A proposito di un articolo di Fachinelli su sinistra/destra

Lea Melandri ha riproposto su Facebook un frammento di articolo scritto da Elvio Fachinelli nel 1981. Riporto qui la citazione.

 

Elvio Fachinelli

Sinistra Destra: una coppia esaurita *

“Il depotenziamento della polarità sinistra-destra avviene dunque attraverso una sua prevalente spazializzazione e la perdita dell’incisività temporale. La sinistra rimedia, lavora nel presente, non è più in grado di operare in un orizzonte più ampio e lontano. E la sua spazialità è immobile, definita, coartata.

Un indizio di questa situazione è facilmente leggibile nel terrore della mobilità che di fatto, a vari livelli, e con risultati indubbiamente notevoli, ha contraddistinto in Italia l’azione delle forze politiche di sinistra negli ultimi anni.

Se usciamo dall’ambito della politica in senso stretto, ci accorgiamo come lo scacco nel simbolico si manifesti essenzialmente come un regime di sdoppiamento nei rapporti sociali, interpersonali e, di sicuro, anche intrapersonali: mentre in profondo si fa avanti la simbolica tradizionale della destra, in superficie prevale un luogo comune di sinistra, talmente esteso da ricoprire settori tradizionalmente estranei se non ostili alla problematica della sinistra.

Potrei moltiplicare gli esempi, ma per non superare i limiti di un intervento concludo in tre punti, che mi sembrano essenziali.

  1. Come operazione preliminare di ogni compito intellettuale significativo, propongo il non uso, esplicito e implicito, della polarità sinistra-destra. Attenzione! Non ne propongo l’abolizione, sarebbe assurdo, trattandosi appunto di una polarità nel simbolico. Ne propongo il non uso, perché ciò che si è svolto nell’ambito della sinistra si è disegnato quasi per intero dentro un negativo, un disvalore complessivo disegnato dalla destra e, entro questi limiti, si è concluso con uno scacco. L’impiego attuale è puramente locativo, detemporalizzato e quindi profondamente paralizzante.
  2.  In via del tutto provvisoria, propongo l’uso implicito e il privilegio, in ogni valutazione intellettuale, di qualcosa che si potrebbe chiamare creatività-generatività, contrapposta a non creatività e non generatività. Sarà facile notare come il valore simbolico della creatività- generatività sia fondamentalmente estraneo alla coppia sinistra destra, che è dominata dall’elemento della potenza virile e dalle varie opposizioni a essa. La creatività-generatività esorbita da quest’ambito e si pone come criterio valutativo di esso. Inoltre, e soprattutto, essa costituisce uno spostamento nel campo simbolico: parlo di spostamento, e non intendo una creazione velleitaria di uno o pochi individui, perché questa coppia simbolica è già o è già stata attiva in masse storiche recenti.
  3. Per una riflessione intellettuale e non, propongo di esaminare la necessità tragica, in cui si è finora trovata gran parte della specie, di ricorrere a una serie di polarità in forte tensione, di dicotomie simboliche che, variando di sostanza e figura, hanno sempre svolto un ruolo fondamentale nella storia. Basterà pensare alla dicotomia fedele – infedele, credente – non credente nell’ambito religioso; oppure alla dicotomia razza eletta – razza reietta nel successo della propaganda hitleriana.

Ed è caratteristico di queste polarità il loro spostarsi spesso, con sempre maggior intensità e crudezza, ad ambiti via via più ristretti e selezionati. Ci basti qui pensare alle scissioni che hanno successivamente segmentato tutto l’ambito della sinistra politica. Ma tale tipo di polarizzazione non risparmia nessun campo culturale se è vero, come sosteneva Freud, che si potrebbero avere guerre in nome della scienza.”

“Lotta continua “, 21 ottobre 1981

 

Va detto qualcosa sul contesto di questo articolo.

“Lotta continua” non era più il settimanale del gruppo politico omonimo, che si era sciolto nel 1976. Nell’ottobre riprese le pubblicazioni con la direzione di Enrico Deaglio, le quali cessarono poco dopo, nel giugno 1982. I fondatori e animatori del movimento Lotta Continua – primo tra tutti Adriano Sofri – avevano ormai abbandonato le idee politiche ultra-radicali degli anni 1970, e ciascuno si volgeva verso lidi politici considerati più moderati (Sofri, prima del clamoroso processo che lo condannò come mandante del delitto del commissario Calabresi, era molto vicino a Claudio Martelli).

Anche Elvio, proprio in quegli anni, stava abbandonando le opinioni radicali del decennio precedente, anche se lui si era tenuto sempre fuori da ogni organizzazione politica, anche extra-parlamentare. Fu nel 1983 che, in una telefonata, mi disse: “La nostra epoca deve fare il lutto per la catastrofe del secolo: la fine del Comunismo”. Ero d’accordo con lui.

Mi disse quella frase ben prima della caduta del muro di Berlino, e prima che Gorbaciov tentasse di salvare il salvabile del comunismo con la sua Perestrojka. Le antenne storiche sensibili di Elvio gli avevano già fatto capire che “il secolo breve” (come sarà chiamato poi, proprio in riferimento alla parabola comunista) stava volgendo al termine.

Avendolo conosciuto bene, posso dire che Elvio non fu mai marxista. Diciamo piuttosto che era anarchico, come Bataille e Foucault. Da qui la sua perenne antipatia (che condividevo) per il partito comunista italiano e per Enrico Berlinguer, che considerava monumenti sclerotici fondamentalmente fragili (e il futuro gli ha dato ragione). Al contrario, ammirava molto le strategie di lotta di Marco Pannella. Non a caso le battaglie più note di Elvio furono quelle anti-autoritarie.

Del resto, sono convinto che tutta la grande cultura del XX° secolo sia stata fondamentalmente anarchica, e quando si è detta marxista, era per darsi una maschera di rispettabilità scientifica, per dir così, in realtà poco sentita. La Renaissance di Foucault e Deleuze tra tanti intellettuali italiani oggi mostra come il vero lascito del Novecento a questo secolo sia stato un essenziale anarchismo.

Questa proposta di Elvio di rinunciare alle etichette ”sinistra” e “destra” era comunque troppo prematura rispetto ai tempi. L’intellettualità italiana andrà invece nella direzione opposta, malgrado il crollo del comunismo. Nel 1994 Norberto Bobbio pubblicò il libro Destra e Sinistra, un bestseller, che avrebbe segnato lo spartiacque in Italia tra i sedicenti di sinistra e i sedicenti di destra, uno spartiacque a cui credono oggi quasi tutti coloro che si dichiarano “di sinistra” (personalmente voto a sinistra, ma non sono di sinistra): si è di sinistra se si vuole più eguaglianza. Punto. Mi chiedo cosa avrebbe risposto Fachinelli a questa formula, se all’epoca fosse stata così perentoria.

Sarebbe facile ricordare le pagine di Karl Marx contro l’ideologia egualitaria, che secondo lui era alla base del capitalismo. Proprio perché siamo tutti eguali di fronte alla legge – diceva – per questo alla fine risultiamo del tutto diseguali. Per Marx il comunismo non era la maggiore eguaglianza possibile, perché i bisogni delle persone sono molto diversi.

La sinistra sta perdendo sempre più il contatto con le masse ”subalterne” (come le chiamava Gramsci) perché “più eguaglianza” è un fatto statistico, astratto, calcolato dal coefficiente Gini. Di fatto gli intellettuali non sanno nemmeno quali siano i paesi più egualitari (con coefficiente Gini più basso) e i paesi meno egualitari (con coefficiente Gini più alto) (https://it.wikipedia.org/wiki/Coefficiente_di_Gini). La gente che ha poco, i poveri, vogliono avere di più, non interessa loro che tutti siano economicamente più eguali.

E non è interessante un’eguaglianza spinta in paesi poveri: in questo caso è equamente distribuita la povertà. Ho conosciuto l’Albania subito dopo il crollo del regime comunista di Enver Hodja, e ho conosciuto Cuba: erano o sono paesi molto più egualitari dei nostri, non c’è dubbio, ma nel senso che quasi tutti erano o sono egualmente poveri. E’ questo l’ideale che la sinistra promette a chi ha di meno? Non stupisce che preferiscano votare per Berlusconi, Salvini o Meloni.

Alle vecchie ideologie occidentali di sinistra e destra, Elvio cercava qui di opporre altri valori diciamo trasversali: la creatività, la generatività. Qualcosa che è difficile, comunque, tradurre in programmi politici. C’è comunque un dato: creatività e generatività possono essere equamente distribuite? Ho forti dubbi che questo ideale porti a un’eguaglianza creativa tra gli esseri umani. D’altro canto, creatività e generatività non guardano in tasca le tessere politiche di ciascuno: abbiamo persone creative in qualsiasi ambito politico. Soffiano dove vogliono.

Ma sembra che proprio nella creatività – che negli ultimi decenni si è dispiegata in tanti campi – la maggior parte dei politici sia di sinistra che di destra mi sembrano omologati in unevidente carenza di creatività.

 

Sergio Benvenuto

Published by I.S.A.P. - ISSN 2284-1059