La psicoanalisi tra reale ed erranza

Pubblicato anche su Attualità Lacaniana n. 34 (luglio-dicembre 2023).

Cartesiani.

È del 1965 La scienza e la verità,[1] pensato come apertura al Seminario XIII (L’oggetto della psicoanalisi, inedito), un testo difficile e ambiguo che chiude gli Scritti. Qui Lacan cerca di articolare i rapporti che intercorrono tra scienza e verità, in sostanza ciò che costituisce la divisione del soggetto in sapere e verità. Sulle orme di Freud, Lacan rivendica per la psicoanalisi uno statuto “scientifico”: il soggetto della psicoanalisi non può che essere il soggetto della scienza, sebbene questo possa sembrare un paradosso, dice Lacan, un soggetto che intrattenga con il sapere il rapporto che la scienza moderna gli permette, ossia il cogito. Ogni tentativo di ricondurre altrove il soggetto, restituendogli una sostanza, come ha fatto Jung, ad esempio, è un’operazione ingenua e sbagliata. Ed è “erranza feconda di errori e come tale colpevole”[2]. Non c’è l’uomo della scienza ma solo il suo soggetto, in altre parole il soggetto della scienza ha uno statuto logico. L’illusione arcaica denunciata da Lévi-Strauss, ossia la subordinazione del soggetto della scienza all’uomo in una sua presunta evoluzione “naturale”, in psicoanalisi deve a tutti i costi essere evitata e ciò è possibile se, nella formulazione di una teoria, ci si attiene all’esercizio di un soggetto che la renda scientifica. Anche la prassi della psicoanalisi implica un soggetto che è quello della scienza, che intrattenga “un rapporto puntuale” e al tempo stesso “evanescente” con il sapere stesso[3] e costringa l’essere a “un certo ammaraggio”[4] che è poi il senso. Il debito verso lo strutturalismo sta qui nell’ambizione lacaniana di effettuare la stessa operazione levistraussiana, ossia l’estrazione delle combinatorie latenti nelle strutture della parentela. Si tratta insomma anche in psicoanalisi di costruire degli strumenti altrettanto logici e operativi, “scientifici”. In questo testo Lacan afferma che non c’è differenza tra scienze dure e scienze congetturali. Ma la psicoanalisi ha inaugurato pure un soggetto diviso dalla verità dell’inconscio: che rapporto intercorre allora tra sapere e verità? E cosa intende Lacan per verità? Per Lacan la verità ha lo statuto di una causa (di una Cosa, anzi, della Cosa) che genera il soggetto che è preso in una divisione costitutiva tra verità e sapere. Abbiamo dunque ancora a che fare con il freudiano e controverso Wo es war, soll ich werden. Là dove era (ero) devo addivenire, là dove così era, devo accadere come soggetto. La verità è la causa che costringe l’essere a tornare a un originario punto dove finalmente può farsi soggetto (dell’inconscio) e parla attraverso tutti i presidi del linguaggio. Se la verità, la “cosa innominabile”[5] parlasse in quanto tale, raggiungerebbe l’essere del linguaggio solo nell’orrore di un reale senza mediazioni: la Cosa ci guasta la festa dell’unità psicologica. Nello “svelamento” della propria verità, dice Lacan, ciascuno ci mette quello che ci può mettere. Ognuno fa quello che può insomma, per dirsi la propria verità. L’inconscio è strutturato come un linguaggio, ed è proprio per questo che la verità (dell’inconscio) può parlare, attraverso “le cadute”, ossia gli addomesticamenti della verità, che sono i meccanismi dell’inconscio, primo tra tutti la rimozione originaria. Per riconoscerli e tradurli noi analisti necessitiamo del soggetto della scienza, di un codice, insomma. Per far parlare la verità (dell’inconscio, potremmo anche dire il soggetto dell’inconscio), la psicoanalisi dipende dunque dal soggetto della scienza. “Penso dunque sono” per Lacan in questo caso significa che pensiero e essere si articolano nella parola, operazione peculiare agli esseri umani. Pensare e essere sono tenuti insieme dal significante e generano il soggetto dell’inconscio. Come sempre Lacan è interessato a trovare un supporto filosofico alla tesi che prevede che il soggetto (dell’inconscio) sia determinato dal linguaggio. Il cogito cartesiano, se preso alla lettera, da Lacan è in genere parafrasato in “sono dove non penso” e viceversa. L’originale contributo della psicoanalisi, nell’ambito della scienza (e Lacan qui fa rientrare la psicoanalisi nell’ambito della scienza, come un dato di fatto), risiede, secondo Lacan, nell’assumere la verità come causa materiale, come materiale è il significante. Il significante (fallico) agisce, in quanto materiale, in rapporto a un altro significante e veicola il soggetto. Questa è la funzione del linguaggio. Il valore scientifico della psicoanalisi dipende dalla sua relazione con la verità come causa nei suoi aspetti materiali: questa sembra l’enunciazione cospicua del testo. Nel Wo es war… è contenuto l’imperativo che conduce all’assunzione della propria causalità. Per la psicoanalisi la verità dunque “è supposta agire”[6] ossia supposta causare tutto l’effetto che da essa deriva. E sebbene per la scienza resti un punto velato, per la psicoanalisi la verità accompagna le rivoluzioni del pensiero e le peripezie da cui la stessa scienza nasce e delle quali tende a dimenticarsi (con le derive paranoicali che sappiamo). Insomma, si suppone che la psicoanalisi ponga la verità “eminentemente in esercizio”[7]. Abbiamo quindi da un lato un sapere che come soggetto ha il cogito e dall’altro la verità che sovverte in quanto causa il soggetto della scienza. Il loro punto di annodamento e divaricazione, conclude Lacan, è il rapporto al fallo, dunque alla mancanza.

Creduloni.

Il Seminario XXI, Les-non-dupes-errent[8], alla lettera i non stupidi errano (i non creduloni), tradotto I troppo furbi si perdono, è rimarchevole perché, dopo l’elogio del reale nella forma del godimento femminile che ha caratterizzato i tre seminari precedenti per culminare nel XX, esso è un monito, che suona tuttavia ambiguo come ambiguo è il titolo del seminario, a un deciso ritorno all’ordine simbolico e alla struttura.

 Il sapere contenuto nell’enunciazione Les-non-dupes-errent sarebbe, secondo Lacan, lo stesso di quello contenuto in Les noms du pères, il titolo del Seminario progettato per il 1963-64 e subito interrotto, che ha con la prima un’assonanza fonematica, evidentemente un sapere inconscio. Potremmo dire che una è il rovescio dell’altra. L’inconscio costituisce il soggetto, lo “decifra”, operazione che tende a procedere, a scorrere come scorre (“erra”) il significante nella catena significante, finchè non si raggiunge il senso, è lì che si arresta, perché a un certo punto “ci si deve pur arrestare”[9]. Il senso è immaginario ma necessario. Dunque in Les-non-dupes-errent e in Les-noms-du-père si tratta dello stesso sapere ma non dello stesso senso, ossia della stessa struttura significante ma di altro senso. Quello che conta è la struttura logica, non il contenuto, basta una virgola perchè tutto il senso cambi.

I non-dupes (i non-stupidi, i non creduloni, i troppo-furbi) sarebbero quelli che si negano alla cattura dello spazio dell’essere parlante, conservano la loro “libertà di azione”, di erranza, con tutta l’ambiguità semantica del termine. Essi fanno propria, dice Lacan, la necessità non già dell’erranza ma e dell’errore. Potremmo dire perché dall’erranza nasce necessariamente l’errore. Poiché essi sono non-dupes del linguaggio e dunque della struttura, sono perenni viaggiatori, perenni erranti. “La loro vita non è che un viaggio”[10]. Follia e libertà sono un binomio ricorrente in Lacan, a cui egli attribuisce in tempi diversi valenze sia positive che negative. In questo caso egli suona ambiguo nonostante la dichiarata necessità per il soggetto di sottomettersi alle leggi del linguaggio. La vita dei non-dupes si muove come in un luogo estraneo, è quella, immaginaria, dice Lacan, del viator. Lacan equipara la struttura all’inconscio: chi è non-dupe della struttura è non-dupedell’inconscio. Si tratta, invece, e questa è l’esortazione lacaniana, di essere dupe del sapere dell’inconscio, di “restare incollati alla struttura”[11], anche se “c’è questa maledetta questione della verità”[12]. Ossia la questione della causa (Cosa) in cui risiede la verità del soggetto, che, come un magnete, lo orienta verso l’oltre-struttura, per esattezza verso il nucleo vuoto attorno al quale ci costituiamo. La traduzione letterale di Traumdeutung è senso dei sogni: Traumdeutung (senso). Altrove c’è l’occulto, dice Lacan. Il reale del godimento femminile è allora l’”occulto”? Questa sarebbe una notevole aporia lacaniana. Freud occupandosi, e non poco, di occulto ha tentato di rendere conto, con il discorso scientifico, dei fatti che con esso non collimano, attraverso quell’”aire” (erre si può tradurre anche con abbrivio) che diventa, può pericolosamente diventare, erranza, errore. Insomma, c’è qualcosa che non risponde al sapere scientifico, qualcosa di impossibile, di ingovernabile, diremmo di reale. La Cosa è di questo ordine, eppure sappiamo che essa è supposta essere causa efficiente di verità. Anche il rapporto sessuale è di questo ordine, è ciò che non cessa di non scriversi, e siccome non vi è verità, secondo Lacan, se non quella che può scriversi si deve essere dupe del possibile, di ciò che può scriversi, o anche cessare di scriversi o di non scriversi: possibile e necessario sono legati, sottomessi al giogo del sapere, al posto stesso della verità. Le affermazioni di Lacan sorprendono (forse vuole sorprenderci?) rispetto a quanto enunciato nel Seminario XX[13] dove il reale (del godimento femminile) è non solo il luogo di una sia pure effimera verità ma addirittura la via che sopperisce (può sopperire) al non-rapporto di marca fallica. Verità dell’impossibile, di ciò che per definizione non si potrebbe scrivere e che, eppure, talvolta si scrive. Evidentemente ciò che qui interessa a Lacan è dimostrare che non si può fare a meno di nessuna delle tre dimensioni (simbolico, immaginario e reale) che formano il nodo borromeo (se lo snodate siete fottuti)[14], sebbene con un rinnovato penchant per il simbolico. Tre anelli di spago perché “niente funzioni”[15], perché la mancanza funzioni.

La “maledetta questione della verità” viene sbrogliata così: non vi può essere verità se non scritta (matematizzata), sottoposta alla forzatura della catena significante (S1-S2).

Lacan, come Freud, non vuole lasciarci tranquilli e dunque rovescia in continuazione i suoi enunciati. Tuttavia la questione rimane. Il reale (del godimento femminile), per definizione irriducibile alla struttura, eterogeneo, impossibile a scriversi se non, talvolta, nel momento stesso in cui accade, in questa prospettiva sembra destinato a disfarsi nell’assoggettamento al sapere e ad essere riassorbito in quella struttura che è il nodo.

Erranti.

Nonostante quel necessario “ammaraggio” che Lacan sollecita, l’erranza, nella sua doppia accezione semantica, che Freud per primo ha praticato errando attraverso la terra di nessuno che ha intuito e in cui si è immerso con la propria autoanalisi, è altrettanto necessaria. Se Freud non avesse errato (o forse se non fosse stato, per propria disposizione, un errante) la psicoanalisi non esisterebbe. Certo, se esiste un fuori-linguaggio e dunque un fuori-struttura è perché esistono sia un linguaggio che una struttura, prospettiva freudiana che Lacan ha formalizzato e radicalizzato. Coordinate da rivisitare nella società delle differenze e del dissolvimento dei padri. E anche dopo l’introduzione lacaniana del reale del godimento “supplementare”.

Ma il materiale vivo, e che sarebbe, questo sì davvero impossibile incontrare se non nell’erranza, nel continuo scivolamento logico dei significanti fino al loro (quasi)dissolvimento e che rende via via più esile il legame alla struttura.

La verità accompagna le rivoluzioni del pensiero e le peripezie da cui la stessa scienza nasce e delle quali tende a dimenticarsi, dice Lacan. E diventa paranoia. Questo non è concesso alla psicoanalisi che non può dimenticare (o non sarebbe più tale) che la verità sta in quegli scarti, quella materia “bassa” da cui la psicoanalisi è nata e che ha istituito il soggetto dell’inconscio. Se la peculiarità della psicoanalisi è quella di porre la verità “eminentemente in esercizio”, e se essa attiene al reale, è difficile immaginare che il lavoro psicoanalitico non proceda su quel confine labile che delimita la struttura, a rischio di oltrepassarlo, in equilibrio costantemente incerto che prevede continui sconfinamenti, errori ed erranze. L’analista è qualcuno disposto ad errare anche perché si trova, da un punto di vista logico, in una posizione femminile, oltre la desoggettivazione, nell’esposizione estrema rispetto a ciò che arriva. L’incontro con il reale ha la portata dell’evento, dell’accidente, e l’esperienza che se ne fa è esperienza di disorientamento, di vacillamento radicale che segnala l’incontro con l’inconscio. Questo punto è irriducibile al campo del linguaggio, anzi, è ciò che lo mette sotto scacco.  E allora che fare? Si cerca di eroderne pezzetti con lo strumento che abbiamo (la parola), trovare un qualche aggancio fortunoso al simbolico, e rendere l’impossibile per un momento, quel singolo momento, possibile. Il fantasma veste abitualmente la realtà, altrimenti essa sarebbe reale bruto, al limite del sopportabile (ma anche foriero di sorprese), chi ne ha fatto solo una fugace esperienza lo sa. Possiamo considerare gli psicotici “esperti” di reale: l’allucinazione è un esempio cospicuo di reale. Penso tuttavia che un certo orientamento al reale, con ciò che ne consegue, sia rintracciabile anche in altri soggetti, analisti compresi. Questo naturalmente richiede la capacità di sostenere lo spaesamento che ciò comporta, al limite praticare un certo desiderio di spaesamento. L’estasi, in quanto spaesamento radicale fino all’uscita da sé, non è riservata alle mistiche o ai mistici, è, può essere materia corrente e quotidiana, accidentale e altrettanto attivamente ricercata e praticata. La mistica non è “misticismo”, è pratica di attiva passività, in qualche modo è una disciplina. Autori come Poe[16], Benjamin (1986), Fachinelli (1989), lo hanno ben mostrato. L’orientamento all’estasi non può che prevedere una certa disposizione all’erranza, in qualche modo le è consunstanziale. Per alcuni soggetti il richiamo dei territori roventi della Cosa, la tentazione di essere “non-dupe”, voler andare verso la verità (la Causa), è più forte. Lacan non poteva non essere edotto di questo, forse sulla propria pelle, quel qualcosa di ironico presente nel monito ad essere stupidi, fessi, creduloni (della struttura), sembra segnalarlo.

Sull’Acropoli, in Freud, secondo la lettura di Fachinelli, ha prevalso l’angoscia che l’ha trattenuto dal respirare il soffio estatico a pieni polmoni. Non si è lasciato attraversare dal “roveto ardente”[17] oltre il quale capita di sperimentare quella “gioia eccessiva”[18], oltre il sintomo e naturalmente il godimento. Recentemente proprio il significante “gioia” è spuntato durante la seduta con un mio paziente, dopo un periodo analitico segnato dal reale nella forma della ripetizione (in un ambito della vita a cui tiene molto) e dai tentativi di discostarsene, con risultati oscillanti. “Gioia” che lui sputava come un sasso insieme a frammenti di materiale talmente antico (e ancora altrettanto rovente) lasciandolo stupefatto, stremato anche fisicamente. Eppure questa gioia era un sollievo fino al pianto, letteralmente sub-limen, “straordinaria e quasi insopportabile (cito)”, una tyche che irrompe stravolgendo ogni orientamento e lasciando intravedere altro. Bagliori di verità?

Si presentano durante una cura eventi/momenti che considero estatici, come questo. Non che sia la regola ma se succede allora per l’analista è il momento di avere il coraggio di coglierli, se è vero che le uniche resistenze sono quelle dell’analista. Non si tratta né di cosiddetto controtransfert né di opacità dell’analista, si tratta di una corda capace di vibrare occasionalmente o quando è chiamata a farlo, una fenditura sempre pronta a riaprirsi. Ècerto rinuncia al padroneggiamento, alla maîtrise, è esposizione radicale, femminilizzazione. Oltre l’innegabile richiamo vivo e la nostalgia, inevitabile e altrettanto viva per il luogo mitico originario, diciamo pure das Ding, dove inevitabilmente sorge una madre che non è edipica, direbbe Fachinelli, emerge il suo altro versante, ossia la rinuncia (o la gioia di rinunciare?) alla rassicurazione di ogni approdo, è, in quel momento, erranza attivamente praticata. Lo stravolgimento temporale che esita nell’essere del tutto aderenti al presente, direi all’istante, amplifica le capacità percettive, introduce una speciale disposizione all’accoglimento e svincola da ogni necessità di appartenenza o di arrivo/ritorno al già conosciuto. Per dirla in termini filosofici si potrebbe parlare, con un apparente paradosso, di una posizione “deterritorializzata”. Non quella immaginaria del “viator” che si muove nell’estraneità, ma squisitamente simbolica, che espone al reale. E che, certo, prevede una certa quota di praticata estraneità.

Se la psicoanalisi è una pratica etica, è legata all’agire dell’analista: le parole diventino atticapaci di sovvertire un ordine. Il discrimine che fa della psicoanalisi una pratica etica (e non tecnica) è già ben segnalato da Freud (1978) in Il disagio della civiltà, in qualche modo il suo testamento spirituale. L’essere umano va verso la Lust, verso il suo piacere. E il piacere estremo, veicolato dalla pulsione di morte[19], è orientato alla Cosa (materna), alla riunificazione e definitiva pacificazione (impossibile) con essa che è il Sommo Bene, “perché non c’è altro bene”[20]. Lo stesso principio di realtà, salvo letture che vogliono addomesticare la portata eversiva del pensiero freudiano, segue solamente vie più contorte e più lunghe per ottenere il piacere. Di questo lo psicoanalista è edotto, sa che l’analizzante punta sempre al Sommo Bene (e dunque alla sua potenziale rovina); ma sa pure che quei territori estremi saranno quantomeno sfiorati nell’incontro con il reale (che nell’ultimo insegnamento di Lacan sarà in fondo sinonimo di incontro con l’inconscio) per quanto possibile, e con l’estremo spaesamento che ciò comporta. In questa prospettiva, che faccio mia, la psicoanalisi è pratica del reale, del vacillamento, del sovvertimento che segna ogni nuova seduta e che si situa agli antipodi di qualsiasi pratica tranquillizzante, consolatoria, adattiva, della psicoanalisi. Direi di ogni visione positiva e positivista dello psichismo e dell’essere umano in generale. L’incontro con il reale è sia inciampo imprevisto e imprevedibile su ciò che sempre torna, il revenant, ciò che è morto ma è anche vivo, emersione dirompente che frantuma quella che chiamiamo realtà, ma lì c’è anche il nuovo. “Au fond de l’inconnue pour trouver du nouveau!”[21] potrebbe essere parafrasato in “al fondo del conosciuto per trovare il nuovo”. Si deve andare fino al cuore della ripetizione finche’ qualcosa si slabbra, si incrina e prende un nuovo corso.

Secondo Bion l’analista dovrebbe iniziare ogni seduta con un po’ di paura. Bion è non solo sapientemente edotto della portata imprevedibile dell’avventura analitica, per ambedue i soggetti, ma sembra anche predisposto a quella imprevedibilità, la auspica. La psicoanalisi orientata al reale mette la verità “eminentemente in esercizio” ed è un atto politico perché, laddove si incontra senza alcun preavviso quell’impossibile che è il reale (l’unica regola analitica è dire tutto ciò che viene in mente), nell’attraversare (errando) la perdita, certo angosciosa, di ogni orientamento si aprono altre soluzioni, necessariamente nel verso del femminile. La psicoanalisi lavora, per sua natura, a una spoliazione dalle illusioni legate a una presunta “identità”, all’”Io sono”. Oltre l’assunzione della castrazione che spetta a tutti, nello “scollarsi” dalla struttura anche per un istante, lì non c’è Altro dell’Altro, non c’è nessuna garanzia, nessuna essenza. Dopo aver lasciato cadere ogni residuo relativo al credere di essere “qualcosa” o “qualcuno” (e l’angoscia che ne consegue), c’è il puro abbandono (femminile), se si riesce a praticarlo. E di questo, soprattutto adesso, c’è una grande necessità.

 Bibliografia

  • Baudelaire, C. (2022) Le voyage, Magellan e Cie, Paris.
  • Benjamin, W. (1986) I “passages” di Parigi, a cura di G. Agamben, Einaudi, Torino.
  • Benvenuto, S. (1998) “La gioia eccessiva di Elvio Fachinelli” in Intorno al ’68, a cura di M. Conci e F. Marchioro, Massari, Roma, pp. 249-278. https://www.sergiobenvenuto.it/ilsoggetto/articolo.php?ID=91
  • Cimino, C. (2022) “Notes on Edgar Allan Poe, mathematical poet”, in Vestigia Vol 3, Issue 2, pp.17-118. : Volume 3, Issue 2, December 2022 – (inppjournal.org.uk)
  • Fachinelli, E. (1989) La mente estatica, Adelphi, Milano.
  • Freud, S.:
  • (1977) Al di là del principio del piacere, in OSF, 9, Boringhieri, Torino.
  • (1978) Il disagio della civiltà, in OSF, 10, Boringhieri, Torino.
  • Lacan, J.:
  • (1973-74) Les-non-dupes-errent, inedito, copia personale.

–           (1974) “La scienza e la verità”, in Scritti, Vol II, pp. 858-882, Einaudi, Torino.

–           (1983)    Il Seminario, libro XX, Ancora, 1972-1973, Einaudi, Torino.

 –          (1994) Il Seminario, Libro VII, L’etica della psicoanalisi, 1969-1970, Einaudi, Torino.

[1] Lacan, 1974.

[2] Ibid., p. 863.

[3] Ibid., p. 862.

[4] Ibid., p. 860.

[5] Ibid., p. 871.

[6] Ibid., p. 873.

[7] Ibid., p. 874.

[8] Lacan, 1973-4.

[9] Ibid., p. 12.

[10] Ibid. p. 21.

[11] Ibid., p.24

[12] Ivi.

[13] Lacan, 1983.

[14] Lacan, 1983, p. 55.

[15] Ibid., p.68.

[16] Cimino, 2022.

[17] Ibid, p. 195

[18] Sul tema fachinelliano della “gioia eccessiva”, v. S. Benvenuto, 1998.

[19] S. Freud, 1977.

[20]  Lacan, 1994, p. 87.

[21] Baudelaire, 2022.

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