Recensione a: Pierre Klossowski, “Arte e simulacro”

Pierre Klossowski, Arte e simulacro. Scritti e interviste, a cura di Aldo Marroni, Mimesis, Milano-Udine 2023.

In questa raccolta di saggi e interviste di Pierre Klossowski, pubblicate in volume presso l’editore Mimesis a sua cura, Aldo Marroni ci restituisce il profilo di un monomane impenitente. A dispetto della poliedrica enigmaticità che caratterizza il filosofo francese, le fila del suo pensiero sembrerebbero incontrarsi in un punto. La monomania è difatti quel tratto ossessivo, esistenziale oltre che psichico, che insiste sullo stesso centro ripetendosi eternamente. Esprimere l’inesprimibile, questa l’ossessione di Klossowski: dar forma all’invisibile o, meglio, renderne disponibile la sua possibilità. E questo accade perché ciò che ci definisce di più come esseri umani è la nostra essenza pulsionale: noi siamo essenza pulsionale. Essa ci pervade interamente e, in quanto tale, è indicibile e irrappresentabile. Stabilita questa condizione di possibilità, questo spazio vuoto che consente l’esistenza delle cose al suo interno, possiamo intrecciarvi le raffinate trame del pensiero di Kossowski. Ma più che l’invisibilità del trascendentale-pulsionale, a essere evidenziata sarebbe piuttosto la consistenza ombrosa del fantasma e del suo antiscientismo. Ci troveremmo difronte a un duplice movimento in parte contraddittorio: da un lato lo svuotamento dell’essenza, lo scardinamento dell’impianto metafisico del soggetto e del suo portato ontologico, e da un altro, in moto contrario, il suo rinnovato riempimento pulsionale. Con Freud infatti, da Soggetto, la sostanza si fa pulsione. Tutto questo trova un naturale approdo nel concetto di simulacro: copia che non rimanda ad alcun originale, nella sua definizione il simulacro rompe il modello logico “soggetto-predicato”. Effetto di nessuna causa, significante che rinvia solamente a un altro significante, esso è lo spazio ideale dove collocare l’invisibilità della pulsione per renderla quindi operante. Ma la pulsione, essendo indicibile, può trovare sbocco unicamente in una sua mediazione, in uno svuotamento d’essenza che mantiene attiva la sua parvenza. Il simulacro permetterebbe questa raffinata operazione, consentirebbe cioè alla pulsione di esistere come un’essenza e di restare invisibile, oppure, al contrario, di svuotarsi d’essenza ma di restare attiva.

Secondo le prospettive di Klossowski, allo stesso modo del denaro, anche il corpo si trasforma in moneta di scambio. Da qui il passo è breve nell’estendere questo slittamento di senso all’intera realtà: possiamo palare di una Società dei simulacri, come ha indicato Mario Perniola in un suo ispirato libro degli anni Ottanta ripubblicato da non molto tempo, sottile gioco di maschere che, una volta sollevate, non svelano alcun significato oltre alla loro permanente esteriorità. Segno che rimanda unicamente a se stesso, il simulacro veste il mondo, ne dirige le motivazioni e ne orienta gli scambi. La realtà si indebolisce così della sua consistenza ontologica perché anche il determinismo, al suo interno, viene smembrato della sua processualità. E l’effetto, non essendo più tale, smarrisce il suo carattere d’effettualità che permetterebbe di definire ciò che è reale. Così la causa, che da sola dovrebbe reggere l’intero meccanismo deterministico, rimane a penzoloni, incastrata nella realtà. Questa rottura comporta una fuoriuscita, un cortocircuito o una tautologia negativa, in cui l’effetto è utilizzato per negare ciò che l’ha generato. La realtà è rigettata nella dimensione dell’irrealtà, a cui si oppone un’“iper-realtà” o patafisica, in un gioco di reciproca reversibilità.

Oltre alla scrittura, anche la pittura si presta bene a descrivere l’invisibilità del simulacro e del suo fondo impulsionale. Le immagini infatti sono per definizione dei predicati logici: esse rappresentano le cose, sono sempre immagini di qualcosa. Incarnazione perfetta di quella monomania che segna il suo pensiero (p. 10), il tentativo di Klossowski è invece quello di rendere le immagini delle immagini pure, in sé o, per meglio dire, non in sé, svuotate di essenza o di predicati che rimandano ad altro (p. 84).

Usando delle etichette diverse, possiamo notare come la perversione sia soprattutto una pulsione inibita alla meta e come la meta stessa sia una rappresentazione, cioè qualcosa di inevitabilmente soggettivo. Per Freud difatti l’oggetto, l’Altro come meta pulsionale, oltre a essere un destino obbligato dei nostri effluvi libidici, è prima di tutto una rappresentazione. Dunque la perversione è una messa da parte della soggettività, uno svuotamento d’essenza che si inerpica sull’impianto pulsionale, una mise en abîme della pulsione volta a neutralizzarla e a restituirne la sua parvenza simulacrale. Essa non agisce come una liberazione dall’armatura della soggettività, come avviene nel mondo anglosassone e nel pensiero liberale, ad esempio, intenti a svuotare di peso le pulsioni e a valorizzare le relazioni oggettuali. Piuttosto, la perversione sarebbe la manifestazione di un pensiero continentale al culmine della sua raffinatezza teorica e, insieme, del suo decadimento.

Al contrario di quanto accade nella costrizione pulsionale, l’Altro possiede anche una sua luce e una concretezza esteriore, che fatica a ridursi a una fantasmatica rappresentazione soggettiva. Come nel romanzo In Patagonia di Bruce Chatwin, ad esempio, dove la ragione del viaggio verso l’estremo sud del continente americano è all’inizio una scelta pretestuale, l’indicazione di un antipode immaginario dove sfuggire a un possibile olocausto nucleare, così accade nelle relazioni interpersonali, se, attraverso un piccolo décalage, proviamo per un attimo a discostarci dalle indicazioni pulsionali: man mano che la narrazione prende forma, la dimensione dell’autore viene sostituita dall’irruzione del mondo esterno, che rompe la membrana della psiche. Dacché parte come un romanzo psicologico, il libro diventa a poco a poco un’autentica letteratura di viaggio – forse la più classica. È la Patagonia reale il vero protagonista della storia, non l’interiorità del narratore. La magia dell’esteriorità e il brivido dell’Altro ci fanno dimenticare il motivo della partenza, disperdendo l’ego nell’esperienza ed espandendo la psiche al difuori, mischiando il perturbamento con l’eccitazione. E a dispetto dell’irrequietezza selvaggia della natura, ciò che ritroviamo nel testo è l’intero spettro dell’apparato umano. All’opposto ad esempio del mondo proustiano o di quello di Borges, tutto immaginifico, in cui lo stupore di trovarci difronte a un luogo insignificante come la reale Combray o il quartiere Palermo è in noi molto forte, questo passaggio, questa combinazione di odio e amore è nel testo ben chiara: sembra che l’autore abbia voglia di comunicarci delle cose, ma poco dopo, come in alcuni libri di W.H. Hudson, non c’è più nulla di sé, ed egli stesso rimane come intrappolato, irretito nella meraviglia di ciò che accade fuori di lui…

La perversione invece imbriglia l’Altro nel dispositivo pulsionale, anche se lo devia, lo media attraverso l’imposizione di un terzo permanente, lo introverte e lo raffina in mille rivoli: il simulacro, allo stesso modo della perversione, permette allora di fare da ponte tra l’impulsionale e la de-soggettivazione, tra la pulsione e gli stereotipi della società (come indica Aldo Marroni nella sua illuminante postfazione al testo, pp. 98-99) e di mediare infine il dato naturale. Se lo “stare nel framezzo è in maniera incontestabile l’unico spazio abitabile”, come ci suggerisce ancora Aldo Marroni in un suo recente articolo su Klossowski apparso sulla rivista “Ágalma”, l’entre-deux, l’intermediario (p. 101) o, per usare un’espressione freudiana fatta propria anche da Mario Perniola, la formazione di compromesso rende possibile l’indicibile simulacrale della pulsione.

In una dinamica molto particolare, la messa in atto dell’indicibile avviene attraverso un processo di simulazione imitativa, di sconfessione mimetica, in cui tutto viene visto da un’Altra scena, da un difuori che parla (p. 100). Il fantasma costrittivo del monomane, la sua “costrizione ossessiva” (p. 82), resta indicibile pur essendo simulabile da questo demone intermediario e dalla sua particolare ressemlance. Che permette così di svincolarsi dall’autentico, di mediare cioè tra l’essenza pulsionale e una continua ricerca di de-soggettivazione. Nella sua mise en abîme, Klossowski intende scartare il momento del “simulacro degradato”, in cui l’imitazione si perde nell’esteriorità dello “stereotipo”, dove è messa in atto la revoca sia dell’impulsionale che del non identitario. Essi devono al contrario riuscire a coesistere in una condizione, impossibile eppur reale, che mantenga attiva la pulsione svuotandola però di tutte le soggettivazioni (pp. 82-83).

Tale mise en abîme della pulsione, il suo rinvenimento nel simulacro imitativo, non è però l’unico modo per rendere vivida e operante la de-soggettivazione, per mediare tra l’impulsionale e il suo svuotamento identitario. In una momentanea disgressione argomentativa, esiste anche un modo che si allontana tout court dall’universo pulsionale, o meglio che lo decostruisce affievolendone la portata, e che potremmo definire con il termine stillness. Donald Winnicott ha sostenuto infatti l’esistenza di uno spazio neutro e transizionale, simile al gioco nel suo rapporto di mimesi costante con la realtà, che si verrebbe a costituire tra il bambino e la madre nella prima infanzia e che potremmo arditamente accostare all’idea del simulacro. Tale esperienza è per Winnicott una forma di soddisfazione senza acme, simile ai volgimenti fisici dell’elettricità, dove non subentra la dinamica dell’orgasmo tipica della sessualità, con le sue fasi culminanti e i suoi andamenti ondosi, ma in cui si mantiene attiva una variabilità infinita priva di stereotipia, permanendo ugualmente un’esperienza di soddisfazione psichica. L’area transizionale è una dimensione certamente libidica, pur se non orgasmica, ma è anche parzialmente desessualizzata e neutra, dove la pulsione conosce, similmente a quanto accade nella sublimazione, una particolare negazione del suo essere. La zona transizionale cambia lo status delle pulsioni, che si farebbero, trasformate dalla zona infra di Io e non-Io aperta dal rapporto con la madre, delle non-pulsioni o, meglio, delle pulsioni decostruite. Esse diverrebbero una sorta di noluntas caratterizzata da un’assenza di spinta energetica, una stillness appunto, un disinteresse interessato simile al giudizio estetico kantiano, alla partecipazione impartecipe indicata da Bataille o alla belle indifférence dell’isteria. In questa fase non esisterebbe alcuna distinzione tra le pulsioni dell’Io e le pulsioni d’oggetto, nella definizione che ce ne ha fornito Freud, dato lo stato particolare in cui si troverebbe il bambino nel suo rapporto mediano con la madre, autonomo e non autonomo, solo ma in presenza dell’altro: vi sarebbe piuttosto una zona abitata da spinte generiche decostruite, inibite alla meta, senza causa finale e prive di scarica, ma con un loro movimento e una precisa dinamica. Saremmo difronte a una sorta di quiete dinamizzata, in cui alla mera quantità, che era prima data dalla presenza dell’acme e della scarica, subentrerebbe adesso una pura qualità. Proprio in questa intersezione concettuale, in questa angolatura prossimale e in una simile condizione di Io e di non-Io, avverrebbe anche l’indicibile del simulacro.

Milosh F. Fascetti, filosofo e musicologo, allievo di Mario Perniola e di Karlheinz Stockhausen, PhD in filosofia presso l’Università di Roma “Tor Vergata”, è membro del comitato di redazione delle riviste “Ágalma” e “il cannocchiale”. Ha recentemente curato il testo in parte inedito di Mario Perniola Freud, l’inconscio come opposto [1892-1905](Milano, Mimesis, 2023) e tra i suoi ultimi lavori ricordiamo Al di qua del principio di realtà. Scissione originaria e stratificazione del Sé (Verona, ombre corte, 2023), L’Io come meccanismo di difesa. Soggettività e “opposizione eccessiva” (Verona, ombre corte, 2022),Il laboratorio segreto dell’anima (Milano, Mimesis, 2021) e, in corso di stampa, Autoregolazione affettiva e conoscenza. Uno studio (Roma, Castelvecchi, 2024).

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European Journal of Psychoanalysis