Bella Schlein

Parole chiave: Bella Baxter, Poor Things, Elly Schlein, Freud, Spinoza

Visto che la sconfitta di Elly e la vittoria di Emma sono avvenute lo stesso giorno, domenica 10 marzo, lascio qui oggi, come piccola distrazione di nicchia, qualche considerazione su Poor Things (Povere creature) che ho formulato più di un mese fa la sera stessa che l’ho visto e che, per ritrosia a parlare di queste cose negli stessi giorni in cui il massacro di Gaza insanguinava i nostri occhi, non ho pubblicato. Il massacro, come il fuoco, non è cessato, ma mi concedo adesso, dopo gli Oscar e l’annunciata disfatta in Abruzzo, questo divertissement, anche perché, come si dice, ne ho lette di cotte e di crude sul film di Lanthimos senza trovare espresse, da nessuna parte, le  seguenti considerazioni su quella che è una delle creature cinematografiche più interessanti degli ultimi tempi.

Dopo il recentissimo Barbie, il recente Titane – di cui Povere creature è per certi versi il Doppelgänger – e il meno recente Nymphomaniac, è infatti, finalmente, arrivata lei, Bella Baxter. Finalmente perché, delle tre protagoniste dei precedenti film, Bella è la felice riuscita, la sintetica – nel senso di ultra artificiale – sintesi. Non per forza l’Aufhebung, ma certo la soddisfazione, l’entelechia. Con la prima condivide ingenuità e vis affermativa, con la seconda l’essere un curioso innesto, o combinato disposto, di organico e inorganico, naturale e metallico; con la terza, infine, l’essere mossa dall’acefala volontà di godimento, l’essere espressione del capriccio sovrano della pulsione che la porta a esperire il mondo (“empiricamente” è un avverbio chiave del film) del tutto pro domo sua, secondo quell’egocentrismo che, diversamente dal narcisismo, fonda e feconda l’incontro con l’altro (“sunt monades non monachae” – precisa Leibniz).

Ma finalmente anche perché in questa donna-bambina dalla parresia mozzafiato, oltre che esilarante, in questo corpo di donna animato dal cervello – travasatole dal padre God – del suo proprio frutto, si realizza qualcosa come la felicità su questa terra. Non solo quella che scopre accidentalmente un mattino, a letto, sfiorandosi casualmente la vagina, e che la incanta in quanto “felicità che si può procurare da sola in qualsiasi momento” (felicità che, con ragione, raccomanda vivamente a tutti di procacciarsi e che più tardi, a Parigi, la metterà nelle condizioni di realizzare l’utopia formulata da Pierre Klossowski all’inizio degli anni ‘70: diventare una moneta vivente, il proprio mezzo di produzione, prostituendosi in un bordello e divertendosi a farlo). Quella di Bella è anche la felicità, ma sarebbe meglio dire la “gioia”, di chi si trova – come dice Lacan alla fine del seminario XI – ad aver attraversato il fantasma fondamentale: quel copione fisso in accordo al quale solo aprioristicamente comprendiamo il mondo e solo mediatamente, grazie all’oggetto del desiderio fabbricato proprio dal fantasma, agiamo in esso. Cosa significa, in effetti, vivere la pulsione che il fantasma vela dando senso al non senso, se non vivere come Bella Baxter? Questo prodigio di sapienza nell’antico senso del termine, ossia assaggio, gusto reiterato della realtà quando e per come ci viene incontro?

Figlia di Dio, Bella è comprensibilmente anche al di là della distinzione genitori-figli e passato-presente in quanto è figlia di sé stessa, di quell’altro da sé che un tempo l’aveva resa madre e ora la fa bambina. Simile a Maria, Bella, però, è il rovescio di quella che in molt*, oggi, inseguono chirurgicamente come perfezione: il suo non è un corpo giovane col cervello di un adult* ma il corpo di un adult* col cervello di un infante. Un rovescio portentoso non malgrado, ma proprio in quanto esposto al ridicolo, allo humour, alla deambulazione bizzarra e singolare. Bella realizza la condizione agognata da ogni nevrotico: l’elusione del gap tra infanzia e pubertà, bios e nomos, sex e gender fonte della stragrande maggioranza dei sintomi. L’innesto annulla il carattere bifasico dell’umana sessualità scoperto da Freud facendo collassare i due tempi che la caratterizzano l’uno sull’altro. Ecco perché vale la pena farsi trapiantare il fanciullino in testa!

Freud scopre che, per un certo periodo, quello di latenza, la sessualità infantile entra in letargo e quando all’improvviso si risveglia questiona l’organizzazione genitale che, col favore del suo sonno, si è nel mentre formata. Il sessuale c’e sempre, ma non è subito maturo, non è subito pronto sembra dirci Freud. Lo sarà stato, quando disporrà di un nuovo corpo – il corpo sessuato – risultando quasi per magia, dalla ricombinazione delle carte giocate nell’allora infantile. Al risveglio, tempo specifico della realtà psichica, la sessualità viene ad abitare il corpo effetto del lavoro di quella rimozione che, nell’intervallo che segna la crisi di ogni accumulazione del significato, ha cancellato ciò che non si potrà più dire o provare. Quando sarà stata pronta, quindi, la sessualità lo sarà stata come una prima volta che viene dopo, in quanto è al prezzo della rimozione che psiche tornerà nuovamente vergine. L’azione combinata della maturazione sessuale e dell’allontanamento degli eccessi pulsionali incompatibili con la censura dell’io inaugurano il disfasismo e sottopongono la sessualità alla logica del risveglio, logica dei due tempi fra i quali, comunque, qualcosa lavora. Ma Bella di tutto ciò, della cosa da sempre perduta e costantemente cercata, non sa niente: è univoca, non disfasica. Per questo non dubita. Se è vergine, candida, lo è in assenza rimozione: ripete e si ostina non perché rimuove ma perché le piace.

Per Freud solo la frattura della rimozione è capace di sconvolgere il quadro coerente e progressista allestito dalla psicologia dello sviluppo, intorbidendo, si direbbe per sempre, la chiarezza di ogni programma genetico. Ma Bella non ha fratture. Certo, è figlia di uno cesareo sui generis, il prodotto di un portentoso taglio e di un altrettanto portentoso impianto. E, inoltre, a poco a poco, saprà della Vittoria che fu. Ma Vittoria non è l’inconscio di Bella, non è il suo passato. Il taglio artificiale e divino indica una rottura più netta persino della forclusion che separa il reale dal simbolico nelle psicosi. Vittoria non è il reale pignorato dall’intervento chirurgico del padre: è totalmente altra rispetto a Bella ma non come un reale rigettato e destinato a tornare, in ragione di ciò, nel giorno simbolico sottoforma di schegge e allucinazioni. Bella sa del suo passato come sa che il sole sorge: entrambi le sono accanto e in nessun modo dentro. Nasce quando Vittoria è dipartita ed è in seguito a un’inferenza – il contrario di una conoscenza diretta, alla prima persona – che la rifiuta per rimanere, per insistere ad essere Bella: nessuna anamnesi interviene in questa risoluzione, nessuna decisione nel senso di una deliberazione razionale a tavolino si rende necessaria.

Per Freud la rimozione è il sostituto, nella memoria, dell’allontanamento del naso dai cattivi odori nella percezione. Così scrive a Fliess nella lettera 146. Ma Bella non ha surrogati. Amnesica e beata come l’animale che apre la seconda Inattuale nietzscheana, si limita a spostare il naso quando incontra qualcosa che non le piace e ad avvicinarlo, al pari della bocca, a ciò che invece suscita il suo interesse. Victoria l’avvelena, ma è immediatamente che se ne stacca, come immediatamente, qualcuno direbbe istintivamente, rompe con Duncan e riconosce che i suoi sporchi soldi stanno meglio nelle mani dei limpidi miserabili. Come coloro che sono cause adeguate di sé, Bella respinge all’istante ciò che la divide accogliendo prontamente ciò che la potenzia. Il potere di essere affetto, almeno secondo il precursore di Nietzsche, si esprime infatti in due maniere. Se vengo avvelenato, dice Spinoza, il mio potere di essere affetto è attuato ma la mia potenza di agire tende ad azzerarsi, è inibita. Inversamente, se provo della gioia, cioè incontro un corpo il cui rapporto conviene con il mio, il mio potere di essere affetto si effettua in un senso del tutto opposto: quello dell’aumento. Ne segue che ogni volta che un corpo realizzerà delle composizioni, tali rapporti saranno chiamati virtù. Quando invece un corpo subirà una decomposizione, ci sarà vizio. Vizio e virtù sono fatti di gradimento: il primo consiste in quel che a ciascuno conviene di meno, la seconda in quel che a ciascuno conviene di più.  Max McCandles mi conviene, Dunkan no. Questo è il cogito etico-estetico di Bella. Esso cozza col discorso ordinario perché quando si parla di vizio e di virtù di norma si intende qualcosa di diverso da un criterio di gusto: la conformità o meno al modello, all’essenza, al grande Altro. Per questo son state necessarie la dinamite di Spinoza e il martello di Nietzsche per farla finita col giudizio di Dio e ridurre l’etica a una questione di buoni o cattivi incontri e alla capacità di distinguerli.

Ora, per Freud la pubertà non realizza quasi mai il programma della sessualità infantile ed è quindi inopportuno qualificarla come pre-genitale: essa non è l’abbozzo di quello che la sessualità adulta porterebbe a compimento e lo sviluppo non è il suo punto di vista. Della genitalità come atto essa non è la potenza indeterminata perché l’inconscio non è una coscienza che attende il varo della significazione per venire all’essere. In Bella, tuttavia, il programma si realizza perché non c’è, il suo inconscio essendo indiscernibile dalla sua coscienza. Questa, del resto, coincide con la semplice sensazione di essere, come si fa tatuare in prossimità dell’origine del mondo secondo Courbet, semplicemente “più o meno morbida”. Una sensazione superficiale ma esatta che insorge nell’interno coscia come dal violino la cui melodia l’incanta durante una passeggiata o tra le pagine di Emerson. Dunque nemmeno si deve parlare di realizzazione. La prospettiva di Lanthimos su Bella è rovesciata nel senso che Pavel Florenskij ha dato a questo aggettivo nei suoi studi: la Bella attuale non emerge come una figura distanziandosi dallo sfondo di una Bella remota o bambina. La sua figura è il suo sfondo allo stesso modo in cui il suo presente è contemporaneo al suo passato, senza profondità e diacronia di sorta. Di conseguenza, nessun conflitto tra Io ed Es si registra: Bella non è nevrotica. Se è un mostro, lo è come l’herpes che guasta i giorni di festa della civiltà e della viltà che così spesso la sostiene cui Lacan paragona l’inconscio perlato e prêt à porter della topologia. Il suo emergere liberamente nel mondo a discapito delle narcisistiche brame di possesso non può, pertanto, essere preso per il segno di un emanciparsi perché, semplicemente, non è un emergere. Bella è una superficie assoluta e unilatera che non conosce strappi né opposizioni. La sua condotta è ottusa, ma certa; insistente ma gentile. Mossa da una sagace “fede animale” che non ha nulla da invidiare, quanto a pertinenza, all’umana intelligenza, si soddisfa più e più volte destando l’imbarazzo – che per Lacan ha sempre a che fare con la barra, o divisione, che ci impedisce di farlo – e l’invidia di molti. Ma da qui a farne un obbrobrio, ancorché seducente, ce ne vuole: una vita secondo pulsione non è una vita mostruosa ma una vita adeguata ad essa, commisurata alla sua smisurata misura che è, come il satis di satisfacere mostra, a un tempo eccessiva ed esigua, tale da stimolare, a tempo debito, il “basta così” e la domanda d’“ancora”.

Nel Progetto per una psicologia scientifica Freud colloca l’abbastanza originario e paradigmatico all’altezza di quella che chiama “la prima esperienza di soddisfacimento” perché la soddisfazione del bisogno è l’esperienza di soddisfazione basilare. Essa corrisponde alla scarica – l’evacuazione del dispiacere – e non segue nessuna richiesta o domanda da parte dell’Altro. Il bisogno non chiede: pretende. La sua innocenza è al di là della dialettica. I nevrotici la perdono una volta entrati nella giogo infernale del desiderio di riconoscimento e dei suoi insoddisfacenti rilanci. Ma se attraversano il fantasma fondamentale possono recuperarla. L’attraversamento del fantasma stacca infatti il bisogno dal quadro della sopravvivenza in cui prende senso, urge e grida senza che possa far nulla con l’urlo intollerante che gli sfugge. Ma ciò non ne attenua l’interesse, che resta massimo, e nemmeno la determinazione a soddisfarsi, che resta intensa. Questo bisogno “altro”, ritrovato, si orienterà con “una fiducia impavida verso ciò che di nuovo si profila all’orizzonte”. Godrà, nell’immanenza del qui e dell’ora, della seconda, unica, innocenza che abbiamo: l’omeostasi superiore in cui si sta bene come effetti, artefatti, senza nulla voler sapere e giudicare della causa. Vorrà, come dice Nietzsche parlando dell’amor fati nell’aforisma n. 276 della sua Gaia scienza – la stessa di Bella – imparare sempre più ad apprezzare ciò che è necessario nelle cose e diverrà “capace di fare le cose belle rinunciando alla guerra contro ciò che è brutto”. Smetterà di accusare “anche gli accusatori”. Guardare altrove sarà la sua unica negazione. Per il resto, dirà sempre di sì, ma un sì privo di no, e lo dirà con una franchezza che solo una decisione, nel senso etimologico del termine, rende possibile.

La letteralità che contraddistingue l’eloquio di Bella non è dunque sinonimo dell’autenticità su cui è costruita l’occidentale e umana troppo umana mitologia della persona. Più vicina all’intentio recta che, per i medievali, coglie direttamente la natura dell’oggetto che incontra, l’impertinente letteralità di questa benedetta creatura evoca quella con cui Dio, secondo Newton, è presente nel mondo, ossia la letteralità, o trasparenza, che ne caratterizza il sensorium, privo com’è di rappresentazioni mediatrici. Ma evoca anche la letteralità con cui, nel Giappone raccontato da Roland Barthes, uomini e donne si scambiano segni divenendo segni essi stessi. Gli occidentali guardano con sospetto alla loro cortesia perché si ritengono doppi, composti da un’“esteriorità” sociale, fittizia, falsa, e da un’“interiorità” individuale, autentica (luogo della comunicazione divina). Secondo questa concezione, la “persona” umana è, appunto, questo luogo riempito di natura (o di divinità o di colpevolezza), circondato, chiuso, da un involucro sociale di poco valore: il gesto cortese (quando è richiesto) è il segno di rispetto scambiato tra una pienezza e un’altra, attraverso i confini della mondanità […] Tuttavia, dal momento che è l’interiorità della “persona” che si ritiene rispettabile, è logico che si conosca meglio questa persona negando ogni tipo di interesse alla sua corazza mondana: è dunque il rapporto preteso franco, brutale, nudo, privo (o così per lo meno si pensa) di ogni segnaletica, indifferente a ogni codice di intermediazione che rispetterà meglio il valore individuale dell’altro: essere scortesi significa essere veri, questo suggerisce conseguentemente la morale occidentale […] Come sono semplice, come sono gentile, come sono franco, come sono qualcuno: ecco che cosa rivela la scortesia dell’Occidente (R. Barthes, L’impero dei segni, Einaudi, Torino 1984, pp. 75-76)

Forse allora che è da Bella che Elly Schlein deve imparare per essere efficace contro la persona populista e feroce di Meloni? Forse che del morente PD, al fine di rivitalizzarlo, è dal cervello che, con l’energia di una donna-bambina, deve rivitalizzare i movimenti sclerotizzati sino a regalargli una dance scene degna di quella che irrompe a metà dell’ultimo film di Lanthimos? Vedremo. Intanto, per chi non l’ha vista, c’è da vedere Bella.

 

_____

Alessandra Campo è assegnista di ricerca in Filosofia Teoretica presso l’Università dell’Aquila e docente di Estetica presso l’Università della Calabria.

Per diversi anni si è occupata del rapporto tra filosofia e psicoanalisi, con particolare riferimento alle implicazioni metafisiche e cosmologiche della teoria di Freud e Lacan.

Studiosa del pensiero francese contemporaneo e della filosofia del processo di Bergson, Whitehead e Deleuze, i temi della sua ricerca spaziano dalla natura del tempo, a quella dell’inconscio e della sua trasformazione in dato cosciente. Recentemente è impegnata nello studio dei concetti di ‘sensazione’ e ‘materia’ nel criticismo kantiano.

Per De Gryuter ha curato – insieme a Simone Gozzano – il volume Einstein vs. Bergson: an enduring quarrel on time (2022). È autrice di due monografie: Tardività. Freud dopo Lacan (Mimesis 2018) e Fantasma e sensazione. Lacan con Kant (Mimesis 2020).

Ha collaborato alle pagine de Il Manifesto, scrive per diversi giornali online ed è autrice di numerosi saggi.

 

Share This Article

European Journal of Psychoanalysis