L’oggetto del fantasma è lo sguardo

L’intento del presente lavoro è quello di definire l’oggetto a nella formula del fantasma ($ ◊ a) dimostrando che si tratta, nello specifico, dell’oggetto sguardo.

Nel collocare i quattro elementi della pulsione (in Freud) all’interno della teorizzazione della pulsione scopica (in Lacan), si propone una rielaborazione teorica a partire dai seguenti punti:

– coincidenza tra i destini della pulsione del “cangiamento dall’attività alla passività” (riguardante la meta) e il “volgersi della pulsione sulla propria persona” (riguardante l’oggetto) e il rapporto di tale coincidenza con il “terzo tempo della pulsione” in Lacan (farsi guardare);

– la dimensione intrinsecamente conoscitiva della pulsione scopica, ossia il guardare come desiderio di sapere e il rapporto tra la castrazione ottica e la curiosità interdetta;

– le molteplici analogie individuate nei concetti di “sguardo” e “fantasma” (il desiderio all’Altro, la visione, la vergogna, la figurabilità e la funzione di quadro).

Si propone infine un’applicazione teorica in riferimento al film Eyes Wide Shut di Kubrick.

 

 

“Nel rapporto scopico, l’oggetto da cui dipende il fantasma a cui il soggetto è appeso in un vacillamento essenziale, è lo sguardo”(Lacan, 2003, p.82).

Lacan lo dice en passant, come se si trattasse di una cosa di poco conto.

Eppure, c’è da drizzare le orecchie se si considera che la formula del fantasma è la seguente:

$ ◊ a

 

La tesi che intendo sostenere in questa sede è che, precisamente, nella formula del fantasma l’oggetto piccolo a è l’oggetto sguardo. Com’è noto, Lacan ha teorizzato quattro forme dell’oggetto a e le ha definite in rapporto alla domanda e al desiderio:

  • L’oggetto seno (la “domanda all’Altro”)
  • L’oggetto feci (la “domanda dell’Altro”)
  • L’oggetto sguardo (il “desiderio all’Altro”)
  • L’oggetto voce (il “desiderio dell’Altro”) (ibid., 2007, p.320).

Si tratta, dunque, di leggere il fantasma come il modo in cui il soggetto (nevrotico in quanto “barrato”, diviso) entra in rapporto con lo sguardo inteso come desiderio all’Altro (o, secondo un’altra definizione di Lacan, come il dare-da-vedere all’Altro) (ibid., 2003, p.113).

Prima di giungere a tale conclusione, alcune premesse:

Di quale oggetto si tratta? Oggetto di cosa?

Nel tentativo di dire qualcosa dell’oggetto a, è necessario collocarlo al suo posto. L’oggetto della pulsione (che, nel caso dello sguardo, è la pulsione scopica) fa compagnia ad altri tre elementi che Freud aveva isolato come elementi della pulsione. Oltre all’oggetto, infatti, vi si trovano la meta, la fonte e la spinta.

Quest’ultima, la spinta, è definita da Freud come l’elemento motorio della pulsione ed è, pertanto, generalizzabile. La fonte è la cosiddetta zona erogena, erotizzata a partire da un effetto di castrazione. La meta, infine, è per Freud il soddisfacimento della pulsione (Freud, 1976, p.18) (o per Lacan “fare il giro”). Per comprendere un aspetto della meta che ritorna con forza nel concetto di pulsione per come lo descrive Lacan, riprendiamo “Pulsioni e loro destini” di Freud. Tra i destini della pulsione, Freud (ibid., 1976, p.22)include la «trasformazione nel contrario» – che dice riguardare soltanto le mete della pulsione – di cui isola il processo del “cangiamento dall’attività alla passività”. Spiega, inoltre, che in alcuni casi (come nel caso del sadismo-masochismo e piacere di guardare-esibizionismo) il cangiamento dall’attività alla passività coincide con un altro destino della pulsione – che non riguarda la meta bensì l’oggetto – cioè il «volgersi della pulsione sulla propria persona». Le fasi che individua sono tre: attività, passività e media-riflessività[1].

Si potrebbero, a questo punto, schematizzare gli oggetti pulsionali a partire da Freud e Lacan come segue:

Per quanto riguarda l’oggetto sguardo, dunque, se ne definisce una fonte (l’occhio[2]) – divenuta zona erogena a seguito della castrazione ottica, ossia la vista dell’assenza del pene nel corpo della madre – e una meta che, seguendo Freud, segue tre possibili “fasi”: attiva (guardare), passiva (essere guardato) e media-riflessiva (farsi guardare).

Nel caso della pulsione scopica – a differenza delle altre – ho aggiunto un altro modo di soddisfacimento possibile che non si esaurisce attraverso gli occhi ma attraverso un’altra esperienza sensoriale: il tatto. A tal proposito Deleuze introduce il concetto di «funzione aptica» con cui si intende il riconoscimento degli oggetti tramite il tatto. Secondo il filosofo francese il termine “aptico” (dal greco απτω = tocco) non designa una relazione estrinseca tra l’occhio e il tatto bensì una possibilità dello sguardo, un tipo di visione distinta da quella dell’ottica[3].È attraverso questo espediente che risolve la dualità occhio-mano e propone di usare il termine aptico “ogni volta che non ci dà più, nel senso o nell’altro, subordinazione più o meno stretta, o con connessione virtuale tra mano e occhio, ma quando la stessa vista scopre in sé una funzione tattile che le è propria, e che appartiene soltanto a essa distinta dalla sua funzione ottica”. Eppure, ancor prima di Deleuze, Freud ha intitolato un breve paragrafo nei Tre saggi sulla teoria sessuale «Tastare e guardare» e ha qualificato sia la scopofilia-esibizionismo che il sadismo-masochismo come fissazione di mete sessuali transitorie(Freud, 1970, p.469); in seguito, ha reso esplicite le due zone erogene di cui – non a caso – parla sempre congiuntamente: l’occhio e la pelle[4].

Il maestro di Lacan in psichiatria, Gaëtan Gatian de Clérambault, sembra testimoniare qualcosa di questo intreccio tra le due funzioni sensoriali. Lo psichiatra, infatti, da un lato nutriva un’insolita attrazione per stoffe, drappeggi e manichini (tanto da scrivere un testo intitolato “Il tocco crudele. La passione erotica delle donne per la seta”) e dall’altro era particolarmente sensibile alla presenza dello sguardo: dopo la sua morte furono trovati nella sua abitazione circa quarantamila clichés fotografici di donne velate e avvolte in ampi drappie con un’insistente presenza di bambole senza occhi. Si accenna, pertanto, a questa particolarecoesistenza tra una funzione afferente allo sguardo e una all’esperienza tattile, più precisamente una co-presenza tra il rifiuto di farsi guardare e un incanalamento libidico (e feticistico) verso i tessuti all’interno di un particolare percorso pulsionale che sembra partire dagli occhi e finire nelle mani.

Dunque, la prima premessa è che l’oggetto (sguardo) è oggetto della pulsione (scopica).

La pulsione scopica si fonda sul desiderio di sapere

Il termine «skopéo» (in greco σκοπέω) non significa semplicemente vedere, ma ha a che fare col desiderio di sapere. Ancora oggi l’uso del suffisso “scopico” viene utilizzato negli esami diagnostici – quando si vuole conoscere una diagnosi – o quando si è intenti a scrutare attentamente qualcosa (ad esempio il telescopio per osservare le stelle[5]), in ogni caso per un fine non semplicemente visivo ma anche conoscitivo[6].

 Lacan non è stato certamente il primo a sottolineare il rapporto tra il guardare e il sapere. In questo è stato preceduto, ad esempio, da Descartes che nel Diottrica, studiando la teoria fisico-matematica della luce e la fisiologia della visione, ha istituto lo sguardo come metafora del sapere (Quinet, 2003, p.25). Lo stesso Freud nei Tre saggi parla della “pulsione di sapere”[7] che subentra nei bambini dal terzo al quinto anno di vita specificando che il suo operare corrisponde “da un lato a un modo sublimato di appropriazione e dall’altro lavora con l’energia del piacere di guardare” (Freud, 1970, pp.502-503).

Il ruolo del desiderio di sapere all’interno della pulsione scopica, dell’oggetto sguardo e anche nel fantasma è – come si vedrà – cruciale.

Poc’anzi si è detto che l’occhio assurge a zona erogena, come tutti gli orifizi erotizzati, a seguito della castrazione e che la castrazione ottica si gioca nel momento in cui il bambino percepisce visivamente l’assenza del pene nel corpo della madre.

In fondo, perché il bambino guarda il sesso della madre? Perché vuole sapere se ha il pene.

Lo sguardo non è l’occhio

Il riferimento filosofico da cui Lacan parte per presentare lo sguardo è Maurice Merleau-Ponty, in particolare il suo testo Il visibile e l’invisibile. Seguendo il filosofo, sia nel Seminario XI (Lacan, 2003, p.71) che nello scritto “Una questione preliminare”(2006b, p.528) sottolinea che bisogna pensare il percipiens (colui che percepisce) e il perceptum (la realtà del mondo) in un rapporto opposto rispetto alla tradizione classica: non è, cioè, un soggetto (percipiens) che guarda il mondo (perceptum) ma il soggetto stesso fa parte dello spettacolo del mondo e “non vede che da un punto” (…), “nella sua esistenza è guardato da ogni parte” (ibid., 2003, p.71). La visione non origina da un corpo ma da quello che il filosofo chiama «la carne del mondo» (ibid., p.77). Lacan parla della «schisi tra l’occhio e lo sguardo» in cui afferma che lo sguardo non è l’occhio. Allora, come l’oggetto della pulsione orale non è l’oggetto che soddisfa l’oralità (il seno in quanto seno), così l’oggetto sguardo non è l’oggetto che soddisfa la visione (l’occhio). A proposito del rapporto tra il seno e lo sguardo, Quinet parla di «scopizzazione della Cosa» (Quinet, 2003, p.58) e invita ad enfatizzare il carattere scopico nella prima esperienza di soddisfazione, sottolineando due aspetti presenti già in Freud cioè 1) il fatto che l’entrata in gioco dell’oggetto seno nel campo visuale della percezione è determinante e 2) che l’apparato psichico quando non è controllato dal principio di realtà sfocia nell’allucinazione visiva. Nell’esperienza onirica, Freud stesso sottolineava l’importanza dell’immagine mnestica dell’esperienza di soddisfacimento che passa, appunto, attraverso la visione[8]. Per dare un esempio della schisi tra l’occhio e lo sguardo, Lacan riprende Sartre per proporre un esempio dell’emergere dell’oggetto sguardo e ci fa comprendere che non solo affinché ci sia sguardo non è necessario che vi siano l’occhio e la visione ma che addirittura “se vedo l’occhio è lo sguardo che scompare” (Lacan, 2003, p.83). L’esempio proposto è quello del rumore delle foglie improvvisamente udito mentre si è a caccia nel momento in cui stava guardando attraverso il buco della serratura. “Uno sguardo lo sorprende nella funzione di voyeur, lo sconcerta, lo sconvolge e lo riduce al sentimento di vergogna” (ibid., 2003, p.83).

 

Due caratteristiche dello sguardo: la sorpresa e la vergogna

Nell’esempio di Sartre si vede bene come lo sguardo appare in un momento in cui non si pensava di essere visti e in assenza dell’occhio. In altre parole un significante (il rumore delle foglie) fa sorgere il soggetto con una domanda (qualcuno mi guarda?). Si nota altrettanto bene, inoltre, come delle tre forme della meta del “guardare” (guardare – essere guardato – farsi guardare) ci si trovi nel terzo tempo (assimilabile alla fase di “media-riflessività” introdotta da Freud). Questo terzo tempo è, fra l’altro, quello che introduce senza ombra di dubbio la presenza di una relazione tra un Soggetto e un Altro. Un soggetto, infatti, può guardare un oggetto (attività) e si può guardare da solo (passività). Ma un Soggetto può “farsi guardare” solo e soltanto da un Altro soggetto (media-riflessività). Eppure nell’esempio di Sartre c’è qualcosa in più del semplice “sentirsi visti”. C’è il sentirsi visto precisamente nel momento in cui si sta guardando qualcosa, nell’atto del guardare (carico di un certo investimento libidico) qualcosa che non si potrebbe o non si dovrebbe vedere (il soggetto di Sartre guarda, infatti, attraverso il buco della serratura). L’effetto che lo sguardo di un Altro comporta – nell’esempio descritto – non consiste semplicemente nella sorpresa dovuta al fatto che il soggetto non se l’aspettava o che quello sguardo lo fa sentire controllato in modo ambiguo, percependo la presenza di qualcuno senza però averne la certezza. La questione dirimente è che il soggetto viene colto di sorpresa proprio nel pieno dell’esercizio della sua pulsione scopica, nel suo desiderio di scrutare un al di là, nel suo desiderio di sapere ciò che non dovrebbe sapere. Lo coglie in fallo, in flagrante.

Come si diceva, l’origine del rapporto tra il guardare e il sapere potrebbe essere rintracciato proprio in questo punto: il bambino scorge l’assenza del pene nel corpo della madre come effetto della sua curiosità sul sesso, subisce la castrazione per il suo desiderio di sapere che lo ha portato a spingersi laddove non avrebbe potuto né dovuto vedere, oltre il buco … della serratura.

Lo fa intendere nitidamente Freud quando, chiaro e conciso, scrive che “la pulsione di sapere dei bambini è, inaspettatamente presto e con attesa intensità, attratta dai problemi sessuali, anzi ne è forse risvegliata per la prima volta” (Freud, 1970, p.502). Che sia la scena primaria o la vista della castrazione materna poco importa, in entrambi i casi per quella curiosità si verrà puniti e non dai genitori ma dalla vita stessa.

Oltre alla sorpresa, è centrale – quando si tratta dell’oggetto sguardo – la vergogna.

Scrive Lacan: “Lo sguardo è questo oggetto perduto e improvvisamente ritrovato nella conflagrazione della vergogna, tramite l’introduzione dell’altro. (…) Cosa il soggetto cerca di vedere? Ciò che cerca di vedere, tenetevelo bene in mente, è l’oggetto in quanto assenza” (Lacan, 2003, p.177).

Contiguità concettuali tra sguardo e fantasma

Che rapporto c’è tra lo “sguardo” e il “fantasma”?

Per cominciare, bisogna notare il banale richiamo del termine “fantasma” al registro dell’immagine. La radice è un verbo greco, φαντάζω(da cui deriva anche “fantasia”) che vuol dire “rendere visibile”, “farsi vedere”, “apparire”, “mostrarsi”.  Come scrive Quinet, «ogni volta che si parla di fantasma inconscio si parla anche, implicitamente, di fantasma di vedere» (Quinet, 2003, p.207). Oltre a questi significati afferenti al registro visivo, tuttavia, questo specifico verbo greco ha anche una significazione particolare che rivela una dimensione di inganno insita in tale visione in quanto vuol dire anche “prendere la figura di”, “somigliare a”.

Cos’è il fantasma, infatti, se non ciò che prende – illusoriamente – la forma del mondo per il soggetto?

Il secondo elemento di contatto è situato nella funzione del quadro, definito da Lacan (Lacan, 2003, p.99) come la “funzione in cui il soggetto deve reperirsi in quanto tale”. Lo psicoanalista descrive, inoltre, l’oggetto a del fantasma come ciò che fornisce al campo della realtà il suo “quadro”[9]. Nello sguardo, parallelamente, quando spiega che siamo parte dello spettacolo del mondo, cioè dal lato del perceptum e non del percipiens, dice che il soggetto si fa «macchia nel quadro» cosa che – scrive – ci segnala la persistenza al visto di un dato-da-vedere (ibid., 2003, p.73). “Il quadro, certo, è nel mio occhio. Ma io, io sono nel quadro. Ciò che è luce mi guarda”(ibid., p.95). E prosegue, “nel quadro si manifesta sempre qualcosa dello sguardo”. “Si tratta di una sorta di desiderio all’Altro, al fondo al quale c’è un dato-da-vedere”(ibid., p.113). In altre parole il fantasma è il quadro che il soggetto mette in scena per l’Altro, la scena che dà a vedere per rispondere a quello che presume essere il desiderio dell’Altro. C’è in questo senso “oggetto sguardo” quando emerge l’essere macchia del soggetto all’interno del quadro stesso. Parrebbe, dunque, che il soggetto risponda al desiderio dell’Altro dando a vedere una scena, un quadro (il fantasma) con cui si possa “ingraziare l’amore dell’Altro”, che sia cioè la scena che il Soggetto suppone che l’Altro desideri vedere (e da qui lo sguardo come “desiderio all’Altro”).

Il terzo elemento di contatto è riconducibile al sentimento di “vergogna”, che segnala il carattere scopico del fantasma.

Freud stesso affermava che l’adulto si vergogna dei suoi fantasmi e li nasconde agli altri, che preferirebbe confessare le sue colpe piuttosto che condividere le sue fantasie (Freud, 1972, p.377).

La vergogna testimonia della divisione del soggetto, perché essa è a un tempo il segnale e l’ostacolo al soddisfacimento della pulsione scopica che porterebbe il soggetto a esibirsi, a denudarsi[10]. È il segno della manifestazione della pulsione, quella che Quinet chiama «jouissonte» (jouissance – godimento – e honte – vergogna) (Quinet, 2003, p.119).

L’ultimo elemento che isoliamo come punto in comune è la necessità della figurabilità (come già si sottolineava prima in riferimento a Freud, alle immagini mnestiche e alle allucinazioni visive) che è insita nel sogno, nella fantasia (si fantastica per immagini) e anche nel fantasma. La castrazione, infatti, passa attraverso una “scena vista” (la scena primordiale, la visione dell’assenza del pene nel corpo della madre eccetera).

Va precisato, tuttavia, che dire che la figurabilità è uno dei punti di contatto tra lo sguardo e il fantasma non significa affermare che l’oggetto-sguardo sia qualcosa di “figurabile”, ossia qualcosa a cui può corrispondere una “rappresentazione”.

Contrariamente al fantasma – che ha luogo in una scena “rappresentata”, fantasticata o vissuta che sia – lo sguardo, infatti, non ha una rappresentazione in quanto non ha un’immagine. Lacan nel Seminario II afferma che, perché ci sia un’immagine, “è sufficiente che ci siano le condizioni affinché a un punto di realtà corrisponda un effetto in un altro punto, ovvero che si stabilisca una corrispondenza biunivoca fra due punti dello spazio reale” (Lacan, 2006, p. 59).

Seguendo la definizione di “immagine” come corrispondenza tra due punti nella realtà, si potrebbe pensare che la rappresentazione risieda nella coincidenza tra il “guardare” del Soggetto e “l’essere guardato” dall’Altro (ossia che ci sarebbe immagine in quanto, nel guardarsi reciprocamente, si verifichi la “corrispondenza tra i due punti”).

Come si è detto, tuttavia, la pulsione scopica non sta né nell’attività né nella passività bensì nella media-riflessività: “guardarsi guardare” (o “farsi guardare”).

Lo sguardo sembra essere, piuttosto, nell’incrocio. È “tra due” e, pertanto, non ha una rappresentazione.

Si ponga invece, a partire dalla definizione per cui “Lo sguardo è il desiderio (all’Altro)”, l’accento su tale equivalenza, vale a dire sulla corrispondenza tra lo sguardo e il desiderio.

Nel movimento di separazione – che, insieme all’alienazione, costituisce i due momenti della causazione soggettiva – Lacan afferma che il soggetto scorge il desiderio dell’Altro nell’intervallo dei significanti ed è lì che “attacca la catena”[11] (cioè è lì che prova a collocare la sua stessa mancanza). Sia lo sguardo che il desiderio sfuggono, sono nell’intervallo tra due. Privi di rappresentazione, hanno piuttosto un rappresentante: qualcosa per qualcos’altro.

Se il fantasma inscena quello che il soggetto suppone soddisfare il desiderio dell’Altro attraverso lo sguardo, di certo ne è solo un rappresentante, lontano in verità dal poter cogliere in modo sostanziale un desiderio che per struttura è impenetrabile. Il movimento di separazione, scrive Lacan, “chiude l’effetto dell’alienazione proiettando la topologia del soggetto nell’istante del fantasma; ma lo sigilla, rifiutando al soggetto del desiderio di sapersi effetto di parola, cioè quel ch’egli è per il fatto di non essere altro che il desiderio dell’Altro”[12].

Tuttavia il fantasma si situa sempre al livello scopico del desiderio: le scene che lo costituiscono non sfuggono al dominio visivo, c’è sempre uno sguardo che è presente, anche quando il soggetto è solo uno spettatore.“Nel rapporto scopico, l’oggetto da cui dipende il fantasma a cui il soggetto è appeso in un vacillamento essenziale, è lo sguardo” (Lacan, 2003, p.82).

Il fantasma al cinema: Eyes Wide Shut

Per rappresentare che l’oggetto piccolo a nella formula del fantasma è l’oggetto sguardo, si veda la magistrale scena del film di Kubrick Eyes Wide Shut (che, non a caso, vuol dire “Occhi chiusi spalancati”): la scena del ballo.

 

In questa scena Alice (Nicole Kidman), durante una festa, danza con un uomo affascinante intento a sedurla. I loro sguardi sono diretti al marito di Alice, Bill (Tom Cruise), che a sua volta è spettatore della scena. Kubrick gioca, attraverso Alice, alla realizzazione della scena fantasmatica del soggetto nevrotico e pone al centro, con una certa finezza, nient’altro che lo sguardo. Bill, infatti, si vede visto mentre guarda ciò che non dovrebbe vedere: la propria donna con un altro uomo. Inaspettatamente in fondo ne gode e se ne vergogna. Si riduce a oggetto, ma oggetto di chi? Tutto si esaurisce in questo, cioè nello scoprirsi un po’ masochista, un po’ perverso, un po’ voyeur? Sarebbe, tutto sommato, facile se fosse così. Mica male scoprirsi – dietro la facciata masochistica – in una posizione in fin dei conti di controllo! Certo c’è il senso di colpa, ma dopotutto si tratterebbe di niente di più dello scoprirsi impertinente, un po’ vizioso, forse socialmente riprovevole, ma pur sempre padrone di una scena e, per di più, con una sfumatura di lussuria e libertinaggio (cose che, si sa, danno sempre quell’aria di edonismo che tutto fa fuorché far vacillare per davvero il proprio narcisismo).

Questo è ciò che può scoprire Bill. E questo è come sarebbe se la funzione dello sguardo non fosse, in verità, il “desiderio all’Altro”, il “dare-da-vedere” all’Altro. È in quest’ultimo aspetto che consiste il “farsi oggetto” nella scopofilia. Per comprendere cosa significa che, nel fantasma, il soggetto si riduce all’oggetto sguardo bisogna chiarire che cosa si intende – in questo caso – con “oggetto” e perché “diventa” sguardo. Nella scena descritta del film, l’essere “oggetto” non consiste nel mettersi in una posizione di oggettificazione e svilimento quale può essere la posizione di un uomo declassato da un altro uomo per una donna. Se così fosse, infatti, si tratterebbe nient’altro che di un soggetto (percipiens) che guarda attivamente una scena (perceptum), una rappresentazione in cui gioca a fare la parte dell’oggetto. In questo modo il soggetto sarebbe il burattinaio di una scena in cui gioca con la sua stessa marionetta rappresentandosi, in buona sostanza, cornuto. In questo caso il soggetto giocherebbe a fare l’oggetto ma non si ridurrebbe effettivamente a questo, non sparirebbe come soggetto.

Nel “divenire oggetto”, bisogna ricordare, il burattinaio è l’Altro e il soggetto non è una marionetta solo per finta, lo è per davvero. È oggetto perché, anche se non lo sa, quella rappresentazione che mette in scena non è per far piacere a lui (non è – cioè – per accontentare il suo “desiderio masochistico”) ma è per dare da vedere al suo grande Altro che, evidentemente, voleva che lui fosse lì (o almeno il soggetto è così che ha interpretato il desiderio dell’Altro). È oggetto perché, in un momento originario, si è fatto fallo per un Altro, ha fatto l’oggetto dell’Altro, al suo servizio, nella speranza di soddisfarlo. È in questo che lo sguardo è il dare-da-vedere, è il desiderio all’Altro.

Il soggetto diviene dunque “oggetto”, ma perché diviene “sguardo”? Diviene sguardo perché il desiderio (supposto) dell’Altro non era semplicemente di vederlo in quella posizione, ma di vederlo vedere da quella posizione. Voleva, cioè, che lo sguardo – supponiamo – del soggetto vedesse quella scena rappresentata.

Per attraversare il fantasma, allora, ci sarebbe da chiedersi a chi dà da vedere Bill nel suo essere voyeur e perché suppone che l’Altro desideri che lui si collochi come oggetto di quella scena.

“Il rapporto dello sguardo”– ricorda Lacan – “con ciò che si vuole vedere è un rapporto di inganno. Il soggetto si presenta come altro da ciò che è, e quello che gli si dà da vedere non è ciò che vuole vedere. In questo modo, l’occhio può funzionare come oggetto a, vale a dire al livello della mancanza (-ϕ)”(Lacan, 2003, p.113).

Bibliografia

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Quinet, A. (2003). Le plus de regard. Destins de la pulsionscopique, Editions nouvelles duChamplacanien.

 

[1] «La fase di attività corrisponde al “guardare come attività rivolta a un oggetto estraneo”. La fase di passività all’abbandono dell’oggetto, al volgersi della pulsione di guardare su una parte del proprio corpo, e con ciò la trasformazione [dell’attività] in passività e la costituzione della nuova meta: essere guardati. La media-riflessività implica l’introduzione di un nuovo soggetto, al quale ci si mostra, per essere da lui guardati» (“Pulsioni e loro destini”, in Freud, 1976, p. 25).

[2]Già Freud, parlando della scopofilia, aveva indicato l’occhio come zona erogena. Nei Tre Saggi si legge: «nel piacere di guardare e di esibire, l’occhio corrisponde a una zona erogena83 e che la zona forse più lontana dall’oggetto sessuale, l’occhio, si trova – nelle condizioni del corteggiamento dell’oggetto – più spesso di tutte le altre nella situazione di essere stimolato da quella particolare qualità dell’eccitamento proveniente da ciò che, nel caso dell’oggetto sessuale, noi chiamiamo bellezza» (Freud, 1970, p.516).

[4] «Tuttavia, nel piacere di guardare e di esibire, l’occhio corrisponde a una zona erogena; nella componente dolore-crudeltà della pulsione sessuale, è la pelle che assume lo stesso ruolo. La pelle, che in particolari luoghi del corpo si è differenziata in organi di senso e si è modificata in mucosa, è dunque la zona erogena per eccellenza»(Ivi, p.480).

[5] «Il telescopio fa della visione un atto di conoscenza» (Quinet, 2003, p.26).

[6] Il termine skopeo in greco (σκοπέω) oltre a “guardare” vuol dire avere di mira, cercare di ottenere (p.1680, Vocabolario greco-italiano, Rocci).

[7] «Tale pulsione non può essere né annoverata tra le componenti pulsioni elementari né subordinata esclusivamente alla sessualità». (S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale in Opere vol.4, p.502).

[8] Lacan parla del «carattere immaginario dell’oggetto» (Lacan, 2008, p.75).

[9]J. Lacan, 2006b, p.550.

[10] «La potenza, che si oppone al piacere di guardare e che eventualmente è da esso negata, è il pudore» (S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale in OSF, vol.4, p.470).

[11] J. Lacan, 2006a, p. 847.

[12]Ivi, pp.838-39.

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