Cinque domande su Pier Paolo Pasolini

 

© Dino Pedriali, Pier Paolo Pasolini a Chia, 1975

 

 

A chiusura del cinquantenario della morte di Pier Paolo Pasolini, ho rivolto cinque domande a esponenti della vita culturale italiana, dei quali non è immediatamente nota l’opinione sul poeta bolognese, per guadagnare uno scorcio della sua presenza oggi nella vita intellettuale del nostro Paese.

 

Hanno risposto: Mario Ajazzi Mancini, Sergio Benvenuto, Ginevra Bompiani, Arturo Casoni, Donatella Di Cesare, Stefano Gensini, Riccardo Lombardi, Pietro Montani, Nicola Piovani, Elisabetta Sgarbi, Gianni Tognoni, Mario Tozzi, Vincenzo Trione, Silvia Vizzardelli

 

Di seguito domande e risposte, in ordine alfabetico, di chi è stato così generoso da condividerle con noi.

1. Con il proprio esempio di padre claudicante, imperfetto, Pasolini ha tentato di trasmettere — assecondando la sua vocazione pedagogica — un desiderio che non si confondesse con il godimento e che resistesse alla sua banalizzazione consumistica. Ereditiamo ancora qualcosa da Pasolini?

Mario Ajazzi Mancini
Psicoanalista, traduttore e scrittore.

Forse qualcosa dell’ordine della autenticità, della ricerca di una radice italica e innocente, continuamente trascritta su quei mirabili volti dei suoi personaggi, tanto lavorati da una sorta di non vissuto, ancora da vivere, che aprono lo spazio della compassione – merce rarissima.

Sergio Benvenuto
Psicoanalista, ricercatore, filosofo e scrittore.

Posso rispondere solo sul piano personale. Da Pasolini eredito ben poco. Non sono gramsciano, non ho uno speciale fascino per la cultura popolare e le classi pre-industriali, non credo che stiamo andando verso una società omologata. Quando parlo con certi miei vicini di casa, sento che apparteniamo a due mondi diversi, anche quando i vicini sono laureati e magari si dicono intellettuali.
La sua “pedagogia” è paradossale, perché non c’è persona più lontana dal pedagogista di Pasolini – a meno che non si consideri pedagogia l’imbarcare ragazzi minorenni per avventure sessuali.
Quanto alla preferenza del “desiderio” versus “godimento”, si tratta di un antico tropismo del pensiero occidentale da Platone in poi: la filosofia è desiderio, non godimento. Eros, non Afrodite. Oggi come allora tanti autori ribadiscono che “non c’è più psicoanalisi!” (forma moderna di “non c’è più religione!”) perché gli umani moderni tendono solo a godere. Mentre erano belli i tempi andati, quando si desiderava tanto e non si godeva mai! Anche in questo senso però la predica veniva dal pulpito sbagliato, perché da quel che so della persona Pasolini, lui era tipico uomo del godimento. Era un Casanova gay, non certo un Werther.

Eppure, c’è qualcosa che me lo rende simpatico, addirittura vicino a me. La sua passione per la provocazione, il non rispettare certi limiti scrivendo romanzi e girando film assolutamente “scandalosi”. Non sopportava la grigia bonomia del conformismo, incluso quello di sinistra, ovvero il proprio. L’uccello di Uccellacci e uccellini era proprio lui, l’intellettuale di sinistra che ha sempre la verità in tasca.
Non condivido i contenuti “pedagogici” della sua opera, ma mi piace il suo stile, che mescola continuamente l’infimo e il sublime, il celeste e la carne, nobiltà poetica e volgarità plebea. Le opere di Pasolini deridono il sacro immergendolo nel fango, e transustanziano la vita fangosa tingendola con l’oro della poesia.

Ginevra Bompiani
Editrice, scrittrice, accademica, traduttrice e saggista.

Penso che abbiamo già sperperato l’eredità di Pasolini; non siamo più capaci di ascoltarla. Tranne, sempre, quei pochi. Ma il peggio che gli poteva capitare era di essere ‘recuperato’ dalla destra. Lui che non ha mai recuperato niente, che si è sempre tenuto in bilico, come un montanaro, sui suoi scarponi, sulla strada ripida, in salita, ora è inseguito da quei pappagalletti in livrea, da quei voraci squittii, che vorrebbero sottrarlo alla sua cultura per rimpolpare la loro.

Arturo Casoni
Neuropsichiatra dell’età evolutiva e psicoterapeuta.

Certo che ereditiamo molto da Pasolini, figura di intellettuale pensante, non “omologato”. Ho appena letto di Roberto Esposito Il fascismo e noi dove ampio spazio gli si dà a proposito del “nuovo fascismo” (non neo-fascismo) che abita tutti noi. Pasolini mette mano e pensiero alla nostra carne psichica, non ci dà tregua, anche con le sue (nostre) contraddizioni. Lui e Deleuze-Guattari per Esposito sono i “maestri di pensiero” per comprendere la nostra contemporaneità.

Donatella Di Cesare
Filosofa, accademica, editorialista e saggista.

Sì, ereditiamo ancora molto da Pasolini — non un pensiero chiuso, un sistema, una teoria, ma un modo di stare al mondo, un’inquietudine. Pasolini non ci consegna regole ma un esercizio: distinguere il desiderio dalla sua caricatura consumistica. Quel suo essere “padre claudicante”, fragile e ostinato, ci invita ancora oggi a riconoscere che il desiderio non è possesso, non è accumulo, non è prestazione: è apertura. È un vuoto fecondo che resiste alla saturazione del mercato.
In un tempo in cui la vita sembra trasformata in una sequenza di bisogni immediati, quantificabili, determinati dagli algoritmi, la lezione di Pasolini è un atto di resistenza. Ci ricorda che il desiderio è un passo incerto, un’espansione che non si lascia addomesticare.
In questo, sì: siamo ancora suoi eredi. Ma eredi inquieti, posti di fronte alla domanda più scomoda: accettiamo quel desiderio che non possiede nulla ma si espone a tutto?

Stefano Gensini
Filosofo, accademico.

Ereditiamo molte cose, anzitutto la sua capacità di “guardare attraverso” i fenomeni cercando di darne interpretazioni profonde, di lungo periodo, per quanto scomode esse possano risultare nell’ottica, volta per volta, maggioritaria, anche quando questa assuma le sembianze della “progressività”. Ad esempio, dal mio punto di vista di persona interessata al mondo del linguaggio e della comunicazione, trovo ancor oggi affascinante la sua denuncia della torsione tecnicistico-funzionale della lingua italiana, a discapito non solo della sua dimensione letteraria ma anche del plurilinguismo del paese, del suo patrimonio dialettale, fatta nel celebre articolo del 1964, “Nuove questioni linguistiche”. In un momento in cui tutti tessevano le lodi del miracolo economico, della uniformità di linguaggio garantita dalla tv, della conseguente “modernizzazione” dei costumi, Pasolini sapeva vedere il rovescio della medaglia. Una certa unilateralità che oggi è facile percepire in quel testo e in altri che lo seguirono, non toglie che Pasolini avesse visto qualcosa che comunemente sfuggiva anche ai più attenti (penso a Calvino, che scambiò l’uscita dell’amico per la formulazione di una nuova “poetica”). Se quell’articolo per assurdo venisse pubblicato oggi, combinato a quanto sempre Pasolini ci ha insegnato a vedere del cancro del consumismo, probabilmente ci sembrerebbe attualissimo.

Riccardo Lombardi
Medico e psichiatra, psicoanalista con funzioni di training della Società Psicoanalitica Italiana.

Ereditiamo, certamente. Ma solo se scegliamo quello che vogliamo ereditare.

Pietro Montani
Filosofo, accademico e critico cinematografico.

Mi riesce difficile identificare Pasolini con una figura paterna, ancorché claudicante e imperfetta, desiderante piuttosto che gaudente, titolare di un’istanza legislativa vitale piuttosto che mortifera e così via. È vero, per contro, che il suo lavoro intellettuale fu caratterizzato da una marcata «vocazione pedagogica» e addirittura da un programma e-ducativo, da intendere nel senso etimologico di un ex-ducere, un condurre dall’inautentico all’autentico (o, se si vuole, dal godimento al desiderio). Un programma in ampia misura delegato alla forza degli esempi cui allude la domanda, e che per Pasolini investì innanzitutto la questione dell’arte in quanto pratica esemplarmente autonoma (anche qui nel senso etimologico: una poiesis che si dà sola la propria legge senza ricavarla da altro, ad esempio da una tradizione dei ‘padri’ che ci avrebbero trasmesso le leggi dell’arte). Una delle proprietà dell’arte quale la concepì Pasolini è infatti la sua capacità di farci fare un’esperienza di che cosa significhi conformarsi a una legge che non è data ma emerge per la prima volta in un evento singolare – l’opera – unicamente grazie alla congruenza e originalità dell’invenzione, alla coerenza del trattamento formale e alla disciplina della composizione. Credo che Pasolini abbia raggiunto questa esemplarità pedagogica nelle sue opere più audaci. Penso a La ricotta e a Uccellacci e uccellini. Penso anche a Petrolio, dove, tuttavia, lo sforzo compositivo – immane, a fronte dell’eccezionale originalità dell’invenzione – non aveva ancora trovato, o scoperto, la sua struttura definitiva quando Pasolini fu assassinato.

Nicola Piovani
Pianista, compositore e direttore d’orchestra italiano.

Ereditiamo molte luci. Anche dalle posizioni che non condividiamo.

Elisabetta Sgarbi
Editrice e regista cinematografica italiana.

Sì, mi sembra lei colga un punto cruciale della vita e dell’opera di Pasolini, il desiderio. Il tema del “desiderio” rende la vita di Pasolini specchio della sua opera e viceversa. Il “desiderio” rende inscindibili vita e opera, per lui.
Ma il “desiderio” diventa anche motivo di contrasto interiore: la sua ricerca di purezza nel desiderio, come nello sguardo, si scontra con una appartenenza borghese. E qui secondo me c’è un tema di contrasto, ma anche di prossimità, con l’opera del suo amico Alberto Moravia. Dunque, non solo un desiderio anticonsumistico, che è palese ed è l’aspetto più eclatante. Ma anche un desiderio antiborghese. Questo è un contrasto più sottile secondo me, una lotta interiore più strisciante.

Gianni Tognoni
Medico, esperto di epidemiologia clinica e comunitaria, Segretario Generale del Tribunale Permanente dei Popoli.

[Ha preferito un’unica, articolata risposta]

Non so sinceramente se e quanto le righe che seguono potranno essere considerate come risposte al questionario proposto. Sono metodologicamente avverso ai questionari, non sono un esperto di Pasolini, non lo guardo come un pezzo di un passato di cui giudicare la durata o l’impatto, ho letto-visto-parlato tanto di lui nei più diversi contesti, ma non riesco proprio a pormi la domanda su che cosa di lui sceglierei in modo preferenziale, tra le opere, o le definizioni, o le espressioni che gli sono state associate in vita o dopo, pro o contro.
Avendo dichiarato molto tranquillamente tutti i bias, provo a mettere di fila gli appunti che ho preso via via riandando sulle domande.
Di Pasolini sono stato un contemporaneo, al di là delle differenze degli anni, e compagno stretto di strada per le tematiche culturali, politiche, sociali che ho vissuto tra i primi anni 60 fino alla sua fine: dalle mie esperienze nelle borgate romane, agli incroci-condivisioni di vita-discussioni con suoi amici che lo commentavano via via in corso d’opera dal Vangelo, a Teorema, a Uccellacci, ai suoi articoli sugli studenti-poliziotti del ‘68 a Valle Giulia…, fino ai suoi articoli ‘conclusivi’ sul “Corriere della sera”. La domanda sulla sua eredità può essere posta solo se applicata a quanto succedeva complessivamente in quegli anni: Pasolini dava voce e visibilità — con i suoi linguaggi sempre al limite, o al di là, come lingua necessaria, non provocatoria — al bisogno, desiderio, obbligo di vivere l’affollarsi dei cambiamenti radicali e profondamente conflittuali (dalle stragi alle conquiste civili e sociali) come una sperimentazione-ricerca di tutto. Una sperimentazione dal di dentro: non come narratori-valutatori dall’esterno.
L’eredità di quel tempo è durata poco: via via trasformandosi, come la memoria di Pasolini (la domanda sul pasolinismo come “maniera” non mi sembra abbia senso: o almeno non saprei come e dove collocarla) in una nostalgia istintiva, o in uno storicismo valutativo-oggettivante su tutti i vari ‘pezzi’ di quello scenario: la politica, il terrorismo, le lotte sindacali. In fondo era su questo che era centrata già l’ultima fase di Pasolini: questa volta anche con uno stile che incorporava il tragico o il non narrabile o ciò che era molto evidente, ma a cui non era possibile dare nome: quello che compare in Salò, e nella bozza interminabile di Petrolio, nella sua ultima intervista, nella sua morte che appare come una sintesi della strategia del potere di tentare di dichiarare che la sperimentazione fuori dalle regole deve essere stroncata ad ogni costo.
Dovrebbe essere chiara allora la ovvietà delle mie risposte alle altre domande: in Pasolini, come nella storia, non ci sono opere da salvare ad ogni costo. Dipende dal perché ed in nome di che cosa ci si mette a valutare il salvabile: si sa che è un gioco sociale e culturale, che isola dalla intensità, complessità, indefinibilità della sperimentazione della vita. Sarebbe come dire (per riprendere in campi radicalmente diversi, ma che fanno parte delle non-sperimentazioni in corso, dello spegnimento delle lucciole, di tutte le presenze di Pasolini nel non volere- potere conciliare legge e vita: vedi ultima domanda): quale è l’articolo da salvare se si cancellasse la Costituzione? O quale è la definizione di diritti umani da adottare per evitare-giudicare il genocidio del popolo palestinese?
Nessuna delle definizioni proposte per definire Pasolini ha senso. I suoi linguaggi come la sua vita si sono svolti dentro le contraddizioni più acute del vivere e dell’immaginario sociale, personale, politico, mai separando, sperimentando persino, in quei tempi, che cosa poteva significare una globalizzazione culturale (vedi le sue frequenti “incursioni” in India, in Africa…), non dipendente dalle regole del mercato.

Mario Tozzi
Geologo, divulgatore scientifico, saggista, autore e conduttore televisivo.

Molto poco, a mio avviso, e solo sporadicamente, mai a livello di comprensione sociale. La banalizzazione consumistica ha decisamente vinto, prima ancora nelle coscienze che nei mercati: la società dei consumi non ha solo vinto, ha trionfato e non ha fatto prigionieri.

Vincenzo Trione
Saggista, accademico, storico e critico d’arte.

Potremmo dire che la sua eredità consiste nel corpo stesso di Pasolini, quel corpo distrutto e devastato all’Idroscalo di Ostia. Ma di fatto non ci resta neanche quello. Della sua lezione non è rimasto niente, non ci resta nulla più di una sorta di mito lontano che viene variamente evocato, usato, strumentalizzato, profanato. Credo si sia smarrita per un verso la sua autonomia di pensiero e la sua indipendenza di azione. E per un altro verso, se ne sia in qualche modo trattenuto esclusivamente l’aspetto esteriore, superficiale, e anche quello smembrato in citazioni e frasi sparse, smarrendo la sua rabbia autentica. Non è stata davvero recuperata neppure la sua dimensione nobilmente antimoderna, così come non si è riattivata neanche la sua capacità di stare nel sistema dell’industria culturale, salvaguardando la propria voce autonoma. Troppo spesso si dimentica che Pasolini è stato assolutamente organico al sistema dell’industria culturale: si pensi al cinema, per esempio. I film di Pasolini quando andavano in sala erano quasi sempre destinati a divenire dei blockbuster, erano film di grandissimo successo, realizzati da produttori peraltro spesso orientati a destra. Quando Pasolini iniziò a collaborare al “Corriere della Sera”, il giornale era assolutamente conservatore e organico al potere. Ma la sua forza era proprio quella di difendere la propria voce autonoma e indipendente pur dall’interno del sistema di potere.

Silvia Vizzardelli
Filosofa, accademica e saggista.

Per Pasolini, la possibilità di sfuggire al godimento consumistico non passa tanto attraverso un’elaborazione più raffinata del desiderio, né attraverso una lingua che sappia dargli forma. Al contrario: ogni volta che il desiderio viene articolato, nominato, messo in discorso, esso diventa già materia disponibile, già assorbito nel circuito dell’ideologia e della comunicazione. La parola – soprattutto la parola della modernità mediatica – non libera: integra. Tutto è linguaggio del desiderio, e tutto ciò che è linguaggio è già, inevitabilmente, merce. La televisione, la pubblicità, persino la lingua italiana unificata diventano macchine desideranti che producono soggettività consumistiche.
In questo processo, la cultura borghese compie l’operazione decisiva: impedisce al desiderio di restare oscuro, corporeo, non rappresentato; lo costringe invece a diventare rappresentabile, e dunque commerciabile.
La vera fuga, per Pasolini, avviene in direzione opposta, verso una regione dove il desiderio non è ancora “desiderio” ma vita nuda, impulso fondamentale, energia corporale non inscritta nelle categorie culturali del consumo. È il luogo del creaturale: ciò che esiste prima o dopo la significazione. Si tratta, spasmodicamente, di scovare istituzioni che sappiano incarnare la voce della creatura.

 

William Kentridge, Triumphs and Laments, Lungo Tevere (foto di Luciano De Fiore)

 

 Sui muri di Roma (foto di Luciano De Fiore)

 

2. Perché per molti Pasolini è diventato un mito consolatorio del declino? Esiste un “pasolinismo” di maniera?

Mario Ajazzi Mancini
Purtroppo, credo davvero che Pasolini esiti nel gesto di chi finge di mettersi in gioco nel proprio dire, senza rischiare di persona.

Sergio Benvenuto
Esiste certo un pasolinismo popolare, esisteva già quando Pasolini scriveva sui grandi media.

Oggi la destra culturale si è impadronita del pasolinismo, in quanto vi vede l’esaltazione del “coatto”, come si dice a Roma, di quell’underdog nella cui condizione Giorgia leader ha dichiarato di aver vissuto. Oggi la destra si sente sottoproletaria, quindi disprezzata dai marxisti. E non caso la valanga di voti che arriva oggi alla destra è da parte di tutti coloro che si sentono sfigati come gli eroi di Pasolini.

Ginevra Bompiani
La maniera inghiotte sempre tutto. Ma Pasolini è coriaceo. Per lui contava la verità. Andava a cercarla nei luoghi più impervi. E ce l’aveva nella voce. La voce di Pasolini, sommessa, piana, un po’ dialettale, era una lezione di per sé. Ti insegnava che il coraggio è una qualità naturale e tranquilla, senza la quale la verità non si trova e non si vive. Il coraggio era la sua qualità vitale. Il declino, mi pare, comincia quando il coraggio finisce.

Arturo Casoni
Perché non lo hanno capito. Esiste una lettura di maniera di Pasolini – come di tutti gli autori – che non accetta la problematizzazione del concetto di progresso-evoluzione-decadenza.

Donatella Di Cesare
Sì, esiste ed è forse la forma più comoda, e perciò più infedele, della sua eredità. Un “pasolinismo” di maniera che riduce la sua voce a un ritornello sulla fine di tutto, una lamentazione elegante che permette di non guardare in faccia il presente. È il Pasolini trasformato in icona del rimpianto, in totem del “si stava meglio prima”, in spettro evocato per denunciare la modernità come decadimento inevitabile.
Ma questo Pasolini non è Pasolini. Lui non voleva consolare nessuno, men che meno alimentare nostalgie. Il suo sguardo sull’Italia non era un requiem, ma un grido. Analizzava la mutazione in atto non per indugiare nella perdita, ma per capire come resistere all’omologazione.
Quei molti che lo usano come simbolo del declino lo addomesticano. Lo rendono innocuo. Lo trasformano in una specie di santino laico, utile solo a confermare ciò che già pensiamo.
Il vero Pasolini, invece, non conferma: ferisce. Non rassicura: inquieta. Non consola: scuote. Ed è proprio per questo che oggi è così necessario liberarlo dalle sue caricature.

Stefano Gensini
Supponendo che un certo “manierismo” pasoliniano esista (potrei citare qualche romanzo o romanzo-documento, di autori ben noti, in cui ciò effettivamente accade), credo che ciò dipenda dalla ricorrente tentazione di astrarre la figura e i temi dello scrittore dai contesti, sempre diretti, brucianti, in cui le sue tesi venivano formulate. Penso ad es. alle sue dichiarazioni sull’aborto, che qualcuno oggi potrebbe perfino recuperare per condurre una nuova battaglia anti-abortista e dunque per santificare in modo interessato l’antico ribelle. (Non è escluso che qualche furbacchione ci stia pensando).  Solo che quelle posizioni (intese a sceverare il dramma che sta dietro a qualsiasi aborto, la scissione dolorosa che esso determina nel corpo e nella mente della donna), quando furono prese, non si opponevano affatto alla regolarizzazione per legge dell’interruzione della gravidanza, che era il tema sul tappeto, ma a una certa superficialità con cui il tema dell’aborto veniva proposto in taluni ambienti, quasi che esso rappresentasse una soluzione come un’altra del problema.

Riccardo Lombardi
Qualsiasi cosa può diventare “maniera”. Anche Freud è diventato psicosessualità o In Treatment

Pietro Montani
Certo che esiste. Pasolini, del resto, ne aveva messo in scena un perfetto esemplare nella figura del regista «di sinistra» blasé e sarcastico, manierista ed estetizzante che nella Ricotta ha il volto e la stazza di Orson Welles, sempre sprofondato nella canonica sedia pieghevole dalla quale si alza solo per accogliere il pacchiano corteo di ospiti del bel mondo che lo raggiunge sul set. Il punto di massima incandescenza di questo autoritratto, come dire?, apotropaico è l’invettiva contro lo squallido giornalista che è andato a intervistare il regista durante le riprese. Welles gli legge una poesia di Pasolini («Io sono un forza del passato…»), ma gliela legge solo per fargli sapere che un «uomo medio» come lui di quella poesia non può aver capito niente, aggiungendo con affettata ferocia che un uomo medio è «un mostro», un pericoloso delinquente, qualunquista, razzista, militarista… La condensazione tra il regista della Ricotta e il regista che, nella Ricotta, sta filmando gli stucchevoli tableaux vivants di due grandi quadri di due autori manieristi, Pontormo e Rosso Fiorentino, amatissimi da Pasolini, è letteralmente insopportabile, tanto è violenta la tensione interna che la lacera e al tempo stesso la conferma. È insopportabile proprio per il fatto che della sua paradossale esemplarità fa parte la radicale messa in questione della possibilità stessa che nella «società dello spettacolo» ci sia ancora spazio per l’arte e per la sua missione pedagogica – una missione che gli «uomini medi» dovrebbe mirare a e-ducarli, a trarli fuori dalla condizione di greve e ottusa connivenza con la parte peggiore dell’umano in cui sono caduti e non annichilirli con snobistica supponenza (che il giornalista, peraltro, incassa ridacchiando, visto che lo conferma nelle sue aspettative sui registi «impegnati», come si diceva a quei tempi). Nella Ricotta Pasolini spinge senza riserve l’esemplarità dell’arte nella dimensione del sacro, che il film fa coincidere, in negativo, con la sua fuga irreversibile dalla desolazione, o dalla blasfemia, della città dell’uomo – «il regno della terra», come lo chiama Stracci, il protagonista del film, mentre ripassa l’unica battuta che deve pronunciare, quella che il «ladrone buono» rivolgerà a Gesù nel momento in cui verrà issato accanto a lui sulla croce: «Quando sarai nel regno dei cieli ricordami al padre tuo».

Nicola Piovani
Eccome se esiste: dal “Pasolini personaggio pop” al “controcorrente metodico”, spesso usato per giustificare stucchevoli idee nostalgiche.

Elisabetta Sgarbi
Lo stesso Pasolini fa la maniera di se stesso. È un processo che connota tanti autori, in pittura come in letteratura, soprattutto i più grandi. Questo legittima la “maniera di” da parte di altri. Però Pasolini ha una forza critica, nel senso più etimologico del termine, e sarebbe stato critico anche contro il manierismo pasoliniano.

Mario Tozzi
Decisamente sì, e lo si vede anche nei patetici tentativi di tirarlo per i piedi allo scopo di portare acqua al proprio mulino, da un lato, e nel respingere ogni tentativo di universalizzazione del suo pensiero al di là delle appartenenze di fazione dall’altro. Per non dire del salvataggio delle proprie posizioni appoggiandole a qualche frase estrapolata dal contesto e, addirittura, rovesciata nel suo significato genuino.

Vincenzo Trione
Di Pasolini è rimasto il simulacro, una visione edulcorata, fragile, abbastanza retorica. E in quello che se ne ricorda probabilmente non si coglie più quanto sia stato un autore isolato e intimamente tragico. Con una battuta, Federico Zeri diceva che Pasolini somiglia a quelle statue antiche ripescate dai fondali marini, tutte ammaccate e incrostate. Ecco, Pasolini secondo me è stato proprio questo: una figura altissima, ma pochi oggi hanno presente quanto sia stata profondamente ammaccata, e dunque tragica.

Silvia Vizzardelli
Sì, il pasolinismo di maniera è talmente insopportabile da riversarsi, ingiustamente, sulla personalità di Pasolini. Ingiustamente? Non saprei rispondere. Il suo è un universo ambivalente, bistabile proprio come i giochi ottici di cui ci ha parlato Wittgenstein. Isolando una sola delle figure si rischia di snaturare il disegno. Rischio sempre in agguato su cui si radica il pasolinismo.

 

© Dino Pedriali, Pier Paolo Pasolini, a Chia mentre disegna

 

3. C’è una sua opera tra tutte (film, raccolta poetica, romanzo o scritto civile) che salverebbe “a ogni costo”? Perché?

Mario Ajazzi Mancini
Forse salverei Salò, per suggerire che anche dall’obbrobrio, dalla massima umiliazione che ci possono infliggere possiamo sortire con la leggerezza di un passo di walzer.

Sergio Benvenuto
Non conosco abbastanza la sua opera letteraria, ma un suo gioiello filmico secondo me davvero commuove: il corto Che cosa sono le nuvole? con Totò. Gli ho dedicato anni fa un intero saggio.

Di solito si dice che il suo film più bello è il primo, Accattone. In effetti, la sua imperizia allora nell’uso della macchina da presa ne fece una sorta di opera liturgica, una santificazione del degrado che è restata la sua fisima, sia di contenuto che stilistica.
Le ceneri di Gramsci lo si legge ormai nelle scuole superiori come un classico della letteratura italiana del Novecento. Contiene dei versi che dicono tutto della sua irrisolta ambivalenza, di attrazione e orrore, nei confronti della modernità:

Piange ciò che muta, anche
per farsi migliore. La luce
del futuro non cessa un solo istante
di ferirci

Ginevra Bompiani
Da ragazza, mi ha detto lui di leggerlo, e di leggere Moravia, era come se mi dicesse: adesso basta! Tuffati. E io ho letto i suoi due romanzi, uno dopo l’altro. Prima Ragazzi di vita. Per questo lo salverei, perché quel tuffo mi ha scaldata con la sua acqua gelida. E ho molto amato L’odore dell’India, che ho ancora nel naso.

Arturo Casoni
Scritti corsari e Lettere luterane fotografano quella contemporaneità (anni 70 e 80) che ci dà stimoli per capire la nostra epoca.

Donatella Di Cesare
Ragazzi di vita.
Lo salverei come si salva una sorgente. Perché in quel romanzo c’è il mondo prima dell’omologazione totale, prima della lingua neutra del consumo, prima della grande trasformazione che avrebbe inghiottito ogni differenza.
In Ragazzi di vita si sente ancora il rombo di un’umanità marginale e autentica, non idealizzata ma viva, esposta, permeabile al dolore e alla gioia con la stessa radicalità. I corpi, le parole, la città stessa — tutto è in bilico, vibrante, imprevedibile.
Pasolini non osserva quei ragazzi dall’alto: li accompagna, si lascia attraversare da loro. In quelle vite aggrappate all’elementare si rivela la sua intuizione più alta: che esiste un’energia vitale non ancora catturata dal potere, un desiderio che nasce nell’indigenza ma non si esaurisce in essa.
Salverei questo libro perché è un testimone di ciò che la modernizzazione ha cancellato con la forza di un destino. E allo stesso tempo è una domanda rivolta a noi: chi sono oggi i ragazzi di vita? Quali periferie non vediamo? Quali voci stiamo tacitando?
Ragazzi di vita è un romanzo che non invecchia perché custodisce, senza sentimentalismi, la possibilità di un mondo altro.

Stefano Gensini
Premesso che a me non piace tutto Pasolini, o meglio che non tutto mi piace allo stesso modo, le opere che salverei a ogni costo sono Le ceneri di Gramsci e i film b/n dei primi anni Sessanta. Lì, a mio gusto, Pasolini ha raggiunto la massima determinazione formale del suo mondo interiore, del suo vedere la vita e la (nostra) storia, unitamente a una rappresentazione di Roma, “stupenda e misera città” che, per quanto mi riguarda, era e resta più istruttiva di un manuale di storia dell’architettura o di un trattato di antropologia urbana.

Riccardo Lombardi
Impossibile scegliere tra Accattone e Salò, come impossibile scegliere tra Purgatorio e Inferno danteschi. In Accattone il conflitto tra corpo e mente diventa scultoreo, di nome e di fatto, nelle scene con gli umani commisti ai marmi alati di castel Sant’Angelo. Dopo aver mangiato, Accattone vola come un angelo nel Tevere, per dimostrare l’assenza di limiti del corpo. Il corpo non gli appartiene, ma è rubato dalla donna che sfrutta. Quando Accattone trova la “lacrimuccia” (Purgatorio V, 107, citato in calce alla pellicola), il corpo e la realtà gli crollano addosso, come il peso del ferro che ha scaricato lavorando. Il corpo è insostenibile, come è insostenibile il peso della gravità dell’astronauta Sandra Bullock al ritorno dalla stratosfera in Gravity (2013) di Alfonso Cuarón. In Pasolini solo la morte finale di Accattone permette una tardiva e paradossale riappropriazione del corpo: “Mo’ sto bene”. Uno spiraglio di luce traspare nelle sequenze del sogno sulla consapevolezza della propria morte: percezione della morte come alternativa possibile, nell’atto creativo, al precipitare nella morte concreta. Pasolini costruisce volutamente Salò come una sfida ai limiti del tollerabile per lo spettatore. Strutturato come gironi danteschi, Salò è eterno, meschino ed anarchico Auschwitz nazi-fascista, in cui il corpo è trasformato in “cosa”: ritualizzata, talvolta ridicolizzata, distruzione borghese di spontaneità, sessualità e corporeità. Mangiare merda è un destino a cui non ci si sottrae per la violenza e generale falsificazione imposta dal potere.

Pietro Montani
A questa domanda ho appena risposto. Giudico La ricotta uno dei più grandi film di tutti i tempi. A rivederlo continuamente, come mi succede, mi accade di fare, sempre diversamente, la stessa scoperta sensazionale, e cioè che ogni opera d’arte autenticamente esemplare non finisce di ricollocarsi perentoriamente all’altezza dei tempi che stiamo vivendo in quel momento, rimettendo in gioco la sua autonomia formale nel sacrificio eteronomico che consiste nel gettare luce sul presente. Non si tratta solo di aver anticipato i tempi, come si dice talvolta. La ricotta, peraltro, ne avrebbe tutte le credenziali, visto che la «società dello spettacolo» compiutamente rappresentata in quel film è il titolo di un celebre saggio di Guy Debord che sarebbe uscito quattro anni dopo, nel 1967. Si tratta, anche e soprattutto, di aver aperto una relazione profonda col presente in quanto tale, con la Jetztzeit, il “tempo-ora” delle «immagini dialettiche» di cui parlava Walter Benjamin nelle sue Tesi sulla storia, e di farcelo comprendere, di colpo, proprio in ciò che il nostro presente ha di più irriducibile. Si potrebbe riferire questa improvvisa epifania non solo alle principali figure del film – a cominciare dal sottoproletario Stracci e dall’intrattabile carattere primario del suo essere un corpo affamato – ma anche alle sue invenzioni formali, come quei coloratissimi tableaux vivants che oggi sarebbero prodotti da un algoritmo.

Nicola Piovani
Il film Cosa sono le nuvole. Perché è un capolavoro.

Elisabetta Sgarbi
La poesia e il cinema. La poesia è l’anima del suo cinema che ha una grande potenza estetica, prima che ideologica. Comizi d’amore è un film cui sono molto legata, in quell’ultima scena dove i due umili e regali sposi “si giurano amore.” Lì c’è uno sguardo pieno di amore di Pasolini, che mette a fuoco il rapporto tra desiderio e coscienza di ciò che il desiderio è e dove porta.

Mario Tozzi
Salverei Ragazzi di vita, perché ci voleva un friulano per far comprendere ai romani di cosa parliamo quando parliamo di Roma e dei romani. E di quanto, a ben vedere, si trascenda dalla città e si vada all’essenza degli italiani in generale e alla loro mai dimenticata radice sociale.

Vincenzo Trione
Potrei dire Petrolio. Quando lo lessi in prima edizione, mi ero appena iscritto all’università e mi sconvolse. Preferisco però citare un testo, forse più marginale, un documentario del ‘74: Pasolini e la forma della città, in cui Pasolini esplicita l’offesa e il dolore che le nuove costruzioni provocano al passato pur anonimo e popolare di un luogo, in quanto fondamentale alla sua identità. Nella prima parte la protagonista è la cittadina di Orte, nella seconda Sabaudia. Se si presta attenzione, lì c’è anche un attacco durissimo contro il fascismo. Per me quel documentario è molto importante: l’ho usato nel prologo di uno dei libri a cui tengo di più e a cui ho dedicato dieci anni di vita che si intitolava Effetto città, sul rapporto tra arte, cinema e modernità. E il prologo era proprio dedicato a quel documentario.

Silvia Vizzardelli
Salverei proprio gli Scritti corsari: forse i più contestati e problematici, ma indispensabili, perché ci ricordano che leggere un testo – soprattutto quando a scriverlo è Pasolini – non è mai un gesto semplice. Richiede di soffermarsi sulle parole, sulle loro sfumature lessicali, sui cambi di registro, prima ancora di prendere posizione o lasciarsi trascinare dall’istinto ideologico. Sono testi radicalmente anti-ideologici, pur non rinunciando talvolta alla provocazione. Proprio per questo vanno letti davvero, nella loro complessità, e non soltanto “annusati” da lontano.

 

Accattone (1961)

 

Totò-Jago e Ninetto-Otello in “Che cosa sono le nuvole?” (1968)

 

4. Quale concetto o figura del suo lessico (Palazzo, scomparsa delle lucciole, omologazione, abiura, mutazione antropologica, genocidio culturale…) risuona anche oggi?

Mario Ajazzi Mancini
Per me la scomparsa delle lucciole… Le notti d’estate, le stellate mozzafiato, e quei misteriosi lumicini di speranza – vers luisants della poesia. Scrittura del mondo e sul mondo, materia segnica elementare che la poesia mette in funzione quando davvero abbuia.

Sergio Benvenuto
Tutti questi termini risuonano ancor oggi,  sono entrati nel linguaggio comune. Pasolini aveva un genio per le parole definitorie che ricorda, in un registro completamente diverso, il talento neologico di D’Annunzio.
Quanto al tanto fortunato “mutazione antropologica”, mi sembra vecchia solfa, a dire la verità. Sono vari secoli che certi intellettuali denunciano la “mutazione antropologica”, ogni generazione ne vede una. Quando ero ragazzo a Napoli, i vecchi dicevano basiti “s’è arravutate o’ munne’, “il mondo si è capovolto”. Ogni generazione ha i suoi “apocalittici”, come li chiamava Umberto Eco, per prenderne distanza.
Non mi convince però “scomparsa delle lucciole”, dato che d’estate attorno alla mia casa in Sabina ci sono milioni di lucciole. Pasolini non andava a cercare statistiche, ma oggi le foreste italiane sono passate da 5,6 milioni di ettari del secondo dopoguerra agli oltre 11 milioni di ettari di oggi, insomma raddoppiate. Talvolta le statistiche sono più perspicue dello sguardo del poeta. Oggi viviamo in un paese molto più “lucciolato” di quello in cui lui ha vissuto. A meno che per ‘lucciole’ non intendesse le prostitute delle strade extra-urbane. Quelle in effetti non le vedo più.

Ginevra Bompiani
Forse la scomparsa delle lucciole, perché ancora le cerco l’estate, e perché sono una metafora meravigliosa di quel che nella luce è brutto, povero, sgraziato e nel buio splende. Due scrittori italiani sono stati capaci di rovesciare così il mondo e rovesciarlo di nuovo, dalla miseria all’incanto e viceversa. Anna Maria Ortese e lui. Lui conosceva come nessuno la grazia della sgraziatezza.

Arturo Casoni
“Mutazione antropologica” e “Omologazione”. Sono concetti connessi alla riflessione di Lacan sul “Superio sadiano”. Pasolini ha intuito che i mass media (allora tv soltanto…) – tra gli altri fenomeni della techne – stavano modificando il funzionamento mentale dei soggetti. Io che rifletto sulla cosiddetta nuova psicopatologia, in particolare dell’adolescenza, mi confronto spesso con le “profezie” pasoliniane…

Donatella Di Cesare
La “mutazione antropologica”, senza dubbio.
Pasolini aveva compreso che non stava cambiando solo la società: stava cambiando il modo di essere umani. Non era un passaggio di mode o di costumi: era una riconfigurazione profonda del desiderio, della sensibilità, persino della lingua. Oggi lo vediamo con chiarezza: viviamo in una mutazione incessante, accelerata dalla tecnica, dai dispositivi, dagli algoritmi. La percezione del tempo, la relazione con l’altro, la stessa immaginazione sono state riscritte.
Quando Pasolini parlava di mutazione, non indicava un futuro distopico, indicava un presente in atto. Sapeva che l’omologazione non avrebbe avuto bisogno di violenza apparente: bastava una dolce pressione, una pedagogia invisibile che spingesse tutti verso l’identico.
Ecco perché il suo concetto risuona così forte oggi: perché la mutazione continua. E perché ancora non abbiamo trovato le parole — le nostre, non le sue — per opporle un’altra forma di vita.

Stefano Gensini
Omologazione direi che è la parola-chiave di permanente attualità. Come molti altri/e, immagino, mi sono chiesto tante volte come Pasolini avrebbe reagito se avesse fatto a tempo (o se si fosse per miracolo risvegliato) a vedere l’Italia degli anni Duemila: il berlusconismo, l’espansione a 360 gradi dei consumi, la tv e la comunicazione pubblica dei nostri tempi, una serie televisiva come Gomorra. Il suo incubo degli ultimi anni di vita divenuto realtà generalizzata, tale da permeare tutti gli angoli della nostra società e della nostra vita quotidiana. Chissà se avrebbe visto da qualche parte ancora quell’ “isola pulita” che negli anni ’70 pure riteneva esistesse “in un paese orribilmente sporco”.

Riccardo Lombardi
Macchine. “Non ci sono più esseri umani, solo macchine impazzite che si scontrano”.

Pietro Montani
Alcune figure le ho già inevitabilmente menzionate, a cominciare da quella, costante in Pasolini, del sacro e delle sue forme enigmatiche o negative. Quella che oggi sento più vicina al mio modo di pensare (o, meglio, a ciò che da un paio di decenni a questa parte polarizza il mio pensiero e non finisce di stupirmi per il fatto di averlo scoperto così tardi) è l’approccio radicalmente antropologico di Pasolini, il suo interesse costante e sistematico per le forme di vita che l’essere umano si è dato e che lo hanno contraddistinto rispetto agli altri viventi ben prima che questo elemento qualificante potesse assumere le figure della cultura e della politica. È in questo territorio antropico pre-culturale e pre-politico che Pasolini si è inoltrato alla ricerca di figure che potessero illuminarlo e condurlo, per quanto possibile, sul piano dell’esemplarità e-ducativa di cui abbiamo detto fin qui, cioè sul piano di qualcosa che dobbiamo sempre di nuovo ri-prendere su di noi e sempre di nuovo sottoporre a norme che non sono già date. Ma è poi proprio questo elemento antropico pre-culturale e pre-politico a determinare la contemporaneità, l’aderenza al tempo-ora delle cose migliori di Pasolini.

Nicola Piovani
Mutazione antropologica, un tema attuale oggi più di ieri.

Elisabetta Sgarbi
“Periferie.” Le periferie ancora non toccate dalla speculazione edilizia. Non possiamo più guardare la periferia di una città, senza lo sguardo di Pasolini. Benché la storia abbia travolto quello sguardo. Pasolini ha perso, ma lui sapeva, credo, che avrebbe perso. C’è questo eroismo in lui, questo sforzo di lottare pur sapendo che ciò per cui lottava si stava sgretolando, che mi commuove.

Mario Tozzi
“Corsaro” mi sembra il termine più duraturo, soprattutto perché mai più declinato: brilla per la sua successiva assenza, nei fatti e nella forma.

Vincenzo Trione
Probabilmente i due lemmi del titolo di una sua raccolta, Trasumanar e organizzar. È anche un ricordo personale, perché quella raccolta di poesie era di mia madre che me la regalò. Ho ancora quella vecchia edizione Garzanti e ricordo che da ragazzino non capivo bene a cosa si riferisse questo “trasumanar e organizzar”: credo in realtà sia anche una grande metafora del modo di lavorare di Pasolini capace di attraversare mondi, culture, epoche per dare loro un nuovo volto. Oggi si tende a caricare molto di significato il suo “trasumanar”, ricordando poco quanta importanza lui desse anche allo “organizzar”, alla politica. Se ci si pensa, in fondo anche tutto il lavoro di Pasolini regista è fondato sull’idea di organizzare.
Un’altra raccolta fondamentale che ho amato molto è Descrizioni di descrizioni: in un testo dedicato a Roberto Longhi, il suo maestro, Pasolini spiega che, seguendo le sue lezioni, già “vedeva” il cinema, le immagini in azione. A differenza degli altri autori del suo tempo, delle grandi personalità della letteratura della sua generazione (e penso a Calvino, a Moravia, Sciascia, a Volponi, per citare veramente i grandi) molto spesso limitate al linguaggio del quale si servivano, Pasolini ha un’inclinazione intermediale. Forse l’unico che aveva una capacità in qualche modo accostabile a Pasolini era Mario Soldati, che pure è un autore da lui lontano.
Un aspetto che mi ha sempre colpito di Pasolini è questa sua curiosità quasi avanguardistica di esplorare linguaggi diversi. Anche il lavoro nel cinema va in questa direzione, ma già nella scrittura delle poesie Pasolini ha un approccio soprattutto visivo. Nel lavoro con la pittura è profondamente debitore, come ha più volte riconosciuto, della lezione di Roberto Longhi. Insomma: Pasolini non si limita a teorizzare sul cinema, perché era un uomo in cui la corporeità era decisiva. Così quando tratta di arte non si limita a descrivere o a parlare di alcuni maestri del passato, ma si misura in prima persona con la pittura, realizzando dei ritratti piuttosto ingenui, ad esempio proprio di Longhi. L’aspetto più interessante è che inizia a lavorare fisicamente, sulle materie, quasi con un esercizio di collage da sperimentazione d’avanguardia. Questo credo sia il lato più notevole. Non che i risultati siano particolarmente felici, ma l’aspetto da rimarcare è che aveva bisogno di misurarsi con l’esperienza corporale del fare.

Silvia Vizzardelli
Come anticipato, nella risposta alla prima domanda, la parola che sceglierei è “creatura”. In Pasolini c’è una sola dimensione, una sola figura che si sottrae al godimento consumistico. Si tratta della “creatura”, del “creaturale” anonimo e sepolto dalla storia. Riappare negli interstizi, nelle falle della storia impietosa, si presenta come un umile sentiero acciottolato di campagna, come un corpo di contadini spersi nel tempo, come una lingua “originaria” dialettale, come nuda sacralità minerale del vivente.
Ma il luogo dove il creaturale si fa sentire con più forza è nella voce di Pasolini.
La voce di Pasolini, il suo timbro così singolare – nasale, spezzato, vibrante e insieme arcaico – è spesso stata percepita dai critici come qualcosa che eccede il semplice fatto biografico: non è solo “la voce di un uomo”, ma un luogo poetico. Ed è proprio in questo senso che la voce, più di ogni altra cosa, diventa espressione del creaturale.
Pasolini parla con un timbro che sfugge alla neutralità comunicativa. La sua voce non “spiega”, si dà. È un corpo che vibra, un’emissione materiale prima che un significato. Questo è tipicamente creaturale: la creatura non è un soggetto compiuto, non articola; emette suono, grida, chiama, invoca.
Mi sorprendo congelata di fronte a questa voce: ne avverto la forza e, insieme, ne sento, con fastidio, la stonatura. Si tratta di una ambivalenza perturbante che da sempre accompagna il mio modo di sentire la figura di Pasolini e la voce ne è la sineddoche. La creatura non è solo innocente. È sempre sul punto di convertirsi nell’intollerabile. Penso alla creatura come un luogo impossibile in cui la vita batte insieme alla morte. Nello stesso tempo e senza contraddirsi vita e morte, come uno spasmo sul posto.

 

Pasolini al Pigneto, Maupal (foto di Luciano De Fiore)

 

5. Non un profeta, non un martire civile, piuttosto un poeta della perdita, del desiderio interrotto, testimone della quasi impossibilità di conciliare Legge e vita. Sarebbe d’accordo nel definirlo così, o altrimenti?

Mario Ajazzi Mancini
Non amo la poesia di Pasolini, la trovo troppo carica di pensiero, troppo civile se vogliamo, e fatico a definirlo poeta. Se non fosse per le lucciole.

Sergio Benvenuto
Secondo me il desiderio di Pasolini non si interrompeva mai. Oggi verrebbe diagnosticato come ADHD. Faceva sempre qualcosa, chi gli stava attorno dice che se se ne stava seduto fermo si pensava “PierPaolo è malato?” Impossibilità di conciliare Legge e vita mi suona meglio.
Sicuramente c’era in lui una vocazione tragica, voleva che la sua vita fosse un’opera d’arte da Schauerspiel, e così è stato. Di solito i creatori che hanno voluto costruire la loro vita come opera d’arte hanno fatto una fine tragica, come da copione. Lord Byron, Oscar Wilde, Raymond Roussel, Vladimir Mayakovsky, Ernest Hemingway, Yukio Mishima, John Lennon… e altri. Nella sua vita oltre che nella sua opera c’è una mescolanza inaudita tra una rozzezza strapaesana e un compiacimento lirico da dandy, una conflagrazione che rende la sua vita affascinante ai nostri occhi, non meno dell’opera sua.

Ginevra Bompiani
Non saprei come definirlo. Ma trovo in una lettera a Silvana (Mauri) questa frase che mi piace tanto: “e mi sono messo a suonare l’enorme tamburo del mio esserci.” Certo, non è una definizione, è solo una dimensione.

Arturo Casoni
Altrimenti. Un poeta della complessità-contraddittorietà della nostra epoca. Sarei ben felice se Pasolini fosse vivo oggi, nel 2025… Ce ne direbbe di tutti i colori, facendoci incazzare!

Donatella Di Cesare
In parte sì, ma direi qualcosa di più. Pasolini non è tanto il poeta della perdita quanto il poeta della soglia. Vive e scrive sempre in quel punto in cui due mondi si toccano senza mai coincidere: la Legge e la vita, il sacro e il profano, l’innocenza e la colpa, la tradizione e la mutazione.
Il suo desiderio interrotto non è rinuncia, è tensione. È lo slancio di chi sa che non esiste conciliazione possibile, ma non per questo rinuncia a cercarla. È un’etica della ricerca infinita, del camminare sul bordo.
Pasolini non è profeta — non annuncia il futuro. Non è martire — non accetta una morte esemplare. È un testimone inquieto, che guarda ciò che scompare senza rassegnarsi e guarda ciò che arriva senza entusiasmo. Per questo è ancora vicino: perché anche noi viviamo sulla soglia, in una lacerazione permanente tra ciò che eravamo e ciò che stiamo diventando.
E Pasolini, in quella lacerazione, ci parla ancora con voce intatta.

Stefano Gensini
Non ho una formula da proporre. Posso dire che quando era in vita avvertivo Pasolini come una sorta di maestro (e Maestri cercando s’intitolava un vecchio scritto di Vittorini che avevo ben presente negli anni della mia formazione): come uno al cui lavoro, ai cui articoli e interventi si ricorreva per trovare una pista utile per capire molte cose complicate, risposte o comunque ipotesi di risposta che non venivano a sufficienza dalla cultura e militanza politica, pur così importante per molti di noi.  A quanto la domanda accenna, preferirei rispondere che Pasolini sapeva fare della sua personale “contraddizione” (come la chiama nelle Ceneri) uno strumento affilato di conoscenza non solo individuale, ma collettiva; da questo punto di vista, la sua improvvisa perdita fu davvero un dramma, negli anni Settanta e in quelli che seguirono, così gravidi di fatti e cambiamenti che ci trovammo a fronteggiare senza il suo sguardo penetrante e capace di percezioni inusuali. Per il resto, Pasolini è ormai consegnato alla storia del nostro paese (e non solo).  Non un profeta né un modello, ma un classico moderno, da leggere e far leggere (e vedere) a chi non lo conosca, magari per pure ragioni d’età: come molti studenti delle nostre università che – lo noto con piacere – incontrano volentieri il “personaggio” Pasolini e si accostano a parti almeno della sua opera, avvertendo che ha per loro un senso confrontarsi con essa.

Riccardo Lombardi
Poeta tragico del conflitto corpo-mente e della quasi impossibilità a conciliare umanisticamente le due istanze. La mente, illusa nel suo potere, odia i limiti del corpo e lo attacca, distruggendo inevitabilmente le sue radici e sé stessa.

Pietro Montani
Sì, sono d’accordo. In particolare sull’ultima definizione, della quale rimarcherei l’assoluta importanza dell’avverbio «quasi». La vita e la legge non sono conciliabili. Direi piuttosto che sono, di volta in volta, integrabili in configurazioni originali e audaci che, di volta in volta, ce ne mettono a disposizione diversi, possibili proporzionamenti reciproci. Ma integrare la vita e la legge non è forse il compito più genuinamente creativo – o autopoietico, se si vuole – a cui è chiamato l’essere umano?

Nicola Piovani
Direi un filosofo incantato dalla bellezza e dall’innocenza, con una coscienza profondamente, irriducibilmente tragica.

Elisabetta Sgarbi
Un poeta. Un poeta e basta. Come disse Moravia nella sua orazione funebre. Poeta è una parola inafferrabile, i cui confini sono incerti. Eppure, è qualcosa di bello e preciso. E Pasolini è un poeta, al presente.

Mario Tozzi
Poeta della perdita mi sembra la definizione più adatta, o almeno, la chiave che più mi convince o che ho voluto sempre riconoscere. Avrei semmai difficoltà a stabilire in che senso e quanto possa essere considerato un “conservatore”, nella misura in cui un ecologista, oggi, può essere considerato con qualche ragione avversario della modernità. Conservare memoria è come conservare ambiente e rischia di sembrare un esercizio intellettuale da conservatori: in qualche misura lo è. In questo senso il paesaggio è paradigmatico: natura modificata dall’uomo, dunque non primaria, che viene tutelato oggi come segno di recupero anche di memoria e che non può essere considerato un segno passatista, bensì di avanguardia.

Vincenzo Trione
Assolutamente. Credo che Pasolini sia stato uno degli autori più drammaticamente inseriti nel suo tempo, ma più afflitti da un drammatico senso della nostalgia, della tenerezza, della distanza, del non-finito. Credo che tutta la partita di Pasolini sia consistita in questo. Quel non-finito di Petrolio è anche il non-finito della sua vita, il non-finito della sua opera, probabilmente pensata proprio in origine come segnata da un senso della perdita, dalla nostalgia, dalla mancanza. Probabilmente l’opera era destinata a generazioni successive che avrebbero in qualche modo potuto integrarla, riattivarla e farla vivere. Senza fine.

Silvia Vizzardelli
Senz’altro poeta della perdita. Sarà forse perché ho vissuto parte della mia giovinezza a Ostia, ho sempre associato la sua figura a quei luoghi. Il mare come luogo di libertà e spaesamento. La notte come spazio di incontro e rischio. Le periferie come crocevia di destini. Alle spalle la città che inghiotte, trasfigura, distrugge.
Forse proprio a Ostia, Pasolini ha incontrato per la prima volta quei volti di giovani innocenti visti nel settembre del 1972 a Isfahan in Persia. “Ero, questo settembre, nella cittadina di Isfahan, nel cuore della Persia. Paese sottosviluppato, come orrendamente si dice, ma, come altrettanto orrendamente si dice, in pieno decollo. Sull’Isfahan di una diecina di anni fa – una delle più belle città del mondo, se non chissà, la più bella – è nata una Isfahan nuova, moderna e bruttissima. Ma per le sue strade, al lavoro, o a passeggio, verso sera, si vedono i ragazzi che si vedevano in Italia una diecina di anni fa: figli dignitosi e umili, con le loro belle nuche, le loro belle facce limpide sotto i fieri ciuffi innocenti”.

 

Ringraziamenti

Ringrazio per le attente motivazioni con cui hanno declinato il mio invito Edoardo Albinati, Nadia Fusini, Tomaso Montanari, Gennaro Sasso, Patrizia Valduga, Matteo Zuppi.

Bio:

Luciano De Fiore è filosofo, accademico e saggista. Si occupa di editoria scientifica. Su Pasolini ha scritto, tra l’altro, Risposte pratiche, risposte sante: Pasolini, il tempo e la politica (Castelvecchi, 2018), Il lupo avrà il sorriso? Conversazioni su Pier Paolo Pasolini (Castelvecchi, 2022) e ha curato il numero monografico di “Lo Sguardo” su Pier Paolo Pasolini. Dissidenze, resistenze, ibridazioni, 19:2015 (III).

 

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European Journal of Psychoanalysis