Wikileaks, ovvero quando è nostro dovere disturbare le apparenze

Il nostro sito pubblica questo testo di S. Žižek anche se alcuni del nostro Istituto non lo condividono e lo hanno criticato. La pubblicazione non è quindi un modo di sottoscrivere le tesi qui espresse da Žižek, ma un invito a interventi e a un dibattito da parte dei lettori.


Uno dei rapporti confidenziali rivelati da Wikileaks caratterizza la coppia russa Putin-Medvedev come Batman e Robin. Si dovrebbe sviluppare questa analogia: Julian Assange, organizzatore di Wikileaks, non è una ovvia controparte nella vita reale di Joker in The Dark Knight (Il cavaliere scuro) di Christopher Nolan? In questo film il nuovo pm Harvey Dent, un giustiziere ossessionato dal dominio della criminalità che è stato corrotto e che ha lui stesso commesso omicidi, è morto; Batman e il suo amico poliziotto Gordon realizzano quanto la città sarebbe depressa se venisse a conoscenza degli omicidi di Dent. Batman persuade Gordon a preservare l’immagine di Dent accusando Batman di essere lui il responsabile di quegli omicidi; Gordon distrugge il Bat-Signal, quindi segue una caccia all’uomo contro Batman. Questa necessaria menzogna per sostenere il morale pubblico è il messaggio finale del film: solo una menzogna può redimerci. Non c’è da stupirsi se, paradossalmente, la sola figura della verità nel film sia Joker, il più cattivo di tutti. Lo scopo dei suoi attacchi terroristici contro Gotham City viene chiarito: essi cesseranno quando Batman getterà la maschera e rivelerà la sua vera identità; per evitare questa rivelazione e quindi per proteggere Batman, Dent dice alla stampa che lui è Batman – un’altra bugia. Al fine di intrappolare Joker, Gordon simula la propria (finta) morte – insomma un’altra menzogna…

            Perché allora Joker vuol rivelare la verità dietro la Maschera, convinto che questa rivelazione distruggerà l’ordine sociale? È un terrorista? Ma la grandissima popolarità di questo film rivela come esso tocchi un nervo della nostra costellazione ideologico-politica: l’indesiderabilità della verità? In questo senso, The Dark Knight è effettivamente una nuova versione dei due western classici di John Ford (Fort Apache e L’uomo che uccise Liberty Valance) i quali mostrano come, al fine di civilizzare il West selvaggio, la Menzogna vada elevata a Verità – insomma, come la nostra civiltà sia fondata su una Menzogna. Bisogna allora porre questa domanda: perché, in questo preciso momento, questo bisogno rinnovato di una Menzogna che mantenga il sistema sociale? Perché la nuova attualità di Leo Strauss?

            La crisi interna della democrazia è anche la ragione della rinnovata popolarità di Leo Strauss: la chiave che rende il suo pensiero politico oggi così attuale è la sua nozione elitista di democrazia, ovvero, la sua idea di una “menzogna necessaria”. Secondo lui le élite dovrebbero governare consapevoli dello stato attuale delle cose (la brutale logica materialistica del potere, ecc.), quindi dovrebbero ammannire alla gente delle favole che le facciano contente nella loro benedetta ignoranza. Per Strauss, la lezione del processo ed esecuzione di Socrate è che Socrate era colpevole come volevano le accuse: la filosofia è una minaccia alla società. Mettendo in questione gli dei e l’ethos della città, la filosofia indebolisce la lealtà dei cittadini, quindi le basi della normale vita sociale. E tuttavia la filosofia è anche la più alta e più degna delle imprese umane. La soluzione di questo conflitto è che i filosofi dovrebbero tenere segreti, e di fatto tennero segreti, i loro insegnamenti, tramandandoli con l’arte esoterica di scrivere “tra le righe”. Il vero messaggio nascosto contenuto nella Grande Tradizione della filosofia da Platone a Hobbes fino a Locke è che non ci sono dei, che la morale è un pregiudizio non fondato, e che la società non è fondata nella natura…

            Come dobbiamo allora giudicare la lotta tra Wikileaks e l’Impero USA? La pubblicazione da parte di Wikileaks dei documenti di stato segreti americani è un atto di libertà dell’informazione, del diritto della gente a sapere, o è un atto terroristico che minaccia stabili relazioni internazionali? E se invece non fosse questa la vera lotta? se la battaglia ideologica e politica cruciale non avvenisse dentro la stessa Wikileaks? Tra l’atto radicale di pubblicare documenti segreti di stato e il modo in cui questo atto è stato re-inscritto nel campo egemonico ideologico-politico da parte di Wikileaks stesso, tra gli altri?

            Questa re-inscrizione non riguarda prima di tutto la cosiddetta “collusione tra le corporates”, che Wikileaks ha operato con cinque grandi media, dando loro il diritto esclusivo di pubblicare selettivamente i documenti. Molto più importante è la modalità cospiratoria di Wikileaks: un gruppo segreto “buono” (Wikileaks) che attacca uno “cattivo” (il Dipartimento di Stato Americano). In questo modo, il nemico è identificato con (qualche) diplomatico USA che nasconde la verità, che manipola il pubblico e umilia gli alleati perseguendo cinicamente i propri interessi. In questa ottica, il “potere” è identificato ai cattivi che stanno in cima, i quali mentono e manipolano la società, invece di concepirli come permeanti l’intero corpo sociale, che lo attraversano da cima a fondo, e che determinano il modo in cui lavoriamo, consumiamo, pensiamo. Wikileaks stesso ebbe un assaggio di questa dispersione del potere quando alcune aziende che sono parte della società – Mastercard, Visa, Paypal, Bank of America – cominciarono a unire le loro forze assieme allo stato Americano per sabotare Wikileaks. Il prezzo da pagare per questa modalità cospiratoria è che vi si resta intrappolati: non sorprendono allora le teorie oggi diffuse su chi starebbe dietro a Wikileaks (la stessa CIA?).

            La modalità cospiratoria ha come supplemento il suo opposto apparente, l’appropriazione liberal di Wikileaks come un altro capitolo nella storia gloriosa della lotta per “il libero flusso delle informazioni” e il “diritto dei cittadini a sapere” – in definitiva, Wikileaks è ridotta giusto ad un caso più radicale di “giornalismo investigativo”, questo beniamino dei combattenti di sinistra per la libertà. Da questo punto di vista, sarebbe solo un piccolo passo della ideologia di bestseller e di blockbuster hollywoodiani come Tutti gli uomini del presidente o Pelican Brief (Il rapporto Pelican), nei quali una coppia di persone comuni scoprono uno scandalo che va su fino al presidente degli Stati Uniti, e lo costringono a dimettersi. Anche se si mostra che la corruzione raggiunge i vertici del potere, l’ideologia risiede nel messaggio finale ottimista di queste opere: che vero grande paese è il nostro, dove un paio di persone del tutto ordinarie come siamo tu e io possono detronizzare il presidente, l’uomo più potente della terra!

            Il trionfo ultimativo dell’ideologia dominante consiste nel fatto che essa possa permettersi ciò che appare essere la sua spietata auto-critica. Certo oggi non manca affatto l’anticapitalismo, anzi, assistiamo a una valanga di critiche degli orrori del capitalismo: libri, inchieste giornalistiche approfondite e trasmissioni televisive su aziende senza scrupoli che inquinano l’ambiente, su banchieri corrotti che continuano a intascare lauti bonus mentre le loro banche devono essere salvate dal danaro pubblico, di “negozi del sudore” (aziende schiaviste) dove dei bambini lavorano ben oltre gli orari stabiliti, ecc. ecc. Tuttavia, c’è un tranello in tutto questo pullulare di critiche: di regola in questa critica, per quanto essa possa apparire spietata, non viene mai messo in questione il quadro liberal-democratico per il quale occorre battersi contro questi eccessi. Lo scopo (esplicito o implicito) è quello di democratizzare il capitalismo, di estendere il controllo democratico sull’economia, grazie alla pressione dei media pubblici, delle indagini parlamentari, grazie a leggi più dure, a indagini di polizia oneste, ecc. ecc. – ma senza mai mettere in questione il quadro istituzionale democratico dello stato (borghese) di diritto. Questo resta la vacca sacra che nemmeno le forme più radicali di questo “anticapitalismo etico” (il forum di Porto Alegre, il movimento di Seattle e di Genova) osano toccare. La domanda è allora: Wikileaks può essere ridotto a questo?

La risposta è chiaramente no: sin dall’inizio c’era qualcosa nell’attività di Wikileaks che andava ben oltre l’argomento progressista del libero flusso delle informazioni. Non dobbiamo cercare questo eccesso al livello del contenuto. L’unica sorpresa delle rivelazioni di Wikileaks è che non ci sono sorprese: non sapevamo forse esattamente quello che ci aspettavamo di venire a sapere? L’unica cosa che viene disturbata sono le apparenze: non possiamo più far finta di non sapere quello che tutti sanno che sappiamo. Questo è il paradosso dello spazio pubblico: anche se tutti sono a conoscenza di qualcosa di spiacevole, dirlo pubblicamente cambia tutto. Se vogliamo trovare dei predecessori di Wikileaks, dovremmo ricordarci che una delle prime misure del nuovo governo bolscevico del 1918 fu di rendere pubblico tutto il corpus della diplomazia segreta zarista: tutti gli accordi segreti, le clausole segrete contenute negli accordi pubblici, e così via. Anche in questo caso, l’obiettivo non era il contenuto, ma il funzionamento in sé degli apparati statali del potere. [Due decenni più tardi, come sappiamo, lo stesso Stalin fornì un caso esemplare di diplomazia segreta, con le clausole complementari (riguardanti la spartizione dell'Europa Orientale) al patto (pubblico) Ribbentrop-Molotov del 1939].

Quello che Wikileaks minaccia è la modalità formale di funzionamento del potere: la logica più intima dell’attività diplomatica è stata, in qualche modo, delegittimata. Il vero obiettivo non erano semplicemente i dettagli sporchi e i responsabili di essi (eventualmente da sostituire con altri individui, più onesti). In breve, l’obiettivo non era chi fosse al potere, ma il potere in sé, la struttura del potere. Non dimentichiamo che il potere non è composto solo dalle proprie istituzioni e regole, ma ne sono parte integrante anche le modalità legittime (“normali”) per la propria contestazione (la stampa indipendente, le organizzazioni non governative e così via) – e, come ha detto sinteticamente Saroj Giri, gli attivisti di Wikileaks “hanno sfidato il potere sfidando i normali canali di sfida al potere e rivelando la verità”i

Le rivelazioni di Wikileaks non sono rivolte a noi cittadini in quanto individui insoddisfatti e affamati di segreti sporchi su cosa succede a porte chiuse nei corridoi del potere; non avevano come unico obiettivo mettere in imbarazzo chi è al potere. Le rivelazioni di Wikileaks si portano dietro un incitamento a mobilitarci per una lunga lotta volta a realizzare un diverso funzionamento del potere che vada oltre i limiti della democrazia rappresentativa. Walter Lippmann, l’icona del giornalismo americano del ventesimo secolo, ha avuto un ruolo decisivo nell’auto-comprensione della democrazia statunitense. Benché politicamente progressista (era fautore di una politica leale verso l’Unione Sovietica e così via), egli propose una teoria dei media pubblici che provoca un agghiacciante effetto verità. Coniò il termine Fabbrica del consenso, poi resa famosa da Chomsky – ma Lippmann lo intendeva in senso positivo. Nel libro Public Opinion (1922)ii, scrisse che una “classe dirigente” deve affrontare la sfida – vedeva il pubblico come lo vedeva Platone, come una grande bestia o una mandria confusa – impantanata nel “caos delle opinioni locali.” Quindi, questa mandria di cittadini va governata da “una classe di specialisti, i cui interessi vanno oltre l’ambito locale” – questa élite deve agire come una macchina del sapere che eviti il difetto primario della democrazia, l’ideale impossibile del “cittadino onnicompetente”. E’ così che le nostre democrazie funzionano, con il nostro consenso: le parole di Lippmann non celano alcun mistero, asseriscono qualcosa di ovvio; il mistero sta nel fatto che noi, pur sapendo, stiamo al gioco. Ci comportiamo come se fossimo liberi e come se stessimo decidendo liberamente, non solo accettando, ma anche esigendo che un ordine invisibile (inciso nella stessa forma della nostra libera parola) ci dica che cosa fare e che cosa pensare. Come già sapeva Marx molto tempo fa, il segreto sta nella forma in sé.

In questo senso, in una democrazia ogni semplice cittadino sarebbe in realtà un re – ma un re in una democrazia costituzionale, un re che decide solo formalmente, la cui funzione è di firmare i provvedimenti dell’amministrazione esecutiva. Ecco perché il problema dei riti democratici è analogo al grande problema della democrazia costituzionale: come proteggere la dignità del re? Come mantenere l’apparenza che sia effettivamente il re a decidere mentre sappiamo tutti che non è vero? La fondamentale condanna della democrazia parlamentare da parte di Trotsky era giusta, nel senso che essa non dà troppo potere alle masse incolte, ma, paradossalmente, essa rende le masse troppo passive, e lascia l’iniziativa agli apparati del potere statale (in contrasto coi Soviet, dove le classi operaie si mobilitano in prima persona ed esercitano il potere). Quella che chiamiamo “crisi della democrazia” non avviene, quindi, quando la gente cessa di credere nel proprio potere, ma al contrario, quando non crede più nelle élite, in coloro che dovrebbero sapere le cose per loro e dovrebbero fornire le linee guida; cioè, quando sono intimoriti dal segnale che “il (vero) trono è vacante,” che ora tocca decidere veramente a loro. C’è, quindi, nelle “elezioni libere” sempre un aspetto, benché minimo, di garbo: chi è al potere fa garbatamente finta di non essere veramente al potere, e ci chiede di decidere liberamente se vogliamo conferire loro il potere – seguendo una modalità che rispecchia la logica di un gesto che andrebbe rifiutato.

Alain Badiou ha proposto la distinzione tra due tipi (o, piuttosto, livelli) di corruzione nella democrazia: la corruzione de facto empirica, e la corruzione che riguarda la forma della democrazia in sé e il modo in cui riduce la politica a una negoziazione di interessi privati. Questo divario diventa visibile nei (rari, è vero) casi di un onesto politico “democratico” che, benché combatta la corruzione empirica, sostiene comunque lo spazio formale della corruzione. (Ci sono, naturalmente, anche i casi opposti, di politici empiricamente corrotti che agiscono per conto della dittatura della Virtù.) In termini benjaminiani – la distinzione tra violenza costituita e violenza costituente – si potrebbe dire che ci troviamo di fronte alla distinzione tra corruzione “costituita” (casi empirici di violazioni della legge) e corruzione “costituente,” insita nelle forme di governo democratiche:

“Se la democrazia è una rappresentazione, innanzi tutto rappresenta il sistema generale che sostiene la sua forma. In altre parole, la democrazia elettorale è rappresentativa solo nella misura in cui essa è la prima rappresentazione consensuale del capitalismo, che

oggi è stato ribattezzato ‘economia di mercato.’ È questa, in principio, la sua corruzione.”iii

Queste parole vanno interpretate strettamente in modo trascendentale: al livello empirico, naturalmente, la democrazia pluripartitica liberale “rappresenta” – specchia, registra, misura – la diffusione quantitativa delle diverse opinioni della gente, quello che pensano dei partiti e dei loro programmi, dei candidati e così via; tuttavia, prima di questo livello empirico, e in un senso molto più radicalmente “trascendentale”, la democrazia pluripartitica liberale “rappresenta” –  esemplifica – una certa visione della società e della politica e del ruolo degli individui in esse. Le rivelazioni di Wikileaks non mirano solo alla corruzione “costituita”, ma minacciano proprio quella corruzione “costituente” insita nella forma stessa della democrazia pluripartitica liberale, la quale “rappresenta” una precisa visione della vita sociale, in cui la politica è organizzata a livello di partiti che competono, tramite le elezioni, per esercitare il controllo sull’apparato legislativo ed esecutivo dello stato, eccetera, eccetera. Bisognerebbe sempre essere consapevoli che questa “cornice trascendentale” non è mai neutra – essa privilegia determinati valori e determinate pratiche. Questa mancanza di neutralità diventa palpabile nei momenti di crisi o di indifferenza, quando si verifica l’incapacità del sistema democratico di registrare quello che la gente vuole o pensa effettivamente – questa incapacità è segnalata da fenomeni anomali, come quello delle elezioni nel Regno Unito del 2005: nonostante la crescente impopolarità di Tony Blair (che veniva regolarmente votata la persona più impopolare del Regno Unito), questo malumore nei suoi confronti non riusciva a trovare uno sbocco politicamente efficace. In questo caso c’era evidentemente qualcosa che proprio non andava – non è che la gente “non sapeva che cosa volesse,” ma c’era piuttosto una rassegnazione cinica che ha impedito loro di agire di conseguenza, e in questo modo si è arrivati a uno strano divario tra ciò che la gente pensava e come ha agito (come ha votato). Già Platone, nella sua critica della democrazia, era ben consapevole di questa seconda corruzione; e la stessa critica è chiaramente discernibile nel privilegio che i giacobini accordavano alla Virtù: nella democrazia, nell’eccezione di rappresentazione della pluralità di interessi privati e negoziazione tra essi, non vi è posto per la Virtù.

Non c’è ragione di disprezzare le elezioni democratiche; il punto è solo insistere che esse non sono per se indice di Verità – di regola esse tendono a riflettere la doxa dominante determinata dall’ideologia egemone. Prendiamo un esempio sicuramente non problematico: la Francia nel 1940. Persino Jacques Duclos, il numero due del Partito Comunista Francese, ammise in una conversazione privata che se, in quel momento storico, si fossero tenute in Francia libere elezioni, il Maresciallo Pétain avrebbe vinto con il 90% dei voti. Quando, con un gesto storico, de Gaulle si rifiutò di riconoscere la capitolazione ai tedeschi e continuò a resistere, affermò che solo lui, non il regime di Vichy, parlava a nome della vera Francia (a nome della vera Francia, in quanto tale, non a nome della “maggioranza dei francesi”!); e diceva una profonda verità, anche se le sue parole non solo non avevano alcuna legittimazione “democratica”, ma erano chiaramente in contrasto con l’opinione della maggioranza del popolo francese… Possono esserci elezioni democratiche che incarnano un evento di Verità – quella tornata elettorale dove, contro l’inerzia scettico-cinica, la maggioranza momentaneamente si “sveglia” e vota contro l’opinione ideologica egemone; tuttavia, l’eccezionalità di simili risultati elettorali dimostra che le elezioni in quanto tali non sono un veicolo di Verità.

Vi è, tuttavia, un contro-argomento la cui forza non va “malsottovalutata” (per citare il Presidente Bush). La premessa che raccontare tutta la verità segreta di ciò che è successo a porte chiuse, tutti i sordidi particolari personali e così via, ci libererà è sbagliata. La Verità ci libera, sì, ma non QUESTA verità. Certo, non possiamo fidarci della facciata offerta dai documenti pubblici ufficiali – ma non possiamo neanche fidarci dei sordidi particolari personali o delle meschine osservazioni private dietro la facciata ufficiale.

L’apparenza, la facciata pubblica, non è mai una semplice ipocrisia dietro cui si trovano gli sporchi particolari segreti. Come ha osservato Edgar Doctorow, le apparenze sono tutto ciò che abbiamo, quindi dovremmo trattarle con gran cura – spesso succede che, come conseguenza di aver distrutto un’apparenza, si finisce col rovinare ciò che vi era dietro. Si sente spesso dire che oggi sta scomparendo la privacy, che anche i nostri più intimi segreti sono aperti alla pubblica indagine, dai resoconti dei media e dal controllo delle agenzie di stato alle pubbliche confessioni. Ma, in effetti, la nostra realtà è il contrario: ciò che sta veramente sparendo è lo spazio pubblico propriamente detto, con tutta la sua dignità. Conosciamo la risposta, meritatamente famosa, di Hegel all’affermazione di Napoleone che “nessuno è eroe innanzi al proprio cameriere: “non perché non vi fossero eroi, ma perché l’eroe tratta col cameriere come uno che mangia, beve, si veste” – in breve, lo sguardo del cameriere non è in grado di percepire la vera dimensione pubblica delle imprese dell’eroe. Non importa quali meschini giochi di interessi, quali vanità personali e così via abbiano privatamente motivato un condottiero politico, questi non contano nulla al fine dell’importanza storica delle sue azioni.

All’inizio di “Televisione,” Jacques Lacan dice: “Io dico sempre la verità. Non tutta la verità, perché non c’è modo di dirla tutta. Dirla tutta è materialmente impossibile: le parole mancano.”iv Nella nostra vita quotidiana ci sono tantissimi casi in cui il non-dire-tutto è la cosa più corretta da fare. In uno dei primi film di Truffaut, Delphine Seyrig spiega al suo giovane amante la differenza tra buona educazione e tatto: “Un signore in casa di amici apre la porta di una stanza da bagno e scopre una donna nuda. Si ritira subito, richiude la porta e dice: ‘Oh, scusi signora.’ Questa è educazione. Lo stesso signore, aprendo la stessa porta, scoprendo la stessa donna nuda, dice: ‘Oh, scusi, signore.’ Questo è tatto”. La buona educazione vuole che uno chiuda subito la porta e dica ‘Pardon, Madame!’, mentre il tatto richiede che uno chiuda velocemente la porta e dica ‘Pardon, Monsieur!’. Nel primo caso sono soddisfatte le regola della buona educazione, uno si scusa per l’intrusione involontaria nell’intimità dell’altro; ma solo nel secondo caso uno dimostra di avere veramente tatto, facendo finta di non aver visto, come se l’intrusione fosse stata talmente marginale da non permettere neanche di determinare il sesso della persona sotto la doccia, e anche se la signora è ben conscia della finzione, la reciproca simulazione funziona.

In politica, un esempio supremo di tatto, dell’arte del non detto, è l’incontro segreto tra Álvaro Cunhal, segretario del Partito Comunista Portoghese, e Melo Antunes, membro del movimento democratico delle forze armate che guidava de facto il paese dopo il golpe contro il vecchio regime di Salazar nel 1974. La situazione era estremamente tesa: da una parte c’era il Partito Comunista e i suoi funzionari più radicali, pronti a dare inizio a una vera rivoluzione socialista, requisendo le fabbriche e la terra – le armi erano già state distribuite al popolo, e così via. Dall’altra parte c’erano i conservatori e i liberali, pronti a impedire la rivoluzione con ogni mezzo a loro disposizione, compreso l’intervento dell’esercito. Nel loro incontro segreto, Antunes e Cunhal, entrambi stimatissimi intellettuali, siglarono un patto senza dichiararlo: non ci fu alcun tipo di accordo, esplicitamente si sono trovati SOLTANTO in disaccordo, ma si sono salutati con l’intesa che il Partito Comunista non avrebbe avviato la rivoluzione, in tal modo permettendo allo stato democratico “normale” di prendere piena forma, mentre i militari anti-socialisti non avrebbero messo fuorilegge il Partito Comunista, ma l’avrebbero accettato come elemento fondamentale del processo democratico portoghese. Si potrebbe letteralmente affermare che questo incontro riservato abbia salvato il Portogallo, risparmiando al Paese all’ultimo minuto una sanguinosa guerra civile. E la logica della riservatezza è continuata; basti pensare a come i due protagonisti dell’incontro ne abbiano parlato successivamente. Interrogato a proposito (da un giornalista mio amico), Cunhal ha detto che avrebbe confermato l’incontro solo se Antunes non lo avesse negato – se Antunes l’avesse invece negato, allora esso non ebbe mai luogo. Quando il mio amico è poi andato a trovare Antunes, quest’ultimo non ha confermato l’incontro, ma si è limitato ad ascoltare in silenzio mentre il giornalista gli raccontava le parole di Cunhal – così, non negandolo, è venuto incontro alle condizioni di Cunhal, confermandolo implicitamente. È così che si comportano in politica i gentiluomini della Sinistra.

Per quanto ci è possibile oggi ricostruire gli eventi, un elemento che consentì un esito felice alla crisi dei missili di Cuba è stato il garbato tatto, i riti di una cortese finta ignoranza. Il colpo di genio di Kennedy, decisivo per la soluzione della crisi, fu di fare finta che una lettera  fondamentale NON fosse arrivata a destinazione, di comportarsi come se la lettera non fosse esistita – uno stratagemma che funzionò, naturalmente, solo perché il mittente (Krusciov) ne fu complice. Il 26 ottobre 1962 una lettera di Krusciov a Kennedy conferma l’offerta proposta precedentemente tramite degli intermediari: i missili saranno rimossi se gli Stati Uniti si impegnano a non invadere Cuba. Il giorno dopo, prima di una risposta da parte degli USA, arriva un’altra lettera di Krusciov, più dura e con delle nuove condizioni. Lo stesso giorno, alle 20.05, Kennedy invia una risposta a Krusciov, informandolo che accettava la sua proposta del 26 ottobre, in poche parole, agendo come se la lettera del 27 ottobre non esistesse. Il 28 ottobre Kennedy riceve una lettera da Krusciov di accettazione del patto… La lezione è che in questi momenti di crisi, quando il destino di ogni cosa è appeso a un filo, salvare le apparenze, il garbo, la consapevolezza di star “partecipando a un gioco” è più importante che mai. Analogamente, immaginiamo due Stati divisi da una controversia territoriale, e che nei rispettivi paesi la gente scenda in massa in piazza presa da un fervore “patriottico”, così che entrambi i contendenti sono obbligati a mettere in mostra un’ardita combattività; se, tuttavia, i governi dei rispettivi paesi organizzano un incontro segreto, non si ricorrerebbe alla guerra. Che cosa si potrebbe obiettare a una diplomazia segreta di questo tipo? L’unico problema è che, anche quando si lanciano minacce pubbliche come forma di manipolazione, senza reali cattive intenzioni, potrebbe succedere che, per non perdere la faccia, uno debba passare dalle parole ai fatti.

Questo, tuttavia, è solo un lato – fuorviante – della storia. È fondamentale non formulare il dibattito in termini troppo astratti relativi al rapporto tra il detto e il non detto, alla necessità di dire tutto: ci sono momenti – momenti di crisi del discorso egemone – in cui si dovrebbe rischiare e provocare la disintegrazione delle apparenze. Uno di questi momenti è stato descritto magnificamente dal giovane Marx nel 1843 nella sua “Introduzione alla critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico”, dove fa una diagnosi del declino dell’ancien régime tedesco negli anni 30 e 40 dell’Ottocento come ripetizione-farsa della tragica caduta dell’ancien régime francese: un regime tragico in quanto “credeva e doveva credere nella propria giustificazione”. Tuttavia, il regime “immagina soltanto di credere in se stesso e chiede al mondo di credere la stessa cosa. Se credesse nella propria essenza, cercherebbe rifugio nell’ipocrisia e nei sofismi? Il moderno ancien régime è piuttosto il commediante di un ordine mondiale i cui veri eroi sono morti.”v In una situazione del genere, umiliare chi ha il potere diventa un’arma – o, come continua Marx: “La pressione in sé va resa più pressante aggiungendovi la consapevolezza della pressione, la vergogna va resa più vergognosa pubblicizzandola.”

E questa è esattamente la situazione in cui ci troviamo oggi: dobbiamo affrontare lo spudorato cinismo dell’ordine globale esistente i cui agenti si limitano a immaginare di credere ai loro ideali di democrazia, diritti umani e così via, e con delle mosse come le rivelazioni di Wikileaks, la vergogna (la vergogna che proviamo perché tolleriamo di essere guidati da un simile potere) è resa ancora più vergognosa dalla sua pubblicizzazione. Quando gli Stati Uniti intervengono in Iraq per portarvi la democrazia secolare e ottengono come risultato il rafforzamento dei fondamentalisti religiosi e un ruolo di gran lunga più di primo piano dell’Iran, non è il tragico errore di un agente sincero, ma il caso di un cinico truffatore preso nella sua stessa trappola.

Traduzione dall’inglese di Gianmaria Senia

i Saroj Giri, »Wikileaks Beyond Wikileaks?«, disponibile online in inglese all’indirizzo web http://www.metamute.org/en/articles/wikileaks_beyond_wikileaks.

ii Vedi Walter Lippman, Public Opinion (Charleston: BiblioLife 2008). [W. Lippmann, L’opinione pubblica, trad. it. (Milano: Edizioni di Comunità, 1963; ripubblicato da Donzelli, Roma 1995]

iii Alain Badiou, De quoi Sarkozy est-il le nom? (Paris: Editions Lignes 2007), p. 42.

iv Jacques Lacan, “Television,” in October 40 (Primavera 1987), p. 7.

v Mia traduzione [NdT]. Disponibile online in inglese all’indirizzo web http://www.marxists.org/archive/marx/works/1843/critique-hpr/index.htm

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059