Allucinatorio e psicosi

Sommario

Questo lavoro è diretto a esplorare la dimensione dell’allucinatorio nella psicosi. L’allucinatorio è definito come un pensiero molto sensoriale e vicino alla percezione, con caratteristiche di particolare iperchiarezza e luminosità, non accompagnamento, come nella allucinazione, da una convinzione di realtà.

La eccessiva presenza di questi elementi allucinatori si manifesta con più chiarezza nelle psicosi paucisintomatiche, nelle quali si riscontra, sullo sfondo di un’assenza di sintomi psicotici correlati (depersonalizzazione, allucinazioni, deliri), una presenza estenuante e massiccia di tali elementi, che impediscono allo psicotico di investire il mondo reale in modo più pieno e partecipato.

La terapia si deve fondare sull’attenzione a questi aspetti allucinatori, per trasformarli in rappresentazioni e pensieri contestualizzabili in una trama condivisibile.

 

Introduzione

In un lavoro, cui dette il titolo di La perdita di realtà nella nevrosi e nella psicosi, Freud (1924) affermò che l’imponenza dei fenomeni deliranti faceva correre il rischio di trascurare altri aspetti, meno vistosi ma più fondamentali, dei fenomeni connessi colla psicosi.

Egli identificò nel ritiro degli investimenti dal mondo reale questi aspetti più fondamentali: il mondo reale dello psicotico si impoverisce e si inaridisce e al suo posto prendono il sopravvento rappresentazioni tutte interne, che parassitano le rappresentazioni della realtà e finiscono per svuotarla.

In questa prospettiva, il narcisismo, inteso come investimento totale e esclusivo sul mondo interno, diventa il perno intorno  a cui Freud fa ruotare la sua concezione delle psicosi (Freud 1914).

È fin troppo noto quanto questa concezione sia stata ritenuta parziale (De Masi 2006, Bion 2009a, Winnicott 2000).

Ma nella prospettiva di questo lavoro, vorrei proporre l’idea che forse Freud aveva intuito che un fenomeno più fondamentale e basico della psicosi, possa essere costituito da una ipersensorializzazione di alcuni dati percettivi, che diventano così potenti, da fissarsi nel pensiero in modo esageratamente stabile e fissato, in modo da paralizzare e parassitare il funzionamento corretto del pensiero, che perde i suoi caratteri, almeno potenziali, di fluidità e ampiezza.

Il ritiro di cui parla Freud non sarebbe quindi tanto dovuto a una inversione  verso l’interno degli investimenti, ma a una eccessiva potenza di alcuni dati rappresentativi, molto vicini alla percezione e poco mobili, che precederebbe il funzionamento del pensiero, costringendo lo psicotico a una sorta di catturamento nella continua contemplazione di tali dati.

Vorrei subito affermare che definirei allucinatoria questa modalità, intendendo per allucinatorio, non tanto la classica definizione psichiatrica della percezione senza oggetto, ma una particolare vivezza sensoriale e percettiva di alcuni elementi del pensiero, che diventano protagonisti della vita mentale e ostruiscono la capacità di dedicarsi a attività orientate a una libera associazione o, in fondo, a sognare, nel senso cui tradizionalmente ci affidiamo in psicoanalisi.

Vorrei aggiungere che Bion, riprendendo il tema freudiano, affermò ripetutamente che la psicosi consiste in un’autonomizzazione dei pensieri dall’apparato per pensarli (Bion 2009b). Anche la suggestiva, anche se, a mio parere, troppo poetica, formulazione del concetto di pensieri senza pensatore si riferisce a questo fenomeno.

I pensieri senza pensatore, o pensieri selvaggi, sono in fondo immagini mentali, che hanno perduto il senso della loro provenienza, vivono, per così dire, in una terra di nessuno, e acquistano quindi una particolare capacità di contagio e penetrazione psichica.

Non è arbitrario definire allucinatoria questa modalità di funzionamento psichico e considerarlo probabilmente l’elemento portante della clinica della psicosi.

Anche nella storia della psichiatria si hanno conferme di questo modo di considerare le cose.

Uno dei contributi più interessanti, dal punto di vista storico, a questo problema fu dato da De Clérambault (1994), il quale coniò, come è noto, il termine di fenomeni elementari e di automatismo mentale. Egli affermò infatti che il fenomeno elementare delle psicosi è la produzione quasi automatica, e quindi incontrollata, di pensieri che si presentano senza logica apparente e che occupano il campo, ostruendo le possibilità di altre modalità di pensieri.

Il grande problema dello psicotico, di fronte a questa fenomenologia che abbiamo definito, sulla scorta di una lunga tradizione, allucinatoria, è: da dove vengono questi pensieri?  Li ha sempre avuti in mente, li ha trovati a un certo punto o addirittura qualcuno li ha mandati (Carniello 1966)?

Da qui l’importanza essenziale dei fenomeni di influenzamento, molto studiati dalle neuroscienze, che li considerano come l’architrave della problematica psicotica (Frith 1992).

La ipersensorializzazione allucinatoria di alcuni elementi psichici infatti comporta come immediata conseguenza la perdita di collocazioni spaziali e temporali di questi elementi.

L’elemento allucinatorio non sta né dentro né fuori, né nel presente, né nel passato, né nel futuro e la sua provenienza è ignota. Questa difficoltà di collocazione spazio-temporale è probabilmente una conseguenza della eccessiva vivacità sensoriale, che imponendosi con troppa intensità alla mente, non consente una disposizione dell’elemento allucinatorio all’interno di una trama accettabile e possibile.

I processi di simbolizzazione sono quindi alterati dalla eccessiva intensità del dato allucinatorio. Non c’è più una collocazione in una trama coerente, ma è necessario inserire il dato in una trama altra, estranea alla logica coerente, che però abbia la capacità di collocare in qualche modo il dato percettivo allucinatorio in un sistema di pensiero purchessia.

Questa profonda modifica dei processi di simbolizzazione si spiega coi fenomeni di infinitezza e universalizzazione tipici del pensiero psicotico e che anche essi possono essere fatti risalire alla matrice allucinatoria di questo pensiero.

Il dato allucinatorio, infatti, proprio perché troppo potente, si svincola delle trame dei legami consueti e si colloca in uno spazio immenso, senza limiti di tempo e spazio.

Da qui, il tentativo di spiegarlo col ricorso a demoni, angeli, messaggi divini, fenomeni soprannaturali, macchinari ultrapotenti. Sono fenomeni ben studiati fin dagli studi pionieristici di Tausk (1919), che sottolineò il bisogno spasmodico dello psicotico di individuare una fonte emittente di queste produzioni mentali, e che egli identificò nel corpo dello psicotico, divenuto appunto una macchina influenzante anonima.

Queste affermazioni ci aiutano a capire perché spesso religione e psicosi sono collegate. Ma, mentre in molte religioni, colla eccezione di alcune religioni orientali, la universalizzazione e l’infinitezza dei vissuti viene in qualche modo organizzata da sistemi di pensiero collettivo, gestiti delle grandi istituzioni religiose nel caso della psicosi, tale organizzazione è precaria o insufficiente, e lo psicotico si trova a tu per tu con fenomeni inspiegabili – i suoi dati allucinatori -  per i quali si costruisce una specie di religione personale.

Bisogna aggiungere che spesso queste produzioni allucinatorie colgono dei dati di realtà che sfuggono ai non psicotici, il che conferisce agli psicotici quella particolare capacità di penetrazione psichica, che stupisce o affascina o allarma l’interlocutore.

Lo stesso avviene per quel carattere che potremmo definire di iperrealtà: la dimensione allucinatoria distacca delle collocazione nel pensiero e immerge la rappresentazione a contatto colla cosa in sé, come se lo psicotico percepisse un dato di realtà obiettiva, molti più pregnante e incisivo della realtà “pensata” (Cimino 2011).

In questo senso, potremmo dire che lo psicotico è più vicino, almeno per quanto concerne il dato allucinatorio, al “cuore selvaggio” delle cose, pe usare un’espressione felice di James Joyce, che nell’Ulisse, parlando del suo eroe, ci racconta del suo attraversamento di una spiaggia dublinese, la spiaggia di Sandymount, in cui i pensieri erano cose e le cose pensieri (Joyce 2013).

Ma una cosa è sforzarsi di cogliere questi aspetti a essere in grado di inserirle in una trama letteraria o artistica o comunque condivisibile come riesce a Joyce, una cosa è subirlo come condanna penalizzante e ostruente, un ostacolo alla concentrazione su altri oggetti e affetti più condivisibili.

Vorrei anche ricordare che anche neuroscienziati importanti, capaci di dialogare sulla psicoanalisi, senza essere psicoanalisti loro stessi, come Northoff (2011), hanno descritto una iperattività della corteccia sensoriale, che il resto del cervello cercherebbe continuamente di elaborare e di chiarire, senza riuscirci mai del tutto.

Le cose vanno, dice Northoff, come se il cervello trattasse i dati che vengono dal suo interno – e quindi anche memorie, ricordi, fantasie, flash percettivi – come se non sapesse bene che vengono dal suo interno e anzi, lentamente, si andasse  convincendo che provengono dall’esterno.

Ma ancora una volta l’elemento che va sottolineato è la valenza allucinatoria del dato percettivo-rappresentativo. La sua potenza “luminosa” è tale da ostruire le associazioni libere e da richiedere, per così dire, delle associazioni “universalizzanti”, capaci cioè di inserire il dato allucinatorio in un disegno mentale, capace di inserire al suo interno elementi di immensità, infinitezza o irriducibilità alle leggi naturali consuete.

Ci avviciniamo qui al nucleo centrale del discorso. L’allucinatorio non è ancora allucinazione e l’allucinazione non è ancora delirio. Questi ultimi sono processi di possibile integrazione o organizzazione in un sistema di esperienze così insolite, allarmanti e perturbanti, da alterare profondamente la vita psichica e i suoi funzionamenti.

L’allucinazione è quindi il risultato di un allucinatorio, che si è distaccato dalle sue origini, che è diventato autonomo e separato e che si presenta in modo fulminante e discreto, senza più il ricordo e le connessioni colla scena in cui si è formato (Rossi Monti 2002).

Il sorriso del gatto di Alice, nel libro di Lewis Carroll, è l’esempio più classico e suggestivo. Ma chiunque ha pratica di psicosi sa che una piega del volto, un neo su un braccio, il colore azzurro di un cravatta, la punta acuminata di una spilla, una crocchia di capelli raccolti come uno chignon: tutto può diventare da allucinatorio a allucinato. Un particolare sensoriale potente, per esempio di una donna amata o dell’analista e del proprio corpo, può ripresentarsi come scisso e volante, e attraversare il campo come una meteora.

All’inizio, la piega intorno agli occhi del terapeuta può catturare lo sguardo e incantare lo psicotico: se guardo la sua piega intorno agli occhi non riesco più a pensare o a dire niente. Poi lo piega intorno agli occhi si esteriorizza e si presenta da sola, certe volte non essendo neanche più la piega intorno agli occhi del terapeuta, ma una piega intorno agli occhi o addirittura degli occhi, che magari viaggiano solitari in mezzo al cielo.

Anche il delirio è una costruzione compensatoria, che dà finalmente collocazione e posizione all’allucinatorio. Quando il delirio compare, finalmente spazio e tempo si condensano: c’è un luogo e un tempo in cui collocare l’allucinatorio e questo da un lato tranquillizza e dall’altro allarma ancora di più. Ma almeno si ritrova una logica, anche se personale e non condivisa (De Masi 2006, Rossi Monti 2008).

Il problema è che può subentrare una fase ulteriore. Se la prima fase è allucinatoria, e la seconda è la formazione di un delirio, la terza è la fascinazione che il delirio può esercitare. Si torna al ritiro di Freud.

Il delirio può essere il luogo privilegiato dal ritiro, in un mondo che è al tempo stesso allarmante e rassicurante, ma che offre una specie di continuo film, interno allo psicotico (De Masi 2006).

Spesso gli psicotici parlano di un vuoto mentale, come in quelle lunghe ore che talvolta passano seduti senza leggere, senza ascoltare musica, senza parlare con qualcuno. Certe volte parlano della propria mente come di uno schermo bianco, su cui non passa nulla.

In realtà, a un più attento esame, si scopre che in questo vuoto viaggiano immagini allucinatorie, che talvolta provengono dal mondo esterno, ma più spesso del mondo soggettivo o dal proprio corpo. Si potrebbe dire che, in quei momenti lo psicotico ascolta allucinatoriamente il proprio corpo, come se la normale cenestesi muscolare e viscerale acquistasse in loro un carattere allucinatorio (Resnik 2001).

È giunto perciò il momento di approfondire questo concetto e poi di collocarlo all’interno di una matrice relazionale significativa.

Tutto questo implica importanti conseguenze sul piano della tecnica analitica e terapeutica.

 

L’allucinatorio

È necessario, per procedere con queste argomentazioni, definire meglio il concetto di allucinatorio. Tenterò di farlo prima da un punto di vista fenomenologico e poi rifacendomi alla cultura e alla ricerca psicoanalitica.

Come dicevo, allucinatorio non è coincidente con allucinazione. Se quest’ultima infatti consiste in una percezione senza oggetto, allucinatorio si riferisce invece a un carattere particolare della percezione o della rappresentazione, consistente in una sua accentuata e insolita vivacità percettiva o, se vogliamo, in una sua ipersensorialità.

Freud si occupò di questo aspetto, senza chiamarlo allucinatorio e senza collegarlo colle allucinazioni, quando, a proposito dei ricordi di copertura, parlò di iperchiarezza di certi particolari percettivi (Freud 1892-1899).

Nel lavoro sui ricordi di copertura, Freud citò l’intensità del colore giallo dei denti di leone che costellavano un prato di montagna, che gli capitò di visitare nel corso della sua adolescenza e il sapore particolarmente buono di una fetta di pane, che gli venne offerto in quella occasione.

Non è possibile qui addentrarci in una distinzione tra ricordi di copertura e fenomeni allucinatori, ma vorrei comunque insistere sul carattere di iperchiarezza del dato percettivo e rappresentativo.

Se dovessimo elencare i caratteri, che contribuiscono a definire questa iperchiarezza allucinatoria, potremmo cominciare coll’indicare una specifica peculiarità.

L’immagine allucinatoria sembra dotata di bidimensionalità e quindi priva di una collocazione prospettica. In pittura, questo particolare è ottenuto rinunciando alla dimensione della profondità e facendo prevalere le linee ortogonali, orizzontali e verticali, su quelle che indicano la dimensione, appunto, della profondità. Le cose vanno come se l’oggetto percepito fosse tutto in primo piano, senza una collocazione in un punto definito (Foucault 2005).

Un secondo aspetto riguarda il rapporto figura-sfondo.

Nella immagine allucinatoria, lo sfondo rimane assente, mentre prevede la messa a fuoco solo su ciò che è avanti e vicino. Una conseguenza di questo aspetto è l’assenza di ombra. L’ombra indica sempre una collocazione e uno sdoppiamento dell’immagine, tra primo piano e proiezione sullo sfondo o sul terreno. La mancanza di ombra conferisce all’immagine qualcosa di allarmante, come se le attribuisse un carattere magico e irreale, fuori del tempo e dello spazio (Foucault 2005).

Da sempre, l’ombra ha rappresentato per l’osservatore un passo verso la rappresentazione e il pensiero, insomma verso un’estensione possibile, in direzione del concetto, dell’idea e, in fondo, della parola. Inoltre, l’ombra costituisce l’essenza di un aspetto segreto dell’immagine, di qualcosa che nell’immagine resta, in parte almeno, misterioso e da scoprire.

L’assenza di ombra conferisce all’immagine qualcosa di irreale o, se si vuole, di iperreale  e quindi di potenzialmente appartenente a un altro dominio della psiche, a un mondo altro, non riconducibile ai parametri consueti.

Una terza caratteristica concerne la luce. La luce della immagine allucinatoria è ferma e immobile e illumina parimenti tutto il campo dell’immagine. Non c’è un punto di luce da cui l’immagine è illuminata, come se in un quadro non si potesse, discernere  se la luce viene da una candela, da una finestra o da uno spicchio di cielo. In questo caso, appunto, la fonte della luce è sconosciuta e potenzialmente inesistente, come se fosse un dato a priori e non una derivazione da una sorgente originaria (Foucault 2005).

Infine la intensità dei colori e delle forme. Ogni contorno sembra fin troppo definito, ogni colore particolarmente intenso e caratterizzato: le cose vanno come se tutto si stagliasse troppo nettamente e decisamente, come una specie di messa a fuoco impietosa e eccessiva.

Il risultato, per colui o colei che è soggetto alla dimensione allucinatoria di una certa percezione o di una certa rappresentazione, è come una cristallizzazione del dato mentale. La iperchiarezza diventa come una forma quasi solida, immobile, e fissa, quasi inamovibile. Ma nell’allucinatorio non c’è distacco dalla forma percepita, come avverrà nell’allucinazione, ma una particolare pregnanza e potenza di attrazione o di catturamento.

Una conseguenza importante di questi caratteri, che abbiamo molto sommariamente elencato è la costanza e la fissità. Il carattere allucinatorio tende a permanere nella mente, con una sua potenza di attrazione e repulsione, come un ospite inizialmente sgradito, ma che attrae per la stranezza dei suoi comportamenti.

Questa potenza dell’allucinatorio ci aiuta a comprendere meglio due punti, su cui già in precedenza ho richiamato l’attenzione.

Il primo riguarda il carattere ostruttivo del fenomeno. L’allucinatorio ostruisce il resto dell’attività percettiva e rappresentativa, rende difficoltoso lo spostamento dell’attenzione su altri oggetti e rende quindi il pensiero dello psicotico vischioso, lento e poco mobile. È facile sentire dire allo psicotico che non riesce a leggere una pagina, perché dopo poche righe le parole lette gli si parano davanti con prepotenza, impedendogli di proseguire.

Il secondo carattere riguarda un aspetto che potremmo definire di apertura al sacro. Per sacro intendo qui molto semplicemente un tratto che rimanda ad altro, a un’altra dimensione, a un mondo separato e diverso (Freud 1975, Otto 1975). L’altro, in questi casi, non è il risultato di una progressione in una possibile catena simbolica, ma è il risultato di un salto, di una caduta, di un’entrata in un’altra dimensione.

Per questo motivo, la dimensione allucinatoria determina un fascino così intenso, ma anche allarmante e può venire vissuta come l’abbozzo di un messaggio, di un richiamo, di un’indicazione verso un mondo altro, che si manifesta come una epifania inattesa e potenzialmente pericolosa.

È importante distinguere questo tratto del sintomo ossessivo. L’ossessività è il risultato di un lavoro di cancellazione del dato percettivo, legata all’ambivalenza e al bisogno di controllare gli impulsi del soggetto verso l’oggetto, impregnati di cariche libidiche e aggressive, troppo potenti e inconciliabili.

Qui non c’è cancellazione del dato percettivo, ma anzi una sua perturbante permanenza, che occupa la mente con una valenza libidica quasi masturbatoria. Inoltre, il dato percettivo e rappresentativo ha  dei caratteri “sacrali”, come dicevo, che sono assenti nel sintomo ossessivo. L’apertura al soprannaturale è tipica dello psicotico e nasce qui, nel carattere troppo vivace e, per così dire, visionario del dato percettivo.

Vorrei aggiungere, a questo punto, un ulteriore possibile sviluppo.

È possibile collocare su una scia progressiva queste considerazioni. All’inizio c’è l’allucinatorio, coi caratteri che abbiamo sommariamente elencato, su cui non c’è perdita di rapporti coll’oggetto, ma una sua particolare coloritura.

L’allucinatorio, colla sua iperchiarezza, può diventare visionario, se il soggetto si sofferma su questo carattere, invece di combatterlo, o lo inserisce in un processo immaginativo. Potremmo dire che la visione è un allucinatorio, che si è parzialmente emancipati dalle sue origini, per acquistare una sua autonomia di esistenza.

In letteratura, sono possibili molti esempi di proposizioni, di visionarietà, cioè di scene, che pur essendo ancora realistiche, sono dotate di un carattere quasi magico e soprannaturale, come di messaggi provenienti da un altro mondo. La visione però mantiene un carattere di possibile condivisibilità, che va perduto nella allucinazione e nel delirio.

La visione poi può assumere un carattere totalmente autonomo e diventare allucinazione, che a sua volta può essere sentita come terribile, bizzarra o pericolosa, o come benvenuta, se la si inserisce in una trama di vicinanza e compagnia per il soggetto. Si hanno allora le conversazioni col diavolo o coll’angelo, e gli incontri con figure divine o con personaggi del passato, personale e collettivo.

Insomma, c’è tutto un unico processo che va dall’allucinatorio, al visionario, fino all’allucinazione vera e propria. Riconoscere queste sostanziali unità dei fenomeni rimanda a importanti conseguenze, come vedremo per la terapia e la cura analitica.

È possibile a questo punto trovare un punto di raccolta di quanto detto finora.

Vorrei proporre l’idea che il punto di raccolta consista in una decontestualizzazione, in una rescissione, in un taglio dei legami, che fanno si che ogni immagine, percezione o rappresentazione, sia collocata in un contesto.

In particolari condizioni, che vedremo più avanti, la mente perde la capacità di contestualizzare. Non si tratta soltanto di scissione nell’uso classico, ma della perdita della capacità di conferire alle immagini un marchio, una connotazione, un tratto, che le renda abitanti di un mondo consueto e riconoscibile, magari allarmante e pericoloso, ma pur sempre riconoscibile e umano.

La perdita della terza dimensione, la scomparsa del rapporto figure-sfondo, la perdita di una sorgente di luce ben collocata, conferiscono all’immagine allucinatoria un carattere di immobilità, di isolamento, di dubbio esistenziale, che la rende passibile di aprire la via verso successivi, possibili, sviluppi allucinatori in senso stretto, cioè le allucinazioni vere e proprie e poi il delirio.

È possibile, ora, passare da un piano più strettamente fenomenologico a uno più specificamente psicoanalitico.

 

L’approccio psicoanalitico

Nell’approccio psicoanalitico, bisogna distinguere, fin dall’inizio, la iperchiarezza dei ricordi di copertura, dall’allucinatorio vero e proprio.

Nel lavori sui ricordi di copertura, Freud (Freud 1899) ipotizzò che la iperchiarezza fosse dovuta a una particolare vicinanza, esistente tra l’immagine iperchiara e la presenza di un oggetto, capace di causare un intenso desiderio. Nel caso specifico, Freud ipotizzò che la intensa attrazione esercitata su di lui da una fanciulla, presente in campagna, fosse stata spostata su un particolare della scena, che non coincideva, in quanto tale, coll’oggetto desiderato.

I fiori gialli, insomma, e la bontà del pane offertogli dalla contadina, erano il risultato di uno spostamento del desiderio, che si andava a collocare su un particolare della scena rendendolo iperchiaro.

Se non è arbitrario chiamare allucinatorio questa particolare modalità di iperchiarezza, potremmo dire che esiste un allucinatorio che nasce da una combinazione di particolare intensità del desiderio e da una necessità difensiva di spostamento del desiderio stesso su un oggetto della scena. La fissità dell’immagine sarebbe quindi il risultato di una combinazione di una particolare intensità della pulsione colla potenza di una rimozione, che opera lo spostamento.

La fissità in questi casi è ancora vicina all’oggetto desiderato e non ha caratteri magici e soprannaturali, ma di intensa nostalgia, dolcezza poetica e rimpianto consolatorio.

Nell’allucinatorio vero e proprio le cose vanno diversamente.

Nei suoi primi lavori, Freud (Nicasi 2009) ipotizzò che l’allucinazione fosse il risultato non più di una particolare intensità del desiderio o di una rimozione, che causa uno spostamento, ma di una particolare intensità del desiderio o di una forma alterna di proiezione.

Nelle allucinazioni Freud vedeva quindi una combinazione di due meccanismi: il primo, l’intimità della pulsione desiderante, più o meno modificata da meccanismi di difesa, diretti a camuffarla, il secondo, una intensa proiezione, con un allontanamento cioè della immagine della scena della mente e una sua collocazione in uno spazio esterno.

L’allucinatorio quindi, in questa prospettiva, sarebbe il risultato di un processo iniziale di allontanamento dalla mente, che però è condizionato dalla particolare intensità del desiderio verso l’oggetto. Il risultato sarebbe una specie di immobilizzazione dell’immagine, una sua fissità, una sua cristallizzazione. Il processo si può riscontrare in alcuni dipinti, ad esempio del pittore americano Hopper, in cui l’oggetto desiderato sembra pietrificato e reso immobile dall’intensità del desiderio e dell’istanza diretta a allontanare l’oggetto e il desiderio, disponendoli in una specie di mondo di transizione e di passaggio.

Insomma, nella allucinazione di cui, come abbiamo ripetutamente detto, l’allucinatorio è solo una prima fase, la proiezione la fa da padrone, mentre nella fissità del ricordo di copertura sembrano predominare meccanismi di rimozione. Da qui la differenza fra lo spessore, che abbiamo definito “sacrale” e la dimensione poetica – estetica più che sacrale – quando è attiva la rimozione.  

Questo aspetto proiettivo dell’allucinatorio, come prima fase dell’allucinazione, è stato oggetto di uno sviluppo sempre più ampio. Nel concetto kleiniano di identificazione proiettiva, la dimensione espulsiva è diventata così centrale da occupare in qualche modo tutto il campo (Klein 1946).

L’allucinazione è vista come un tentativo di eliminare qualcosa, di sbarazzarsi da stimoli disturbanti, di liberarsi da elementi inaccettabili.

Il problema è che la questione si riapre da due lati.

Innanzi tutto, dove vengono collocati gli elementi proiettati? E, in secondo luogo, che cosa rimane nella mente dell’elemento proiettato?

Sembra che si possa rispondere, che l’immagine proiettata sembra passare in un primo momento in uno spazio indistinto, infinito, una specie di immensità illimitata, in cui il soggetto è in preda all’angosciosa domanda: sono io o è qualcun altro a produrre questo pensiero?

In secondo luogo, l’immagine proiettata non esce mai del tutto dalla mente, ma lascia in esso una traccia incancellabile. La proiezione si riferisce infatti alla questione della provenienza dell’immagine, non al suo contenuto. Il contenuto rimane, ma non si sa più chi l’abbia prodotto.

Così il rimedio è peggiore del male. La proiezione protegge il soggetto dall’angoscia di sentirsi produttore di un certo tipo inaccettabile di pensieri, ma al prezzo di far permanere questi pensieri in un’area indefinita e senza limiti, dove i pensieri stessi risultano ancora più angoscianti che all’inizio.

Finalmente si trova un contenitore. Nel corso del processo, prima si ha il pensiero inaccettabile, poi il tentativo di espulsione parziale (l’allucinatorio), poi il suo tentativo di espulsione totale in uno spazio infinito (l’allucinazione), infine la collocazione in un contenitore altro, che diventa l’origine e la sorgente dei pensieri stessi.

A questo punto è spianata la strada per il delirio, che diventa una costruzione articolata e coerente, in cui un contenitore, amato o ostile, fa da origine e da sorgente alla produzione dei pensieri (Rossi Monti 2008; De Masi 2006).

Credo che questa distinzione ci possa aiutare a differenziare psicosi acuta e psicosi cronica compensata.

Nella psicosi acuta, i pensieri hanno perso il contenitore e si aggirano senza ordine nello spazio circostante: il delirio è necessario o vitale, per non essere sopraffatti dall’angoscia.

Nella psicosi cronica, il contenitore è stato trovato e il mondo ha ritrovato anch’esso un suo ordine. Talvolta il delirio è segreto e nascosto, spesso è ipocondriaco e quindi quasi inapparente, ma almeno il mondo ha trovato un ordine.

Ma esiste un altro tipo, più interessante, di psicosi cronica, quello che Blankeburg (1998) chiamava la psicosi paucisintomatica. Qui predomina l’allucinatorio e non l’allucinazione. Qui il soggetto guarda i suoi oggetti, di cui alcuni dotati di iperchiarezza allarmante e attraente, e l’allucinatorio non diventa mai allucinazione vera e propria.

È dallo studio di questa forma paucisintomatiche, in cui predomina l’allucinatorio e non l’allucinazione o il delirio, che mi deriva l’idea che il concetto di identificazione proiettiva eccessiva sia utile, ma non del tutto adeguato e sufficiente.

Bion (1965) stesso colse bene questo punto, quando introdusse il concetto di trasformazione in allucinosi e poi di iperbole. Qualcosa viene scagliata lontano, secondo modalità violente e estreme, ma ritorna implacabilmente e può dare origine a visioni e scenari impensabili.

La mente è ostruita da questi nuclei allucinosici, che sembrano costituire la testimonianza di una liberazione impossibile, di un’evacuazione destinata al fallimento.  

Che cosa manca a questa descrizione dell’allucinatorio, così debitrice alla natura concettuale della proiezione?

Credo che sia possibile integrare questa idea. Nel concetto di forclusione, (Lacan 1955-1956) o di rigetto (Freud 1914-1918), non c’è solo l’allontanamento dalla mente, ma la fuoriuscita dalla trama linguistica, dal contesto verbale-ideativo condiviso dalla collettività.

Freud sottolineò molto la connessione tra cosa e parola e le drammatiche conseguenze di una loro divaricazione (Freud 1915). Bion dedicò tutta la seconda parte della sua vita al tema della cosa in sé: concetto che da un lato ci spinge verso la verbalizzazione e la simbolizzazione, ma dall’altro ci spinge a non accontentarci mai delle parole che usiamo, per tornare alla matrice originaria delle cose che colle parole abbiamo cercato di assimilare (Bion 2007). 

Questo è il tema centrale dello psicotico. In certe circostanze di più, in altre meno, e vedremo meglio quali, lo psicotico si trova a fronteggiare l’allucinatorio, che avverte come una cosa non riassorbita della parola e quindi paralizzante e oppressiva.

Tutti noi, nei momenti estatici, cerchiamo la cosa e non la parola. Ma il movimento è oscillazione e prevede un’andata e un ritorno.

Lo psicotico invece ha, per così dire, un biglietto di sola andata: va verso la cosa, l’allucinatorio, e non torna più, se non lo aiutiamo.

Anche le neuroscienze vanno in questa direzione. Il concetto di salienza (Kapur 2003) non sembra lontano da quello di forclusione o di rigetto. L’oggetto esce dalla trama linguistica, si svincola dal tempo o dallo spazio, perde familiarità o collocazione. Siamo insomma in presenza dei sintomi della depersonalizzazione, in cui l’oggetto diventa qualche altra cosa, pur rimanendo imparentato, per così dire, coll’oggetto originario.

Un ulteriore contributo psicoanalitico in questo campo è stato offerto da Botella Cesar e Sara (2004), che hanno molto studiato la dimensione allucinatoria della mente.

Il loro concetto di allucinatorio è abbastanza vicino a quello descritto finora.

In occasione di situazioni traumatiche, cioè in situazioni di pericolo grave, di una perdita irreparabile o di morte, il soggetto visualizza allucinatoriamente un oggetto – la porta di un appartamento, un vaso di fiori, un insetto volante – e blocca questo oggetto in una cristallizzazione immobile e fissata.

Siamo vicini al concetto di ricordo di copertura, ma qui non è il desiderio che blocca l’immagine, ma il terrore, colla conseguenza che la “figura” risultante sembra ipnotizzare il soggetto, ostruendone le possibili catene associative.

Dobbiamo chiederci a questo punto: che tipo di situazione relazionale può contribuire a determinare questo esito?

 

Il contesto relazionale

Sulla situazione relazionale e contestuale, sia nella prima infanzia che nella adolescenza, del futuro psicotico (Nicolò 2002, Eiguer 2004) è stato scritto moltissimo e non è il caso di ripercorrere in questa sede questo lungo e appassionante percorso. In questo caso, vorrei concentrarmi solo su una particolare relazione d’oggetto e la sua relazione colla modalità allucinatoria.

C’è un accordo, ormai quasi generale, sul fatto di riconoscere nella modalità di relazione oggettuale del futuro psicotico e poi del paziente dichiaratamente psicotico, un predominio, una potenza d’occupazione, per così dire, dall’altro sul soggetto (Aulagnier 1975). Il soggetto sembra sovrastato dall’altro e ne assume linguaggio, modi, espressioni gestuali e comportamenti. C’è una sorta di cedimento all’altro, una sottomissione a lui nel modo di pensare, di agire, di parlare. L’altro diventa una sorta di divinità, da cui è impossibile sfuggire e a cui non è possibile e anzi pericoloso sottrarsi.

Peraltro, in occasione di separazioni, lutti, eventi traumatici, partenze, malattie, questa modalità quasi di accettata colonizzazione entra in crisi e la soggettività comincia appena a farsi sentire, ma con modalità confuse e frammentate.

Sembra che il futuro paziente voglia quasi raccontare la sua situazione di passività e, in certa misura, anche ribellarsi. Ma tale è l’angoscia di solitudine, la paura dell’ignoto, il terrore di entrare in contrasto colla divinità familiare, che la ribellione assume il carattere di atti bizzarri, gesti ambivalenti, fantasie insolite o, più spesso, si manifesti in una forma di chiusura, di isolamento o, se si vuole, di ritiro.

Abbiamo già detto che allucinazioni e deliri sono tentativi di raccontare, in forma cifrata, le vicissitudini del rapporto totalizzante coll’altro e dei propri tentativi di liberarsene, da un lato, e di ricercarne una nuova sottomissione dall’altro. Le cose vanno come se ci fosse una lotta con un ideale dell’Io, intollerante e affascinante, per cui a ogni ribellione deve seguire una sottomissione. L’ideale dell’Io assume gradualmente le forme di un’istanza crudele e intollerante.

L’Io si ritrova così frammentato e confuso e vive se stesso come un vuoto pieno di frammenti, che deve essere riempito al più presto o dall’ideale dell’Io o da un ritiro, apparentemente  soddisfacente, ma in realtà paralizzante.

 Io credo che i sensi di colpa e il modo crudele e spietato, con cui spesso gli psicotici trattano se stessi, sia legato a questa idea: “io porto nel mondo uno spettro, riempito di qualcosa altro, e quindi faccio paura agli altri e a me stesso”.

Le cose vanno come se lo psicotico invidiasse sempre agli altri uno spazio di presa diretta colla vita, che sente in se stesso mancante, per la presenza di una soggettività, da un lato troppo vuota, quella relativa a se stesso, e dall’altro troppo piena, quello relativa all’altro.

È qui che subentra l’allucinatorio. Quando l’altro è incombente e sovrastante, non c’è distanza adeguata, non ci sono pause, non ci sono momenti di distacco rigenerante, di silenzio atto a funzioni di reintegrazione. Non c’è spazio per sognare, nel senso di Bion, cioè di ricomporre i dati del pensiero in forme nuove e costruttive. Lo psicotico vive in una specie di eterna presenza, come in una stanza colla luce sempre accesa o come nelle ferme ore meridiane dei giorni di estate, quando il sole a picco non lascia agli oggetti la possibilità di fare ombra (Camus 1951).

In queste condizioni, si afferma l’allucinatorio. Dell’oggetto, cioè, si percepiscono particolari scissi, parti ipersensorializzate, frammenti percettivi: tutto questo emerge nel racconto ufficiale di un rapporto perfetto, di un ideale dell’Io cui si deve tutto e che tutto spiega e tutto toglie.

Si può affrontare questo tema dal punto di vista della rimozione.

La rimozione non e soltanto un meccanismo di difesa.

La rimozione è innanzi tutto un modo di funzionare della mente. Attraverso la rimozione, la mente stabilisce continuamente delle priorità, instaura delle gerarchie, dirige l’attenzione. Si potrebbe dire, che la rimozione è un meccanismo di scissione molto particolare, che tende a scomporre gli oggetti percettivi, mettendone alcuni in piena luce o oscurandone altri. È un meccanismo di illuminazione parziale, di attivazione di un sistema di luci o ombre (Freud 1915).

Si potrebbe stabilire una connessione colla neurofisiologia, affermando che la rimozione è un sistema di filtro, che rende possibili il contatto e l’impatto col mondo, attraverso due meccanismi principali: il primo è la messa in ombra di alcuni particolari, per dare risalto ad altri, il secondo è l’inserimento nel sistema del linguaggio, che anch’esso può essere visto come un gigantesco sistema di illuminazione e insieme oscuramento della realtà.

Un aspetto fondamentale della rimozione è che gli aspetti rimossi non vanno perduti. Essi, come è notissimo, ritornano nei sogni, nei lapsus, nei sintomi. Insomma la mente è sempre alle prese con qualcosa, che ritorna in forme possibili di ricombinazione.

La rimozione eccessiva dà origine alla nevrosi, ma senza rimozione non potremmo vivere.

L’allucinatorio è il fallimento della rimozione, o, per lo meno, il risultato di un suo funzionamento alterato.

L’oggetto incombente, o meglio i particolari percettivi dell’oggetto incombente, è troppo presente per dare adito alla rimozione. La rimozione, come abbiamo detto, ha bisogno di una distanza, di un margine di separatezza, di alterità riconosciute, per poter funzionare. Ma se l’oggetto è troppo incombente, la rimozione è sotto scacco e il soggetto può solo ricorrere a meccanismi di scissione (Green 1991).

L’allucinatorio è il primo grado, come abbiamo detto ripetutamente, di una scissione profondissima, che intacca addirittura il dato percettivo. Non più scissione tra buono e cattivo, tra vero e falso, tra esistente e non esistente, ma scissione all’interno dei caratteri stessi dell’oggetto. I caratteri vivi e inanimati vengono perduti e l’oggetto acquista caratteristiche inanimate e bizzarre.

L’oggetto e il soggetto diventano macchine e l’allucinatorio la fa da padrone, sempre però in lotta colla parte non psicotica della mente, che si sente perseguitata e ostruita dalla parte allucinatoria.

Si stabilisce insomma una connessione stretta tra incombenza dell’oggetto e funzionamento allucinatorio della mente. I due aspetti sono strettamente collegati e probabilmente si richiamano l’uno coll’altro, senza che ci sia una prima sequenza temporale tra loro.

Quando Bion dice che lo psicotico non sogna, intende dire che gli elementi allucinatori non sono passibili di ricombinazione tra loro, ma solo di essere aggregati, di agglomerati. Fanno dei mucchi, con solo alcune scene integrate, come avviene nelle nevrosi, in cui il sintomo è comunque il risultato di un lavoro all’interno della trama linguistica.

Possiamo ora rapidamente tracciare alcune conclusioni sul piano terapeutico.

 

La terapia

Sulla base delle considerazioni fatte fin qui, possiamo tracciare alcune indicazioni sul piano operativo.

Se il processo fondamentale va nella direzione che abbiamo detto, cioè dall’allucinatorio all’allucinazione al delirio, si può pensare giustamente che la fase del delirio costituisce un argine, una compensazione all’allucinatorio e quindi, insieme all’allarme e alla persecutorietà, porti anche un senso di attrazione e di sicurezza.

Da qui il fascino del ritiro, la sua capacità di dare sfogo a impulsi proibiti, senza mettere in discussione il rapporto fondamentale o mettendolo in discussione, in forme cifrate e bizzarre, almeno per chi non è a conoscenza delle sue modalità di formazione.

L’idea forte sarebbe di concentrarsi sull’allucinatorio. Questo vuol dire isolare nel delirio alcuni nodi percettivi, alcune immagini centrali e allargarle, collocarle, coglierne gli aspetti più nascosti e segreti.

Il lavoro del terapeuta deve essere tutto centrato sul particolare percettivo, sulla “nebbia” allucinatoria che avvolge il paziente. Concentrarsi sul particolare percettivo viene vissuto dal paziente come un aiuto, una condivisione, una fine della solitudine. Le mie visioni non sono più un mio affare privato, ma le posso confrontare col pensiero attento di un altro.

Non si tratta quindi a mio parere di arrivare troppo presto a costruzioni o ricostruzioni storiche, cioè di interpretare troppo presto la situazione transferale. L’interpretazione è qui innanzi tutto un’amplificazione tematica, una ricerca di collegamenti, un inserimento nelle scene allucinatorie di qualcosa che le rende più leggibili, riconoscibili.

Solo in un secondo momento si può passare alle costruzioni di rapporti. L’altro non va messo in discussione troppo presto. Vanno invece colti quei particolari percettivi e allucinatori, che ci dicono qualcosa di più su come il soggetto lo vive e lo pensa.

Le cose vanno come se si dovesse commentare un quadro, chiedendosi perché quel colore, perché quell’angolatura, perché quella luce. Forse voleva dire questo, forse quella scena implica quest’altro aspetto? Perché una bocca, perché una mano, perché una casa? E così via.

Si tratta in fondo di scomporre il delirio nei suoi elementi e di lavorare su questi elementi, un po’ come Freud faceva coi sogni, in cui partiva dal particolare per arrivare al generale, senza la fretta di cogliere subito un senso complessivo.

È un po’ il contrario di quello che fa una certa psichiatria, che vuole estirpare l’allucinatorio e le sue conseguenze. L’allucinatorio è invece la strada che ci conduce alla definizione più intera del rapporto coll’altro. La sua eliminazione fa trionfare solo adattamento e conformismo.

Inoltre l’allucinatorio non è rifiuto, merce avariata da scartare, eliminazione senza rimpianti. L’allucinatorio è il punto di partenza di una nuova combinatoria di pensiero.

La funzione alfa va nel senso delle simbolizzazioni. Ma Bion ha passato la vita a ricordarci che bisogna andare all’oggetto, cercare ciò che non si sa, e per far questo bisogna tollerare che la funzione alfa si eserciti un po’ alla volta e non sia un predominante assoluto.

L’allucinatorio ricombinato darà vita a nuovi scenari inediti, che nel colore del transfert orienteranno lo psicotico nella sua lotta infinita al ritiro e all’isolamento.

 

Conclusioni

 

Abbiamo sottolineato l’importanza della dimensione allucinatoria, operando una distinzione netta coll’allucinazione.

Abbiamo inoltre individuato una sequenza tra allucinatorio, allucinazione e delirio.

Questa distinzione ci permette di intervenire più approfonditamente sulle fasi iniziali della sequenza, quando il processo è ancora fluido, che sulle fasi finali, in cui il delirio consolidato trascina il paziente in un mondo di ritiro ed isolamento.

L’amplificazione tematica e la connessione tra elementi percettivi è l’essenza del processo integrativo in queste prime fasi del lavoro analitico.

 

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