INCERTEZZE DEL GENDER/ Norme sociali, norme sessuali

Intervento al seminario   “La neosessualità”

organizzato dall’Istituto Internazionale di Psicologia del Profondo di Kyiv/Università di Nizza /Francia) –

23 febbraio 2024 – Ucraina

  • Traduzione dal francese di Renato Benvenuto

 

Sommario: La psicoanalisi fin dagli inizi mette in luce l’importanza del sessuale. Ma tra il sessuale freudiano, divenuto nel corso delle riscritture dei Tre Saggiqualcosa di paragonabile a «l’eros del divino Platone», e la sessualità, esiste uno scarto su cui occorre interrogarsi per quanto concerne le norme sociali da cui la vita sessuale è regolata.

*

Cos’è la sessualità, dal bambino all’adulto, e cos’è la sessualità a cui vorremmo dare il nome di “adulta”[1]? Come definirla se non attraverso dei comportamenti? Del resto, cos’è un adulto? La psicoanalisi avrebbe una certa difficoltà a precisarlo, senza ricorrere ad enunciati che fanno subito pensare al sartriano spirito di serietà, qualcosa di cui, probabilmente ne converrete, non ci sarebbe da stare molto allegri.

Ma mi è venuto anche di pensare a quell’enigmatico passo dei Tre saggi, che indica, secondo Freud, quale sia il punto di articolazione tra il bambino e l’adolescente:«Aggiungiamo infine che, durante il periodo transitorio della pubertà, i processi di sviluppo somatico e psichico progrediscono gli uni accanto agli altri senza alcun legame, fino a che, attraverso un intenso moto d’amore psichico che irrompe innervando gli organi genitali, non venga instaurata l’unità normalmente richiesta alla funzione amorosa»[2].

Questa innervazione degli organi genitali a partire da un «intenso moto d’amore psichico» è una curiosità neurofisiologica, ma il richiamo alla biologia è sempre indice di qualcosa di specifico in Freud. Una tale stravaganza, in un testo che Freud per quasi vent’anni ha riscritto più volte, è testimonianza di una qualche difficoltà. Frenate come questa riappaiono sotto varie forme in Freud. Come quando nel prendere posizione sul modo di spiegare il sesso ai bambini, arriva a decantare l’insegnamento dell’educazione civica dato nelle scuole francesi! Ogni adolescente dovrà confrontarsi con una difficoltà di quel tipo, ma anche con la tensione tra l’affermazione dell’“infantilismo della sessualità”[3] e la definizione di una sessualità adulta cosiddetta “normale”, orientata alla riproduzione. «L’infantilismo della sessualità» è il titolo dell’ultimo capitolo del primo saggio dei Tre saggi sulla teoria sessuale. La sessualità resta infantile dal bambino all’adulto ed è indubbiamente questa la causa dello scandalo dei Tre saggi, e non la scoperta di una sessualità nei bambini, cosa già messa ampiamente in evidenza nell’Ottocento e variamente studiata. Questo, a mio giudizio, è ciò che ancora provoca scandalo, e ne sono riprova gli oppositori contemporanei della psicoanalisi che continuano a mettere tuttora in rilievo questa cosa, il Freud ossessionato dal sesso di Michel Onfray essendone solo l’ultima incarnazione.

Va ricordato che i Tre saggi mostrano che la pulsione sessuale nell’uomo è nel suo fondamento non naturale, non istintiva, e che la «perversione non è qualcosa di raro e di particolare, bensì una parte della costituzione detta normale», tanto più che, in qualsiasi rapporto sessuale “normale”, molti comportamenti rappresentano «la miccia di quelle aberrazioni sessuali che sono le perversioni». La questione per Freud è individuare l’organizzazione sessuale dal punto di vista dell’assetto psichico e non, come fanno i sessuologi a cui fa riferimento, a partire dalle deviazioni rispetto alla norma comportamentale – coito e finalità riproduttiva.

Esiste insomma una disposizione sessuale polimorfa che l’accento che era stato inizialmente posto sulla teoria della seduzione aveva impedito di individuare nel suo occultamento delle pulsioni parziali. In altre parole, «la disposizione alla perversione è la disposizione universale originaria dell’impulso sessuale umano», che non si ferma affatto con il passaggio all’età adulta, ma al contrario trova rifugio, per esempio, nel sintomo, che è «l’attività sessuale dei nevrotici». Freud definirà una “sessualità allargata” senza mai mostrare alcun cedimento sul termine ‘sessualità’ – la sessualità infantile si rivela dunque uno dei veri shibboleth della psicoanalisi – sessualità separata dagli organi genitali, ma che tuttavia li reinnerva in seguito a un «intenso moto d’amore psichico», di modo che – in seconda istanza, perciò – questa sessualità sia messa al servizio della riproduzione. Vediamo dunque che al termine dei Tre saggi la difficoltà è ben lungi dall’essere risolta.

*

 

Vedo un adolescente che, al momento della seduta di cui qui parlerò, ha 16 anni. Viene da me ormai da un po’ di tempo, per motivi che tralascerò. È un ragazzo molto intelligente, che s’è mostrato in grado di impegnarsi in un vero lavoro analitico. Durante questa seduta mi dice di essersi per la prima volta innamorato. Ecco come descrive la ragazza: “Non è particolarmente carina, è fuori dagli stereotipi… non è né magra, né bionda… non come mia madre”, la quale infatti è magra e bionda. Quando lo interpello con un “E allora?…”, mi dice adombrato: “Non siamo mica animali, non si tratta qui solo di riproduzione!”.

“Al primo sguardo”, aggiunge, “ho subito capito che mi piaceva. Perché appena sorride è molto bella, e anche qualcosa in più. Ma quando non sorride, non è veramente bella”. E continua: “Abbiamo non pochi punti in comune: il suo atteggiamento in generale, ad esempio non partecipa al casino che si fa in classe, è spesso seria, non è una fashion victim”. Lei è quindi come lui, una sua simile, una sua immagine, ma la dimensione narcisistica, immaginaria, non spiega tutto. In effetti, quel “non come mia madre”, come ha messo una pulce nell’orecchio a voi, l’ha messa anche a me. Ricordo che qualche anno prima, parlando di sua madre – donna dagli umori assai mutevoli – aveva detto che per lui da piccolo il viso di lei rappresentava “le sue previsioni meteo”. Se arrivava con un’espressione severa, questo significava “minaccia di tempesta”, ma se era sorridente era la felicità, l’annuncio di una bella giornata. Questo tratto isolato – il sorriso – assume un valore significativo, un po’ come quello del gatto del Cheshire incontrato da Alice, quel gatto che aveva la capacità di scomparire del tutto o in parte, e che sorridendo poteva sparire lasciando solo il proprio sorriso. «Curioso! ho veduto spesso un gatto senza ghigno; — osservò Alice, — mai un ghigno senza gatto».

Questo gatto che appare e scompare – questo gatto presenza/assenza – incarna il significante stesso. Il sorriso della madre per questo giovane aveva assunto un valore significante, simbolico, ed è proprio questo tratto misconosciuto, desunto dalla madre, a far scattare questo «intenso moto di amore psichico». Ma la ragazza resta per lui comunque enigmatica. Il ragazzo non osa avvicinarsi a lei e si pone dei dubbi sul suo interesse, sul suo desiderio. Cosa vuole lei? Cosa le piace?

Lui vuol preservare ciò che lei racchiude di impossibile da decifrare. Si tiene così piuttosto a distanza da lei, e sbircia con sguardi eccitati nelle scollature delle camicette di altre ragazze della classe piuttosto che nella sua. Lei è un volto che un sorriso può illuminare. Da un lato dunque l’amore, dall’altro l’interesse sessuale. Questa disgiunzione è particolarmente evidente nella vita sessuale maschile, bigama in modo quasi del tutto spontaneo, vale a dire scissa tra la donna dell’amore e quella del desiderio sessuale, tra la madre idealizzata con la quale il commercio di tipo sessuale può essere difficile e la puttana, la donna degradata descritta da Freud, con la quale la sessualità diventa possibile. La letteratura è piena di simili esempi, come pure le storie dei nostri analizzanti: si pensi a Félix, ne Il giglio della valle di Balzac, diviso tra Madame de Mortsauf e Lady Dudley, ma anche a Don José preso tra Micaela e Carmen nella Carmen di Mérimée e nell’opera di Bizet, ecc. Del resto, questa disgiunzione, che per Freud in certi uomini s’identifica con un abbassamento della vita amorosa, per Lacan è qualcosa di generalizzabile. Nei casi migliori, una stessa donna è in grado di occupare entrambi i posti. Ma, in ogni caso, è la nevrosi del maschio che non può essere ridotta a una posizione definibile come patologica, ma piuttosto ci pone sulle tracce della difficoltà già menzionata, quella di una disgiunzione tra amore e godimento sessuale. Lacan definiva questo punto di blocco, questo Reale, con la formula: «Non c’è rapporto sessuale», cioè non c’è nessun entrare in relazione che parta dall’atto sessuale, poiché ognuno incontra l’altro nell’ambito di un proprio fantasma.

Questo per quanto riguarda il versante maschile, ma anche fra le donne troviamo questa distinzione tra marito e amante, tra l’uomo proibito – il prete, il direttore di coscienza, il medico – uomo precluso e idealizzato, amato di amore platonico, e il partner sessuale. Se l’amore è rivolto al viso, il desiderio sessuale si rivolge ai frammenti del corpo, un po’ come la Venere a cassetti di Dalí. Da un lato l’amore di tipo narcisistico, finalizzato alla fusione, all’unificazione, al fare uno di due, dall’altro pezzi di corpo, che avendo assunto un valore fallico – togliete i seni ad un isterico! – sono pezzi di corpo che causano il desiderio di lui e con i quali l’uomo ha a che fare nell’atto sessuale. Quindi questo passaggio alla sessualità adulta, genitale ed eterosessuale, cosiddetta “normale”, si fonda su una rimozione, all’origine di quella bigamia di cui abbiamo parlato.

Se però esiste una norma per la psicoanalisi, è che essa indica il complesso di Edipo come messa in forma mitica di questa norma stessa. Esso è il vero cuore di tutta la faccenda, ed è il fondamento di questo complesso a costituire l’unica norma in psicoanalisi: il divieto del “godere della madre”, da intendersi in tutte e due le accezioni del caso genitivo. Questa mancanza di godimento (manque-à-jouir) è qualcosa di costitutivo, ma l’articolazione di questa norma, il suo valore di proibizione arriva in effetti a coprire, a mascherare una fondamentale impossibilità: un Reale. Pensiamo al piccolo Hans, alla derisorietà del suo organo di fronte alla madre. Essere l’oggetto del godimento dell’Altro non è che fonte di angoscia. Il nevrotico concede un oggetto, fa piccoli sacrifici per non essere oggetto di questo godimento – questa impossibilità, questo Reale, al quale dà uno statuto di proibito, e quindi un valore di norma, in modo da consentire un rilancio del desiderio che può così indirizzarsi verso le altre donne. Ma questa funzione normativa e non normalizzante del divieto d’incesto non dà alcuna definizione del destino della pulsione, né del “normale” nel senso dei comportamenti, se non, come ha potuto dire Lacan, che si può constatare che, per i soggetti, il normale, in quanto normalizzazione, è la “norme-mâle” (lett.: “norma-maschio”), nel senso in cui ciò che si manifesta nei sintomi delle nevrosi ruota attorno alle tematiche edipiche, alla questione fallica, all’essere e all’avere. Il mantenimento di una certa dimensione immaginaria del fallo porta l’ossessivo a farne oggetto di dono anale con tutti i suoi avatar difensivi, e l’isterico ad averne un certo disgusto. Perché, in effetti, la norma è per lo più correlativa a un’idea di mancanza. Ma, in ogni caso, nulla di “normale” e, meglio ancora, nessuna norma sessuale, poiché non esiste nell’inconscio alcuna rappresentazione della differenza dei sessi, il che porta alla costruzione di sembianti sociali al fine di stabilire questa distinzione uomo/donna. E proprio il primo amore è il momento in cui il soggetto è chiamato a inscriversi in una posizione maschile o femminile, in un sembiante uomo o donna, oppure un sembiante altro poiché, come ha detto Lacan, questo è un sistema in fase di revisione. Clinicamente occorre distinguere tra identificazione con un sesso e scelta dell’oggetto, che rappresentano una questione particolarmente delicata durante l’adolescenza.

«Esistono norme sociali, in mancanza di qualsiasi norma sessuale», ha detto Lacan, intendendo che non c’è nessuna norma sessuale a livello inconscio, ma solo una necessità di discorso. Lo abbiamo potuto constatare in Francia ieri nel dibattito sul matrimonio gay o oggi in quello sulla identità di genere. Ogni società definisce un proprio sistema di norme e il nostro è sul punto di cambiare. Il che non significa che stiamo andando verso un sistema senza norme sociali, ma che esse si stanno semplicemente spostando, per strutturare nuove forme obbligate di comportamento e la definizione di nuove morali. Che ognuno, a misura dei propri pregiudizi, possa avere un’opinione sul matrimonio gay e l’omogenitorialità, o sulla identità transgender, è fuor di dubbio, e anche che voglia, perché no, difenderla. Ma in tutto questo trambusto cosa ci fanno alcuni nostri colleghi che prendono delle posizioni che non trovano fondamento in base all’esperienza, parlando a nome della psicoanalisi e, qui sta il problema, annunciando, ad esempio, disastri nelle generazioni future derivanti dall’omogenitorialità? Non è detto che gli psicoanalisti ci guadagnino nell’abbracciare questo ruolo così moderno di esperto, nel quale non fanno altro che difendere i propri pregiudizi e non certo ciò che insegna loro la singolarità delle persone che essi ascoltano. Lacan sottolineava che uno psicoanalista non può autorizzare se stesso a parlare del normale né tantomeno dell’anormale. Le norme sono norme sociali, valgono come norme per organizzare ciò che è senza norma, il sessuale. Esistono quindi numerose strutturazioni sociali differenti dalle nostre che sono perfettamente funzionanti: i Na della Cina, una società che non prevede né padri né mariti, o la possibilità nell’Africa subsahariana per una donna in menopausa e vedova di sposare una giovane donna, ecc. Gli psicoanalisti dovrebbero d’altronde ricordare – per quel che concerne la predittività – il dibattito tra Anna Freud ed Ernst Kris, nel quale la prima negava alla psicoanalisi (come pure a qualsiasi psicologia) ogni possibilità di predittività, e si richiamava al nome di suo padre per esortare Kris a una maggiore prudenza.

*

Ma torniamo a noi, alle nostre storie d’amore. Ciò che si ripete nella vita di ognuno di noi è un certo modo di godere, un certo tipo di fantasia che avvolge, organizza, regge la vita sessuale, e questi stereotipi sono specifici di ciascuna persona. La psicoanalisi consisterebbe allora soltanto nel rettificare l’Edipo, nel permettergli di compiersi, liberando in questo modo un certo rapporto con il godimento? Mi direte che questo già sarebbe molto. Ma si tratta indubbiamente anche di andare oltre questo, il che non è certo privo di conseguenze.

Se la psicoanalisi non ha inventato una perversione nuova, può essa aprirsi a un amore altro, un amore che non sia solamente narcisistico o solo rivolto a un oggetto da consumare, un amore che non sia la negazione dell’alterità radicale dell’Altro, un amore che trova per questo Reale una sua collocazione? Non è questa una delle sfide della psicoanalisi per quel che concerne l’amore?

In un libro di una decina di anni fa[4], Paul Audi esamina il romanzo di Alfred Jarry – Il supermaschio – per parlare di questo impossibile connubio tra amore e godimento sessuale. Precisiamo a questo proposito che l’amore presuppone una certa femminilizzazione, cosa che risulta angosciante soprattutto per gli uomini nella nostra cultura. Alla formula di Lacan: «Quando amiamo, non si tratta di sesso», Paul Audi aggiunge che «si tratta forse… di poesia». E, poiché il linguaggio è la causa di questo Reale, forse è proprio attraverso di esso, portandolo al suo limite, che qualcosa può essere allora definito, delineato… La poesia è sicuramente la cosa migliore che viene fatta in alcuni momenti privilegiati di una seduta di analisi, poesia come maniera di portare la lingua al suo limite, di far apparire ciò che essa è al di là della sua riduzione a comunicazione, riduzione tardiva per il soggetto, in quanto effetto della rimozione. Benjamin d’altronde scriveva: l’uomo non comunica, l’uomo comunica se stesso nel linguaggio.

Riguardo a come i tempi influiscano sul modo in cui affrontiamo l’amore e come i discorsi amorosi cambino, in una conferenza sulla pillola tenuta da Winnicott nel momento in cui veniva introdotto questo contraccettivo – e oggi stentiamo a immaginarci di quale scompiglio all’epoca esso fu causa –, egli esordiva dicendo che, quanto a lui, non aveva mai preso la pillola[5]. Non è mia intenzione qui commentare le identificazioni di Winnicott, ma vorrei solo soffermarmi sulla conclusione di questa conferenza. Dopo essersi interrogato sulla pillola, sulla dimensione fantasmatica di omicidio che c’è nella contraccezione, per approdare quindi all’idea che non esiste una soluzione buona per tutte ma solo soluzioni personali, arriva infine a parlare della luna, di come nella notte gli sia capitato di osservarla. Siamo nel 1969, e ad un tratto quasi fra sé e sé fa la seguente riflessione: «Porco cane! c’è una bandiera americana piantata sulla luna», frase che immediatamente associa alle mestruazioni e alle parole di una donna, sua paziente, che in seduta gli ha detto che per la relazione sessuale di cui aveva parlato aveva ripiegato, in mancanza di pillola, «su quella vecchia cosa del ciclo». Winnicott nota subito un gioco di parole sul significante flag, che vuol dire sia bandiera che regole, nell’espressione idiomatica to fly the flag. Ed è allora che sorge in lui la domanda: «Riusciranno mai i poeti a riprendersi dall’arrivo degli americani sulla luna?».

«La pillola può anche assomigliare alla luna», conclude, «e se possiamo ritrovare la poesia (…) possiamo conservare un po’ di speranza per la civiltà», e aggiungo io: una piccola speranza per risolvere le impasse dell’amore, o meglio, fare di queste impasse il punto vivo e decisivo dell’amore.

[1] «Normes et sexualités», in Sexe, sexuel, sexualité. Du bébé à l’adolescent (dir. A. Braconnier e B. Golse), Toulouse, Érès, 2014.

[2]  S. Freud (1905), Tre saggi sulla teoria sessuale.

[3] Si vedano: A. Vanier, «Une singulière amnésie», Introduzione ai Trois essais sur la théorie sexuelle, trad. F. Cambon, p. 7-72, Paris, Flammarion, coll. Champs, 2011, e «M. Onfray, le bien-pensant», La Carnet PSY, 2010/5 n°145, p. 1.

[4] Paul Audi, Le théorème du Surmâle, Jarry lecteur de Lacan, Paris, Verdier, 2011.

[5] D. W. Winnicott, « La pilule et la lune », in Conversations ordinaires, trad. B. Bost, Paris, Gallimard, 1988, p. 221-235.

 

______

Alain Vanier, psicoanalista francese, membro di Espace Analytique (A.F.P.R.F.). Già Psychiatyre des Hôpitaux; Professore emerito delle Università, già direttore del Centre de Recherches psychanalyse, Médecine et Société (CRPMS), IHSS (Istituto delle Umanità, Scienze e Società), Università Paris Cité. Autore di numerose pubblicazioni: più di 300 articoli in riviste o in opere collettive francesi e internazionali; 3 libri tradotti in più di una dozzina di lingue; 7 direzioni di opere collettive, 1 traduzione di un’opera inglese in francese, ecc.

 

Share This Article

European Journal of Psychoanalysis