Presentazione del libro di Marco Mazzone “Razionali fino in fondo”
Presentazione del libro di Marco Mazzone Razionali fino in fondo (Quodlibet, 2023). LUISS, 3 maggio 2024.
BrainChain, olio su tela di Willem den Broeder (2001). Immagine modificata.
La prima cosa che mi sento di dire su questo libro di Marco Mazzone è che sono d’accordo con quasi tutte le sue conclusioni. Anche con certe conclusioni più specifiche, come la critica finale alla political correctness, per esempio.
Ma va detto che condividere le conclusioni di un autore non è affatto la cosa essenziale. Qualunque studioso cerca di dire la verità, ma non basta dire la verità, bisogna capire a quali domande la detta verità risponde. E credo che qui emerga la differenza tra Mazzone e me: non riguarda tanto le risposte, quanto le domande. Le nostre domande sono diverse perché partiamo da paradigmi diversi. Mi dispiace di non aver tempo di entrare nel merito di qualcuno dei vari problemi che Mazzone affronta, sempre in modo limpido e senza indulgere al gergo. Ma ho pensato che mettere in rilievo le differenze di paradigma sia più importante che discutere di aspetti singoli di questo libro così ricco. Gli interlocutori più utili sono quelli che non la pensano come te.
Mazzone costruisce una filosofia che fa appello abbondantemente ai risultati delle scienze cognitive, ma soprattutto fa proprio il paradigma cognitivista. Il cognitivismo è un certo paradigma per concettualizzare la massa di ricerche nelle scienze dette cognitive, che raccolgono gli ambiti un tempo detti psicologia, psicologia sociale, psicologia economica, neuroscienze, ecc. Il campo cognitivo non è caratterizzato da un oggetto limitato – diciamo che, in senso generale, è l’essere umano in quanto essere vivente – ma dall’uso dei protocolli scientifici. Tutto ciò che è umano è oggetto delle scienze cognitive, purché si usino metodologie riconosciute oggi come scientifiche. Per dirlo in modo molto, troppo stringato, il paradigma cognitivista assume che gli esseri umani siano essenzialmente animalia rationalia: cercano di soddisfare i loro desideri sulla base delle loro credenze, giuste o sbagliate che siano. Il titolo del libro di Mazzone dice l’essenziale: gli esseri umani malgrado tutto possono essere fondamentalmente razionali. Questa è la sfida: se partiamo dal presupposto che Homo sapiens è razionale, come spiegare tutte le volte che egli si mostra piuttosto animal stultum? Tutto il testo di Mazzone mi sembra mosso, governato, animato da questo problema: malgrado le trappole che ci tendono le emozioni, i pregiudizi, il dogmatismo… è possibile mantenersi lucidi e razionali?
Chi parla invece parte da un paradigma diverso. Potrei dire che è quello della psicoanalisi, dato che questo è mio campo di esercizio. Ma di fatto non solo in psicoanalisi è fiorito un pensiero il quale parte piuttosto dal presupposto che gli umani sono essenzialmente irrazionali. Che gli umani cadono continuamente nella trappola del wishful thinking, del pensare come fa loro comodo. Chiamerei questo paradigma Analisi della Soggettività.
L’analisi della soggettività accomuna approcci alla società, alle culture, ai soggetti e alle loro sofferenze, alla politica e alla storia, i quali differiscono dal cognitivismo su un aspetto essenziale: è che non pretendono di essere scientifici. Ovviamente anch’essi si basano sull’esperienza, ma non su un’esperienza filtrata attraverso i protocolli scientifici. Da qui l’idea che l’analisi della soggettività non sia una cosa seria! Molti di noi danno per scontato che i soli discorsi seri siano i discorsi prodotti da metodi scientifici, e che il resto sia solo arte, gioco, divertimento, fede, espressioni emotive ma non conoscere.
Da tempo ci si disfa di Freud dicendo che non è scientifico. Ma certo che non lo è! Quasi nessun psicoanalista serio pretende che quel che fa e pensa sia una scienza. Ciò non gli impedisce di cercare di costruire teorie convincenti e rigorose. Freud disse che tre sono i mestieri impossibili: governare, educare, psicoanalizzare. Che cosa hanno in comune queste tre attività, a cui aggiungerei l’amministrazione della giustizia? Direi che finora non hanno prodotto alcuna scienza. Certo abbiamo tante teorie pedagogiche, politologiche, sociologiche, giuridiche, ecc., alcune molto prestigiose, ma nessuna prevale sulle altre in modo schiacciante per cui possa dirsi “scienza”. Ora, il fatto che tutte queste teorie non siano scientifiche implica che una valga l’altra? Sappiamo tutti che non é vero. Alcune ci appaiono serie e plausibili, altre invece deformazioni semplificanti della realtà.
La verità è che nella nostra vita le cose veramente essenziali, che ci riguardano in prima persona come esseri umani, non si conformano ai protocolli scientifici. Le nostre scelte politiche fondamentali, il modo in cui educhiamo i nostri figli o insegniamo ai nostri allievi, i criteri morali che applichiamo nella vita di ogni giorno, ecc., si basano certo su teorie – anche quando non ce ne rendiamo conto – ma non scientifiche. Ecco, le analisi della soggettività si interrogano essenzialmente sul perché nella vita concreta compiamo certe scelte, senza previamente giudicarle per la loro razionalità o irrazionalità. Le nostre analisi tendono a descrivere la logica dei nostri atti e discorsi, perché anche gli atti irrazionali hanno la loro logica. Insomma, non basta liberarsi di pregiudizi per ragionare bene. Bisogna chiedersi: si ragiona per confermare quale narrazione?
Prendiamo l’esempio della ricerca di Jonathan Haidt sulle valutazioni morali a partire da storie, ricerca commentata da Mazzone. Commenta in particolare una storia di incesto tra fratello e sorella adulti: questa storia, mostrata a un pubblico, raccontava che nessuno dei due incestuosi subiva un qualche danno, fisico o psichico, dall’atto incestuoso. La maggior parte dei testati alla fine esprimeva comunque una condanna morale dell’atto. E quando lo sperimentatore chiedeva perché, la maggior parte di coloro che condannavano l’atto accampavano come ragioni i danni arrecati ai due soggetti, anche se la storia negava esplicitamente che gli incestuosi subissero danni di sorta. Cosa ha da dire l’analista della soggettività in questo caso? Innanzitutto dirà che si tratta di riconoscere le razionalizzazioni. Dire che qualcosa è moralmente condannabile perché è nociva è una razionalizzazione. Questo lo si sapeva già da tempo. L’ipnotista ordinava al soggetto in stato ipnotico di eseguire un atto assurdo, mettiamo, togliere dei fiori da un vaso una volta sveglio. E puntualmente il soggetto, una volta sveglio, eseguiva l’ordine. Se gli si chiedeva “ma perché hai tolto quei fiori dal vaso?”, il soggetto rispondeva sempre con una qualche ragione ad hoc nella quale lui stesso sembrava credere. Sia il cognitivista che l’analista della soggettività riconoscono questa come razionalizzazione. Solo che per l’analista questo ha un significato molto più generale: che gran parte delle nostre ragioni sono razionalizzazioni. Ma per lo più dietro ogni razionalizzazione c’è qualcosa dell’ordine di un COMANDO, come nel caso dell’ipnosi. L’analista dirà allora che le reazioni del pubblico testato da Haidt mostrano la contraddizione che viene a crearsi nella loro mente tra due narrazioni tra loro esclusive, ma che convivono nella loro mente. Parlo qui di “narrazioni” e non di “ideologie” come fa Mazzone, anche se forse indicano la stessa cosa, perché “ideologia” ha una connotazione negativa che vorrei evitare (e non la considero certo nel senso marxista, come falsa coscienza). Una narrazione nella quale tutti crediamo è quella utilitarista, che risale al XVIII° secolo. Secondo questa filosofia, è bene tutto ciò che ci dà piacere o che minimizza il nostro dispiacere, è male tutto ciò che ci dà dispiacere o lo massimizza. Non esistono Bene o Male che trascendano il nostro desiderio di avere piacere e di evitare il dispiacere. Oggi questo principio utilitarista sta trionfando nei domini politico, giuridico, economico, pedagogico…Il cambiamento di atteggiamento nei confronti dell’omosessualità, per esempio, è effetto proprio dell’egemonia della filosofia utilitarista. Così, secondo il paradigma utilitarista, un rapporto incestuoso, nella misura in cui arreca piacere e non danno a chi lo pratica, non può essere sanzionato nemmeno moralmente. Non stupisce quindi che la ragione che viene in mente subito ai soggetti per condannare l’incesto sia di tipo utilitarista, anche se è facilissimo smontarla da parte degli sperimentatori. Va detto che la contraddizione che viene a crearsi nel discorso dei testati nell’esperimento si produce ovviamente nella realtà non sperimentale. Si pensi ad esempio alla controversia tra specialisti del Children Sexual Abuse negli Stati Uniti attorno a quella nota come Rind et al. controversy, controversia nata nel 1998 a seguito di una ricerca da parte dello psicologo Bruce Rind e collaboratori. Questa ricerca gettava dubbi sul fatto che esperienze di sesso di bambini con adulti provochino danni psichici permanenti ai bambini, e che questi danni si protraggano anche in età adulta. Il dibattito fece tanto scalpore che intervenne persino il parlamento americano per condannare la ricerca. Caso più unico che raro di interferenza politica nel libero dibattito scientifico. Lo scandalo consisteva nel fatto che per la filosofia utilitarista che ci permea qualcosa che consideriamo moralmente deplorevole – che un adulto faccia atti sessuali con bambini – deve essere ipso facto dannosa. Se non lo fosse, allora non dovremmo giudicarla come moralmente cattiva. Sulla base di questo paradigma, allora, se Rind et al. avessero ragione, non dovremmo più perseguire i pedofili, a parte quelli che infliggono magari traumi chiaramente documentabili ai bambini. Ma il rifiuto morale profondo della pedofilia non ha basi utillitariste: è qualcosa per noi di viscerale, dato che secondo la morale moderna non ci deve essere nessun contatto fisico tra corpo adulto e corpo infantile, né di tipo aggressivo né di tipo amoroso. Così come sono proibite le botte ai bambini, sono proibiti contatti con i genitali infantili. Si tratta qui del corollario di una visione filosofica del corpo, non di un criterio utilitarista.
Questa visione più profonda si basa su un’altra narrazione, rimossa, niente affatto utilitarista: quella dell’imperativo morale assoluto. Qualcuno (Dio?) ci comanda di fare o non fare certe cose. Ovvero, questa è la Legge, che di per sé non ha buone o cattive ragioni: perché è la Legge a decidere quel che è buono o cattivo. Mi pare che il cognitivismo non colga la portata della Legge nella vita dei soggetti, ovvero: “faccio così perché si deve fare così, punto e basta!” Chi l’ha detto? L’Altro. La Legge è un assioma, quindi non razionale né irrazionale. Sarebbe un errore pensare che l’imperativo morale assoluto sia un residuo di una cultura dominata dai dogmi religiosi. Anche i non-credenti basano le loro scelte di vita su assiomi di cui occorre ricostruire la logica. Per esempio, noi qui che parliamo del libro di Mazzone. Suppongo che ci spinga a partecipare a questo evento il nostro desiderio di sapere la verità sulla mente umana. La verità, per molti di noi, è sacra; e dedicarsi alla verità è per molti il senso che hanno dato alla loro vita. La verità può essere inutile, ma per chi la segue è sacra. Per alcuni sarebbe razionale tutto ciò che asseconda la selezione darwiniana. Ma, nella realtà, gran parte delle nostre scelte etico-politiche sono non-darwiniane. Per esempio, l’universalismo etico-politico, secondo il quale tutti noi siamo fratelli e sorelle. Questo universalismo va contro la teoria darwiniana secondo la quale ogni fenotipo cerca di massimizzare la possibilità di riprodurre i propri geni, cosa che dovrebbe portarci piuttosto al tribalismo e alla xenofobia.
In un certo senso, tutta la vita umana ha basi non-razionali. Non c’è alcuna ragione nell’essere al mondo: siamo nati senza che nessuno abbia chiesto il nostro parere. E nell’infanzia gli adulti non ci dicono perché siamo stati messi al mondo e perché dobbiamo vivere. Ma poi, qualsiasi cosa poi si faccia nella vita, l’importante per noi analisti è capire a quale logica essa si ispiri. E questa logica, tranne in alcuni casi, sfugge quasi del tutto alla nostra coscienza.
Un ultimo punto. Il libro di Mazzone non dà un vantaggio particolare agli intellettuali nella capacità di distinguere ciò che è razionale da ciò che non lo è. Ma prospetta un’élite che sia effettivamente priva di dogmatismo e di bias, adusa insomma al senso critico. Ora, può esistere davvero questa élite quando si tratta di visioni fondamentali della vita umana? Molto spesso sono colpito da quelle che considero delle assurdità in bocca a illustri colleghi che per altri versi stimo. Ovviamente i colleghi possono pensare la stessa cosa di me: che in quel caso io dica sciocchezze. Insomma, a un certo livello culturale, non c’è una Corte di Cassazione della Ragione che dica in modo inappellabile se sono validi i ragionamenti marxisti o quelli liberali, i keynesiani o i monetaristi, i cognitivisti o quelli della psicoanalisi… Mancando questo arbiter argumentorum, ognuno pensa che lui o lei è razionale, mentre l’altro che dissente da me… poveretto, è condizionato dalle narrazioni ambientali in cui vive. A parte le argomentazioni matematiche, temo che sulle cose umane non abbiamo un criterio universale di razionalità che ci metta tutti d’accordo. Si tratta di capire piuttosto che cosa si esprime nelle nostre teorie e convinzioni. E che cosa è questo qualcosa che non è né razionale né irrazionale, ma che si impone ad alcuni di noi col carattere di una legge morale o di un’evidenza?
A monte, c’è solo il nostro desiderio di…. Come disse già Spinoza, l’essere umano è essere desiderante. Anche voler sapere è un desiderio, e i desideri – lo sappiamo – ci illuminano ma anche ci accecano. Non credo quindi, come Mazzone, che ci siano criteri universali per poter essere davvero razionali. Perché ci troviamo sempre confrontati con il sospetto che qualcosa di profondo in noi possa accecarci, anche se abbiamo tre dottorati.
Bio::
Sergio Benvenuto, psicoanalista, filosofo e psicologo sociale. Ricercatore al Cnr di Roma, presidente dell’Istituto di Studi Avanzati in Psicoanalisi Elvio Fachinelli, insegna alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Esculapio di Napoli e all’Istituto Internazionale di Psicologia del profondo di Kiev. Ha fondato e diretto sino al 2020 l’European Journal of Psychoanalysis, collabora con diverse riviste culturali e scientifiche del mondo ed è redattore di American Imago, Psychoanalytic Discourse e Philosophy World Democracy. È autore di diversi libri in varie lingue tra cui ricordiamo Lo psichiatra e il sesso (Mimesis, 2021), Conversations with Lacan (Routledge, 2020), Leggere Freud. Dall’isteria a fine analisi (Orthotes, 2017),Soggetto e masse. La psicologia delle folle di Freud (Castelvecchi, 2021)