Freud, l’eterno dissidente. Uno sguardo dentro “Outsider” di Yair Qedar (2025)

Se, camminando per le vie del centro a Praga (e più in particolare in via Husova, dedicata al riformatore ceco protestante Jan Hus), vi trovaste a sollevare lo sguardo, distogliendolo per qualche secondo dal vostro telefono cellulare, una strana, inquietante figura sospesa nel rettangolo di cielo che separa due palazzi, potrebbe apparire, come un fantasma, sopra di voi. A un primo sguardo potreste avere un sussulto, essere indotti a pensare che si tratti di una persona impiccata o in pericolo. Dopo pochi istanti, invece, vi accorgerete che si tratta dell’opera di uno scultore e che raffigura un uomo appeso con la mano destra a una trave sporgente mentre l’altra è tranquillamente riposta nella tasca dei pantaloni. Osservando ancora meglio, potreste anche riconoscere il volto dell’uomo. Quasi completamente calvo, indossa un paio di occhiali rotondi, il mento e le guance sono ricoperte da una barba folta e ben curata. L’espressione è seria e allo stesso tempo serena. Si tratta, senza ombra di dubbio, di Sigmund Freud.

La statua è opera dello scultore praghese David Černý ed è stata realizzata nel 1996 con il titolo di “Zavěšený muž” (letteralmente “Uomo appeso” o “Uomo sospeso”). Secondo l’autore si tratta di «una riflessione sull’arrivo del nuovo millennio e su ciò che sarebbe accaduto in seguito. Freud come simbolo dell’intellettualismo del secolo precedente». Resta un enigma il modo in cui l’artista considera Freud e il suo pensiero. Ma osservando dal basso, questa impiccagione vera o simulata, sembra gravare sui passanti. Solo chi vuole può saperne di più e magari rendersi conto che si tratta di un intellettuale sospeso come spada di Damocle sopra un sottostante affaccendarsi quotidiano. Freud si sostiene con una mano su una di quelle travi caratteristiche delle grandi costruzioni. “Mano” che viene dalla radice indo-europea “Ma” e significa misura, computazione, costruzione. Mano come organo intellettuale capace di costruire il Pensiero. Forse Černý intendeva raffigurare Freud nell’altezza del suo pensiero, capace di reggersi facilmente con l’organo intellettuale per eccellenza?
Il 20 settembre 2025, nel “Teatro dietro il recinto” che si trova all’interno dell’ospedale psichiatrico di Bohnice[1], situato nella periferia nord di Praga, è stato proiettato il nuovo film documentario su Sigmund Freud, Outsider del regista israeliano Yair Qedar. L’evento, organizzato in collaborazione con il gruppo Psicanalisi Oggi[2] e con la Società Psicanalitica di Praga[3] ha registrato il tutto esaurito con quasi 150 persone presenti, attirate soprattutto dalla presenza del regista, il quale ha introdotto e commentato il film rispondendo ad alcune domande da parte degli organizzatori e del pubblico presente in sala.
Dopo i consueti ringraziamenti, in cui il regista ha affermato di essere felice «di aver riportato Freud a casa» (Freud, lo ricordiamo, era nato in Boemia nella città di Freiberg, attualmente Příbor, in Moravia), il regista israeliano ha sottolineato due aspetti da tenere in particolare considerazione durante la visione del film. Prima di tutto l’animazione. Il film, ha affermato Yair, «è molto visuale». Tutto infatti ruota attorno alla ricostruzione della leggendaria stanza della terapia di Freud in via Berggasse a Vienna che è stata realizzata attraverso la computer grafica, utilizzando le oltre 100 fotografie scattate da Edmund Engelman nel 1938 quando il fotografo entrò di soppiatto nell’appartamento di Freud con il rischio di farsi arrestare dalla Gestapo. In secondo luogo, i sogni. Yair ha detto: «non volevo realizzare un film su Freud che fosse senza sogni, allora mi sono chiesto come fare per rappresentarli». Freud – dice Yair – «ha raccontato in tutto 86 sogni (suoi o dei pazienti che ha visitato). Alcuni di questi sono molto brevi e personali come ad esempio: “sono andato a un funerale, ho visto un uomo dentro una bara, l’ho guardato in faccia e ho notato che quell’uomo ero io”. Ho pensato che fosse un aspetto interessante e allora mi sono messo alla ricerca di sogni che erano rimasti privi di interpretazione e ne ho trovati alcuni nell’Interpretazione dei sogni. Ad esempio: “mi trovavo in treno e tutti ridevano di me perché avevo un fiore qui […] il treno si ferma […] un uomo con un occhio solo […] una donna zingara cerca di vendermi frutta avariata […] mi trovavo in treno e improvvisamente mi trovo circondato dal mare in cui vedo barche da guerra che si trasformano in tazze e oggetti per la colazione”».
Yair cita alcuni frammenti dei sogni presenti nell’Interpretazione, mescolandoli assieme come se fossero un unico sogno. Afferma poi di aver poi contattato un’artista grafica israeliana con la quale ha lavorato per un anno intero alla realizzazione: «Tutti i quattro capitoli del film iniziano con la rappresentazione di un sogno fra quelli descritti da Freud e alla fine abbiamo “il sogno dei sogni”».
Dopo la proiezione il regista ha parlato più nel dettaglio della realizzazione del film e di alcuni elementi chiave. Yair ha detto di aver iniziato questo progetto sei anni fa, come parte del progetto “Gli Ebrei[4]” con il quale ha raccontato la vita di figure ebraiche e israeliane del canone letterario ebraico moderno. Ha inoltre affermato di aver intrapreso l’analisi (quattro volte a settimana) anche per comprendere meglio il tema trattato. Ha poi offerto una chiave di lettura del film attraverso quattro “sfide” che Freud ha dovuto affrontare nel corso della sua vita:
- La questione dell’identità ebraica;
- L’elaborazione della morte del padre e l’invenzione della psicanalisi;
- L’elaborazione di ulteriori lutti (la morte della figlia, del nipote, della madre);
- L’oltrepassamento della vita (la lotta contro il cancro a partire dal 1923);
«Il film» – dice Yair – «fa largo uso di citazioni prese direttamente dalle lettere di Freud, che sono oltre 30.000 mila solo in lingua tedesca». Un aneddoto interessante riguarda l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale per raggruppare alcune delle lettere di Freud. Yair racconta di aver successivamente scoperto che tutte le lettere reperite dall’AI erano completamente inventate! Questo, tuttavia, gli ha permesso di trovarne alcune che mettevano particolarmente in luce l’aspetto umano di Freud, come quella in cui confida a Fliess di non essere andato al funerale di sua madre.
I filmati di Freud che compaiono nel documentario fanno parte principalmente dell’archivio Marie Bonaparte. Anche in questo caso il regista è rimasto affascinato da una versione più intima di Freud; ricordando le immagini che lo vedono intento a giocare con i cani o ad abbracciare affettuosamente i propri figli, i nipoti.
Parlando dell’archivio, il regista distingue tra l’archivio domestico Freudiano (composto principalmente dalle lettere) e quello della principessa Bonaparte che si compone di una memoria visiva (foto, filmati e che costituisce il 90% circa del materiale) e di una memoria documentaristica e di preservazione (scritti, oggetti, lettere, etc.) in certi casi anche andando contro il volere dello stesso Freud. Oltre a questo, c’è l’archivio di immagini simboliche che il regista ha reperito in prevalenza ad Amsterdam in una collezione di filmati realizzati da registi sconosciuti e che a suo dire si combinano molto bene sia con i temi trattati dal film che con l’immaginario dei primi del ‘900. Mentre le foto mostrano un Freud serio e in posa, dice il regista, «i video amatoriali rappresentano un’occasione di osservare Freud in un’atmosfera più domestica e informale, in compagnia di cani e bambini». Particolarmente emozionante per il regista è stato l’instante in cui lo ha «visto sorridere per la prima volta».
Sull’importanza della principessa Marie Bonaparte, Yair spiega che è data dal fatto che l’archivio di Freud è rimasto sigillato per 40 anni. «Marie Bonaparte ha principalmente salvato Freud dalla cattura da parte dei Nazisti. Ma ha anche preservato la memoria visiva attraverso i filmati amatoriali e quella letteraria conservando vari documenti, spesso contro il volere dello stesso Freud: prendendoli direttamente dalla spazzatura o acquistandoli all’asta come è avvenuto con la corrispondenza con Fliess».
Il regista parla anche della scelta del treno come leitmotiv di tutto il documentario spiegando che il treno è un elemento che riguarda Freud e la psicanalisi per diversi motivi. Innanzitutto, come innovazione e progresso, (assieme all’elettrificazione) ha permesso il trasporto su larga scala di persone di diversi strati sociali. Il treno è anche il mezzo di trasporto preferito di Freud, al centro di alcuni eventi importanti della sua vita, alcuni descritti nel film (l’episodio antisemita di cui è stato vittima) o quando è costretto a dividere la famiglia in due diversi convogli. Il treno è anche, ha aggiunto Yair, «un simbolo fallico e un ricordo dell’Olocausto».
Dopo la visione del film un rappresentante del gruppo Psicanalisi oggi, Tomáš Kufa, ha poi fatto all’autore alcune domande.

Tomáš: «Hai suggerito di guardare il film due volte (almeno due volte! – Afferma ridendo Yair). Tu stesso l’hai guardato più di 200 volte, c’è qualcosa che ancora ti sorprende nel tuo film?».
Yair: «A dire il vero l’ho guardato circa 600 volte».
Tomáš: «Interessante, sono più di seicento ore. Seicento è la durata normale della psicanalisi, perlomeno qui in Repubblica Ceca. Quindi hai fatto l’analisi tramite il tuo film, che cosa ne hai tratto alla fine?».
Yair: «Ma…noi sappiamo che non è possibile auto-analizzarsi».
Tomáš: «Ma Freud l’ha fatto!». [risate del pubblico]
Yair: «A volte scopro cose nuove mentre riguardo il film. Alcune riflessioni sulle immagini d’archivio…e poi naturalmente le interpretazioni che ne vengono fatte. Il film stimola ad avvicinarsi a Freud, rileggerlo e creare nuove associazioni».
Tomáš: «Il film propone diverse metafore di Freud. Il Genio, l’outsider incompreso, l’uomo ordinario. Tu in qualche modo hai scelto “il genio”, ops, volevo dire… “l’outsider” come titolo del film? Vedete i lapsus, sono dappertutto! [Il pubblico ride]. Dicevo, se potessi incontrare uno di questi Freud quale sceglieresti? L’outsider, il genio, o l’uomo ordinario? Ci hai invitato, attraverso il film, ad entrare nei luoghi in cui Freud ha vissuto, lavorato, si è mosso…quale luogo sceglieresti per un vostro incontro?».
Yair: «Sceglierei l’outsider, credo. E riguardo al titolo del film, è nato dalla seconda lettera che viene citata nel film, quella in cui si racconta l’episodio del treno in cui una persona chiede a Freud di chiudere la finestra del treno chiamandolo “sporco ebreo” e lui si rifiuta di farlo. Poi il conducente ricorda che “d’inverno le finestre devono restare chiuse” e allora Freud la chiude. Ho pensato che questa lettera fosse davvero molto potente. Più tardi Freud scrive a Martha (ma questo non l’ho incluso nel film): “in passato ero molto turbato da queste cose, ma ora mi sono completamente abituato”. Questo mi ha portato a chiedermi: “Come faceva la persona antisemita a sapere che Freud era ebreo? E come ha reagito Freud nei suoi confronti?” Bisogna tornare all’episodio iniziale che coinvolge il padre, quando una persona gli fa cadere il cappello e lui lo raccoglie senza reagire. E poi, come ha reagito Freud nei confronti del conducente? Dunque, mi piacerebbe molto essere su questo treno assieme a Freud. In quanto israeliano, ebreo e parte del movimento queer. Che cosa risponderei a chi mi dicesse “sporco xyz” su questo treno? Mi abituerei a una cosa simile? Assolutamente no! Quindi penso che sarei felice di sedermi accanto a lui e credo anche che questo racchiuda il senso della parola “Outsider”. Allo stesso tempo il film mi ha dato la possibilità di portarle Freud con me, dentro di me, perché Freud è anche un “Insider”. Quando consideriamo le cose in termini Freudiani, ad esempio».

Una ragazza dal pubblico ha chiesto a Yair se non avesse voluto dedicare spazio anche alla relazione con Carl Jung. Yair ha risposto che l’avrebbe voluto fare, certamente; tuttavia, ha sottolineato «questo film è solo uno dei mille film possibili su Freud…è un invito aperto a occuparsi di questa grande figura a cavallo tra i due secoli».
Tomáš Kufa: «Hai detto che questo è solo uno dei tanti film possibili su Freud, c’è qualche figura o tema che sei stato costretto a lasciare fuori dal film? Potresti farci qualche esempio?».
Yair: «Non molti ma alcuni sì. Ad esempio, Anna Freud, oppure Amalia, la madre, ma anche Martha, la moglie. Inoltre, come ha scritto Adam Philips, l’infanzia di Freud è stata principalmente raccontata da lui stesso. Freud è stato un bambino che ha vissuto in un periodo in cui l’antisemitismo era molto presente, questo potrebbe aver influito molto nel suo desiderio di rivalsa, attraverso la professione. Sarebbe molto interessante indagare maggiormente la figura della madre che ha vissuto per così tanti anni nel suo appartamento e non ne viene quasi mai fatta menzione. Un altro aspetto riguarda la sessualità di sua figlia Anna, un aspetto molto intrigante. È stato detto che Anna è asessuale. Ha fatto l’analisi con il padre ma poi ha avuto una carriera ed è vissuta molto più a lungo. A quanto pare non era lesbica, ma asessuale. Però successivamente ha preso parte a un movimento che è stato responsabile della persecuzione nei confronti delle persone gay, soprattutto negli Stati Uniti. È molto interessante che una persona che nega la propria sessualità, si faccia promotrice dell’omofobia. È un capitolo, questo, che ho dovuto escludere, ma forse ne dedicherò un film a parte».
Lucien Zell: «Mi è piaciuto molto il finale del film, l’ho trovato memorabile: “Non ci sono uomini o donne che siano semplici.” Volevo chiederti se hai considerato altri finali possibili? E come mai hai scelto questo?»
Yair: «Certamente. Sai, quando lavori a un film hai molte storie, molti finali e molti incipit. Ma nella realizzazione di un film le parti più critiche sono l’inizio e la fine. Ti puoi rilassare e anche divertire realizzando la parte centrale del film, ma quando giungi alla conclusione devi fare molta attenzione. Penso che ci sia un elemento di ironia in questo film. All’inizio Freud dice “non sono un genio” e alla fine si parla di “un uomo ordinario che avrebbe potuto essere un semplice ottico”. Quindi, vedi, c’è una sorta di ironia all’inizio e alla fine. Inoltre, Freud è così conosciuto che “consumarlo” è una cosa quasi automatica…volevo modificare questa automatizzazione nel modo di recepire Freud. E un’altra operazione intellettuale che mi sono sforzato di compiere è stata dimenticare l’apporto di Freud e quello che è stato scoperto dopo di lui. È come se avessi cercato di cogliere Freud in un istante. Interessante, non ci avevo pensato».
Una persona dal pubblico: «Hai detto che Freud non è stato al funerale di sua madre, volevo chiederti il motivo, se ti sei dato una spiegazione oppure qual è stata la tua reazione emotiva».
Yair: «Ho chiesto a uno dei massimi esperti di Freud che compare nel film, Christian Tögel, e mi ha rivelato che Freud considerava le cerimonie una cosa finta, non sincera. È un aspetto che ci rivela qualcosa anche riguardo all’essere un ebreo ortodosso».
Alla fine, anche io sono riuscito a fare una domanda a Yair, ringraziandolo per aver realizzato un film su Freud nel 2025, operazione dal mio punto di vista necessaria e coraggiosa. Gli ho poi chiesto se poteva dirci qualcosa riguardo all’eredità di Sigmund Freud e il futuro della psicanalisi; se la realizzazione del film lo ha aiutato a comprendere il futuro di questa disciplina e perché è stato necessario, per lui, realizzare un film su Freud nel particolare momento storico che stiamo vivendo.
Yair: «Quello che ho fatto negli ultimi anni è stato un progetto chiamato “Gli Ebrei”[5], una serie di documentari sulle figure di scrittori ebrei e israeliani. Inizialmente non avevo pensato di fare un film su Freud. Leggevo articoli che parlavano addirittura dell’eventualità di dover “cancellare” Freud, ad esempio negli Stati Uniti. E questo mi preoccupava, non poco. Allora ho iniziato a viaggiare, ho fatto un po’ di ricerca e sono rimasto molto sorpreso e felice di scoprire che Freud non è stato affatto cancellato, anzi è tornato alla ribalta; principalmente nei dipartimenti di Letteratura e materie umanistiche, piuttosto che in quelli di Psicologia. Quindi, una volta appurato questo interesse nei confronti di Freud, ho cercato di scoprire quali fossero i temi trattati in relazione a lui e alla sua opera. Così ho trovato dei corsi dedicati a Freud su temi come l’identità di genere, le minoranze, l’emarginazione, etc. Ho girato le riprese del film fino a settembre del 2023 e ho iniziato il montaggio a ottobre dello stesso anno. E tutti sapete cosa è successo nell’ottobre del 2023. Era qualcosa che riguardava la morte. Personalmente ritengo che siamo entrati in un’epoca della morte, in cui tutto è circondato da morte e distruzione. Ma tutto questo concerne anche l’indagine dello stesso Freud e il suo modo di rapportarsi alla morte. Dunque, questo è il modo in cui il film ha preso forma ed è un riferimento anche ai “modelli della morte” di Freud, al suo modo di reagire ad essa. Naturalmente sappiamo che non c’è molto ottimismo nel pensiero di Freud riguardo a ciò, ma c’è una bellissima lettera di Freud alla fine del film[6] che parla di illusione e che, secondo me, rappresenta la sua eredità. Ho iniziato il film con Freud che parla di sé stesso, della sua giovinezza e poi il film si conclude con un confronto fra ciò che preferiamo pensare (perché ci è comodo) e ciò che invece conta davvero nella vita. Questo riguarda Freud e la sua scuola. Riguardo invece alla psicanalisi, sai, il film è stato proiettato per la prima volta all’istituto Psicoanalitico di Gerusalemme che è uno dei più antichi al mondo. Ed è stato come portare il proprio “bambino-film” davanti al “grande Patriarcato della Psicanalisi”. Ma la ricezione è stata fantastica anche da parte degli organizzatori; quindi, ho scoperto che questo film è in grado di dar vita a conversazioni molto interessanti in molti paesi diversi e questo è qualcosa di cui dovremmo essere grati, la possibilità di poter dialogare e dare vita un discorso su Freud attraverso il film».
Considerazioni finali
Alcune considerazioni a partire dal significante che è stato scelto come titolo del film. Le definizioni del termine “outsider” denotano principalmente una persona che non appartiene a una particolare organizzazione o professione; o un concorrente, un candidato, etc. che si ritiene abbia poche possibilità di successo. Fra i sinonimi di outsider si trovano: escluso, estraneo, indipendente, non pronosticato, sfavorito, profano, emarginato, estromesso, reietto, atipico. L’outsider è necessariamente anche una voce “fuori dal coro” e quindi ha una qualche affinità con il dissenso, l’essere dissidente. D’altra parte, un saggio di Armando Verdiglione intitolato La dissidenza Freudiana evidenziava proprio il carattere eminentemente sovversivo dell’intellettuale viennese. Ogni outsider si situa al di fuori dell’ufficialità, dell’accademismo e dunque fornisce un punto di vista inedito, spesso in contrasto con le istituzioni.
La psicanalisi, d’altra parte, è outsider per definizione. Situandosi al di fuori dalla cultura religiosa, dalle istituzioni divine (chiesa, esercito, università) e operando ai confini tra la scienza medica e la parola, forma un tentativo di creare una propria linguistica. Essendo una cultura che si situa al di fuori dell’università rappresenta un diverso stile intellettuale. Freud, infatti, come sappiamo viene scarsamente letto nelle Università. Quando questo accade, come nota lo stesso regista, è nel contesto della critica letteraria o artistica. Perché diventi materia d’esame un autore deve essere manualizzabile e nell’opera di Freud permane questa impossibilità.
Il film-documentario di Yair Qedar esplora la vita e il lavoro di Sigmund Freud da un punto di vista più generale e intimo, evitando per quanto possibile, le semplificazioni. Questo tono introspettivo e personale permea tutto il documentario, offrendo uno sguardo intimo sulla vita di Freud anche attraverso le immagini, alcune delle quali molto preziose, come quelle che mostrano lo psicanalista in una atmosfera casalinga e rilassata.
Il film è strutturato in capitoli, ognuno dei quali esplora un aspetto diverso della vita di Freud. Il primo capitolo, intitolato “L’Ebreo (1878)”, si concentra sulle difficoltà che Freud ha affrontato a causa della sua origine ebraica. Il secondo, “Freud diventa Freud (1900)”, esplora il periodo in cui Freud inizia a registrare e interpretare i suoi sogni, un processo che lo porta a scoprire l’inconscio e a diventare l’inventore della psicanalisi. Il terzo capitolo, “Amore morte (1923)”, affronta il tema della morte, in particolare la morte del padre di Freud e il suo modo di affrontarla. L’ultimo Capitolo si intitola “Esilio (1938)” e affronta appunto la fuga da Vienna, organizzata da Marie Bonaparte e il trasferimento a Londra dove Freud, già gravemente malato, trascorrerà gli ultimi mesi della sua vita.
Il film è inframezzato da testimonianze e commenti da parte di Eran Rolnik (psicanalista e storico), Daniela Finzi (direttrice di ricerca del Museo Sigmund Freud), Anat Tzur Mahalel (terapista e ricercatrice freudiana), George Makari (psichiatra e storico), Adam Phillips (psicanalista e saggista), Christian Tögel (biografo di Freud) e altri.
Il regista, come abbiamo visto, non nasconde la sua volontà di trattare anche il tema della diversità, questione che in lui è evidentemente sentita in prima persona. Freud viene presentato come un individuo che ha sempre avuto un’attenzione particolare per coloro che non rientrano nei canoni della società.
In conclusione, Outsider di Yair Qedar è un documentario affascinante e ben realizzato che offre uno spaccato sulla vita di Sigmund Freud, facendo largo uso di brani tratti dalle sue lettere, aneddoti, interviste a colleghi e studiosi contemporanei, ma anche attraverso soluzioni visive poetiche e accattivanti il film riesce a catturare la complessità di una delle figure più influenti del XX secolo.
Note
[1]https://simpleczech.com/2024/04/07/nel-cuore-di-praga-lospedale-psichiatrico-di-bohnice-tra-storia-e-attualita/
[2] https://psychoanalyzadnes.cz/
[3] https://www.psychoanalyza.cz/
[6] Lettera di Sigmund Freud a Romain Rolland del 4 marzo 1923: «[…] Io appartengo, invero, a una razza che nel Medioevo fu resa responsabile di tutte le epidemie e che oggi dovrebbe sopportare la colpa della distruzione dell’impero in Austria e della sconfitta in Germania. Esperienze del genere lasciano disincantati e rendono poco inclini a credere nelle illusioni. Del resto, ho effettivamente impiegato una gran parte del lavoro della mia vita (ho dieci anni più di Lei) a distruggere le illusioni mie e dell’umanità. Ma se quest’unica non si realizzerà almeno approssimativamente, se nel corso dell’evoluzione non impareremo a deviare dai nostri simili i nostri istinti di distruzione, se continueremo a odiarci reciprocamente per piccole diversità e ad ammazzarci per guadagni meschini, se continueremo a utilizzare i grandi progressi nel dominio delle forze della natura per la nostra distruzione reciproca, qual futuro ci attende? Certamente, è già abbastanza difficile conservare la nostra specie nella lotta tra la nostra natura e le esigenze della civiltà che ci siamo imposti. […]» S. Freud (1960), Lettere 1873-1939, Boringhieri, Torino, pp. 314-315.
Bio:
Lorenzo Polo è nato a Brescia nel 1983 ma ha vissuto la maggior parte della sua vita a Campoformido, in provincia di Udine. Diplomato come perito edile presso l’Istituto Tecnico Industriale “A. Malignani”, ha conseguito la laurea triennale in Italianistica presso l’Università degli Studi di Udine con una tesi su Dino Campana dal titolo La scrittura dell’Oblio. Dal 2015 vive a Praga, dove lavora come Responsabile della Sicurezza Informatica presso Deutsche Börse. È collaboratore stabile della rivista ZETA – Rivista internazionale poesia e ricerche di Campanotto Editore, dove pubblica poesie, articoli, interviste, recensioni o traduzioni. Fra le pubblicazioni degli ultimi anni: Rage, fra arte e dissidenza: la rabbia come fonte di ispirazione. (Agosto 2025). L’insostenibile leggerezza di David Černý (Agosto 2024), Parlando d’amore (Maggio 2023). I suoi interessi spaziano fra letteratura, poesia, arte, cinema, filosofia, psicanalisi e dissidenza. Collabora con diversi soggetti e realtà culturali, con l’obbiettivo di organizzare mostre, presentazioni e convegni. Attualmente sta proseguendo la sua ricerca sull’opera e la vita Campana anche in chiave psicanalitica. È in contatto con alcuni membri della Società Psicoanalitica di Praga, tra cui il presidente Martin Mahler, di cui ha tradotto La psicanalisi clandestina a Praga, in attesa di pubblicazione.