Estratto libro “Effetto queer. Un dialogo mancato sui destini della sessualità” (Orthotes, 2024)

Pubblichiamo un breve estratto del Libro Effetto Queer. Un dialogo mancato sui destini della sessualità (Orthotes, Napoli 2024).

 

Conversazione di Giovanni Torti

        con Sergio Benvenuto e Paolo Cotrufo

 

     1. Attacco al binarismo

 

     Giovanni Torti – «Non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere». Esordisco con questo monito di Spinoza augurandomi che possa far da bussola alla conversazione e invitare alla lettura. La questione transgender ci interroga tutti e, nella maggior parte dei casi, ci trova impreparati o imbarazzati. La storia delle teorie del genere (al plurale!) è difatti estremamente complicata. La situazione che vediamo oggi ha come origini fenomeni più marginali e locali. Mi domandavo se fosse possibile reperire gli elementi atomici che, storicamente e culturalmente, hanno portato a questa diffusione capillare. Per quali ragioni emerge proprio oggi il bisogno di mettere in questione così radicalmente il binarismo uomo-donna?

     Sergio Benvenuto – Non so se ci siano elementi atomici che hanno portato a questa “febbre del gender” in tanti paesi iper-industrializzati. Vi vedo piuttosto processi molari, ovvero, vedo questa “moda” – così molti la qualificano per svalutarla – della messa in questione del gender in connessione con una tendenza generale, pervasiva, della nostra epoca, come cercherò di mostrare. È vero, essere trans o non-binari per molti giovani è cool. Spesso sono non-binari quelli che vanno meglio a scuola, i più attivi, i più intelligenti. Insomma, sono all’avanguardia. Quando ero io giovane, negli anni 1960 e 1970, essere all’avanguardia era essere comunisti, fare sperimentazione artistica, praticare il libero amore se si era ragazza (i ragazzi non aspettavano altro, in effetti). Oggi il giovane cool piuttosto è ecologista rigido, animalista, vegano e queer. Ci si dovrebbe chiedere perché proprio questo, oggi, è il modo di essere speciali. Lasciatemi ricordare che il termine queer usato in questo senso fu inventato da un’italiana, Teresa de Lauretis.[1]

La messa in questione del binarismo assume forme per certi versi opposte: non ci sono genders – ovvero ci sono tanti genders. Facebook oggi prevede 56 modi diversi di dire il proprio genere. Propongo intanto una mia traduzione di queer: inclassificabile. In effetti, il cuore del problema, come vedremo, è classificare. La transizione è soprattutto una transizione simbolica, da una classe all’altra. Userò qui i termini queer e inclassificabile come sinonimi.

Il termine gender ha ormai sostituito quello di sex nei paesi anglofoni, anche perché in inglese gender ha una connotazione più sessuale che nelle lingue latine. L’inglese prevede un genere linguistico solo per gli esseri viventi sessuati, il resto è neutro; mentre nelle lingue latine ogni sostantivo ha un genere, e non il neutro. Certe lingue sessualizzano il mondo, altre no. Insomma, in inglese è più facile pensare a gender come sostituto di sex. Quindi “genere” non è una traduzione perspicua di gender, userò sempre il termine inglese.

Inciso: mi colpisce quanto il movimento queer italiano si riveli linguisticamente soggetto alla cultura americana. Per esempio, si dice e si scrive ‘FtoM’ o ‘MtoF’, e non, come sarebbe ovvio, ‘F a M’ o ‘M a F’. Questa sottomissione all’egemonia culturale americana stride con una narrazione che vorrebbe invece dar spazio al non-americano, al non-bianco, al non- imperialista.

Come è noto, molti legati alla religione attaccano “l’ideologia del gender” dicendo che la teoria del gender annulla le differenze. Ma io direi piuttosto: “fosse il cielo se l’ideologia del gender annullasse davvero le differenze!” Se la teoria queer fosse davvero un discorso che minimizza le differenze, direi di essere filosofo queer. Penso infatti che nella realtà tutto sia fluido, che le nostre categorie linguistiche cercano di mettere un ordine precario e approssimativo a una realtà che è sempre eccedente rispetto alle rappresentazioni di essa. Ma vediamo che accade l’esatto contrario. Al crollo della suprema opposizione binaria M/F, subentra una frammentazione crescente di identità, una corsa alle identità, un’Identity Rush, per cui ciascuno si deve trovare la sua casella, altrimenti… Altrimenti quale pena?

In America ormai le toilette dei locali pubblici stanno diventando poco a poco tutte Gender Free, nel senso che è caduta la separazione tra Uomini e Donne. Di recente, in un’Università della California, la direzione ha deciso di de-genderare i gabinetti universitari. È successo il putiferio. Gli studenti queer hanno detto che ciascuno doveva avere un proprio bagno, dato che ognuno, al limite, è un gender diverso. L’argomento decisivo – che costruire un bagno per ogni studente singolo avrebbe avuto costi proibitivi – non ha persuaso. Si tocca qui tangibilmente l’ambiguità della politica queer: una parte di essa tende ad annullare le distinzioni di gender, un’altra invece ad aumentarle iperbolicamente fino al punto che ciascuno è il proprio gender. Prima gli uomini erano divisi dalle donne, oggi ciascuno è diviso da qualsiasi altro. È vero che in entrambi i casi il binarismo viene svuotato, ma in direzioni opposte: una rinuncia alle distinzioni di gender, un’altra invece le moltiplica a dismisura.

Prima però vediamo da che cosa la filosofia queer deriva. La messa in questione del gender è una deriva della critica femminista negli ultimi 50 anni. La sfida femminista non-radicale, riformista, presuppone il fatto che la differenza maschio/femmina sia puramente anatomica – anche se in realtà è prima di tutto ormonale – e che per capacità e attitudini mentali uomini e donne sono identici. Completa eguaglianza. Ma se una donna può essere qualsiasi cosa – anche cacciatrice, soldatessa, minatrice, marinaia, pugile… – è allora l’esser donna che perde senso. Resta solo la differenza tra maschi e femmine.

Un’altra corrente femminista, detta radicale, punta invece su una singolarità femminile che darebbe alla donna una marcia in più. Ovvero, le donne non sono proprio come gli uomini, perché sono dotate di un femminile eccedente che viene proposto come modello di una civiltà da costruire. La società, oggi permeata da ideali fallici – dicono queste pensatrici – dovrebbe essere permeata invece da ideali femminili. La tesi di una delle femministe “storiche”, Carla Lonzi, è che alle donne non importa essere eguali agli uomini, l’eguaglianza è un valore maschile: le donne puntano a un superamento di ogni società basata sul potere. Ogni potere è identificato come fallico, o – termine ubiquo – patriarcale. Il patriarcato è il nemico storico fondamentale da battere, così come il capitalismo lo è per i marxisti, l’intervento dello stato per i liberali, ecc.

Le due visioni femministe sembrano confliggere, e in effetti confliggono. Ma il punto è che in questo modo si è venuta a sfaldare quell’unità sesso/modo-di-essere che era alla base dell’i- dea tradizionale per cui da una parte c’è un’essenza maschile, dall’altra un’essenza femminile. Se l’anatomia non è più il destino – come disse Freud – se insomma la nostra “anima” non è più connessa ai nostri genitali e ormoni, la conseguenza è che alla differenza fisica maschio-femmina non si sovrappone più la differenza uomo-donna. Insomma, non sappiamo più che cosa sia “un uomo” e che cosa sia “una donna”. La strada per la messa in questione della nozione stessa di sex era quindi aperta dal femminismo. O siamo tutti eguali anche per gender, oppure le differenze di gender vanno ridefinite.

Un problema simile si pose agli Ebrei atei: “se non credo nel Dio ebraico, in che senso sono ebreo?” Tanto più che oggi non ammettiamo più il concetto di razza, quindi non esiste la razza ebraica. Devo dire allora che non sono ebreo perché per me non ha senso? Oppure devo dire che resto ebreo… ma allora in che senso? Freud, per esempio, era ateo ma si è sempre detto fiero di essere ebreo. Questo problema, che ha tormentato varie generazioni, è nato da quando l’identificazione tra Ebreo e religione mosaica è venuta meno. Con le donne è accaduto qualcosa di simile. Anche se resta comunque la prepotente differenza anatomica e funzionale tra maschi e femmine.

Perché il femminismo ha scelto di chiamarsi femminismo e non donnismo? Credo di aver identificato delle donniste non femministe, da Roswita di Gandersheim [2] fino a Lou Andreas Salomé.[3] Forse perché non esistono più tratti tipicamente femminili, ovvero non c’è più “la donna”, della donna non resta altro che… la femmina. Proprio perché nessuno sa più cosa sia “essere veramente donna”, resta solo una femmina che si interroga su che cosa significhi essere donna.

     Paolo Cotrufo – “Le azioni umane non vanno derise, compiante o detestate, ma vanno capite”. Il monito di Spinoza, in un dibattito sul genere, oggi, non è facile da rispettare. Il tema è ormai cannibalizzato dalla politica e dalla scienza medica, assumere una posizione analitica è sempre più difficile e viene immediatamente frainteso o, addirittura peggio, calato all’interno di una scissione: pro o contro?

Direi che anche gli analisti, oggi, faticano a sospendere il giudizio. È bastata una lettera[4] del Presidente della SPI (Società Psicoanalitica Italiana) alla Presidente del Consiglio Meloni nella quale si invitava a non avallare la somministrazione di triptorelina per arrestare la pubertà nei minori con disforia di genere per determinare un’insurrezione da parte di molti analisti. Alcuni colleghi hanno letto quel comunicato come uno schieramento della SPI contro i diritti, a destra, come un non tenere nel giusto conto i progressi della medicina confliggendo con gli studi “scientifici” di endocrinologia, pediatria e neuropsichiatria infantile. Come un essere fuori dal contesto culturale e scientifico del nostro tempo. Io chiamo i colleghi che si agitano nel tentativo di far fronte al timore che la psicoanalisi sia “fuori tempo”: analisti fobici. Come se la psicoanalisi non fosse, per definizione, fuori dal tempo presente.

Tra i fattori che hanno messo in discussione il binarismo maschio/femmina, Benvenuto individua una deriva delle critiche che giungono dal femminismo e dai movimenti omosessuali, sono d’accordo anche se inserirei quella che Sergio definisce, forse in modo un po’ tranchant, una “moda” della fluidità del gender all’interno di un movimento più ampio che sta interessando la civiltà umana e che riguarda la relazione tra il soggetto e il corpo da questo abitato. L’antropologo francese Le Breton[5] situa l’inizio della trasformazione di questa relazione addirittura nel Rinascimento e, nello specifico, individua nel De humani corporis fabrica (1543) di Vesalio, primo trattato completo di anatomia umana, l’inizio di un processo trasformativo della relazione soggetto/corpo che avrebbe iniziato a passare dal registro dell’essere al registro dell’avere un corpo, una sorta di progressiva dissociazione. Rispetto alla fluidità penserei, dunque, a dei fattori specifici legati alle questioni sul genere, tra questi anche il femminismo, e dei fattori più ampi che attengono al “potere”, alla totipotenza di uno psichismo neoplastico che esprime la sua forza assoggettando la natura, nello specifico individuale, la natura del corpo. Forse sono troppo suggestionato dal mio interesse clinico e scientifico, ormai ultradecennale, per la clinica del corpo: il trattamento clinico delle anoressie e dell’autolesionismo e la ricerca sulle cosiddette body modifications che includono hyper tattooing, body piercing, scaring, body building e la chirurgia estetica. Credo che in questo dibattito possa avere spazio un’intuizione di Alessandra Lemma la quale ha introdotto, rispetto alle body modifications, la presenza di una “fantasia di autocreazione”.[6]

Verrebbe da sé che il binarismo appare culturalmente antiquato, povero, limitante. Il West è libero, il binarismo è decisamente antidemocratico. La libertà personale, e dunque anche la libertà sessuale, esonda inevitabilmente dalle costrizioni binarie maschio/femmina o uomo/donna. La politica e l’informazione cavalcano la cultura (o la moda, come sostiene Benvenuto) in cerca di consenso e l’attacco al binarismo trova una sponda crescente nell’opinione pubblica.

Inoltre, a me pare cruciale, in una discussione psicoanalitica sull’identità di genere, magari prima di un confronto sul genere, intenderci sul concetto stesso di identità e se non sia opportuno parlare in termini di identificazione di genere, sia nel senso del genere nel quale si è passivamente identificati dall’altro, sia il genere nel quale attivamente ci si identifica. La sensazione è che anche la psicoanalisi trovi nel mainstream culturale l’opportunità di diventare finalmente “popolare” e dunque anche noi finiamo per accogliere il concetto di identità (ignorato nell’opera freudiana) e abbandoniamo quello di identificazione.

     Sergio Benvenuto – Vorrei chiarire il termine “moda” – tra virgolette – che ho usato, e che Paolo Cotrufo considera troppo tranchant. Non do affatto al termine “mode” il senso futile che di solito esso ha. Per mode culturali intendo delle stagioni culturali – queste possono durare sei mesi, ma anche sei secoli. Tratto come moda culturale anche il cristianesimo che dura da venti secoli. Volevo dire insomma che la questione del gender è un’emergenza storica, come tante altre cose che ci ossessionano oggi, e ci si dovrebbe chiedere allora perché proprio oggi. I trans sono sempre esistiti, ma oggi la cosa crea tempeste e passioni. Va detto che in passato i trans non potevano transitare, perché la tecnologia chirurgica non era adeguata. Penso ad altre ossessioni di oggi: ai cosiddetti disturbi alimentari, all’autismo, alla “minaccia” dell’intelligenza artificiale, alla pedofilia, ecc. In altre epoche le ossessioni erano diverse. Per questa ragione sarebbe miope ridurre la questione gender a un semplice dato clinico, come vorrebbero tanti colleghi analisti.

È soprattutto una questione antropologica, insomma. La questione gender è essa stessa un sintomo della nostra epoca, così come la paura della stregoneria fu un sintomo nel mondo cristiano tra XV e XVII secolo, e l’isteria e lo spiritismo nel XIX secolo.

     Paolo Cotrufo – Moda era un po’ tranchant e la chiarificazione di Sergio Benvenuto mi fa pensare che, entro certi limiti, condivido il concetto. Ad esempio, anch’io credo che le “mode culturali” esistano e abbiano grande peso nella vita di tutti, ma silenziosamente. Ad esempio, per restare sul tema del corpo, la moda non la farei coincidere con il diffondersi del sintomo anoressico ma considererei quest’ultimo come uno dei molti segni di una “moda culturale”. La tendenza a pensare che io coincida con il mio psichismo, movimento lento e pressoché lineare e continuo dalla preistoria ad oggi, e che il corpo che lo psichismo abita sia una sua appendice implica, anche, la fantasia di esprimere ciò che vorrei “sembrare” attraverso il corpo. Posso plasmarlo, è mio, perseguo il fallace tentativo di essere rappresentato da chi mi guarda così come io vorrei che mi si pensasse. L’importanza dell’abbigliamento e dei vari accessori, l’enorme industria della cosmesi, dell’anti-ageing ecc. credo derivino da questo. In tal senso immagino una tendenza, che ha subito un’accelerazione logaritmica con il movimento della body art, e che oggi produce i suoi sintomi, tra questi anche l’anoressia. Il corpo mi pare progressivamente passare da roccia biologica dello psichismo a suo epifenomeno plastico. In sostanza, la “moda culturale” riguarderebbe lo spostamento della soggettività dal concetto unitario “psicosoma” verso il polo psichico, da qui il soma diviene progressivamente un’appendice dello psichismo del quale quest’ultimo può disporre per realizzare il proprio fantasma identitario, plasmandolo.

     2. Che cos’è il Gender?

 

     Giovanni Torti – Sergio Benvenuto solleva una questione che, per certi versi, ha le sembianze di un paradosso: la moltiplicazione infinita dei genders si risolve in un no-gender. Ho l’impressione che alcune teorie gender rimangano come ingarbugliate nel significante che introducono, seppur decostruendolo. Provo a chiarire: il gender vorrebbe porsi come alternativa alla nozione biologica di sesso ma, nel momento in cui compare sulla scena, tende a riprodurre lo stesso binarismo che si propone di distruggere. La dicotomia uomo-donna, scacciata dalla porta, ritorna dalla finestra (basti pensare agli innumerevoli tentativi di formulare una scrittura politically correct – “*”, “u”, “ə” – che non fanno altro che ossessionarci sul genere). La stessa Judith Butler ha ridimensionato la centralità del gender in favore di altri elementi (razza, posizioni geopolitiche…).

Inoltre, penso che spesso ci sia anche grande confusione intorno alla stessa nozione di gender, come se nessuno fosse davvero d’accordo su cosa sia. Pongo quindi una domanda che, sebbene possa sembrare vaga e banale, merita di essere presa seriamente. Che cosa diavolo è il genere?

     Paolo Cotrufo – È probabile che nessuno lo sappia più. È verosimile che uscendo dal binarismo maschio/femmina, etero/ omo, come mi pare sostenesse Sergio Benvenuto, si arrivi a una tale moltiplicazione dei generi che il rischio è che il termine stesso finisca per non corrispondere pienamente ad alcun significato: la fluidità. D’altronde la logica del “non”, in questo caso applicata al binarismo tra i generi, dunque non-binary, implicherebbe che alla domanda “cosa diavolo è il genere?” la risposta sia che non è qualcosa, e non cosa diavolo sia. Esistevano gli Indios e gli Spagnoli, due etnie chiaramente differenziate. I Creoli di oggi possiamo considerarli un’etnia? Il tipo creolo rappresenta un punto su un vasto continuum tra due poli culturalmente e geneticamente differenti ma non più differenziabili, fuzzy. In- fatti, anche il termine “etnia” oggi è rifiutato o comunque accolto con una certa diffidenza dall’antropologia, un’etnia “fluida”.

Questo in astratto. Se la domanda prevede una risposta personale, cioè cos’è il genere per Paolo Cotrufo, analista che lavora da circa 25 anni, rispondo, in modo stavolta decisamente tranchant. Oggi, io intendo per genere il conseguimento di un lavoro psichico che consideri la propria origine e il proprio destino in modo solidale.

In un testo del 2008[7] scrissi che trovavo indicativo di un notevole passaggio culturale il fatto qualora una persona geneticamente maschio dichiari, con la propria voce, che non è un uomo ma una donna, la giurisprudenza preveda di accogliere come veritiera l’una testimonianza sull’altra e, quando richiesto, autorizzi l’intervento di transizione. Non che voglia giudicare tale passaggio, sto cercando di analizzarlo culturalmente, provo a dargli senso. Prima di precipitarsi a giudicare se si è pro o contro, cosa che non pertiene al campo della psicoanalisi, sarebbe opportuno cercare di capire. La questione è culturalmente scottante: la parola dice una verità giuridica sul corpo che la articola (la parola) e, con evidenza empirica, la smentisce. Il Sistema Sanitario Nazionale, la scienza medica, riconosce come veritiera la parola soggettiva e menzognera l’evidenza biologica.

La parola su una cosa è più vera della cosa. A me pare un segno culturale di grande rilevanza. Se venissi dallo spazio e me lo raccontassero penserei che, in un mondo così, fare l’analista è il lavoro più popolare.

     Sergio Benvenuto – «La parola su una cosa è più vera della cosa» dice Paolo. È sempre stato così! La religione cristiana ci dice che ognuno continua a vivere anche se il corpo è diventato polvere. Ci dice che un Dio buono ha creato il mondo, anche se il mondo trabocca di malvagità. Il marxismo ci dice che solo nel socialismo siamo liberi, quando i socialismi storici hanno prodotto i peggiori dispotismi. Insomma, gli analisti avrebbero dovuto essere popolarissimi sempre.

Chiedendo “cosa è il Gender?” Giovanni pone la domanda più imbarazzante. Perché non si può rispondere con una definizione, magari della Treccani. Ogni teoria gender modifica il senso stesso del termine. Gender è qualcosa che Lacan chiamò significante. Ahimè, il ‘significante’ è passato di moda anche tra i lacaniani, come è passato di moda tutto ciò che è ‘linguistico’, mentre per me sarebbe ora di prelevarlo dall’ambito psicoanalitico e usarlo in politica, antropologia, ecc. Gender è un significante. E il fatto che il suo significato sia evanescente non gli impedisce di essere efficacissimo. Anzi, direi che è efficacissimo proprio perché il suo significato è nebuloso, fluttuante.

Tutti i movimenti “identitari” stabiliscono le identità su una sorta di ontologizzazione di significanti: dicono siamo italiani, siamo inglesi, siamo gay, siamo trans, siamo ebrei… Ma a cosa corrispondono tutti questi significanti che tanti dicono di essere? Certo, ce la possiamo cavare dicendo: “è inglese chi ha un passaporto britannico” ed “è gay un uomo che ha rapporti sessuali con altri uomini”, semplice no? Ma davvero questi significanti coprono realtà coerenti? Si prenda il termine “omosessuale”, inventato nel 1869, e che oggi è superato dai due significanti “gay” e “lesbica” – prima l’omosessualità non distingueva i gender. Foucault, che aveva una pratica omosessuale e si beccò l’AIDS, mostrò che l’omosessualità è un concetto storicamente costruito. E in effetti, tanti uomini e donne che facevano o fanno sesso con persone del loro gender sono tra loro straordinariamente diverse.

Per esempio, certi uomini vanno costantemente in cerca di uomini da sodomizzare, ma non vogliono affatto essere sodomizzati. Nell’antichità sarebbero stati considerati uomini del tutto virili, normali. E conosco uomini che, avendo anche moglie e figli e magari un’amante donna, ogni tanto amano farsi sodomizzare da uomini, e mai l’inverso. E che dire dei clienti di travestiti che amano farsi sodomizzare da costoro? Altri uomini adorano farsi penetrare analmente da vibratori manovrati da una donna. Vogliono essere femminilizzati solo da una donna. Ecco delle tipologie maschili che potremmo includere nella sigla LGBT…+. Certo questi omo-attivi e omo-passivi appartengono allo stesso gender? I loro universi erotici sono diversi, anche se complementari. Col significante queer si vorrebbe mettere in questione lo stesso concetto binario di gender. Alcuni dicono che potremmo cambiare sesso spesso, diciamo ogni anno: un anno sono uomo, l’anno dopo sono donna, poi ritorno uomo…

È interessante che l’inclassificabile, queer, sia diventato parte della classifica aperta LGBTQIA+: è la “Q”. Ora si è cambiato idea: “Q” significa questioning. Ma in un certo senso tutta la serie è questioning, è un mettere in questione la sessualità. In fondo tutti gli LGBTIA… sono “inclassificabili”. Queer dovrebbe essere il nome stesso della serie nella misura in cui renderebbe fluttuanti tutti i significanti della sessualità. E invece il tutto viene incasellato come parte di questo tutto. Ricorda il famoso paradosso di Bertrand Russell, sull’insieme di tutti gli insiemi che non includono sé stessi. Insomma, il movimento LGBT+ – il movimento intellettuale intendo, non le varie persone etichettate come LGBT+ – esprime un’esigenza contraddittoria, come abbiamo detto. Da una parte esso dice di andare verso una fluidità che vada verso il dissolvimento dei gender in senso lato, dall’altro invece tende a ristabilire una molteplicità di sigle in modo rigido. E allo stesso tempo costruisce nuove dicotomie binarie, come cis/trans, etero/omo, binari/non-binari, ecc. Da una parte attacca il binarismo in nome di uno scivolamento permanente, dall’altra binarizza tutto, nel senso che anche il non-binarismo si oppone al binarismo. La passione di voler classificare anche l’inclassificabile. Come spiegare questa strana auto-negazione queer, per cui anziché essere un indebolimento del gender fino a farlo sparire, assistiamo a una ipertrofia dei gender?

Penso a fenomeni storici comparabili. Ad esempio, alla grande frammentazione dei cults cristiani, le sette, in America. In Europa sia i protestanti che i cattolici facevano capo a istanze centrali forti, re, principi, papa, vescovi… Cuius regio, eius religio. Per cui le confessioni protestanti erano poche. Ma in America non c’era alcun potere religioso centrale a cui riferirsi, ragion per cui la religione è diventata un do it yourself. Questo avrebbe potuto portare a un’anarchia religiosa che per molti sarebbe l’optimum. Ovvero, ciascun cristiano avrebbe un rapporto diretto con il divino attraverso la Bibbia, senza alcuna intermediazione di pastori, preti, vescovi… senza alcuna chiesa. Le chiese si sarebbero disgregate in una religiosità pura. Ma così non è stato, le chiese si sono moltiplicate. Anche oggi si creano continuamente cults, sette nuove. Perché? Perché evidentemente c’è bisogno di una chiesa, anche se piccola, il dialogo diretto con Dio non basta. Gli esseri umani hanno bisogno di Masse, come scriveva Freud in tedesco, dell’appartenenza a un collettivo.

Credo che qualcosa del genere stia avvenendo anche nel campo della sessualità. Una volta spezzata l’unità sex-gender, ovvero il primato meta-sessuale della differenza uomo-donna, si sono moltiplicati al massimo i gender. Non si dice più, come direbbe un queer vero, “del mio gender non me ne frega niente…” ma tutt’al più si dice “sono un non-binario”, ovvero si fa del non-gender a sua volta un gender. Non ci si getta nel flusso plurale e continuo delle differenze, si congelano le differenze facendone ciascuna un gender a sé, si restaurano le categorie. Per questa ragione credo di essere molto più queer della maggior parte di chi si proclama “queer!”

Questa gendrizzazione esasperata nasce forse dalla pulsione rivendicativa di parte del movimento gender. Ogni militanza vive sempre di opposizioni binarie il più possibile nette. La militanza è sempre bellica, come dice il nome, è generata da opposizioni significanti. Ciò contrasta con l’accettazione rapidissima, da parte delle nostre società liberal-democratiche, di quasi tutte le istanze LGBTQ…+. Le resistenze conservatrici sono cadute abbastanza in fretta. Abbiamo i matrimoni gay, transizioni gender a carico dello stato, facili cambiamenti anagrafici. Ci si dovrebbe chiedere perché le nostre società hanno recepito tutto questo così rapidamente. Cosa che però rende poco credibile “la protesta” LGBTQ+. Protesta contro chi?

     Paolo Cotrufo – Per la verità non credo affatto, come sostiene Benvenuto, che sia sempre stato così, che l’immortalità dell’anima, la bontà del mondo o la libertà del socialismo possano essere considerate “cose”, se la parola dichiara una peritonite e gli esami medico-diagnostici no, non mi risulta che si viene sottoposti ad intervento chirurgico!

Non sono sicuro che il movimento LGBTQ+ tenda a «ristabilire una molteplicità di generi in modo rigido», a me pare che l’aggiunta progressiva di lettere a questo acronimo sia il frutto dell’esigenza di comunicazione con un mondo binary che fatica a comprendere come si senta una persona queer e, pertanto, chiede indicazioni di natura categoriale a persone la cui rappresentazione di appartenenza di genere è invece in opposizione proprio a questa logica. Insomma, a me pare che la moltiplicazione dei generi sia più un’esigenza di una logica binary che di una logica queer. Quello che sto dicendo è che, forse, definirsi in una delle lettere dell’acronimo LGBTQ+, definire tu chi sei e con chi fai sesso, risponda a coloro che hanno l’esigenza di orientarsi in un panorama che non conoscono e non comprendono, a chi non si riconosce in nessuna di quelle lettere, alle donne e agli uomini eterosessuali, alle cariatidi di questo mondo.

     Sergio Benvenuto – Appunto, l’immortalità dell’anima, la bontà del mondo e la libertà nel socialismo non sono cose né fatti, mentre sono fatti la nostra mortalità, la malvagità del mondo e il dispotismo socialista. Questi fatti vengono ignorati dalle narrazioni politiche e religiose.

Certo la moltiplicazione programmaticamente illimitata delle etichette può essere vista anche come la vede Paolo, come una provocazione pedagogica nei confronti dei binaries per far capire la complessità del non-binario. Il punto è che questa ciambella illimitata include anche tanti binari, eccome!

Innanzitutto, i trans. Devo giustificarmi per “i trans”! Nei gruppi trans si dice “le persone trans”, insomma trans è usato come aggettivo; ma, in quanto connesso a ‘persona’, viene di fatto femminilizzato. Parlare in un certo modo è come mettersi un distintivo all’occhiello, come un tempo per i leghisti portare una cravatta verde, o per i pacifisti mettersi sul bavero il simbolo della pace. Io non ho bisogno di distintivi, anche nel caso che fossi cool. Preferisco dire “i trans” perché in italiano il maschile è usato anche come neutro, e soprattutto per una ragione: accorcio il testo.

Essere convinti di avere un’anima femminile in un corpo maschile – o viceversa – significa che si crede in un’opposizione binaria anima-maschile/anima-femminile. Anche se oggi il termine ‘anima’ è sostituito da ‘self ’. Un’opposizione che molti trovano eccessiva. Anche il femminismo è super-binarista. Le femministe vedono differenze sessuali che invece sfuggono ad altri. Certe femministe radicali vedono nelle nostre città con case alte, falliche, un’espressione del maschilismo urbanistico. Allora una città con case basse sarebbe femminile?

Ho l’impressione che i queer siano dei trans chic, post-moderni, da ZTL, ovvero dell’area della sinistra. La massa trans è super-binarista! Molti filosofi queer pretendono di parlare a loro nome, ma si sbagliano di grosso.

Negli anni 1970, a Milano, una vicina amica, lesbica e femminista, chiese alla mia compagna di organizzare a casa nostra una festa in cui avrebbe invitato delle femministe famose. Fece capire che la mia presenza, in quanto maschile, sarebbe stata inopportuna. Le dissi: “Ma come sai che io sono un uomo?” L’amica restò interdetta. Comunque fui ammesso. Partecipai alla serata in costume adamitico, come si diceva allora, per marcare la mia differenza. Tutto andò liscio. Ma proprio così facendo per minimizzare la mia differenza: era veramente questo l’essenziale?

L’allungamento illimitato della seria LGBTQ+ è solo un aspetto di un’accanita propensione dei “diversitari” alla proliferazione neologista. Si parla di “herms” (ermafroditi veri), “merms” (pseudo-ermafroditi maschi), “ferms” (pseudo-erma- froditi femmine), “gendered”, “intersessuali”, “eteronormati”, “cisgendered”, “agendered”, … e chi più ne ha più ne metta. Sono d’accordo con Élisabeth Roudinesco: questa valanga di neologismi fa a gara con l’espandersi delle classificazioni della psichiatria, quelle del DSM. Il manuale diagnostico americano dominante, il DSM, a ogni edizione aumenta il numero dei disorders mentali. Sia la bolla psichiatrica che quella anti-psichiatrica queer si gonfiano a dismisura. In questo blasfoma di significante colgo un godimento rabbioso. Dividere ogni capello in quattro vuol dire qualcosa che non riesce a essere detto. È la rabbia di non raggiungere la cosa, come Achille per Zenone non raggiungerà mai la tartaruga. Si moltiplicano i significanti sperando così di cogliere la cosa. Quale cosa o tartaruga il movimento trans-iden-titario cerca di raggiungere?

Va detto che questo interrogarsi continuo “su ciò che io sono” ha inondato il fiore della gioventù oggi. I giovani non si chiedono più quale sia il loro orientamento sessuale, si chiedono ormai solo quale etichetta gender li rappresenti. Forse è la stessa pulsione che spinge tanti a credere nell’astrologia. Di primo acchito, credere che il proprio destino sia inscritto nelle stelle sembra deprimente, nega il nostro libero arbitrio. Eppure la gente ha bisogno, attraverso un’inscrizione a un segno zodiacale e a un ascendente, di trovare un filo alla propria esistenza casuale e insensata. Al limite, meglio appartenere alla categoria “schiavi” che a nessuna categoria, homo sacer.

Si pensi a un film come Sliding doors di Peter Howitt. Qui si mostra come il giungere qualche secondo prima o dopo che la porta dell’underground chiuda possa cambiare completamente il corso di una vita. Questo è vero queer. Ma immaginate che si arrivi a fare una lista di tutte le vite possibili a seconda che si arrivi 5 secondi, 10 secondi, 15 secondi… dopo la chiusura dello sportello. Ecco, questo è il queer di oggi.

 

Note

[1] T. De Lauretis, Queer Theory: Lesbian and Gay Sexualities. An Introduction, «Differences» 3, 1991.

[2] S. Benvenuto, La seduzione della castità. Rosvita di Gandersheim, «Agalma. Rivista di studi culturali e di estetica» n. 12, settembre 2006, pp. 40-54. Disponibile al seguente link: https://www.sergiobenvenuto.it/capricci/articolo.php?ID=135

[3] Id., Über-Frau. Modello Lou, «European Journal of Psychoanalysis», 21 novembre 2013.

[4] S. Thanopulos, Disforia di Genere. Il comunicato dell’Esecutivo della SPI, 12/01/23. Disponibile al seguente link: https://www.spiweb.it/la-cura/disforia-di-genere-il-comunicato-del-presidente-s-thanopulos-12-01-23/

[5] D. Le Breton, Anthropologie du corps et modernité, PUF, Paris, tr. it., Antropologia del corpo e modernità, Giuffrè, Milano 2007.

[6] A. Lemma, Under the Skin. A Psychoanalytic Study of Body Modification, Routledge, New York 2010.

[7] P. Cotrufo, Corpi, in Id. (a cura di), Corpo e psicoanalisi, Borla, Roma 2008.

 

 

Bio:

Giovanni Torti, psicologo, psicoterapeuta in formazione, membro dell’Istituto Elvio Fachinelli – ISAP (Istituto di Studi Avanzati in Psicoanalisi). Ha lavorato con bambini e adolescenti in diversi contesti (centri diurni, comunità residenziali, scuole) e, oltre all’attività clinica privata, collabora in qualità di psicologo specializzando in psicoterapia presso il Centro terapia disturbi depressivi dell’ASST Fatebenefratelli Sacco di Milano. Socio fondatore dell’associazione Barbera e Lacan.

Sergio Benvenuto, psicoanalista, filosofo e psicologo sociale. Ricercatore al Cnr di Roma, presidente dell’Istituto di Studi Avanzati in Psicoanalisi Elvio Fachinelli, insegna all’Istituto Internazionale di Psicologia del profondo di Kiev. Ha fondato e diretto sino al 2020 l’European Journal of Psychoanalysis, collabora con diverse riviste culturali e scientifiche del mondo ed è redattore di American Imago, Psychoanalytic Discourse e Philosophy World Democracy. È autore di diversi libri in varie lingue tra cui ricordiamo Lo psichiatra e il sesso (Mimesis, 2021), Conversations with Lacan (Routledge, 2020), Leggere Freud. Dall’isteria a fine analisi (Orthotes, 2017),Soggetto e masse. La psicologia delle folle di Freud (Castelvecchi, 2021)

Paolo Cotrufo, psicoanalista, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA), segretario scientifico del Centro Napoletano di Psicoanalisi. Professore Ordinario di Psicologia Clinica,  direttore del Servizio di Psicoterapia, Dipartimento di Psicologia, Università della Campania “L. Vanvitelli”. Autore di numerosi contributi scientifici in Italia e all’estero e di vari libri tra cui ricordiamo Anoressia del sessuale femminile (Franco Angeli, 2005), Corpo e Psicoanalisi (a cura di P. Cotrufo, Borla, 2008) e Mia madre odia le carote (Mimesis, 2016).

Gemma Zontini, laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Psichiatria, è Membro Ordinario della SPI con funzioni di training. Attualmente in pensione, ha diretto a Napoli un Servizio Psichiatrico per Diagnosi e Cura del SSN. Ad oggi lavora esclusivamente come psicoanalista. I suoi interessi prevalenti nel campo della psicoanalisi sono l’isteria e le relazioni corpo-psiche. Ha scritto numerosi articoli e ha curato alcune antologie di interesse psicoanalitico.

Sara Fontanelli, dottoranda in Filosofia teoretica: fenomenologia, ontologia, ermeneutica, presso l’Università degli Studi di Torino e l’Universidad Complutense di Madrid. Le sue aree di ricerca includono la filosofia francese contemporanea, la psicoanalisi freudiana e lacaniana, le teorie critiche del soggetto e della sessualità, gli studi di genere e la teoria queer.

Ale, designer.

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Topics

European Journal of Psychoanalysis