Gaza, tragedia globalizzata

La Tercera, ABC, 16/12/2023

 

Quale nome dare agli assassinii perpetrati il 7 ottobre 2023 dalle brigate di Hamas?

Invitata all’ambasciata d’Israele per la visione di alcuni spezzoni dei video filmati in quella giornata, sono rimasta sconvolta dal godimento che mostravano i volti di quei giovani uomini. Urlavano il loro odio, invocando il nome di Allah, col sorriso sulle labbra e l’orecchio incollato alla voce di un loro capo che li incitava a prendersi gioco dei cadaveri e a compiere mutilazioni su di essi. Appena entrati verso le 6:30 nel kibbutz, ammazzano un vecchio cane nero che tutto allegro si dirige verso di loro senza abbaiare, come se volesse fare le feste per accogliere un membro della famiglia. Poi, in pochi minuti, penetrano nelle case i cui abitanti, ancora addormentati e seminudi, vengono immediatamente crivellati di pallottole. Seguono poi le granate e i corpi dati alle fiamme, alcuni dei quali sono fatti a pezzi a colpi di ascia e seguendo la celebrazione di un rito noto fin dalla notte dei tempi: mugolii, spasmi, gesti convulsi. A tutto ciò è da aggiungere il brutale rapimento degli ostaggi. Insomma, una pulsione di morte collettiva che si manifesta senza il minimo freno. Tra una cosa e l’altra, due adolescenti denudati e atterriti vengono risparmiati, benché umiliati in vari modi. Perché? E perché ammazzare il cane? Nessuno potrà mai saperlo.

Si tratta di un omicidio collettivo perpetrato in nome di Dio e che, per quanto organizzato con grande competenza, è nondimeno portatore di un’irruzione messianica di follia e violenza. Questa strage fa pensare a quella di San Bartolomeo (1572), come essa ci viene rappresentata in innumerevoli quadri o negli scritti degli storici. Da un punto di vista meramente classificatorio, quelle scene si avvicinano più a un affresco parietale dei tempi antichi che a immagini di stampo realistico. Per definire atti di questa natura, le parole ‘pogrom’ o ‘razzia’ non sono del tutto appropriate poiché esse presuppongono il saccheggio di beni altrui. Tanto meno quella di ‘genocidio’. Ai giuristi il compito di dire in futuro cosa ne pensano: crimine di guerra, crimine contro l’umanità, pulizia etnica, omicidio di massa, ecc.

In una lettera del 26 febbraio 1930 indirizzata a Chaim Koffler, membro della Fondazione per il ristabilimento degli ebrei in Palestina, Freud esprimeva i suoi dubbi sulla creazione di uno Stato ebraico in quella regione del mondo. In modo premonitore, e pur avendo sostenuto la Dichiarazione di Lord Balfour (1917), pensava che né il mondo cristiano né quello islamico «potranno mai essere disposti ad avere i loro luoghi sacri sotto il controllo ebraico». E con un certo umorismo, confessava di non avere la minima simpatia «per la pietà maldiretta che trasforma un pezzo del muro di Erode in una reliquia nazionale». Freud preferiva l’ebreo della diaspora all’ebreo legato al territorio. Conoscitore profondo delle tragedie greche, riusciva a immaginare quale sarebbe stato il destino del popolo ebraico nel momento in cui avesse voluto, in nome di Dio, appropriarsi di una terra che non gli apparteneva, pur sotto le insegne di un sionismo laico inventato da un altro ebreo viennese – Teodor Herzl – desideroso di sottrarsi all’antisemitismo.

Non c’è nulla di più tragico di questa guerra perpetua che oppone gli israeliani ai palestinesi dal 1948, data della creazione dello Stato di Israele, che avrebbe dovuto consentire alle vittime della Shoah di vivere in pace al di fuori di una Europa macchiatasi di crimini. Non c’è nulla di più fratricida di questo conflitto che assomiglia a quello degli Atridi o dei troiani contro i greci, come spesso diceva Jean-Pierre Vernant. Agamennone uccide la propria figlia Ifigenia per ottenere dagli dei il permesso di partire per la guerra. Ma al suo ritorno la moglie Clitennestra, in preda al desiderio di vendetta e con l’aiuto dell’amante, lo assassina. Saranno entrambi in seguito ammazzati dal figlio di lei, Oreste. E per porre fine alla legge della vendetta, occorrerà che siano instaurati diritto e giustizia – incarnati dalla dea Atena. Senza riconciliazione possibile, la sciagura genera sciagura e il delitto trionfa ad ogni generazione: questo è il senso di una situazione tragica.

Per questo motivo, nulla può giustificare i bombardamenti dell’esercito israeliano su Gaza. In nome di una vendetta e di un’illusoria liquidazione di Hamas, ciò non fa altro che perpetuare l’infernale ciclo della tragedia. Certo, l’esercito israeliano non si abbandona intenzionalmente a massacri da notte di San Bartolomeo, a forza di colpi d’ascia e decapitazioni. Certo, avendo pur sempre un riferimento democratico, si è dato cura di avvertire la popolazione di ciò che l’attendeva. Certo, ha la pretesa di portare al nemico una «guerra pulita» che dovrebbe risparmiare le vite umane e avere come obiettivo principale i tunnel di Hamas. Ma non è così. E anche se i soldati israeliani non assomigliano ai carnefici del 7 ottobre, la guerra in corso è pur sempre un massacro che nuoce a tutti i protagonisti di questa tragedia globalizzata: gli ebrei della diaspora, vittime di un rigurgito di antisemitismo; gli israeliani, minacciati nella loro stessa esistenza; i palestinesi, che di generazione in generazione trovano sempre più rifugio nell’islamismo radicale; i progressisti di tutti i paesi democratici, che si trovano a fronteggiare un sempre più forte desiderio generalizzato di fascismo, di populismo e di derive identitarie. Ne è testimone la rabbia che si è impadronita dei campus delle più prestigiose università americane, gli uni brandendo la stella di David, gli altri la keffiya palestinese.

Si è potuto così assistere al desolante spettacolo di quando Elise Stefanik, deputata repubblicana, ha definito le parole di incitamento degli studenti filopalestinesi a favore di una «intifada globale» (Globalize the intifada), come un appello a «un genocidio mondiale contro gli ebrei». Nell’ambito di un’inchiesta aperta dal Congresso, la parlamentare ha chiesto alle tre rettrici delle Università di Harvard, della Pennsylvania e del Massachusetts (MIT) di pronunciarsi a proposito di quel tipo di affermazioni: «Sono o non sono esse contrarie ai codici di condotta concernenti i crimini d’odio?». Tutte e tre hanno affermato quasi in coro che «questo dipende dal contesto». Che dire allora di questa assurda discussione tra quattro donne, una delle quali inventa un’accusa che non è stata proferita come tale, mentre le altre tre ritengono che un appello al genocidio degli ebrei non sarebbe riprovevole di per sé, ma solo in base al «contesto»: un’identica affermazione non sarà allora giudicabile allo stesso modo, ma a seconda dell’identità di chi l’ha pronunciata – uomo, donna, bianco, eterosessuale, nero, ecc. – o a seconda che prenda di mira una precisa persona o un popolo intero? I ripensamenti e le conseguenti dimissioni non sono riusciti a cancellare la idiozia di una replica simile.

Questa guerra, che fa tanto comodo ai dittatori, – a cominciare da Putin, desideroso di indebolire l’Ucraina – è in realtà la conseguenza di una politica che non ha alcun senso, portata avanti da un governo di estrema destra che non ha più nulla a che fare con l’ideale del sionismo storico. Accusato di corruzione dai tribunali, contestato per mesi dal suo stesso popolo, Benjamin Netanyahu incarna il peggio della politica israeliana: rifiuto di qualsiasi creazione di uno stato palestinese, politica di colonizzazione ad oltranza in Cisgiordania, difesa di un nazionalismo esasperato, violazione dello Stato di diritto e, infine, sostegno a un fanatismo religioso che assomiglia in modo impressionante a quello di Hamas.

È come se la profezia di Freud si fosse avverata. Ma forse non è così. Sappiamo infatti che la soluzione ad un conflitto, che per decenni è stata un sogno, può finalmente sopraggiungere, o essere imposta dall’esterno, quando ai due nemici non resta altra scelta che quella della loro reciproca condanna a morte.

.

Traduzione dal francese di Renato Benvenuto

 

Share This Article

European Journal of Psychoanalysis