INCERTEZZE DEL GENDER/La sessualità infantile e le sue teorie

Convegno “Neosessualità”.

Istituto Internazionale di Psicologia del Profondo, Kyiv/Università di Nizza

Ucraina, 23/02/2024

 

“Tu mi hai considerato tanto scemo da pensare di farmi credere che Hanna l’abbia portata la cicogna, io posso pretendere che tu consideri vere le mie invenzioni”.

Il piccolo Hans (trad. it. M. Ajazzi Mancini, Feltrinelli 2021)

«Solo dopo Hans», scrive Freud nel 1909, «sappiamo cosa pensa un bambino»[1].

Prima del 1909, i grandi non volevano saper niente di cosa pensavano i bambini?

Prima dei Tre saggi del 1905, non si osava immaginare che un bambino venisse al mondo provando emozioni sessuali autoerotiche, che le cure delle persone che lo circondano potessero essere fonte di eccitazione, di piacere o dispiacere. E, peggio ancora, non si poteva neanche pensare che esistesse una sessualità infantile. L’opinione pubblica ne fu scossa e le idee di Freud fecero scandalo.

Un anno dopo, ascoltando il padre di un bimbo parlare di suo figlio, Freud si convinse del fatto che non solo i bambini avessero una sessualità, ma anche che essi cercavano – cosa non priva di conseguenze per il loro futuro – di «pensare» molto precocemente a questa sessualità e di trasformare i propri interrogativi sulla vita, la morte, la differenza dei sessi e la venuta dei bambini, in una vera e propria teoria. È nel 1908, in seguito ai suoi confronti con Max Graf, che Freud scrive Teorie sessuali dei bambini.

Coraggioso, piccolo Hans, che non esitò a comunicare le sue domande e le sue scoperte a suo padre affinché potesse andarle a raccontare al professor Freud che, Hans pensava, era egli stesso in rapporto diretto con Dio. Comprendiamo quanto potesse prendere sul serio il suo lavoro!

Il suo campo di indagine, inizialmente incentrato sull’interesse per il suo “fapipì”, si allargò notevolmente quando cominciò a chiedersi chi oltre a lui avesse un fapipì. La mamma? La mucca? Il cavallo? Non la sedia, né il tavolo, di questo era sicuro, ma forse la locomotiva dato che poteva vedere dell’acqua scorrere dalla motrice quando il treno si fermava in stazione? Ben presto arrivò alla conclusione che tutti gli esseri viventi ne avevano uno. Vero è che sua madre mostrò grande entusiasmo nell’assisterlo nello sviluppare questa teoria, visto che subito lo rassicurò sul terribile dubbio che aveva afferrato il nostro piccolo esploratore quando aveva creduto di vedere che lei non avesse fapipì. Le pose allora la domanda: “Mamma, anche tu hai un fapipì?”. “Certo,” aveva risposto lei, “perché?”. “Stavo solo pensando”, aveva detto lui[2].

Quanto a pensare, lui pensa, eccome. Pensa che i suoi genitori lo prendano in giro quando gli dicono che Anna, la sua sorellina, è stata portata dalla cicogna. Pensa che il fapipì di Anna crescerà più avanti, che le grandi giraffe possono essere sgualcite e tenute in mano – quasi fossero una delle Compressioni dello scultore César – il che gli permette di conciliare ciò che ha visto con i suoi occhi alle parole di sua madre, delle quali gli è difficile dubitare. Pensa che potrebbe facilmente cadere nella vasca da bagno, che pure i cavalli possono cadere, che mordono e fanno paura.

Pensa incessantemente, e lui dice: “Stavo solo pensando”. Le domande gli sorgono in ondate tumultuose, una baraonda di domande alle quali si sforza di trovare delle risposte. “Ho pensato” dice a sua madre, “che tu che sei così grossa devi avere un fapipì come un cavallo[3]”.

Ritroviamo qui l’inaudito, l’insolito delle creazioni poetiche dell’infanzia. È il modo tutto loro di rispondere alle domande poste dalla vita. Ma ecco che i genitori di Hans gli spiegano che sono le cicogne a portare i bambini. Questa nuova teoria non corrisponde in nessun modo a ciò che aveva immaginato. Diventa perplesso, diffidente, frenato nella sua ricerca. Lo slancio creativo del ‘come’ è sospeso, Hans perde il filo dei suoi pensieri e analogie. Da un lato ci sono le cicogne che lo introducono nel discorso immaginario costituito dai genitori, dall’altro, ancor peggio e di registro differente, c’è il sangue nella stanza della madre il giorno del parto. Hans, sconvolto, cade ammalato. Non può essere più nel ‘come’. Il sangue, lo sa, non scorre né dal fapipì del cavallo né dal suo. Non può più sognare, non può più pensare.

Per i bambini, la questione della nascita dei bambini rimanda alla morte, alla differenza tra i sessi e alla castrazione. Cercano di trovare una causalità, di creare un collegamento tra ciò che sentono riguardo alla propria sessualità, ciò che i genitori dicono loro e ciò che sono portati a osservare nell’esperienza quotidiana. Tutto si complica ulteriormente quando cominciano a pensare che forse anche i genitori hanno una sessualità, ed è allora che iniziano a rivolgersi instancabilmente a loro e ancor più particolarmente alla madre. Freud lo aveva notato già ai tempi di Hans, ed è vero ancora oggi. È alla madre che il bambino rivolge prioritariamente le sue domande e sono soprattutto le sue risposte a interessarlo. La posta in gioco, in questo tentativo di identificare il desiderio della madre in quanto donna, è essenziale. Questo è in parte ciò che struttura il soggetto.

Maud Mannoni, in La teoria come fantasia, ricorda che al soggetto è vietato di conoscere la madre e che ogni desiderio di sapere ha quindi un fondamento incestuoso.

Di fronte all’enigma del desiderio della madre e della sessualità dei genitori, il bambino cerca, pur vietandosi di sapere, delle risposte che lo possano soddisfare. Il sapere ha sempre rapporto col desiderio. Ma il desiderio sfugge inesorabilmente al soggetto. È questo impossibile che può portare il bambino a impegnarsi in una ricerca infinita per saperne di più, assumendo una dimensione di trasgressione o al contrario inibendolo al punto da non voler imparare più nulla. Questo è ciò in cui ogni giorno ci imbattiamo, quando ci portano bambini che manifestano un disagio scolastico.

L’enigma posto al bambino, dice Freud, assomiglia all’enigma della sfinge. Rispondergli può in alcuni casi costituire una minaccia, o anche un interdetto. Perché si sviluppi uno spirito di ricerca, occorre ancora che l’Altro al quale il bambino si rivolge permetta, anche se non può rispondergli, che venga posta la questione del desiderio. Nell’analisi dei bambini vediamo chiaramente come un fantasma rimandi ad altro fantasma; come il bambino segua una sua strada a partire da elementi che gli sono propri, ma anche in risposta a ciò che può osservare nei genitori.

Le varie teorie sessuali che i bambini si inventano, dice Freud, vengono determinate in funzione delle zone erogene che sono attive in quel momento della loro vita. Esse hanno origine nelle componenti della pulsione sessuale che sono già attive nell’organismo del bambino.

Da questo punto di vista, Freud nota che, per quanto fantasiose possano apparire, tali teorie hanno sempre un elemento di verità. «Queste false teorie sessuali», scrive, «[…] presentano tutte una caratteristica assai singolare. Pur essendo grottescamente fuori strada, ciascuna di esse contiene una parte di schietta verità, analoghe in questo ai tentativi, considerati “geniali”, fatti dagli adulti per risolvere i più ardui problemi che l’universo pone all’intelletto umano[4]».

All’epoca Freud voleva far passare l’idea, già questa difficile da accettare, che i bambini fossero capaci di pensare e che non era utile, se non a renderli ancora più nevrotici da adulti, tenerli lontani per pudore dalla sessualità, come si usava un tempo. Inutile voler preservare la loro innocenza, poiché essi, spiega Freud, l’hanno perduta quando sono nati. Scrive Freud: «Quando i bambini non ottengono quelle spiegazioni per le quali si sono rivolti ai più anziani, continuano a tormentarsi in segreto sul problema […] a causa del senso di colpa del giovane ricercatore, viene impresso alla vita sessuale il marchio dell’orribile e del ripugnante[5]».

Ma dai tempi di Freud il mondo è cambiato e le spiegazioni non mancano ai piccoli Hans di oggi. Ricevono risposte quando fanno domande, e le ricevono anche quando non chiedono nulla. L’educazione sessuale fa parte di uno stile di vita sano, come lavarsi i denti. Non è più questione di cicogne, cavoli o rose. Sanno come nascono i bambini, in dettaglio, scientificamente, ma ogni giorno la clinica ci porta a constatare che, nonostante tutto l’impegno che ci mettono gli adulti, i bambini continuano a costruirsi teorie sessuali proprie. Le spiegazioni dei genitori gli danno solo una sensazione di inquietante stranezza.

L’informazione sulle nascite non impedisce ai bambini, intorno ai due anni, di rifiutare il vasino per paura che un nuovo arrivato gli esca dal ventre, o di dire che se la signora ha il pancione è di sicuro perché ha mangiato troppo.

Le bambine, qualche anno più tardi, cominciano a preoccuparsi di essere rimaste incinte perché a ricreazione un ragazzino le ha baciate sulla bocca. “I baci degli innamorati, sono loro a fare i bambini,” diceva Julia, 5 anni, “io lo so perché ho visto mamma e papà baciarsi e poi ho avuto un fratellino”. Julia aveva sviluppato una vera e propria fobia per la scuola. Passava giorni interi davanti allo specchio per vedere se la sua pancia era cresciuta. I genitori sostenevano di aver fornito ogni informazione possibile su come nascono i bambini. Julia sapeva benissimo dell’esistenza degli ovuli e degli spermatozoi e di come essi si incontravano. Ne era perfettamente al corrente, ma era comunque convinta di essere incinta. Una convinzione del tutto intima, una di quelle in cui crediamo proprio in funzione del non voler sapere. Ci volle molto tempo, e molte sedute, prima che Julia potesse tornare a scuola. Le spiegazioni scientifiche non rispondevano alle domande che lei si andava ponendo sulla differenza dei sessi, che le era balzata agli occhi con l’arrivo del fratellino, né sulla questione della femminilità e della maternità. Come molte bambine di quell’età, si era mostrata molto aggressiva con la madre al ritorno dalla clinica, e tutti avevano pensato che fosse gelosa del neonato. Ma era soprattutto gelosa della madre, che aveva avuto un bambino al posto di lei. Raccontava la storia di un paese immaginario che amava disegnare durante le sedute, nel quale i papà baciavano le bambine sulla bocca, un paese dove ogni cosa bruciava, le case, le foreste. Un luogo magico dove si poteva volare ignorando la legge di gravità, sporcarsi senza essere rimproverati. Un paese senza frustrazioni e senza limiti nel quale si poneva la questione del desiderio. Un paese dove i ragazzi erano stupidi, e dove le ragazze detenevano il potere. Erano loro a comandare, non avevano nulla da imparare e potevano fare a meno di andare a scuola.

Le sedute, a cui veniva accompagnata dalla madre, mostravano come le sue fantasie di onnipotenza riecheggiassero quelle di questa donna essa stessa alle prese con la questione della castrazione. Le spiegazioni su ovuli e spermatozoi lasciavano Julia molto fredda, tutto il suo interesse si focalizzava sull’ardente fantasia del magico paese dove le ragazzine sottomettevano con delizia i maschietti. Per lei nessun bisogno di saperne di più. Ma la verità è che il volerne sapere di più rischia di venire a scontrarsi con la Metafora Paterna.

Octave Mannoni della credenza diceva che si tratta sempre della credenza nell’esistenza, «comunque», del fallo materno.

Ne La funzione dell’immaginario parla di una festa Hopi nel corso della quale alcune figure terrorizzanti che indossano orribili maschere, i Katcina, si presentano nel villaggio per divorare i bambini. Le madri devono riscattare i loro piccoli offrendo ai mostri della carne, e questi in cambio danno ai bambini delle palline di granturco, il piki, colorate di rosso, che si presume siano state preparate dagli stessi Katcina. Un ragazzino Hopi raccontava la seguente storia: «Una volta, racconta Talayesva, ci doveva essere una danza di Katcina ed io sorpresi mia madre mentre cuoceva il piki. Quando vidi che si trattava del piki rosso, ne fui sconvolto. La sera non riuscii a mangiare, e quando i Katcina distribuirono i doni, io non volevo accettare il loro piki. Ma quello che mi dettero non era rosso, era giallo. Allora mi sentii felice»[6].

Il piccolo Hopi era sollevato di poter continuare a credere, proprio come Hans era desideroso di permanere nell’inossidabile credenza che tutti gli esseri umani possedessero un fapipì.

«La crisi della credenza nei Katcina», precisa Octave Mannoni, «riproduce, come ne fosse il modello, la struttura della crisi relativa alla credenza nel fallo. […] Potremmo già riconoscere la castrazione nell’emozione che si impossessa del giovane Hopi». Tra gli Hopi, la verità verrà rivelata al bambino più tardi, al momento dell’iniziazione. Imparerà in questa occasione che dietro le maschere dei Katcina si nascondono in realtà padri e zii. Ma allo stesso tempo apprenderà il segreto della verità mistica a cui è iniziato.

Durante l’infanzia, sono gli adulti a preservare le credenze nei bambini. In cosa le credenze infantili assecondano quelle degli adulti? I genitori non hanno forse bisogno di pensare che i loro piccoli credano a Babbo Natale? Quanti ragazzini ci raccontano che sanno da tempo che Babbo Natale non esiste, ma che non vogliono dirlo ai loro genitori per non farli dispiacere? Tutta la fede degli Hopi risiede e si basa su una prima mistificazione. I giovani divenuti adulti non smetteranno di credere, ma crederanno in modo diverso. La credenza lascerà l’immaginario per divenire simbolica e accedere così all’ordine della fede.

Anche questo comporta la perdita di qualcosa che verrà in altro modo recuperato. È una questione di tempo, un tempo necessario che l’adulto deve stare attento a non anticipare.

Al giorno d’oggi tendiamo a bruciare le tappe. I bambini devono sapere tutto, capire tutto e comportarsi come grandi in miniatura. In seguito, al contrario, restano infantili e talvolta gli viene impedito di assumere le proprie responsabilità. Come fossero già consapevoli del pericolo di occupare un posto d’adulto nell’infanzia, i bambini recalcitrano e rifiutano le spiegazioni dei genitori. Vogliono continuare a credere nelle proprie teorie.

Se il momento non è ancora arrivato, le spiegazioni dei genitori riguardo la nascita non avranno alcun effetto e i figli continueranno il corso normale delle loro elaborazioni. Altre volte, come la clinica ci insegna, le spiegazioni sortiranno un effetto di smarrimento che fermerà il flusso delle riflessioni e impedirà loro di scoprire “il piacere di pensare”.

La verità scientifica delle spiegazioni che oggi i genitori forniscono ai figli, a volte impedisce loro di “giocare a pensare”. “Non comportarti da moccioso”, diceva una madre al figlio di cinque anni, “tu lo sai bene che i bambini non nascono sotto i cavoli o fra le rose. Ti ho spiegato mille volte come sei nato, non hai più domande da farti, sai pure che la sorellina è nata perché i medici l’hanno tenuta per un po’ in una provetta». Ma il bimbo continuava a inventarsi storie. Per fortuna i bambini, per lo più, sono forti, resistono e sognano, anche se questo forse è più arduo farlo con le provette che con le cicogne.

I miti che i genitori propongono oggi (modernité oblige…) sono quelli della scienza. Èlì il luogo privilegiato della nostra fede. I miti diventano di tipo botanico, come il semino grazie al quale nella pancia germoglia un bambino.

Ricordo quella bimbetta di tre anni presa dal panico vedendo suo padre seminare il prato, convinta che ogni seme avrebbe fatto crescere un bambino sul tappeto d’erba del giardino.

I miti molto spesso hanno anche un legame con la medicina. “Riportalo dal dottore”, dicono i bambini quando la madre ritorna a casa dal reparto maternità.

Oggi sono spesso i medici a creare i bambini. Questa fantasia, da sempre abbastanza diffusa tra le mamme, trova un suo sostegno nella realtà. François, tre anni, mi ha detto: “Mamma, quando vuole un bebè, va a chiederlo al dottore. Lui glielo mette nella pancia e poi, quando è cresciuto, gliela apre per farlo uscire”. Oppure a volte ci si rifà a qualcosa di fantascientifico, e il bimbo estraneo emerge dal ventre materno come un minaccioso alieno. Un bambino era venuto al reparto di neonatologia a trovare il fratellino, un bebè di 600 grammi nato molto prematuro. Era convinto che l’incubatrice fosse un disco volante e che l’oggetto non identificato potesse tornare da un giorno all’altro sul suo pianeta d’origine. Questo incontro “del terzo tipo” rappresentato dall’arrivo del neonato, non era del tutto estraneo al vissuto di sua madre, che si chiedeva da dove provenisse mai quel bambino che stentava a riconoscere come suo, ma piuttosto figlio dei progressi della medicina – un esserino che era possibile da un momento all’altro sparisse. Una credenza presuppone il sostegno dell’altro e i bambini non creano i loro miti a caso. Proprio come gli Hopi hanno bisogno che i bambini credano nei Katcina per corroborare la propria fede, gli adulti di oggi non si aspettano forse che i bambini avallino le loro verità scientifiche? È fuor di dubbio che ne abbiano bisogno, perché questi adulti sono ben coscienti di quanto tutto il sapere biologico non abbia risposte circa la questione del desiderio. Sì, lo sanno, ma comunque…

Porre la domanda del desiderio è la specialità dei bambini. Mettono così alla prova gli adulti rifiutando le loro informazioni.

Il loro narcisismo è messo a dura prova: vogliono conservare un’immagine idealizzata dei genitori, che non possono dedicarsi alle pratiche sessuali di cui danno spiegazione, e allo stesso tempo mantenere un’immagine idealizzata di loro stessi, che non possono accettare di essere nati da quelle medesime pratiche. Ciò che è insopportabile è l’orrore del godimento dei genitori. Questo è ciò che viene rimosso nella scena primaria. Spesso nelle cure degli adulti non si focalizza a sufficienza quanto questo godimento non possa essere rappresentato: anche a distanza di anni, la sessualità dei genitori non è pensabile. Freud, ne L’uomo dei lupi, lo aveva già sottolineato.

Il mito scientifico, non molto diversamente da quello della cicogna, permette di allontanare la scena primaria. Così come viene allontanata l’idea del nulla. Le cicogne vanno nei laghi a pescare dei neonati che esistono da sempre, per poi deporli davanti alle porte delle case. I medici danno ai genitori dei bambini che essi stessi hanno creato dal nulla, grazie alla conoscenza delle tecniche di come montarli e assemblarli. Quanto a quelli provenienti da un altro pianeta, già esistevano da prima e nulla impedisce di proporgli di rinunciare a un biglietto di sola andata e prenderne anche uno di ritorno. Risolvere in questa maniera la questione della vita consente di distanziare allo stesso tempo quella della morte. I bambini non trovano nelle informazioni di tipo botanico o biologico una risposta adeguata alle loro sofisticate ricerche. Si aggrappano allora al mistero. Ed è lì che tentano di seguire le tracce del desiderio.

Un’analizzante adulta mi raccontò che quando era piccola, avendo sentito sua madre e sua nonna parlare tra loro di quanto fosse fortunata un’amica che aveva un elegante samovar in salotto, s’era immaginata che si trattasse di uno splendido cavaliere russo in uniforme rossa e oro, un uomo meravigliosamente attraente che aveva fatto girare la testa alle donne della sua famiglia. Di notte, attendeva in segreto l’arrivo del bellissimo samovar. Sarebbe toccato in seguito a lei di avere ciò che quelle donne non avevano e che invidiavano alle altre. Il mistero di una parola che non conosceva le ha permesso di interrogarsi sul desiderio delle donne. Lei stessa se ne stupiva in seduta. Proprio lei che amava passare ore e ore immersa nei dizionari delle biblioteche, come mai aveva accuratamente evitato, in tutti quegli anni d’infanzia, di cercare la definizione della parola samovar?

Un altro adulto, questa volta uomo, ricordava l’importanza che aveva avuto per lui la favola di Cappuccetto Rosso. Una frase era diventata per lui un’ossessione nell’infanzia: «Tira il cavicchio, il rocchetto scorrerà». Cosa mai poteva significare? Quella frase aveva la capacità di scatenare la sua immaginazione. Che diavolo poteva tirare Cappuccetto Rosso al lupo o alla nonna? Cos’era quel rocchetto? Che cosa c’entrava con la storia? E la fiaba si trasformava per lui in un susseguirsi di scene via via più seducenti.

La magia delle parole degli adulti per noi incomprensibili è riconducibile sempre al sesso e alla morte. Vi è posta la questione del desiderio sicuramente molto più di quanto lo facciano tutte le spiegazioni che funzionano da “ammazza-fantasie”.

I bambini, un tempo, venivano tenuti in disparte, per il loro bene, dalla vita dei grandi, lontani da qualsiasi domanda sulla sessualità. Oggi, sempre per il loro bene ma con un fantasma di trasparenza, gli si parla d’inseminazione con donatore e di fecondazione in vitro. Gli viene detto che sono stati trovati in un cassonetto, che il padre ha ucciso la madre dopo aver violentato la sorella e che è per questo che adesso si trovano in affidamento. Per «essere positivi», altra ossessione del momento, si pensa di rassicurarli dicendogli anche che, se sono vivi, è sicuramente perché i genitori li amavano e volevano che vivessero, dato che l’aborto è legale e avrebbero potuto decidere di comportarsi altrimenti.

Ma come si può pensare, parlando in questa maniera a un bambino, di stargli dicendo la verità della sua storia? Nessuno sa quali circostanze hanno portato alla venuta al mondo di quel bimbo. Gli sarà necessario inventarsi teorie proprie e propri miti perché il suo passato serva a qualcosa. Ciò a cui noi assistiamo nel corso delle terapie è l’elaborazione di tali miti. Del desiderio dei genitori non possiamo dire nulla, né affermare niente, nemmeno quando lo facciamo con la buona volontà di rassicurare qualcuno o di ‘rinarcisizzarlo’, come si tende a dire adesso. Gli stessi genitori, seppure fossero presenti, non potrebbero dire qualche cosa di più al riguardo. Pensare di fare un figlio come lo si vuole, quando lo si vuole, è una moderna chimera alimentata, tra le altre cose, dalla contraccezione e dalla procreazione medicalmente assistita. Nemmeno la medicina, col suo parlare ex cathedra, può dire ai bambini qualcosa sul desiderio dei genitori. Niente può venire a colmare questa conoscenza dell’origine, che è qualcosa di perduto per i genitori stessi.

Ma gli esperti dell’infanzia pongono la loro verità in primo piano, considerandola terapeutica. A volte confondono verità scientifica, verità storica e verità di una storia.

I genitori di Paul erano venuti a consulto per spiegarmi come mai non comprendevano perché il figlio fosse perennemente ammalato; angine, rinofaringiti, otiti, una malattia dietro l’altra. Un giorno il pediatra gli aveva detto: “Io so perché vostro figlio è sempre raffreddato, è perché non conosce le condizioni della sua nascita. Dovete dirgli che è nato da una fecondazione in vitro e che è stato per qualche tempo un embrione congelato prima di essere reimpiantato nell’utero della madre”. Questa rivelazione non aveva fatto a Paul né caldo né freddo, e continuava a soffrire di un raffreddore dietro l’altro. I genitori erano stupiti che una tale verità scientifica non avesse sortito alcun effetto sul bambino. “Forse non ha capito”, mi dissero i genitori, “e se trovassimo un film o una cassetta di un documentario sul congelamento degli embrioni?”.

Siamo nella civiltà delle immagini. Quando i bambini sembrano non capire, è possibile mostrargli, mettergli sotto gli occhi le prove delle verità da noi proposte, per porre fine ai loro interrogativi.

A questo proposito, la storia più emblematica in cui mi sono imbattuta è quella di un bambino di quattro anni che ho ricevuto qualche mese fa per una consultazione. I genitori avevano chiesto un appuntamento perché erano molto imbarazzati dalle continue domande del figlio su come nascono i bambini. “Eppure”, mi dicevano, “abbiamo spiegato tutto, comprato libri, mostrato immagini, ma lui non vuole credere a ciò che diciamo. Siamo venuti da lei per chiederle se non pensa che dovremmo fare l’amore davanti a lui per rassicurarlo e finalmente fargli capire che non gli stiamo mentendo”.

Naturalmente questi genitori non sono solo fashion victimes, è qualcosa un po’ più complicato di così. Ma resta il fatto che siamo in un momento in cui sta diventando possibile porre una domanda di questo genere.

Gli adulti hanno una vita privata. Vale a dire, va privata al bambino la conoscenza del loro godimento. Questo è ciò che permetterà a lui più tardi di poterli lasciare. Il padre è colui che chiude la porta della camera dei genitori, che permette al bambino di fare il lutto del padre ideale: non potrà spiegargli tutto, trasmettergli tutto, ma gli darà la possibilità di riconoscere che il padre ideale non esiste. Quel che viene trasmesso al bambino chiudendo la porta è anche il potere di lasciare i genitori per andarsene e guardarsi intorno.

Oggi i genitori credono di poter trasmettere ogni cosa basandosi sulla scienza. Non capiscono perché il bambino si rifiuti di credere e resista a queste spiegazioni. Ma lo squilibrio tra ciò che viene detto e ciò che il bambino vuol sentire è troppo grande. È proprio questo che manca e che non viene mai veicolato dalla spiegazione: il desiderio non è dell’ordine di ciò che si può dire. Questo è un punto oscuro. Alain Vanier lo sottolinea in un articolo intitolato «Principio della diversione». «Per la psicoanalisi non tutto è linguaggio,» dice, «questo difetto del linguaggio che si fa immaginario, si rappresenta in vari modi, è allo stesso tempo suo fondamento… Se esiste una funzione della parola, non esiste un organo adeguato a essa, è questo il senso stesso della castrazione[7]».

C’è un difetto radicale della conoscenza attorno alla sessualità. Neanche la scienza e la medicina possono offrire una risposta a tale difetto, che è ciò che per noi ha a che fare con la questione del reale. A partire da questo difetto di conoscenza il soggetto si costituisce. È proprio ciò che il mito cerca di catturare. Nel nostro mondo moderno, saremo in grado di creare miti mediante la medicina? Le modalità di questo discorso consentiranno lo stesso lavoro di ricerca ed elaborazione che consentivano cicogne e fiabe?

Se la verità storica e la verità scientifica hanno la loro importanza, occorre però che siano delle verità che possano dirsi senza che giungano a schiacciare questo oscuro punto ombelicale del discorso, l’impossibilità attorno al quale ogni mito trova la sua articolazione. Come parlare al bambino senza chiudergli il campo d’indagine che gli è più proprio, senza ostacolarlo nel pensare la sua storia, senza conservarne la parte di mistero? Ma è proprio questo punto oscuro che gli adulti vogliono ignorare, poiché le domande dei bambini sono troppo disturbanti!

Le spiegazioni di oggi, se servono a confortare gli adulti nella loro fede nella scienza, non hanno allora la stessa funzione che un tempo aveva la cicogna?

Non si tratta qui ancora di dare al bambino una risposta per impedirgli di pensare? Come se gli dicessimo: “Accetta questa spiegazione e taci, accontentati una volta per tutte e smettila di farti domande e farcele a noi”. Quel che il nostro assillo di trasmettere delle presunte verità rischia di vanificare, sono proprio le loro domande.

Zittire i bambini significa zittire la questione del desiderio che è proprio ciò che è in gioco nelle teorie sessuali infantili. Alcuni di loro rimarranno quasi inariditi, paralizzati, impossibilitati a esplorare e ad apprendere. Non dobbiamo disconoscere la natura incestuosa del desiderio. Per ciascun essere umano si tratta ogni volta di strappare qualcosa al divieto di sapere; l’uomo si confronta con il proprio limite, con il divieto fondamentale che lo struttura. Perché nulla si sappia, è necessario che i bambini vengano messi a tacere ed evitare di ascoltare quello che hanno da dirci. La passione dell’ignoranza non è solo da parte dei bambini, essa è condivisa del pari dagli adulti.

Sotto questo aspetto, è lecito pensare che le rivelazioni e le spiegazioni che ci sembrano indispensabili non fanno di noi degli adulti molto diversi dai contemporanei di Freud.

Dal 1909, diceva Freud, sappiamo cosa pensa un bambino. Sì, lo sappiamo, ma ciò nonostante davvero noi vogliamo oggi, più che prima di Freud, sapere a cosa pensano i bambini?

[1] «Les premiers psychanalystes», Minutes, seduta del 12 maggio 1909, volume II, NRF Gallimard, 1978, p. 228.

[2] S. Freud (1908), Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (Caso clinico del piccolo Hans), in OSF, vol. V, Bollati Boringhieri, Torino 1978.

[3] Freud, S. (1908), p. 484.

[4] S. Freud (1908), Teorie sessuali dei bambini, in OSF, vol. V, Bollati Boringhieri, Torino 1985, pp. 447 – 465.

[5] S. Freud (1907), Istruzione sessuale dei bambini, in Psicoanalisi infantile, Torino, Boringhieri, 1968, pp.17-25.

[6] Octave Mannoni, «Sì, lo so, ma comunque…», in La funzione dell’immaginario. Letteratura e psicanalisi, trad. it. di Paola Musarra e Luigia Maria Cesaretti, introduzione di Emilio Garroni, Bari, Laterza, 1972, pp. 5-29. [«Je sais bien, mais quand même… », in Clefs pour l’imaginaire ou l’Autre Scène, Seuil, 1969].

[7] Alain Vanier, «Principe du détournement», 2001, in uscita in Cliniques Méditerranéennes.

Nota biografica

Catherine Vanier, psicoanalista, membro dell’Espace analytique (A.F.P.R.F.).

PHD in psicologia. Ricercatrice associata presso il Centro di ricerche «Psychanalyse, Médecine et Sociètè» dell’Università di Paris 7.

Presidente della Ecole Expérimentale di Bonneuil-sur-Marne, Day Hospital fondato da Maud Mannoni.

Autrice dei seguenti libri:

Raisins verts et dents agacéesClinique psychanalytique avec les enfants, Denoël, 1994.

Le sourire de la Joconde. Clinique psychanalytique avec les bébés prématurés, Denoël, 1998.

Qu’est ce qu’on a fait à Freud pour avoir des enfants pareils?, Denoël, 2000.

Survivre en famille, Albin Michel Jeunesse, 2002.

Naitre prématuré, Le bébé, son médecin, et son psychanalyste, Bayard 2013.

Autrice inoltre di numerosi articoli apparsi in riviste e libri collettivi.

 

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