Un dibattito sull’autismo. Traduzione da DIVISION/REVIEW

Il primo intervento sull’autismo:

Sergio Benvenuto, “L’autismo, una battaglia persa della psicoanalisi”, Psychiatry On Line, 15 luglio 2018, http://www.psychiatryonline.it/node/7494.

 

Alla versione inglese di questo testo di Benvenuto, hanno replicato Joanna Lhulier e Michael Krass. Benvenuto ha risposto a sua volta ai suoi critici.

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Risposta al saggio di Sergio Benvenuto, Autismo. Una battaglia persa della psicoanalisi

 

Joanna Lhulier, psicologa

 

Note sulla terminologia. In generale gli adulti autistici spesso preferiscono essere chiamati “autistici”, mentre non gradiscono espressioni descrittive come “una persona (bambino o adulto) nello spettro autistico” o “una persona con autismo”, o “nello spettro”. Gli adulti preferiscono essere descritti come autistici, perché concepiscono il loro autismo come una parte essenziale della loro identità, e non si vergognano di questa definizione. I genitori dei bambini con autismo, spesso preferiscono che i figli vengano appunto definiti così, bambino/adolescente con autismo. Questa discussione sui termini è destinata a durare. Farò uso di essi nel modo più diplomatico possibile, e mi scuso in anticipo di qualsiasi micro-aggressione possa risultarne.

 

Nel suo saggio Benvenuto fa affermazioni importanti su autismo e autistici. Vorrei rispondere qui ad alcune di esse e proporre un punto di vista alternativo.

È stato ricordato in varie occasioni come la riflessione e la pratica psicoanalitica degli inizi non sia stata di grande utilità per i membri della comunità autistica. Per Epstein (2000, p.746) gli “storici sforzi di spiegare e curare l’autismo NON furono il momento più alto della tradizione psicoanalitica”. Emanuel (2015) si è detto sconcertato dal fatto che la letteratura psicoanalitica contemporanea non abbia acquisito l’autismo come condizione psicologica da concettualizzare e trattare (p.53). Anche Merritt (2012) ha lamentato la mancanza di una riflessione analitica nel “lavoro psicologico sull’autismo” (p.327). Hobson (2011) ha fatto riferimento a una distanza problematica tra medici che lavorano con gli autistici e psicoanalisti che mostrano di voler aiutare le persone nello spettro, e ha visto (2011, p.229) in questa spaccatura il risultato della “trasmissione da una generazione all’altra di pregiudizi da ambo le parti… [e] di una reciproca mancanza di interesse e sensibilità, [e] di una carenza di tolleranza e generosità intellettuali che ostacola uno scambio proficuo tra antagonisti apparentemente inconciliabili”. Nonostante i continui sforzi di ricomporre la rottura e/o di ricucire gli strappi intrapresi da parecchi terapeuti analitici (Holloway, Rhodes, Hobson, Alvarez, ecc.), Benvenuto dà la battaglia per persa, e per questa sua conclusione chiama in causa diverse ragioni. Questo saggio cerca di esaminare appunto tali motivazioni tenendo presente il livello delle ricerche attuali per contribuire in prospettiva a orientare la riflessione.

 

Benvenuto esordisce con l’idea che gli autistici non possiedano una teoria della mente (ToM), definita originariamente come la capacità di prevedere il comportamento dell’altro e/o di intuire le intenzioni dell’altro (Baron Cohen, 1985). Egli sembra fraintenderne il significato quando parte da questa teoria per arrivare alla conclusione che a una persona autistica manca una comprensione della sua mente. Non c’è alcuna prova che suffraghi l’affermazione che un autistico non conosca la propria mente in modo diverso da quanto accade ai non autistici che non hanno accesso a tutti i modi in cui operano le loro menti. Cosa ancora più importante, un numero sempre crescente di prove empiriche stanno a indicare che l’ipotesi che gli autistici non possiedano una teoria della mente sia errata o per lo meno discutibile.

Cohen-Rottenberg (2009) e Gernsbacher (2005) hanno segnalato vari limiti nel lavoro di Baron-Cohen sulla teoria della mente, tra cui le dimensioni ridotte del campione, l’eccesso di generalizzazione e semplificazione, e la mancanza di validità delle sue misurazioni. Gernsbacher (2005) ha chiarito che il problema del test della teoria della mente di Baron-Cohen è che comporta complesse strutture sintattiche della lingua inglese, cosa che lo rende difficile da capire per bambini con deficit di elaborazione.

Steele, Joseph e Tager-Flusberg (2003) testarono la teoria della mente di 57 bambini con disordini dello spettro autistico (DSA) nel tempo, e scoprirono che statisticamente c’erano grandi miglioramenti nelle capacità di teoria della mente da collegare, secondo quanto confermarono, allo sviluppo delle loro capacità linguistiche. Inoltre, Tager-Flusberg e Sullivan (1994) hanno dimostrato che quando bambini autistici vengono messi insieme a bambini non autistici in base alle competenze linguistiche e poi paragonati, le differenze di risultati per quanto riguarda la teoria della mente scompaiono. Peterson (2002) ha scoperto che quando si implementa un test di teoria della mente non basato sul linguaggio, i bambini autistici e quelli sordi in realtà sono più bravi di quelli con un udito normale. Bowler (1992) e Ozonoff, Rogers e Pennington (1991) hanno mostrato che delle persone autistiche possono superare compiti implicanti la teoria della mente di second’ordine costantemente, impiegando queste abilità in tutti i campi (Happe, 1993), manifestando inoltre un comportamento sociale nella vita di tutti i giorni di marcata capacità intuitiva (Frith, Happe, 1994). Altri studi sono arrivati più direttamente a concludere che forse alla teoria della mente manchi qualsiasi autentica fondatezza scientifica (Bloom &German, 2000; Bowler, et al., 2005; Bjorne, 2007).

Oltre agli studi empirici che mettono in discussione la validità della teoria della mente, parecchi studiosi autistici hanno manifestato sincere perplessità davanti al dilagante equivoco perpetuato dai sostenitori della teoria della mente. Melanie Yergeau, una professoressa di inglese autistica dell’università del Michigan, ha scritto che per decenni l’attività scientifica è ruotata intorno all’ “idea che le persone autistiche rappresentino un limite, una linea di confine, una mancanza” (p. 9).  E ha proseguito sostenendo che “le teorie della mente sono diventate costruzioni e meccanismi istituzionalizzati che privano gli autistici del diritto di voto” (p.100). Cohen-Rottenberg (2009), una blogger autistica sostenitrice di questa linea, concorda con Yergeau e aggiunge che il perpetuarsi degli stereotipi e delle semplificazioni della teoria della mente ha permesso che si compisse un danno enorme contro gli individui affetti da autismo.

 

Il saggio di Benvenuto parte dalla disamina della teoria della mente per arrivare all’incapacità di empatia degli autistici. Egli sostiene che “l’inverso dell’autismo sia la capacità di empatia”. Malauguratamente, non cita nessun riferimento a sostegno della sua conclusione. A sua totale confutazione ci sono vari studi in cui si è misurata la comprensione dell’intenzionalità degli altri ma non si è riusciti a distinguere gli autistici dai non autistici (Aldridge, Stone, Sweeney, & Bower, 2000; Carpenter, Pennington, & Rogers, 2001; Russell & Hill, 2001; Sebanz, Knoblich, Stumpf & Prinz, 2005). Secondo quanto affermato da Brewer e Murphy (2016) su “Scientifican American”, “l’idea che in generale gli autistici manchino di empatia e non siano in grado di riconoscere le emozioni è sbagliata” (https://www.scientificamerican.com/article/people-with-autism-can-read-emotions-feel-empathy1/).

Sostenendo che gli autistici non possiedano una teoria della mente e che non riescano a essere empatici (cose entrambe discutibili), Benvenuto conclude che siano privi di consapevolezza della soggettività e/o non abbiano accesso a essa. A supporto di questa sua idea porta il personaggio di un film. Ancora una volta non ci sono rimandi scientifici. Poi cita Temple Grandin e la sua assenza di desiderio sessuale. Se sta cercando di dire che questo prova la sua mancanza di soggettività, vorrei dire che non c’è alcuna correlazione tra le due cose. Se sta dicendo che tutti gli autistici si considerano assessuali, questo è semplicemente e ovviamente falso. Jerry e Mary Newport, una coppia di autistici sposata, hanno scritto un libro intitolato Autism, Asperger’s and Sexuality: Puberty and Beyond, in cui raccontano come molte persone affette da autismo abbiano complessi sentimenti romantici e di tipo erotico.

Quando sviluppa la tesi per cui gli autistici sarebbero privi di soggettività, Benvenuto incorre in un errore tautologico suggerendo che la soggettività possa in realtà essere meglio intesa nel momento stesso in cui ne consideriamo l’assenza negli autistici. Non adduce alcuna prova a motivo di questa assenza di soggettività, né dà spiegazioni sul perché non risponde nemmeno alla letteratura scientifica che sostiene il contrario. Nonostante i deboli presupposti, Benvenuto tenta di provare che le persone autistiche sono prive di soggettività avventurandosi in ulteriori teorizzazioni infondate. Un esempio è l’idea che gli autistici non verbali siano la dimostrazione di un’assenza di soggettività, come si evince dalla loro incapacità di usare il linguaggio per esprimersi. Il linguaggio verbale non è l’unica forma di linguaggio, e per comunicare le persone non si affidano unicamente alla verbalizzazione. In effetti, parte del concetto di soggettività di Benvenuto riguarda la percezione dei significati pertinente alla sfera del non detto, quindi non è chiaro come l’assenza della parola articolata esprimerebbe un’assenza di soggettività. Se sta sostenendo che gli autistici non verbali non comunicano o non usano la lingua per esprimere sé stessi, a lui e a tutti coloro che sono interessati raccomanderei di leggere il libro di Naoki Higashida, Il motivo per cui salto. Higashida, un autistico non verbale, scrisse quanto segue quando aveva tredici anni: “uno dei più grossi equivoci che esiste su di noi è la vostra convinzione che i nostri sentimenti non siano così delicati e complessi come i vostri… Chiusi qui dentro in questi nostri corpi che non rispondono, con sentimenti che non possiamo esprimere come vorremmo, la semplice sopravvivenza è già una lotta” (p.109).

Che Benvenuto non riconosca o non percepisca una soggettività autistica non significa che non esista. Damian Milton, un ricercatore in psicologia autistico, ha introdotto il concetto di un “doppio problema di empatia”. Lo descrive come una “disgiunzione di reciprocità tra due attori sociali posizionati in modo diverso, ognuno dei quali fa capo a norme e aspettative diverse, come è normale nelle interazioni sociali tra autistici e non autistici” (Milton, 2012, p.883). In altri termini, ci sono vuoti nella comprensione (o nell’empatia) presenti in entrambe le parti di uno scambio. È interessante notare che c’è una quantità crescente di studi che rivela come gli adolescenti neurotipici abbiano maggiore difficoltà a capire come vengono percepiti dagli autistici di quanta ne abbiano i partecipanti autistici nel giudicare come sono percepiti dai loro omologhi non autistici (Usher, 2018; Milton, 2012). Smukler (2005), invece di pensare che le persone con disturbi nello spettro autistico provochino problemi nella comunicazione, suggerisce di aprirsi alla possibilità che ci sia un disagio tra le due parti, come si darebbe per scontato nel caso di persone di culture diverse che interagiscono tra loro. È possibile che sia Benvenuto (come molti di noi) ad avere un problema di empatia quando esamina le persone nello spettro. Da un punto di vista più strettamente psicoanalitico, direi che il suo controtransfert per una battaglia persa è sfuggito a un’indagine accurata.

E non è finita qui. Nel suo saggio Benvenuto fa alcune affermazioni offensive sulle quali è necessario soffermarsi e che richiedono una risposta:

 

“se c’è una cosa a cui l’autistico non ha accesso, è il senso dell’humor”

 

“l’autistico è alquanto vuoto di soggettività”

 

“gli autistici non conoscono sentimenti come la modestia, la vergogna o i sensi di colpa”

 

“gli autistici non sanno ingannare, non cercano di far colpo sugli altri. Non manipolano mai, non si occupano mai di pettegolezzi. Non hanno senso della proprietà, sono privi di invidia e a loro piace dare. Insomma, sono privi di tutta la gamma degli affetti, anche spregevoli, che danno spessore al nostro essere-con-gli-altri”.

“Direi quindi che l’autistico è piuttosto “una casa senza mura”, ovvero, è una casa che in sostanza non c’è”.

 

“Da qui il loro sentirsi, spesso, “animali”, non nel senso che sarebbero agitati da appetiti bestiali, ma nel senso che non si sentono pienamente umani – sono tra l’animale e il computer, saltando l’umanità”.

 

Queste affermazioni non sono corrette, anzi secondo me sono discriminatorie. Vorrei rispondergli per le rime in modo eloquente, ma devo ammettere che non riuscirei mai a superare la risposta data da Gernsbacher a affermazioni di questo tipo (2007). Lei disse:

 

“Il trattato anonimo Disputatio Nova Contra Mulieres Qua Probatur Eas Homines Non Esse [Nuova argomentazione contro le donne in cui si dimostra che non sono esseri umani], fu pubblicato per la prima volta nel 1595, e stampato moltissime volte nel corso del XVII e XVIII secolo. Negli anni Sessanta dell’Ottocento, gli antropologi britannici sposarono l’idea che i neri erano una specie inferiore, paragonabile più alle scimmie che ai caucasici, e quindi perfettamente idonei alla schiavitù. Al processo di Norimberga, un generale delle SS spiegò la sua fedeltà al genocidio con la semplice affermazione che “gli ebrei non sono neanche umani”.

I teologi del XVI secolo, gli antropologi vittoriani e i nazisti del XX secolo non sono gli unici ad aver considerato vari gruppi di esseri umani alla pari delle scimmie o addirittura non umani, ci sono alcuni studiosi americani di psicologia scientifica dei nostri giorni ugualmente colpevoli di questo crimine” (p. 6-7).

 

Gernsbacher (2007) stava rispondendo ad alcune affermazioni offensive dirette alle persone autistiche. Ma tra quelle fatte da Falcon & Shoop (2002), ce n’è una sinistramente simile all’idea di Benvenuto secondo la quale gli autistici vivono “saltando l’umano”. Falcon & Shop dicevano: “è come se loro [gli autistici] non capiscano un aspetto fondamentale di ciò che implica essere umano o che ne siano privi”. A questo Gernsbacher (2007) replicò: “Se quel loro si riferisse a qualsiasi altro gruppo di minoranza, definiremmo questa frase un incitamento all’odio” (p.28).

Non sono qualificata per decidere se il saggio di Benvenuto contenga un incitamento all’odio, sono però contraria a molte delle sue asserzioni e conclusioni prive di fondamento. Sono convinta che se i clinici di orientamento analitico trovassero del vero in ciò che scrive, dovrebbero convenire con lui che la battaglia è stata persa, e dirigere i loro sforzi all’esterno della comunità autistica.

Voglio concludere con le riflessioni che ha fatto sul proprio autismo Philip Reyes. Philip è un adolescente autistico non verbale.

 

“Voglio che la gente sappia che l’autismo è un altro modo di essere. Sono stanco di stereotipi che ci rappresentano come meno umani dei neurotipici. Da quando sono stato diagnosticato ho sentito persone parlare dell’autismo in modo molto negativo e, di conseguenza, ho imparato a odiare me stesso e a pensare a me come un mostro visto che suscito tanto disagio. Non posso accettare che altre persone continuino a subire questi diffusi preconcetti sull’autismo.

Immaginate di essere me. Non sai parlare, ma hai una mente che funziona bene e riesci a capire le persone. Immaginate di rispondere a chiunque vi dica qualcosa, ma di essere i soli a sentire la vostra risposta. Gli altri sentono la vostra voce dire cose che in realtà non volete dire. Pensano che tutto quello che siete in grado di pensare sia quello.

Io ora faccio amicizia in tutta tranquillità. Imparo le cose normalmente. A scuola mi danno i voti, e io mi costruisco i miei obiettivi. Quando vengo accettato mi sento amato. Sento che la gente mi vuol bene quando mi vede non per i miei deficit momentanei, ma per le qualità che fanno di me un individuo completo”. (Scaricato il 25 agosto 2019, https://researchautism.org/i-have-nonverbal-autism-heres-what-i-want-you-to-know/ ).

 

 

Bibliografia

 

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Risposta al saggio di Sergio Benvenuto, Autismo. Una battaglia persa della psicoanalisi

 

Michael Krass, Phd

 

Da persona profondamente coinvolta nello studio, nella ricerca e nel lavoro clinico su soggetti nello spettro autistico, e in quanto attivamente impegnato a mettere in risalto i modi in cui le teorie e le tecniche psicoanalitiche siano rilevanti per la nostra conoscenza attuale dell’autismo, ho trovato il saggio di Sergio Benvenuto Autismo. Una battaglia persa della psicoanalisi (N.19, Estate 2019) impreciso e fuorviante, sia per quanto riguarda la rappresentazione che fa dell’autismo, sia per il modo in cui dà conto degli attuali approcci psicoanalitici alla comprensione e al lavoro con persone nello spettro autistico.

Innanzitutto, la maniera in cui Benvenuto descrive le persone affette da autismo non si concilia con la visione che è stata sviluppata e via via affinata da quella che è ormai una enorme quantità di studi sul fenomeno dello spettro autistico (una ricerca su Google Scholar della parola ‘autismo’ fa apparire 19.800 risultati!) e dall’esperienza clinica di coloro tra noi che si occupano in maniera estesa di terapia e analisi con pazienti di questo tipo (secondo PEP-Web, sono quaranta gli articoli pubblicati nelle riviste di psicoanalisi negli ultimi nove anni). Fonte di preoccupazione per quelli di noi che hanno lavorato intensamente ai fini di integrare nei modelli psicoanalitici della mente e del trattamento le conoscenze in continua evoluzione di caratteristiche e meccanismi dell’autismo, il ritratto che Benvenuto fa delle persone nello spettro è basato su una serie di premesse sbagliate ed eccessive che trascurano di inglobare l’immagine più attuale dell’autismo derivata da elementi di carattere psicoanalitico e non.

In particolare, Benvenuto fa affermazioni basate su teorie obsolete. Per esempio, afferma (p.28) che l’autismo implica un deficit di neuroni specchio, un’ipotesi avanzata negli anni 2000 ma che è stata ampiamente confutata (per es. Dinstein et al., 2010; Russchaert et al., 2014). Sostiene anche (p.29) che il problema dell’accesso al linguaggio per gli autistici “non è dovuto a un deficit cognitivo”, affermazione questa puntualmente smentita da un’ampia quantità di ricerche che individuano deficienze in specifiche regioni del cervello deputate all’elaborazione del linguaggio (per es. Groen et al., 2008). Inoltre, Benvenuto fa dichiarazioni che riecheggiano ipotesi sull’autismo che sono state ampiamente scartate da coloro che lo studiano (per esempio che le persone nello spettro siano prive di empatia [p.30]), affermazioni forti che confondono la differenza tra soggetti e nei soggetti stessi (“l’autistico… è completamente sprofondato nel mondo reale, da cui è stata però sottratta ogni ambiguità metaforica” [p.28]), generalizzazioni prive di fondamento sia nell’osservazione clinica che nella ricerca empirica, o in quanto riferito da persone nello spettro (per es., “I soggetti autistici non conoscono sentimenti come la modestia, la vergogna o i sensi di colpa”[p.31]), e generalizzazioni indebite che non tengono conto dell’idea ormai universalmente accettata di uno ‘spettro’ dell’autismo (per es., “l’autistico è alquanto vuoto di soggettività” [p.29]; “l’autistico è piuttosto una ‘casa senza mura’, ovvero, è una casa che in sostanza non c’è”[p.29]).

Una serie particolarmente eclatante di supposizioni sbagliate e di affermazioni non corrette mette a confronto “ragazzini [normali]” a cui “piacciono mezzi che si muovono in senso lineare, come treni, macchine e aerei” e per i quali “il moto centrifugo è erotico” con il “bambino autistico” a cui “piacciono i movimenti centripeti”. Benvenuto spiega questa sua osservazione così: “Nelle forme circolari concentriche [i bambini autistici] vedono una soluzione di una loro difficoltà intrinseca nel loro essere-nel-mondo” (p.30). Non è solo sbagliato dire che ragazzini neurotipici (purtroppo usa il termine “normali” divenuto ormai anacronistico) siano attratti da esperienze di moto lineare più di quanto lo siano quelli nello spettro autistico; è sbagliata anche la generalizzazione secondo la quale, per i ragazzini neurotipici, il moto circolare è sessualizzato e quindi non ha funzioni sensorie. Cosa più importante, il suo modo di intendere il ruolo dello spinning e di altri tipi di comportamento autostimolatorio, seppure espresso in maniera molto bella e poetica, sembra non tenere in considerazione indagini e osservazioni molto valide, tra cui quelle di psicoanalisti (per es., Pass, 2018), le quali suggeriscono che un’esperienza sensoriale atipica – nello specifico una tendenza a essere super eccitato e oppresso da un carico eccessivo (per es., Baum, Stevenson & Wallace, 2015) – è un tratto fondamentale del profilo neurobiologico delle persone nello spettro autistico.

Inoltre, nelle sue descrizioni Benvenuto tratta gli autistici come fossero un tutto unico, come ‘altri’, come persone psichicamente distinte da coloro che sono neurotipici. Per esempio, sostiene provocatoriamente che “se la teoria cognitivo comportamentale della mente umana fosse universalmente valida, saremmo tutti autistici”. Una frase di questo genere semplifica arbitrariamente la psicologia degli individui nello spettro e fa riferimento all’autismo come a una totalità, un’idea questa che non trova riscontro nelle indagini scientifiche in questo campo. Per esempio, uno studio sulla ricerca genetica del fenomeno dello spettro autistico (Zhao, H. et al., 2015), ha rivelato che finora sono state identificate centinaia di geni che potenzialmente contribuiscono a un fenotipo dell’autismo. Inoltre, Evan Eicherl, capo ricercatore di uno studio (O’Roak, et al., 2012) in cui si analizzavano i test genetici effettuati su oltre 2500 persone con accertati disordini dello spettro, ha dichiarato che, nonostante i ricercatori individuassero pattern analoghi nella genetica dei soggetti, “non vedevano mai lo stesso gene ricorrere due volte” (in Deweerdt, 2014). Scoperte come queste confermano l’impressione di molti di noi che lavorano con persone nello spettro: che l’autismo sia eterogeneo, che si mostri in numerose varianti e che, di conseguenza, spesso ostacoli i nostri tentativi sostenuti dal contro transfert di definirne i limiti con esattezza.

Uno dei passi più problematici di tutto il saggio di Benvenuto è quando sostiene che “la specificità vera dell’autismo” è “la sua povertà di inconscio” (p.32). A questo proposito aggiunge che “l’analista non può ascoltare nell’autistico il suo inconscio perché questi ne è povero…” (p.32). Questo discorso non è solo smentito dall’esperienza clinica, ma devia da quelle che sono le basi stesse della teoria psicoanalitica. L’inconscio, così com’è definito da Freud e utilizzato dalla maggior parte dei clinici con un approccio analitico, è in ognuno di noi. Ci possono essere difese potenti e apparentemente inespugnabili contro l’inconscio, con le sue fantasie, emozioni, ricordi e impulsi, oppure le nostre capacità di contenerlo possono essere deboli e piene di falle. Alcune persone che sono state traumatizzate, fanno esperienza del loro inconscio in modo più intenso e, di conseguenza, possono ricorrere a forme di spersonalizzazione e dissociazione o reagire in modo irriflessivo al fine di gestire gli impulsi suscitati dal trauma. Dire che la mente di un autistico non segue questo principio più che fondamentale della teoria psicoanalitica è suggerire che le persone nello spettro appartengano letteralmente a una specie diversa da quella dei neurotipici, un’implicazione che porta a fare di loro dei diversi per definizione.

Queste osservazioni non si attengono del tutto alle norme, unanimemente convenute, di precisione e rispetto per le sfumature e per la variabilità del tema dell’indagine psicoanalitica. Riflettono invece il tentativo di includere un fenomeno pluridimensionale e dalle variazioni molteplici in una struttura teorica. In questo senso Benvenuto sembra cercare di adattare elegantemente alla teoria la realtà (ossia ciò che è l’autismo), anziché provare a formulare una teoria intorno a una realtà osservata e sperimentata, senza stare a preoccuparsi del caos e della mancanza di definizione che realtà cliniche come queste possono creare nelle nostre teorie. Per farlo ha di molto semplificato il fenomeno sul quale teorizza.

Inoltre, Benvenuto non rende giustizia a complessità, sapere, sensibilità e riflessione che caratterizzano molti degli approcci di tipo psicoanalitico attualmente impiegati nell’attività terapeutica legata a pazienti nello spettro autistico. Così scrive: “Stranamente quelli che vogliono sostenere a ogni costo il corrente approccio psicoanalitico all’autismo si sono appiattiti sulla teoria dell’attaccamento” (p.26). In realtà, nel lavoro con pazienti autistici i più noti e i più apprezzati approcci di tipo analitico nel corso degli ultimi decenni fino a oggi rispecchiano un’ampia gamma di prospettive teoriche che vanno (a grandi linee) dai bioniani (per es., Dolan Power, Celia Fix Korbvicher) agli attuali kleniani e tustiniani (per es., Anne Alvarez, Maria Rhode, Didier Houzel), ai mahleriani, ai seguaci della psicoterapia centrata sul transfert (William Singletary), a quelli della psicologia dell’Io (Susan Sherkow), a quella relazionale (per es., Stephanie Pass), a una mescolanza di quanto detto finora (Robin Holloway), fino ad includere anche il mio modo più winnicottiano di lavorare con i pazienti nello spettro, un approccio imperniato sulle fantasie inconsce articolate nella ripetizione di parole e comportamenti; tutto questo per citare solo alcuni dei tanti analisti scrittori che adottano una delle molte combinazioni, tra le tante teorie psicoanalitiche, per descrivere le varie parti dell’elefante autismo che si trovano davanti.

Il saggio critica gli psicoanalisti che scrivono sull’autismo perché aggrappati a un modello in cui sembra che “la relazione madre-bambino spieghi tutto”. In realtà, la maggior parte, se non tutti, dei seri teorici di psicoanalisi che scrivono oggi riconoscono le basi neurobiologiche dell’autismo. Lo stesso Frances Tustin, che scriveva da un punto di vista bioniano e winnicottiano negli anni ’70 e ’80 – prima che molto di quello che sappiamo ora sulla neurobiologia dell’autismo fosse stato scoperto e ancor meno comprovato – sosteneva che le caratteristiche psicologiche dell’autismo derivassero dall’interazione di una madre con un bambino che, per il fatto che è “particolarmente ansioso” ed “eccessivamente centrato sulle sensazioni”(1972, p.26), si volge alle “soddisfazioni corporee che sono sempre presenti” (1984,p.74).

La mia comprensione psicoanalitica del fenomeno dello spettro autistico è costruita attorno alle prove scientifiche di certe caratteristiche neurobiologiche che incidono profondamente sulla mente, sulla maniera in cui si sviluppa e sulla forma che assume. In particolare, sono stato influenzato dalla grande quantità di ricerche sperimentali e osservazionali che hanno rivelato che le persone nello spettro mostrano un’innata difficoltà a leggere stati emotivi veicolati dallo sguardo (per es., Franco et al., 2014) e dalle facce (per es., Chawarska et al., 2013), che tendono ad avere problemi ad abituarsi a nuovi stimoli facciali (Kleinhans et al., 2009), che manifestano un’eccessiva connettività cerebrale che si traduce nell’impossibilità di bloccare l’entrata a sensazioni, emozioni e pensieri a loro estranei (per es., Keown et al., 2013), che sono inclini ad avere un’iperacuità sensoriale (per es., Baum, Stevenson & Wallace, 2015), e infine che queste caratteristiche possono essere presenti in loro fin dalla nascita (per es., Klin et al., 2009). Queste scoperte mi hanno portato a considerare la possibilità che questa gamma particolare di differenze e di deficit neurobiologici interferisca con molti dei processi relazionali, tipo l’holding e il contenimento, che la teoria psicoanalitica moderna (come, per esempio, il Boston Process of Change Study Group [Stern, D. N.et al., 1998]) pone come pietre miliari dello sviluppo psicologico. Si presume che un impatto di questo genere sia fortissimo nel corso dell’infanzia quando il cervello e la mente stanno prendendo forma a grande velocità, ma che continui per tutta la durata della vita (Sherkow & Harrison [2013], e anche Singletary [per es., 2015] a questo proposito hanno avanzato teorie simili). Perciò, ho sostenuto (201*, 2016, 2019), che questo profilo neurobiologico abbia conseguenze direttamente osservabili in un lavoro di tipo psicoanalitico con i pazienti nello spettro. Nello specifico, è tipico di questi pazienti descrivere in modo molto vivido derivati dell’inconscio che fanno pensare che vivano gli aspetti autistici del cervello come persecutori, distruttivi, odiosi e onnipotenti. Scoperte come queste indicano che, al contrario di quanto dice Benvenuto per esempio, per cui le persone nello spettro sarebbero prive di inconscio, ci sono prove significative del funzionamento di un inconscio attivo (affermazione questa che dovrebbe essere superflua).

 

Stravolgendo, riducendo e svalutando gli sforzi intrapresi nel campo della psicoanalisi per capire il fenomeno dello spettro autistico, dichiarandoli, come recita il titolo, una “battaglia persa”, Benvenuto commette un’ingiustizia nei confronti di un’area dell’esplorazione psicoanalitica che è, in realtà, in prima linea sul fronte dell’impegno per integrare la teoria psicoanalitica e i dati clinici con le narrazioni descrittive ed esplicative ricavate da fonti non analitiche – vale a dire, la definizione stessa di validità di costrutto. Senza dubbio, nella psicoanalisi c’è una tradizione che ignora, minimizza o equivoca il fenomeno e le persone con autismo. È però semplicemente sbagliato invalidare gli sforzi di rimediare a questi errori e di allargare la comprensione (e quindi l’empatia) di coloro che praticano la terapia con persone autistiche da un punto di vista psicoanalitico. La genericità con cui Benvenuto descrive sia l’autismo che l’approccio psicoanalitico al lavoro con pazienti autistici può avere conseguenze serie. Affermazioni sbagliate come le sue rischiano di portare acqua al mulino dell’idea, comunemente accettata nel mondo della salute mentale e dell’autismo, che un approccio psicoanalitico non sia adeguato e che possa perfino essere in contrasto con un trattamento efficace per persone nello spettro. Chiunque fornisca un trattamento di tipo psicoanalitico ad autistici si sarà sicuramente imbattuto in pazienti potenziali, operatori sanitari, educatori, libri divulgativi di psicologia e articoli di giornale che respingono in modo inequivocabile l’impostazione psicoanalitica considerandola di nessuna utilità per persone nello spettro. È un peccato che Benvenuto vada a rafforzare questa opinione, cosa che fa con due modalità. Da un lato si schiera con quelli che squalificano il ruolo dei trattamenti psicoanalitici per le persone nello spettro, dall’altro dà linfa a questa posizione critica proprio perché, da psicoanalista, basa le proprie affermazioni su informazioni sbagliate e argomentazioni fittizie.

Questo è un momento entusiasmante per noi psicoanalisti che indaghiamo la complessità della mente-cervello così come ci viene posta nel nostro lavoro con le persone nello spettro. La teoria psicoanalitica e l’esperienza clinica forniscono un modo prezioso per aiutare gli psicoanalisti che trattano soggetti neurotipici a entrare in un contatto empatico con le persone dell’autismo. Il campo della psicoanalisi ha accumulato vaste conoscenze sull’inizio dello sviluppo emotivo e cognitivo, la creazione della mente, le manifestazioni della fantasia dell’inconscio, del transfert, del controtransfert e della rêverie, della complessità dell’impegno di paziente e analista in luoghi che si sviluppano tra loro. Di conseguenza, secondo me, analisti e teorici della psicoanalisi si trovano in una posizione migliore di coloro che operano in una prospettiva tutta di salute mentale, e possono dedicarsi ai nostri pazienti autistici, non come a un ‘diverso’ da esaminare, ma come a un altro modo di manifestarsi delle funzioni inconsce della mente. Vale a dire che l’autismo ci pone la sfida di identificare come appaiano i modelli psicoanalitici della mente che abbiamo sviluppato, quando sono setacciati e vagliati in lungo e in largo in un cervello costruito diversamente dal cervello per descrivere il quale sono nate originariamente le nostre teorie psicoanalitiche. Tutto ciò è stato raggiunto al livello attuale da autori di saggi psicoanalitici come quelli sopra citati, ed è stato fatto accogliendo la sfumata umanità dei fenomeni che cerchiamo di comprendere sempre meglio in tutta la loro complessità e la lor vivace riluttanza a rientrare precisamente nelle nostre eleganti teorie.

 

 

Bibliografia

 

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Michael Krass, PhD

Psicologo clinico e psicoanalista

Falls Church, VA and Washington, DC

mlkrass@aol.com

(703) 538-3400 (o)

(703) 909-5118 (c)

 

 

L’autore

L’autore attualmente conduce un gruppo di discussione sul lavoro analitico con pazienti nello spettro autistico agli incontri annuali dell’American Psychoanalytic Association. Ha presentato i suoi lavori sull’impatto psicodinamico delle differenze neurobiologiche dell’autismo in varie conferenze sponsorizzate da Division 39, l’American Psychoanalytic Association, l’International Psychoanalytic Association, il Tustin memorial Trust e in molte altre. Ha recensito il libro di Robin Holloway Asperger’s Children per questa rivista.

 

____________

 

 

Versione italiana di: On Autism. Riposte to my critics

 

1.

Prima cosa, mi scuso per il mio modo antiquato di scrivere. Nel mio paper, ha notato Krass, ho usato ‘normale’ invece di ‘neurotipico’; ‘autismo’ e non ‘ASD’ (Autistic Spectrum Disorder), e non ho fornito una lunghissima bibliografia, dato che ho citato solo i lavori che consideravo essenziali per la mia argomentazione (ma oggi la lunghezza della bibliografia è un marcatore della serietà di un saggio). Figuratevi che uso ancora termini come ‘isteria’ che i DSM hanno da tempo cancellato! E uso ancora il termine ‘ossessivo’ piuttosto che ‘ossessivo-compulsivo’! Qui farò ammenda e cercherò di conformarmi al gergo prevalente.

Seconda cosa. Prima di rispondere ai miei critici cercherò di situare questo nostro dibattito sull’autismo in un contesto più ampio. Negli ultimi 50 anni, nelle società iper-industriali le diagnosi di autismo sono aumentate di venti volte (mentre I diagnosticati schizofrenici sono aumentati di “sole” cinque volte), così si è parlato di autistic epidemics. Oggi si è convinti che in molti paesi ci siano otto autistici ogni 10.000 bambini sotto i cinque anni – mentre fino a pochi decenni fa era considerata una patologia rara. Le indagini ci assicurano che negli Stati Uniti ci sarebbero più del sestuplo degli autistici rispetto agli altri paesi occidentali! Non è credibile che la società americana abbia una tale formidabile capacità di produrre bambini autistici (ammesso e non concesso che l’autismo sia un prodotto dell’entourage familiare e sociale). La ragione è che, semplicemente, in USA gli psichiatri hanno la diagnosi di autismo “facile”[1]; anche se la propensione a diagnosticare sempre più frettolosamente l’autismo si diffonde in tutto il mondo industrializzato. Anche Greta Thunberg è stata diagnosticata come affetta da Asperger, in un periodo di mutismo depressivo anni fa.

Insomma, l’autismo è una patologia alla moda. Ian Hacking (2010) ha parlato di una vera e propria boomig industry of narratives about autism. Alla moda come decenni fa lo era la schizofrenia, e come a fine XIX° secolo lo fu l’isteria (ondata da cui la psicoanalisi trasse la propria popolarità) e ancora prima il sonnambulismo. Bisognerebbe chiedersi perché ogni epoca ha la sua psicopatologia, e perché oggi vogliamo vedere autistici dappertutto. Quindi, anche il nostro dibattito, dietro il velo della neutralità scientifica, riflette –inconsciamente – quel che è in gioco in questa nostra attuale fascinazione per l’autismo. Personalmente credo di esserne affascinato perché l’autismo mette in gioco alcuni fondamentali problemi della filosofia contemporanea, le difficoltà di concetti come ‘mente, ‘soggettività’, ‘altre menti’, ‘essere-nel-mondo’ ecc.

(Lancio un’ipotesi: la nostra epoca è così interessata all’autismo perché ha il sospetto che tutti noi potremmo essere in qualche modo autistici. Come alla fine del XIX° secolo c’era il sospetto che tutte le donne fossero isteriche. Ma cosa significa ‘autismo’ per la gente che non sa nemmeno che cosa significhi? Probabilmente significa il ritiro dalla vita sociale, il chiudersi in un proprio mondo – e la nostra epoca forse è tentata proprio da questo. Sentiamo che la vita sociale ci massacra.)

La tendenza a vedere sempre più autistici ha portato all’adozione del termine Spettro autistico, anche se esso può essere interpretato in due modi. Da una parte come una forma attenuata di approccio ‘dimensionale’ all’autismo, nel senso che chiunque di noi sarebbe più o meno autistico, così come ciascuno di noi è più o meno basso o ha una maggiore o minore acuità visiva. Io sono pronto ad accettare una visione del genere, perciò non mi si può accusare di voler isolare gli autistici in un ‘ghetto’ concettuale, dato che l’autismo sarebbe un continuum di differenze, che va da chi è profondamente autistico fino a chi non lo è per niente. La tesi che io avanzo – che l’autismo è un’agnosia della soggettività (e non una mancanza di ToM, Theory of Mind!) – può essere intesa in senso dimensionale: come una minor capacità, sempre relativa, di percepire la soggettività.

Il concetto di Spettro può significare anche un’altra cosa: che le forme di autismo sono così eterogenee, che si stenta a metterle tutte in una stessa sindrome. Da qui l’adagio ormai comune: ‘Se conosci una persona autistica, conosci una persona autistica’. Ovvero, c’è il sospetto che, forse, non esista qualcosa di unico come l’autismo. L’idea di Spettro potrebbe essere l’anti-camera della morte del concetto di autismo: perché se ogni autistico è un caso a sé, sarà sempre più difficile trovare un tratto costante in tutti gli autistici. Il paradosso è che mentre la figura dell’autistico diventa sempre più popolare (e commercializzata), sembra quasi che la psichiatria si stia avviando ad abbandonare questa categoria (è quel che si augurano Timini, Gardner, McCabe, 2011).. La categoria di isteria è sparita dai manuali di psichiatria, e così tante altre categorie (tra le altre, proprio la syndrome di Asperger), non si vede perché non dovrebbe sparire anche l’autismo.

Ci si chiede in effetti perché ogni disordine[2] non sia spettro: non ci sono due schizofrenici che siano eguali, né due ossessivi-compulsivi, né due anoressiche… In questi casi non parliamo di Spettro perché crediamo di vedervi dei tratti comuni fondamentali, che invece sempre più sfuggono per l’autismo.

Lo spectrum (spettro) evoca certo lo specter (spettro). Fare dell’autismo uno spectrum non è ammettere il suo carattere spettrale? Marx e Engels dicevano nel Manifesto del partito comunista che il comunismo è uno spettro che si aggira per l’Europa. Possiamo dire che oggi l’autismo è uno spettro che si aggira per la psichiatria (Laurent 2011-12).

Il mio tentativo era allora quello di trovare un tratto strutturale che permetta di parlare ancora di autismo, non solo come di uno spettro. Quel che colpisce dei testi dei miei critici, in effetti, è che rigettano la descrizione che avanzo dell’autismo ma non propongono a loro volta non dico una definizione, ma un tratto strutturale che ci faccia riconoscere l’autismo al di là di tutte le differenze individuali. Non si capisce chi sia per loro un autistico. Torneremo poi sulla questione dell’approccio “strutturale” alla clinica.

Terza cosa. I miei critici mi rimproverano di non essere aggiornato nell’attuale letteratura sull’autismo. Ora, Krass ci ricorda che circa 20.000 citazioni appaiono in Google Scholar sull’argomento. Ma su Scholar a me risultano 1.340.000 risultati… Chi potrebbe mai leggere tutti i testi che escono su questo tema? Allora si opera una selezione, e di solito si leggono le ricerche che ci sono “simpatiche”, e solo quelle. E’ interessante che tra gli autori che i due miei critici citano nelle loro bibliografie come fondamentali, non ce ne sia nemmeno uno in comune. Sono convinto che se un terzo critico, appartenente a un’altra corrente, ci avesse scritto, nella sua bibliografia sarebbero apparsi tutt’altri testi. Anche io del resto potrei citare una serie di studi sull’autismo che io trovo simpatici (per esempio, alcuni contributi lacaniani, quindi psicoanalitici, sull’autismo: Laurent 2007, 2008, 2011-12; Maleval 2009, 2011; Tendlarz 2011; Ansermet & Giacobino 2012). Sulla scia dei Critical Autism Studies, un contributo italiano: Valtellina 2016. E’ vero che oggi la ricerca scientifica si pubblica essenzialmente in inglese, ma non sempre…

 

2.

Penso che la maggior parte delle critiche da parte di Joanna Lhulier siano dovute a un evidente malinteso sul contenuto del mio articolo. Malinteso di cui sono responsabile, dato che l’inglese non è la mia lingua nativa. Un malinteso essenziale è la confusione dell’autrice tra ToM (theory of mind) e percezione della soggettività, che io invece separo nettamente, anzi contrappongo. Scrive: “Dr. Benvenuto comincia con l’idea che gli autistic manchino di una teoria della mente (ToM).  […] Ci sono prove empiriche crescenti le quali suggerisocno che l’ipotesi che gli autistic manchino di iuna teoria della mente sia falsa o per lo mendo soggetta a dibattito.” Ora, io dico il contrario: che gli autistici sono tali proprio perché ricorrono a una teoria della mente, mentre chi non è autistico non ne ha bisogno. ToM è una sorta di protesi di quell’agnosia che vedo come base dell’autismo.

Il fondo del mio paper era di confrontare la concezione cognitivista secondo cui tutti noi dobbiamo costruirci una ToM, e la visione fenomenologica (adottata da certi neuroscienziati) secondo cui invece percepiamo immediatamente la soggettività (non quindi ‘mente’) propria e dell’altro. Tutti i contro-esempi che porta Ms Lhulier non colgono quindi la questione per me essenziale. E’ ovvio che gli autistici sanno che esistono altri soggetti, ma sapere è una cosa e percepire è un’altra. Un cieco sa che un tavolo gli sta di fronte, perché glielo hanno detto, oppure perché lo ha toccato, eppure non lo vede. L’ipotesi (di derivazione fenomenologica) da cui prendo le mosse è che noi, salvo autismo, percepiamo la soggettività.

Ian Hacking (2001, 2009b) ha sostenuto una tesi molto vicina alla mia. La differenza è che mentre io ho evocato la fenomenologia filosofica, Hacking evoca Köhler (1929) e Wittgenstein (2001) – e credo che faccia meglio lui di me, perché la teoria di Wittgenstein si presta meglio di Husserl o di Merleau-Ponty a leggere la specificità autistica. Hacking writes: “Di solito vediamo che cosa una figura raffigura, e non la inferiamo […] Allo stesso modo, di solito vedo direttamente che un uomo è di cattivo umore (Wittgenstein 2001, p. 153e). E’ qualcosa che noto, non qualcosa che inferisco.”  Lui ckita Köhler, il quale

Ammise una volta sola, nel 1929, che la sua relazione ‘non ci dà una chiave né completamente nuova né completamente perfetta per la vita interna di un’altra persona; cerca solo di descrivere fino a ora come questo tipo di comprensione, che è proprietà e pratica comuni dell’umanità, sia possible (p. 266, corsivi aggiunti da Hacking) […]’ Köhler ha indicato un’ampia gamma di fenomeni nei quali vediamo e non inferiamo che cosa una persona stia facendo.

 

Hacking chiama fenomeni di Köhler’s tutti questi atti dove vediamo l’altrui soggettività, non costruiamo ipotesi su di essa. E “Mi atterrò ai fenomeni. Sono familiari alla maggior parte delle persone, ma sono precisamente quelli non familiari, ‘automatici’, ‘immediati’ o ‘istintivi’ per la maggior parte degli autistici.” Insomma, gli autistici sono tali perché non hanno diretto accesso ai fenomeni di Köhler – ma anche Hacking, come me, spiega in che senso questa ipotesi confuta la teoria della mancanza di una ToM. Insomma, Hacking con altri riferimenti dice quel che volevo dire io. Ma non è stato accusato, a quanto ne sappia, di offendere gli autistici e di stigmatizzarli. Forse perché lui ha scritto in un linguaggio più filosofico, mentre io ho preferito ricorrere a un linguaggio più vicino a quello comune. La sola differenza tra Hacking e me è che lui chiama fenomeni di Köhler quel che io chiamo percezione diretta della soggettività.

Krass tiene a dirci che l’ipotesi di una carenza di neuroni specchio è stata ampiamente confutata. Non piangerò per questo. Citavo l’ipotesi dei neuroni specchio non perché scommettessi su di essa, ma perché era un modo in cui la neuroscienza che si rifà alla fenomenologia – in particolare la scuola di Parma (diretta da Giacomo Rizzolatti) che ha scoperto i neuroni specchio – cercava di dare un’evidenza scientifica alla scommessa della fenomenologia (o di Wittgenstein), ovvero che il nostro rapporto con gli altri non passa attraverso una ToM ma attraverso una percezione immediata della soggettività (Gallese, Rochat & Berchio, 2013). Era questo per me il punto importante, non l’ipotesi – anche se interessante – del deficit di neuroni specchi negli autistici. La vera scommessa è se le neuroscienze riusciranno a integrare un concetto psicoanalitico fondamentale come quello di soggettività – cosa difficile, perché non l’integrano nemmeno tanti psicoanalisti.

 

 

3.

Ma cosa intendo per soggettività? Varie filosofie moderne hanno elaborato alcuni concetti di soggettività: quella di Nietzsche, il Dasein di Heidegger, il per-sé di Sartre, il soggetto come significante sbarrato di Lacan, ecc. Io stesso non so bene come definire il soggetto – da non confondersi con il mind. Spero che gli autistici ci facciano capire meglio che cosa è questo “qualcosa” di cui mancano, e che noi neurotipici non sappiamo di avere. Forse è il fatto che noi attribuiamo a un ‘io’ – e a un ‘tu’ in quanto a sua volta ‘io’ – tutti i processi mentali che abbiamo (pensieri, emozioni, intuizioni, ecc.).

Potrei rappresentare la soggettività con un toro:

 

 

 

La soggettività sarebbe quel vuoto al centro del toro, attorno a cui si organizzano tutte le forme mentali come un toroide, ovvero come ciambella ordinata attorno a un vuoto. La mia ipotesi è che nell’ASD la mente non è organizzata come un toro.

Non vedo come questa ipotesi possa essere scambiata per un “discorso di odio”, di cui mi accusa Lhulier. Quando si manca di qualcosa, questo può dare altre capacità in più che mancano ai neurotipici. Lo dice bene Susanna Tamaro, una scrittrice di gran successo che è stata diagnosticata come Asperger:

Dove la natura toglie, da un’altra parte dona. Il non capire il linguaggio degli uomini viene compensato dal capire con chiarezza assoluta e immediata tutti i linguaggi che umani non sono. Gli animali ci parlano, e noi parliamo con loro. Abbiamo dialoghi intensi e sorprendenti con gli alberi e i fiori. (Tamaro 2019)

In effetti, quando gli autistici riescono a descrivere il loro modo di essere-nel-mondo, si resta colpiti e affascinati dal loro modo di rapportarsi alle cose, animali o inorganiche. Essi ci svelano una percezione del mondo che i neurotipici non hanno.

Lhulier trova offensivo che io scriva che l’autistico “schiva l’umanità”. In effetti, avrei dovuto scrivere “schiva l’‘umanità’”. Davo per scontato che schivare l’umanità non è quell che essi fanno, ma quell che essi sentono. Molti autistici hanno il dubbio di essere veramente “umani”, nel senso che trovano poco umani, per dir così, i neurotipici. E’ famosa l’espressione che usò Grandin con Sachs per descrivere se stessa: un’antropologa su Marte. Evidentemente per lei i neurotipici sono marziani. L’antropologa era lei. (Sono tentato di intitolare il libro che progetto di scrivere sull’autismo: Un marziano tra gli Spectra). Molti autistici ricorrono a similitudini astronomiche per rendere sensibile la loro differenza rispetto ai non-autistici. L’autistica Jasmine Lee O’Neill (1998) dice del suo modo di vedere il mondo Through the Eyes of Aliens (“Attraverso gli occhi degli alieni”) (vedi anche: Hacking 2009a). La scrittrice autistica Jean Kearns Miller (2003) parla di Donne da un altro pianeta. Scrive Tamaro (2019) “Siamo precipitati in un pianeta di cui non conosciamo il linguaggio. Il mondo è lì, davanti a noi, ma non riusciamo in alcun modo a raggiungerlo.”

L’identificazione di Grandin con gli animali non è un’interpretazione psicoanalitica, è quello che lei afferma più volte. Una volta da bambina la scuola organizzò un’esposizione di animali domestici e ogni bambino doveva portarne uno. Lei portò se stessa, comportandosi come il proprio cane (vedi anche: Hacking 2007). Ma proprio Grandin da piccola non pensava di essere lei “la strana”, pensava che tutti i suoi compagni di scuola fossero “strani”, solo da grande si rese conto di essere “speciale”.

La mia impressione è che gli autistici ci vedono un po’ come noi vediamo gli psicotici: come persone che usano un linguaggio per noi incomprensibile, confuso, non coerente.

Capisco perfettamente che molti autistici siano fieri della loro differenza, come ogni minoranza considerata “diversamente abile” (un mio amico anziano propone un Senility Pride, e di chiamare i vecchi “diversamente giovani”). Conosco sordomuti dalla nascita che sono del tutto contenti e fieri di essere tali, e non nascondono un certo disprezzo per coloro che parlano e ascoltano. Ognuno ha diritto al proprio narcisismo, tanto più quando gli autistici hanno straordinarie capacità intellettuali.

Non credo però che si faccia un favore agli autistici spalmandoli con una retorica edificante del tipo “noi non siamo marziani come voi non siete marziani! Siamo tutti eguali!”. No, non siamo tutti eguali. Ed è questa differenza che può dare senso a un “aspie pride”, appunto.

La political correctness ha una contraddizione: che se si rivendica troppo un’eguaglianza tra neurotipici e “disordinati” (termine che ha ormai sostituito “malati”), perde senso l’orgoglio dei disordinati. Se i sordomuti sostenessero che anche loro sentono e parlano, quale sarebbe allora la base della loro fierezza?

La political correctness rischia di sfociare in una forma di oscurantismo. La ricerca scientifica e intellettuale deve essere libera, nel senso che non va biasimata e intimidita quando dice cose sgradite rispetto alle prevalenti convinzioni etiche e politiche. Altrimenti la libertà della ricerca è minacciata.

Quel che trovo bello degli autistici è proprio il fatto che non siano neurotipici, vale a dire, che ci diano testimonianza di un modo altro di essere umani. L’autismo amplia il nostro concetto, troppo ristretto, di umanità. Si entra in contatto col mondo autistico cercando di capire la sua differenza, cercando di capire con quali problemi gli autistici si misurano. Anche se questa differenza, come sostiene la visione “dimensionale”, fosse solo relativa, ovvero più o meno autismo.

Se è vero che l’autismo consiste in una specifica agnosia, allora è evidente che ogni autistico è diverso dall’altro, dato che ognuno ha una propria personalità. Le differenze di personalità tra autistici sono le stesse che tra neurotipici. Anche i ciechi dalla nascita, per esempio, sono molto diversi tra loro: non esiste una tipica “personalità da cieco”.

 

4.

Lhulier elenca tutti i punti della mia incorrectness, ma a ciascun punto potrei ribattere con frasi riportate dagli stessi autistici.

Lhulier biasima il mio “direi che una persona autistica è una casa senza muri, che è una casa che non c’è”. Ma non è altro che dire in altre parole il titolo così eloquente del famoso libro della Asperger Donna Williams (1992): Nobody Nowhere (Nessuno in nessun dove). Del resto, la mia immagine paradossale di “casa senza muri” era il mio modo di rovesciare l’immagine di Bettelheim (1967) della ”fortezza vuota”.

Lhulier cita il mio “gli autistici non riescono a ingannare, non cercano di far colpo sugli altri. Non manipolano mai, non si fanno coinvolgere dal pettegolezzo. Non sanno ul senso della proprietà, non sentono Invidia, e a loro piace dare ”. Cita per dimostrare come io disprezzi gli autistici, ma dopo tutto non credo che si tratti di proprietà spregevole, tutt’altro direi. Ora, proprio Tamaro (2019) nell’articolo più sopra citato dice:

 

“Per il mio libro Và dove ti porta il cuore, mi si attribuivano ombre, furbizie, astuzie che non sono mai stata in grado di concepire. Una persona Asperger non ha mai secondi fini, perché non fanno parte del suo orizzonte. Non ci sono ambiguità dentro di noi, né ombre che non siano i fantasmi della nostra stessa mente”.

 

Parlando di Greta Thunberg, dice:

 

“Greta non ha la malizia, non ha secondi fini, non conosce nessuna delle tecniche manipolatorie che permettono di muovere con scioltezza nella società.”

 

Grandin dice più volte che si arrabbiava molto quando era posta di fronte a situazioni od oggetti ambigui, “la logica autistica è bianco o nero” dice.

Devo confessare di aver preso le mie idee più da quello che scrivono gli autistici sulla loro esperienza (mi riferisco principalmente a: Grandin 198619952005; Williams 19921994; Mukhopadhyay 2000, 2003, 2008;  Tammet 2006; Sellin 1996) che dagli specialisti che scrivono sull’autismo. Gli autistici, quando sanno scrivere bene, non sono edulcorati, e sottolineano soprattutto le loro difficoltà di comunicazione con gli altri umani. Preferiscono “conversare” con le cose.

Per esempio, l’idea che le psicosi siano l’opposto dell’autismo mi è venuta da Williams (1992), anche se lei descrive la cosa nei suoi propri termini. In un primo tempo, da bambina, era stata diagnosticata psicotica, ma poi, da grande, leggendo libri sulla schizofrenia, si rese presto conto che i suoi problemi erano di tutt’altro tipo. Questa opposizione tra autismo e psicosi è contraria a una teoria molto diffusa in Europa continentale, secondo cui l’autismo sarebbe una forma di psicosi, come ha sostenuto in qualche modo lo stesso Lacan (1989).

 

Lhulier dice che il mio modo di descrivere il modo di essere degli autistici è offensivo per loro, però poi non ci dice quale sarebbe secondo lei un modo di descrivere la specificità dell’autismo che non sarebbe offensivo. Ho tratto l’impressione che per Lhulier alla base dell’autismo ci sia un disturbo del linguaggio. E in effetti ogni manuale corrente sull’autismo comincia proprio col dire che nell’autismo c’è un disturbo del linguaggio.

Ma parlare di “disturbo del linguaggio” non è ancora dir nulla, perché esistono varie dimensioni del linguaggio, e quindi vari rapporti tra linguaggio e soggettività. Anche essere sordomuti è un disturbo del linguaggio. Classicamente si distinguono le dimensioni semantica, sintattica e pragmatica del linguaggio. Ora, la letteratura clinica mostra chiaramente che nell’autismo non c’è veramente un disturbo della funzione sintattica, bensì di quella semantica e pragmatica. Che significa questo? Quando dico che un autistico tende (certo, non completamente) a pensare come un computer, o come un matematico quando fa matematica, è proprio perché la computazione è attività squisitamente sintattica, mentre la soggettività che io considero riguarda la dimensione semantica e pragmatica. Come ho detto evocando una distinzione fondamentale della linguistica, l’autistico può essere molto bravo nel capire gli enunciati molto meno nel capire le enunciazioni.

Non a caso un terzo, pare, dei savants (coloro che hanno straordinarie capacità computazionali), sono autistici (vedi Gould 1997, su suo figlio savant autistico). La testimonianza di un savant autistico come Tammet (2006) è in questo preziosa. Egli considera i numeri dei veri e propri oggetti, ciascuno con colori, testura, bellezza o bruttezza, simpatici o antipatici – come lo sono del resto le parole delle tante lingue che conosce. Per esempio, è affascinato dalla scontrosa bellezza dei numeri primi. Egli vede i significanti come oggetti, proprio perché non li percepisce in relazione a soggettività.

All’inverso, l’autistico indiano Tito Mukhopadhyay (2000, 2008), nella sua bellissima testimonianza, tende a vedere gli oggetti, soprattutto quelli mobili o che emanano, come dei veri e propri testi (“La storia dietro un oggetto per me è molto più importan te dell’oggetto”). Sin dalla prima infanzia, i suoi migliori compagni sono lo specchio e le ombre degli oggetti. Nello specchio non gli interessa vedere se stesso (non è nello stadio dello specchio nel senso lacaniano) ma il fatto che lo specchio racconti storie. Le ombre invece hanno il potere di interrompere le storie. “Credevo che lo specchio volesse raccontarmi una storia perché voleva chiamarla una storia (…) Sapevo che lo specchio udiva ogni cosa perché solo quando stavo in piedi di fronte a esso potevo sentire che i muri e il pavimento parlavano (…) Lo specchio capiva esattamente che cosa io stessi cercando di spiegare. (…) Le mie storie non intendevano essere per orecchie umane. Le orecchie umane possono udire nient’altro che suoni”. (I suoi non sono “orecchie umane”: starebbe facendo un hate speech, un discorso d’odio, contro se stesso?…) Il cielo e la terra parlano ad ogni altro”. Invece “le ombre mai raccontarono alcuna storia. Molte volte ho aspettato che la mia ombra cominciasse qualche storia. Ma la mia ombra non mi raccontò mai alcuna storia … Mi chiedevo perché le ombre non raccontassero storie”.

Sarebbe un errore vedere questo mondo parlante e raccontante in cui vive Tito come allucinatorio. Nelle allucinazioni psicotiche i significanti invadono il reale, lo colonizzano. Qui invece accade il contrario: sono gli oggetti reali che si elevano a quasi-soggetti, quella soggettività che Tito non riconosce negli umani la vede negli oggetti, come oasi frammentarie di soggettività. Specchi e ombre hanno il tratto comune di essere doppi delle cose: è come se Tito percepisse la soggettività come un riflesso del corpo, un doppio del corpo. E’ come se l’autistico vedesse nel mondo spezzoni di soggettività, dato che non le vede coagularsi come centri di sé stesso e dell’altro.

Si prenda l’ecolalia autistica. Dire che è un disturbo del linguaggio è solo mettere un’etichetta. Gli autistici che ne parlano dicono che delle parole altrui non intendono il senso, per loro sono suoni senza significato. Il loro ripetere la frase è un modo di dire “Guarda, posso entrare in relazione. Anche io posso produrre dei rumori.” (Williams 1992). Ovvero, gli autistici hanno spesso problemi a recepire il significato che è sempre un senso metaforico dei significanti, ovvero non “soggettivano” i suoni uditi. Invece di intendere il significato in silenzio, si attaccano alla materialità del significante – al suo essere suoni – sostituendo alla soggettivazione la ripetizione del significante stesso. E’ come dire “Aprile è il più crudele dei mesi significa: Aprile è il più crudele dei mesi”. La ripetizione del significante materiale sostituisce quel trapassamento del significante che noi chiamiamo ‘cogliere il senso’.

Specchi e ombre per Tito, ecolalia per altri autistici, sono riflessi, doppi, delle cose o dei significanti che prendono il posto di una soggettività che è il punto cieco del loro rapporto alla mente. Ma siccome abbiamo detto che la soggettività è un vuoto organizzatore del Sé e del mondo, diciamo che gli autistici sono ciechi a questo vuoto. Lo colgono nella forma della riflessione.

Su questa linea potremmo cercare di capire il perché di certi comportamenti autistici che ci appaiono del tutto enigmatici. Ad esempio, perché spesso battono le mani? Non per agitazione, ma come un gesto e un suono che li calma. La mia ipotesi è che questo gesto simbolizzi l’incontro-distacco di due parti del loro Sé, perché non c’è un vuoto centrale a organizzare i frammenti della propria anima. Su questa linea potremmo cercare di capire tanti altri comportamenti autistici per noi incomprensibili. La mia ipotesi dell’agnosia della soggettività è un tentativo per rendere più comprensibile l’autistico essere-nel-mondo.

 

5.

 

La replica di Krass mira soprattutto a difendere le teorie psicoanalitiche (in particolare britanniche) dell’autismo. E quindi dissente dalla mia affermazione secondo cui, in un certo senso, gli autistici non hanno inconscio. Per Freud, ricorda, tutti gli esseri umani hanno un inconscio. In effetti ho usato un termine un po’ provocatorio per parlare di una povertà di inconscio nell’autistico, ma soprattutto per avanzare l’idea che la forma di vita autistica dovrebbe modificare, nel senso di allargare, il nostro concetto originario di inconscio. E’ come quando ho detto che l’autistico ‘schiva l’umanità’, cosa che ha indignato Lhulier. L’autismo in realtà ci invita a ridefinire le nostre nozioni di umanità e di inconscio. Non c’è qui spazio per approfondire questa questione. Direi, in modo molto grossolano, che gli autistici non hanno l’inconscio essenzialmente metaforico dei nevrotici e psicotici, non hanno un inconscio “interno” quanto piuttosto esterno, come emanante dalle cose stesse.

Krass ricorda che ormai tutti gli analisti ammettono le basi neurologiche dell’autismo. Ma, come ho detto, il mio intento non era quello di discutere l’eziologia dell’autismo. Del resto, se si ammettono le basi neurologiche dell’autismo, perché non ammetterle per quasi tutti i disordini mentali, per la schizofrenia, la depressione, l’isteria ecc.? Io sarei anche disposto a discutere una eziologia che punti essenzialmente sulla relazione madre-bambino come causa principale dell’autismo – anche se francamente trovo questa eziologia improbabile, pur ammettendo che il modo in cui i genitori fanno fronte a un figlio nato autistico può determinare fortemente il corso dello sviluppo di questo figlio. Ma il punto che mi interessa, ripeto, non è questo. Criticavo la focalizzazione sulla relazione madre-bambino nella misura in cui questa non permette agli analisti di tematizzare quel che mi sembra essenziale, ovvero il quid dell’autismo. Molti analisti credono che siano le modalità di questa relazione a produrre i vari sintomi, o disabilità, dell’autismo, mentre si tratta, secondo me, prima di tutto di vedere i tratti caratteristici dell’autismo come manifestazioni di un nodo focale.

Credo che una ragione del rifiuto delle mie tesi da parte dei miei critici sia dovuta al fatto che, a differenza di loro, io sono stato formato in un clima intellettuale e psicoanalitico – specialmente in Francia e in Italia – in cui si pensa in termini strutturali. Il fine del mio articolo era di cercare di chiarire quali tratti strutturali essenziali distinguono l’autismo da altre forme di vita. Per esempio, Krass scrive

people on the spectrum are hard-wired to have difficulties reading emotional expression conveyed in eyes (…) and faces (…) , have a tendency to have difficulty habituating to novel facial stimuli (…), exhibit neurological overconnectivity that results in difficulties screening out extraneous sensations, feelings and thoughts (…), and are prone to sensory hyperacuity (…) and that these characteristics may be present at birth (…).

Si tratta di tratti ben noti dell’autismo. Il punto è che Krass elenca tutti questi tratti senza cercarne il filo comune, come se si trattasse di una somma di deficienze, un po’ nello stile DSM, dove ogni disordine è descritto attraverso un elenco di tratti senza che però si tenti di trovare un nesso strutturale tra essi. Ora, io avanzo questa ipotesi (se me la si confuta tanto meglio): che tutti questi tratti o deficit sono modi di esprimersi di una agnosia della soggettività. Può darsi che la mia ipotesi sia del tutto sballata, ma almeno, mi si consenta di dirlo, ho provato a proporre una teoria…

Questa differenza di fondo, credo, su che cosa possa essere una buona spiegazione produce i vari malintersi da parte anche di Krass. Ad esempio, Krass contesta la mia tesi secondo cui “neurotypical boys circular motion is sexualized and thus does not have sensory functions” (“il moto circolare dei ragazzi neurotipici è sessualizzato e non ha funzioni sensoriali”).  Ma io avevo scritto “il movimento centrifugo è erotizzato”, il che è diverso. Per ‘erotizzato’ intendevo semplicemente che traggono piacere dal movimento centripeto, senza negare che esso possa avere anche una funzione sensoriale. Sottolineavo semplicemente i modi diversi in cui i bambini autistici e quelli neurotipici traggono piacere dal movimento.

Krass cita gli studi che mettono in dubbio la non-comprensione delle metafore da parte degli autistici. E’ una questione complessa che andrebbe discussa in dettaglio. Certamente gli Asperger ad alto funzionamento capiscono le metafore e ne possono anche fare, ma il punto è: che cosa significa per loro una metafora? La mia impressione è che essi la prendano molto alla lettera, e quindi, in un certo senso, la prendono molto più sul serio. Wittgenstein (2001, p, 152e) scrisse

“Il corpo umano è la raffigurazione migliore dell’anima umana.”

Hacking (2009) insiste su questa proposizione.

Potremmo anche dire che il corpo umano è un’ottima metafora per l’anima umana. La mia impressione però è che per chi è nel ASD il corpo umano è l’anima umana. La metafora risucchia in sé il proprio significato. Un po’ come le ombre di Tito, che possiamo prendere come metafore degli oggetti di cui sono l’ombra, ma che impediscono agli oggetti di “racconmtare storie”, cioè di manifestare la varietà di cui sono fatti.

Per questa ragione molti autistici non possono essere toccati da altri. “Se uno mi tocca, non esisto più” (Williams 1992). E’ peggio di uno stupro: toccando il corpo dell’autistico, l’altro gli ruba l’identità, segno che il corpo è vissuto non come qualcosa che metta in relazione un soggetto con il mondo, ma come qualcosa che prende il posto del soggetto stesso.

 

Ci sarebbe ancora tanto da dire, ma ho scritto troppo. In fondo, il mio articolo era una provocazione essenzialmente nei confronti degli psicoanalisti, era un sasso gettato nello stagno. Il modo accurato e appassionato con cui i miei critici hanno reagito nel fondo mi soddisfa, perché significa che il sasso ha creato qualche onda.

 

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[1] Così come un tempo gli psichiatri americani diagnosticavano due volte di più una schizofrenia rispetto ai loro colleghi europei, in particolare britannici. Cfr. Shepherd et al. 1968; Katz, Sanborn and Godeman, 1969; Cooper et al. 1972; Pichot 1982.

[2] Oggi si tende a tradurre l’inglese disorder con disturbo, ma io preferisco il più letterale disordine, dato che implica un riferimento all’ordine che mi pare essenziale.

 

14/02/2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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