneva al marito-signore (l’amor cortese è squisitamente adulterino), Lou – ovvero, la donna moderna – non appartiene a nessuno. Si dà a molti uomini, ma mai al marito.

Da qui la leggendaria poliandria di Lou, da lei stessa rivendicata e vantata: “Ai ricordi sono fedele per sempre, agli uomini mai”; “la vita amorosa naturale, in tutte le sue manifestazioni e i suoi sviluppi, e in particolare forse nelle sue forme più alte e individualizzate, è basata sul principio dell’infedeltà”. Questa infedeltà fu anche scientifica: invitata ai famosi mercoledì in casa Freud, vi assiste attenta sferruzzando senza posa; non esita però a frequentare anche i seminari di Alfred Adler, allora già apertamente dissidente rispetto a Freud. In seguito, oserà rifiutare la seconda topica di Freud (Io, Es, Oltre-Io), in particolare Es, ed è chiaro perché: le pulsioni per lei non sono qualcosa di impersonale ed extra-soggettivo, un mare che sommerge l’Io, ma sono parte integrante dell’Io. La pulsione è per lei sempre soggettiva, passione narcisistica dell’Io. Quello di Lou è un Io-pulsione, un Io-Es.

Nessun uomo può insomma pretendere di averla tutta per sé, né come corpo né come mente.

 

 

3.

Ma di quale regno, immaginario o spirituale, Lou è regina? Lou è riuscita a testimoniare dell’ideale del rovesciamento dell’ideale femminile tradizionale. Lou funziona da prototipo della donna moderna in quanto inversa alla donna della tradizione cristiana. Nietzsche aveva parlato di Umwertung aller Werte, di svalorizzazione o trasmutazione di tutti i valori; Lou ha realizzato la svalorizzazione della femminilità tradizionale. Ne porto qui alcune esemplificazioni.

 

A)           Uno dei rovesciamenti più vistosi compiuto da Lou è quello dell’ideale della donna sposa e madre. Lou ha vissuto sempre da single, è sempre sfuggita a qualsiasi rapporto coniugale, non ha mai procreato. Attraverso Lou, l’ideale familiare del matrimonio con prole è stato sostituito dall’ideale della comunità fraterna del lavoro intellettuale. Spesso i biografi sottolineano il fatto che Lou fosse l’ultima figlia, unica sorella di cinque fratelli. Che fu sempre molto affascinata dal padre (un generale russo) e sempre in aperto conflitto con la madre. Questo potrebbe spiegare la sua tendenza a eleggere “coabitazioni fraterne” con uomini rimarchevoli. Come accadde nella famosa casta comunione di Lou con Nietzsche e Paul Rée. Non fu casto invece il suo sodalizio con Rilke, più giovane di lei di 14 anni, che entrambi vissero come amore incestuoso tra fratello e sorella.

Quella che i borghesi di Göttingen – città dove abitava – chiamavano “la strega dell’Hainberg” è rimasta vergine fino a oltre trent’anni: una verginità elevata come una barriera proprio per intensificare la comunione spirituale con gli uomini che la desideravano e veneravano come loro musa o interlocutrice. L’astinenza sessuale – scrive Lou – “è ebbrezza e veleno”. In un certo senso, Lou è stata la versione moderna della monaca di un tempo – per secoli farsi monaca era il solo modo che avessero donne di talento per sfuggire al destino di una vita sottomessa tutta dedita a partorire bambini e a preparare pasti. E monache furono le grandi autrici del Medioevo, Roshvita di Gandersheim, Eloisa d’Argenteuil, Hildegard von Bingen, ecc. Come la monaca, che rinuncia agli uomini e alla famiglia per vivere in una comunità, Lou ha rinunciato al sesso e alla famiglia per vivere, o sognare di vivere, in una comune intellettuale (benché, a differenza delle monache, Lou preferisse vivere in comunità con uomini). Anche in questo Lou ha anticipato il rapporto egualitario tra l’uomo e la donna che ho chiamato ‘omosessuale’: anche quando tra questi due c’è amore e sesso, un assunto di fraternità o sororità di fondo deve regolare i loro scambi.

 

B)             Lou ha teorizzato esplicitamente un altro ideale anti-ideale femminile: la scissione tra desiderio sessuale e amore. Ha proposto una versione femminile di Don Giovanni: anche nella donna il desiderio sessuale è una passione fisica che si spegne non appena viene soddisfatta nel coito. In contrasto provocatorio con l’imago tradizionale della donna per la quale desiderio e amore coincidono, insomma con il cliché che presuppone la fedeltà essenziale, costitutiva, monogamica, del desiderio femminile. Del resto, spesso e volentieri ebbe rapporti sessuali simultaneamente con due uomini, come per rimarcare che lei non era di nessuno di loro in particolare. Scrisse:

 

“Ogni amore anche il più tragico lascia dietro di sé tracce positive. Se due esseri si accostano con autentica serietà all’atto sessuale che è uno dei più transitori, se non esigono alcuna fedeltà l’uno dall’altro, accontentandosi invece della momentanea felicità che possono avere l’uno dall’altro, essi conoscono veramente uno stato di divina follia”.

 

Il sesso è esperienza divina ma effimera, felicità e follia, che non impegna l’uomo e la donna in nessun legame duraturo.

La donna come immagine speculare femminile del Dom Juan fu proprio in quell’epoca illustrato dal mitico personaggio di Lulu nei due celebri drammi di Franz Wedekind[4]. Molti storici sono convinti che Lou abbia ispirato Lulu, il nome stesso della creatura letteraria raddoppierebbe il nome della donna reale. In effetti Wedekind conobbe Lou a Parigi nel 1894 e cercò – invano – di sedurla; va però detto che Wedekind aveva cominciato a lavorare a Lo spirito della terra, il primo dei drammi di Lulu, già nel 1892[5]. Eppure, riconoscere nella cinica, gelida e assassina Lulu il personaggio di Lou è una tentazione troppo forte, perché Lou sembra dare corpo vivente alla figura letteraria di Lulu. Del resto, anche la Lulu di Wedekind ha un rapporto tutto speciale col padre, come sappiamo che Lou ebbe col proprio. Comunque, la panoplia leggendaria della femme fatale ha circonfuso Lou come un’aureola sulfurea per il resto della sua vita.

Lulu – sin dall’inizio presentata come un serpente, divoratrice di uomini ma da loro stessi alla fine divorata – sembra incarnare un lato ‘bestiale’ di Lou che i suoi ammiratori, come vedremo, misero in evidenza. C’era in Lou una sorta di eccessività autarchica che andava ben oltre la testimonianza femminista di un’emancipazione possibile; un alone di distruttività. Del resto, nel 1919, il suo ex amante, il brillante psicoanalista Victor Tausk, si suicidò, anche se lui aveva rotto con lei tempo prima[6].

 

 

C)      Il disinteresse di Lou per la vox populi, per “quel che ne dice la gente”, è un altro rovesciamento dell’ideale tradizionale della donna che vale per la sua immagine sociale. Allora, l’importante era che una donna non fosse “chiacchierata”, che di lei si parlasse con rispetto, che avesse una reputazione senza macchia. Possiamo farci un’idea di questa enorme importanza della reputazione nella società pre-moderna attraverso certi romanzi, ad esempio Les liaisons dangereuses[7] di Laclos: il tema centrale di questo romanzo – a differenza di quel che fanno vedere le sue versioni cinematografiche – consiste nel mostrare come una donna libertina e lussuriosa, in particolare la marchesa di Merteuil, riesca a mantenere attraverso una serie di macchinazioni un’immagine sociale rispettabile e casta di sé. Tutta l’epopea degli eroi laclosiani consiste nel poter fare quello che vogliono mantenendo una facciata onorevole. La donna tradizionale era una creatura del discorso sociale.

Lou invece si ispira al modello moderno di soggettività – derivante da Nietzsche e dal post-romanticismo – che si fonda sull’ideale di autenticità. Essere echt, autentici, ovvero eigen, propri, significa accettare come sola valutazione di sé che valga non quella della Gente né quella di Dio, ma quella propria del soggetto.  Il soggetto, uomo o donna che sia, si realizza solo nella misura in cui punta a diventare ciò che è.

Lou disse ad Anna Freud che il solo peccato era quello di essere disonesti con la propria natura. Una frase che certamente anticipa una versione eloquente dell’ideale di soggettività articolato, in seguito, da Lacan: che il soggetto “si perde” solo se tradisce il proprio desiderio fondamentale. Dice Lacan[8]: “La sola cosa di cui si possa essere colpevoli, almeno nella prospettiva analitica, è di aver ceduto sul proprio desiderio”. Lou non parla di desiderio ma di natura, comunque credo che si riferisse a qualcosa di molto simile a quel che voleva dire Lacan. Da Nietzsche a Lacan, via Salomé, passando per Freud e Georges Bataille, è questo il pilastro dell’etica moderna, anche per chi crede di non seguirla: quel che è eticamente essenziale non è evitare di fare agli altri quel che si vorrebbe non si facesse a se stessi (paradigma di ogni morale di ascendenza religiosa), ma restare profondamente fedeli a ciò che si è; questa fedeltà può avere risvolti tragici, ma è la condizione di ogni gioia. Non a caso Salomé cita Spinoza: “la sola perfezione è la gioia”.

 

D)  Un altro rovesciamento è l’accettazione del proprio narcisismo espansivo. La teoria del narcisismo della Salomé è diversa da quella di Freud. Victor Mazin fa notare che, anche qui, la teoria della Salomé è più vicina a quella di Lacan che a quella di Freud[9]. Freud ha contrapposto libido oggettuale e libido narcisistica, come due destini pulsionali in qualche modo alternativi; per lui l’amore per l’altro impoverisce l’Io dell’innamorato, insomma la visione freudiana dell’amore è liturgica. Nell’antica Atene, la liturghia era l’istituzione per cui gli uomini più ricchi della città per un certo periodo dovevano provvedere con le loro casse a certi servizi della città, senza guadagnarci un soldo. La morale di Lou, “esperta in felicità”, è del tutto diversa. Lei fa del narcisismo la struttura portante anche della libido oggettuale: amiamo gli altri, le cose del mondo, come espansione del nostro narcisismo. Insomma, per lei il narcisismo è la verità ultima dell’amore altruistico: amiamo gli altri non perché rinunciamo in tutto o in parte ad amare noi stessi, ma amare gli altri è un’inflation, un espandersi del nostro amore per noi stessi. L’amore per gli altri è un traboccare dell’amor proprio. L’eros cosmogonico, mistico, della Salomé appare quindi un’iperbolizzazione del narcisismo nel senso datogli da lei. In sostanza, la Salomé ha applicato alla teoria freudiana della libido e del narcisismo il principio nietzscheano della Volontà di Potenza: l’amore per l’altro è un atto di potenza, non di rinuncia e sacrificio.

 

Credo che oggi siamo più salomeiani che freudiani. Tutti noi siamo ormai convinti che amare gli altri ci espanda, ci esalti: non è rinuncia a noi stessi, ai nostri interessi e alla nostra felicità – come pensava Freud – è anzi traboccare del fiume dal proprio letto, spendere la propria ricchezza. Abbiamo corretto insomma la visione ‘liturgica’ di Freud con quella di Salomé e di Bataille: l’amore è dépense, spreco. Nell’amore la libido dell’io si prodiga. Per la donna, il modello cessa di essere l’Alcesti di Euripide, la sposa che offre la sua vita per salvare quella dell’amato marito. Il modello diventa Lou. Lei non si è mai sacrificata per nessuno degli uomini che ha amato e ammirato: piuttosto, ha fatto dilagare su di loro la sua luce.

Certamente questa potenza di Lou le dà connotazioni falliche – ma la donna moderna emancipata è di fatto una donna maschilizzata. E’ la donna interpretata di solito da Uma Turman, ad esempio, in particolare nel film Kill Bill di Tarantino: una killer sola e virtuosa, spietata. Il mito novecentesco della femme fatale articola decisamente questa imago di donna fallica, violentemente single. Circolava all’epoca questo adagio: “quando Lou si appassiona a un uomo, dopo nove mesi costui mette al mondo un libro”. Ovvero, i ruoli sessuali si invertivano, era l’uomo a ingravidarsi di un’opera, e costui finiva col darLe un libro così come una donna dà un figlio a un uomo. Lou dagli uomini voleva soprattutto libri.

 

E)   Da ciò deriva un ideale di autarchia femminile. Secondo Lou, l’uomo maschio cerca sempre, come nel mito di Aristofane nel Simposio, una parte che gli manca. Invece la donna per lei è integrale, completa, vive un’unità di anima, corpo e sensazione. La donna viene insomma idealizzata come ideale narcisistico dell’uomo: essa seduce proprio perché non ha bisogno dell’uomo. Certo la donna può amare, ma non per riempire il suo buco: ama come espansione della propria volontà di potenza. Rispetto alla filosofia “maschile” che fa del desiderio il motore e l’essenza della soggettività, Lou pare contrapporre una filosofia al femminile, che esalta invece il godimento della propria integrità e unità. Anche se Lou non lo chiama godimento ma felicità: “In verità, invece di parlare di virtù e prestazioni preferisco affrontare un argomento in cui mi sento più competente: la felicità”[10]. Freud ha ereditato un’immagine desiderante (maschile) della soggettività come prodotta da una mancanza incolmabile – idea che risale per lo meno a Platone; Lou vagheggia un’immagine godente (femminile) della stessa.

Ma proprio perché divina – ovvero, poco umana – Lou si manifesta come sovrana animalità. Lou ispira metafore zoologiche. Appena Nietzsche la conosce, quando lei aveva vent’anni, scrive a Peter Gast “è acuta come un’aquila e coraggiosa come un leone” (13 luglio 1882). L’aquila e il leone sono anche gli animali di Zarathustra. D’altro canto Nietzsche stesso, che la chiama “la bestia bionda”, la denuncia poi come avida ed egoista: lei ha “l’avidità del felino che vuole vivere e basta”. Ma anche Freud, quando in Per introdurre il narcisismo[11] evoca la bella donna narcisista e i bei gatti domestici in quanto entrambi si comportano come se non avessero bisogno di noi, pensava proprio a Salomé. Insomma, sia Nietzsche che Freud, per quanto l’abbiano frequentata in epoche diverse, vedranno in lei un narcisismo felino, l’autosufficienza sovrana della bestia soddisfatta. La sua animalità non è quella dipendente, servile, virtuosa del cane, ma quella selvatica, egoista, indifferente, infedele del gatto. Questi uomini che l’hanno amata hanno visto una bestialità selvatica in questa donna per altri versi così spirituale.

Per questa ragione, credo, Lou non è mai stata femminista. Eppure le sue amicizie – in particolare con Malwida von Meysenbug, nobildonna leader del femminismo tedesco[12] – avrebbero dovuto spingerla in quel senso. Ma la femminista rivendica: denuncia l’insoddisfazione, propria e delle altre donne, chiede qualcosa di cui manca, e di cui dice di aver bisogno. A una archi-nietzscheana come Lou, il femminismo dell’epoca doveva apparirle ancora tutto inscritto nella dimensione del risentimento e della reattività. Non le interessa l’eguaglianza tra i sessi, perché per lei essere eguale all’uomo sarebbe, in fondo, abbassarsi. Lou non rivendica, non protesta, non denuncia: non ha bisogno di niente. In fondo, non le manca nulla, né il pene né la felicità. Non porta rancore a nessuno. La cosa ce l’ha già in sé: non ha bisogno di andare a richiederla, a gran voce, al potere dei maschi o al maschio potente. La donna-ideale non può aderire a nessun –ismo, foss’anche il femminismo.

Una soddisfazione godente che non esclude il dolore e la tragedia – perché per una nietzscheana anche il tragico è gaia scienza.

 

Certo, cosi un amico ama l’amico,

Come io amo te, o Vita–Vita misteriosa

Che io in te gioisca o pianga,

Che tu gioia mi doni oppur dolore.

 

Millenni per esistere, per pensare!

Stringimi fra le tue braccia:

Non hai più gioia da donarmi….

Ebbene … donami il tuo dolore[13].

 

 

4.

Ma dicendo che Lou è per noi soprattutto un modello, non smentisco quel che lei stessa diceva? Scrive Salomé:

 

Non posso vivere secondo un ideale, né servire da modello a qualcuno. Ma posso certissimamente vivere la mia vita, e lo farò qualunque cosa accada! Agendo così, non rappresento alcun principio, ma qualcosa di più meraviglioso, che vive in me, qualcosa caldo di vita, pieno d’allegria, che cerca di esprimersi.

 

Paradossalmente, proprio questa rinuncia a essere un modello ha fatto di Lou un modello moderno. L’ideale di autenticità – per le donne e per gli uomini – consiste proprio nel fatto che non si vuol seguire (almeno consapevolmente) alcun ideale, e che non ci si propone come ideale per nessuno. “Qualcosa di meraviglioso che vive in me”, dice, “qualcosa caldo di vita, pieno d’allegria”: la cosa meravigliosa è calda di vita, allegra, e cerca di esprimersi. Non è quindi il desiderio freudiano, brama spiacevole che solo nel suo annullarsi produce piacere. In sostanza, Lou testimonia della sua fede nel godimento. L’Eros della tradizione occidentale che, da Platone fino a Freud, ha offerto il modello stesso della libido sciendi, del desiderio di sapere (e oggi del “desiderio di psicoanalizzare”): questo desiderio o eros è figlio di Povertà ed Espediente, è sempre insoddisfatto, lamenta sempre una carenza, e sogna la propria soddisfazione in un’altra vita, in un altro mondo, in un’altra epoca, in un’altra analisi con un altro analista, al di là, di là da venire… Lou propone invece il diritto a esprimere – a lasciar traboccare – una sorta di gioia intima e non tacitabile, un sovrano godere della vita. All’idealizzazione del desiderio, in tutte le sue forme – lussuriose o mistiche – Lou contrappone l’idealizzazione del godimento.

Ma questa allegria essenziale non è proprio ciò che l’uomo moderno cerca nella donna e che la donna cerca di far emergere da se stessa per poterla offrire a chi ama?

 

 

 

 

 


[1] L. Appignanesi, J. Forrester, Freud’s Women, London, Basic Books, 1992.

[2] Salomé ha scritto un’autobiografia: Il mito di una donna, Guaraldi, Bologna 1975. Cfr. la biografia di H. F. Peters, Mia sorella mia sposa–La vita di Lou Andreas Salomé, Mondadori, Milano 1962.

[3] Tesi sostenuta anche da Nadia Fusini, “Novella Diotima”, in L. Andreas Salomé, Devota e infedele. Saggi sull’amore, BUR, Milano 2009.

[4]Erdgeist (Lo spirito della Terra, 1895) e Die Büchse der Pandora (Il vaso di Pandora, 1903).

[5] Cfr. A. Chiusano, Introduzione a Lulu, Mondadori, Milano 1980.

 

[6] Il ‘triangolo’ tra Salomé, Freud e Tausk è stato descritto da P. Roazen, Fratello animale, Rizzoli, Milano 1973.

 

[7] Romanzo epistolare pubblicato nel 1782.

 

[8] In J. Lacan, Le Séminaire, livre VII. L’éthique de la psychanalyse, Seuil, Paris 1986, cap. XXIV, p. 368.

 

[9] V. Mazin, “The Femme Fatale—Lou Andreas-Salomé”, Journal of European Psychoanalysis, 14, 2002, pp. 155-172; in www.psychomedia.it/jep/number14/mazin.htm.

 

 

[10] L. Andreas Salomé, Devota e infedele, cit., p. 85.

 

[11] S. Freud, “Introduzione al narcisismo” (1914), Opere, 7, pp. 443-470; GW, 10, pp. 138-168.

 

[12] Autrice di un libro celebre all’epoca, Memoiren einer Idealistin (Memorie di un’idealista).

 

[13] Poesia della Salomé, che Freud credeva fosse stata composta da Nietzsche.

 

21 novembre 2013

 

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059